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Bolivia. Dilaga la rivolta popolare per le dimissioni di Paz
Quella che è iniziata più di 40 giorni fa in Bolivia come protesta sindacale si è trasformata in una mobilitazione popolare e generale per le dimissioni del presidente Rodrigo Paz che minaccia lo stato di emergenza. Una giornata violenta di repressione della polizia ha scosso il centro della Capitale La Paz […] L'articolo Bolivia. Dilaga la rivolta popolare per le dimissioni di Paz su Contropiano.
June 15, 2026
Contropiano
Vivere, lavorare e morire nella miniera boliviana di Potosí
“Suma Quamana” in lingua aymara significa Buen Vivir, l’esatto contrario di quello che accade nelle miniere intorno alla città boliviana di Potosí, una volta ricca e opulenta e oggi in decadenza. Eppure, nella montagna che gli spagnoli non a torto avevano denominato Cerro Rico, oramai scavata, scrostata, saccheggiata e resa oscena da 500 anni di sfruttamento, ancora oggi si vive, si lavora e si muore. Forse per questo gli indios la chiamano “La montagna che mangia gli uomini”. Da 500 anni questa montagna riempie le casse delle potenze europee di argento, rame e zinco e ai minatori lascia poche briciole. Secondo le leggende che circolano in città con tutto l’argento estratto negli ultimi 5 secoli si potrebbe costruire un ponte immaginario che unisce la Bolivia con la penisola iberica. Secondo le stesse dicerie, ma anche secondo calcoli compiuti da storici e da antropologi, in questo luogo di concentrazione di immense ricchezze e di incalcolabile perdita umana sarebbero morte dalla fine del 1500, quando fu scoperta, almeno 8 milioni di persone. O meglio, 8 milioni di indios e africani, considerati non persone e sacrificati sull’altare della ricchezza e dello sviluppo europeo. In città, diverse agenzie offrono ai turisti la visita della miniera, ma in realtà ti portano in settori ormai esausti e semichiusi. Il modo migliore, o forse peggiore, per capire un po’ più profondamente questa realtà è cercare di conoscere un minatore delle tante cooperative che li impiegano. Perché molte sono donne, come lo era la leader minatrice e politica degli anni 70 Domitilla Chungara, famosa per aver guidato un lungo sciopero che fece cadere il dittatore René Barrientos, responsabile tra gli altri dell’assassinio del Che in Bolivia. Alla festa del 1° maggio, dove sono radunati tantissimi minatori, conosco Karen (nome di fantasia per proteggerla), una donna di 44 anni mamma di quattro figli che lavora nella cooperativa mineraria Unificada del Cerro nella parte più alta della montagna, all’interno della mina (Interior Mina si dice qui); è un compito che in teoria sarebbe proibito alle donne con figli, che di solito si occupano del lavoro di selezione al di fuori della miniera. Lo fa per necessità poiché, come mi racconta è “padre y madres” di 4 figli piccoli, da quando suo marito se ne è andato a cercare fortuna e una nuova famigli a La Paz. ll lunedì successivo mi invita a seguirla nel rischioso lavoro della miniera: negli ultimi mesi, a partire da gennaio del 2026, nella miniera sono morte 35 persone, tra cui tre minorenni. Morti di asfissia, di silicosi, frane, esplosioni nelle centinaia di gallerie del Cerro e inalazioni di gas nocivi. Sono morti come mi raccontano i minatori della cooperativa, perché si lavora ancora come una volta con scalpello e martello, senza maschere di sicurezza che impediscono la visibilità e anche la respirazione a 4.300 metri di altezza. Si lavora con compressori a diesel che sparano ossigeno nella miniera, ma che a volte si bloccano lasciando spazio ai gas velenosi. Lunedi 4 maggio alle 7 del mattino ho appuntamento con Karen. Prima tappa al “mercado de los mineros”, dove in genere i minatori acquistano materiali come casco, pila, martelli, stivali di gomma e pantaloni impermeabili, anche se per risparmiare spesso ne fanno a meno. La speranza di vita di questi uomini e purtroppo anche donne non arriva ai 50 anni di età. Un minatore di 40 anni ne dimostra almeno 60. Forse sarà perché nelle 8-10 ore passate nel buio della miniera si respira oltre ai gas delle esplosioni frammenti di silicio sospesi nell’aria che si conficcano dritti negli alvei polmonari. Dopo il mercato prendiamo un taxi che ci porta a metà strada del cerro. L’immagine è quella di un paesaggio lunare in cui la bisogna camminare almeno 40 minuti per raggiungere la cima della montagna, quaranta minuti in cui fatico a respirare e sento il cuore che batte velocemente. Karen con il suo materiale cammina normalmente e si diverte a vedermi arrancare a una quota di 4.400 metri. All’interno dell’entrata principale scorgo una statua che i boliviani chiamano” El Tio”, attorniata da foglie di coca, biscotti, alcol e tabacco. Karen mi spiega che si tratta di una divinità aymara, una specie di essere mitologico che governa gli inferi e che offre protezione, ma anche rovina e morte a coloro che non gli portano offerte e non lo considerano. Seguo Karen nella discesa profonda verso il centro della montagna e arrivati alla sua postazione la osservo iniziare il pesantissimo lavoro con martello e scalpello. Mi racconta che nell’ultima gravidanza ha lavorato fino all’ottavo mese e oltre, quindi il piccolo che ora ha tre anni la miniera la conosce molto bene. Il lavoro è pesantissimo, fa anche molto caldo e bisogna stare piegati in una posizione scomodissima. Vorrei essere ricco e regalarle una quantità di denaro con cui poter vivere senza più dover venire in miniera. Nonostante la fatica e la rassegnazione alla possibilità di incidenti Karen mi dice che c’è anche un certo orgoglio nell’essere una minatrice, perché comunque in Bolivia nonostante tutte le difficoltà e i problemi si tratta di una classe di lavoratori riconosciuta e stimata dalla società in generale. Mentre continua a lavorare mi racconta di un collega che due mesi fa le è svenuto vicino dopo essersi intossicato di gas nocivi e si è salvato per un pelo. A marzo invece sono morti 32 minatori a causa dell’aumento del prezzo dell’argento; nel 2022 valeva circa 20 dollari all’oncia, ora ne vale quasi 90. Così i soci della cooperativa hanno smesso di lavorare direttamente, contrattando giovani inesperti per fare il lavoro pericoloso al loro posto. Quando intervisto Karlos Pimentel Ribeira della Federcoomin, la federazione che riunisce le cooperative del Cerro e provo a chiedergli di questa esternalizzazione dei lavoratori, ovviamente nega e ribatte che l’alto numero di morti dipende dal fatto che la montagna è esausta e diventa ogni giorno più pericolosa. “Ogni volta che entro qui non so se rivedrò i miei figli, ma per ora non ho nessun’altra alternativa per vivere” mi dice Karen. Negli ultimi quattro mesi sono morti 50 minatori, di cui 4 minorenni e una donna di 23 anni. Secondo la dottoressa Giovanna Zamorano dall’aumento del valore dell’argento sono aumentati i decessi e si è abbassata l’età dei morti. La maggior parte di loro erano persone di 20 – 25 anni. I colonizzatori spagnoli avevano prima gettato nella miniera gli indios Inca e Aymara, poi visto che molti di loro si suicidavano per sfuggire a una vita insopportabile e inconciliabile con la loro filosofia della Pacha Mama e del Buen vivir, ci avevano provato con gli schiavi africani, che vivevano e lavoravano fino a 25 – 30 anni per poi morire di freddo e di stenti. Gli schiavi si ribellarono al rigore della colonia e a una vita insensata e feroce, fuggendo a migliaia nella zona sub tropicale dello Yungas, dove ancora oggi vivono coltivando coca, manioca e cereali in comunità di tipo quilombola. Purtroppo, 500 anni dopo, nell’era dell’Antropocene e del capitalismo, non c’è neppure bisogno di ricorrere al regime colonialista della schiavitù e del lavoro forzato. Basta una fluttuazione dei prezzi dell’argento nelle borse mondiali per sacrificare altre vite al profitto feroce del neoliberismo predatore. Manfredo Pavoni Gay
June 11, 2026
Pressenza
BOLIVIA: GOVERNO PROCLAMA LO STATO DI EMERGENZA CONTRO I BLOCCHI DEGLI INDIGENI. TESTIMONIANZA DA LA PAZ
È entrata in vigore in Bolivia la Legge 1740 che disciplina gli stati di eccezione, a oltre cinque settimane dall’inizio delle ampie proteste con blocchi che hanno paralizzato il Paese. Promulgata dal presidente Rodrigo Paz, la norma definisce il quadro giuridico per l’applicazione di misure straordinarie in situazioni di crisi che possano minacciare l’ordine costituzionale, la sicurezza pubblica, la sovranità nazionale o il funzionamento delle istituzioni democratiche. Con la pubblicazione della legge, le Forze Armate saranno autorizzate a reprimere le proteste, in particolare, togliere i blocchi stradali che caratterizzano le proteste boliviane. Rodrigo Paz, al potere da sette mesi, si trova ad affrontare settimane di malcontento da parte di diversi settori (operai, agricoltori, minatori, trasportatori e insegnanti) che hanno eretto decine di blocchi stradali a causa della rabbia per la grave crisi economica boliviana e ne chiedono le dimissioni. Tuttavia secondo l’intervista che Radio Onda d’Urto ha realizzato con Luis Arequipa, cittadino di La Paz, “il problema di fondo non risiede in una rivendicazione di carattere economico, né di carattere sociale. Le proteste in corso sono di carattere prettamente politico” e riguarda la rappresentanza dei popoli indigeni all’interno dei centri di potere.  Le proteste sono animate dagli strati popolari che abitano la Bolivia rurale e le periferie delle grandi città. Una larga fetta di popolazione che da anni continua ad impoverirsi anche a causa delle politiche liberali imposte dagli ultimi due governi, che hanno invece favorito i grandi latifondisti e il settore agroindustriale. Ad esacerbare la situazione era poi esploso lo scandalo della benzina contaminata, allungata con varie sostanze per contenere gli aumenti del costo del petrolio a causa della guerra degli Stati Uniti e Israele, all’Iran. La benzina contaminata che è stata distribuita in Bolivia, aveva rovinato o messo fuori uso i motori dei mezzi di trasporto pubblico e privato. Sullo scandalo è in corso un’inchiesta, ma il popolo ha incolpato il governo che aveva scelto la società che importava i carburanti dal Cile e che si è resa colpevole della contaminazione della benzina. Di tutto questo abbiamo parlato con Luis Arequipa, cittadino di La Paz, capitale della Bolivia. Ascolta o scarica La versión original de la entrevista en español con Luis Arequipa. Escuchar o descargar
June 11, 2026
Radio Onda d`Urto
Bolivia. La rivolta popolare non arretra. Decine di blocchi in tutto il paese
I blocchi nel paese, in circa 90 punti in sei dipartimenti, rimangono invariati e il conflitto tende a peggiorare, dopo che il presidente Rodrigo Paz ha dichiarato che le mobilitazioni “sono guidate da narco-terroristi” e ha promulgato la Legge per la Regolamentazione dello Stato di Emergenza. I blocchi continuano nei […] L'articolo Bolivia. La rivolta popolare non arretra. Decine di blocchi in tutto il paese su Contropiano.
June 11, 2026
Contropiano
Bolivia: dal “Piano Cóndor giudiziario” al ricatto del litio…
… le voci di Evo Morales e Wilma Colque nel paese in lotta. di Geraldina Colotti (*) Mentre il continente latinoamericano affronta una nuova ondata di controffensiva reazionaria, la Bolivia si conferma l’epicentro di uno scontro di classe senza quartiere, dove le logiche del capitale transnazionale tentano di piegare la sovranità di una nazione che ha osato rifondarsi su basi
Bolivia: Contadini di Chayanta giungono a La Paz per rafforzare i blocchi: “Siamo venuti per scacciare Paz”
Andrea Condori Alla mobilitazione si aggiunge l’arrivo di altri gruppi provenienti dal Tropico di Cochabamba che negli ultimi giorni si sono uniti alla misure di pressione nell’occidente del paese. Una delegazione di contadini della provincia di Chayanta, nel nord del Potosí, è giunta questo martedì nel dipartimento di La Paz con l’obiettivo di rafforzare i […]
Bolivia in crisi nera: è stato d’emergenza
«Se in Bolivia vuoi ottenere qualcosa, anche solo un incontro col Presidente, organizza un blocco stradale: verrai ascoltato». Oswaldo Calatayud, scrittore e presidente della Biblioteca Stronguista, è di La Paz e abita alla sua periferia. La Paz è una città paralizzata da un mese a causa del blocco delle strade organizzato dalla Cob (Central obrera boliviana, il più grande sindacato del Paese), da una tra le più tenaci organizzazioni contadine (i Ponchos rojos), dalle cooperative dei minatori e da altre organizzazioni sociali: ad oggi si contano 95 punti interessati dalle proteste nei dipartimenti regionali. A La Paz le materie prime scarseggiano da settimane e non solo quelle. I lavoratori della sanità sono scesi in piazza il 29 maggio per urlare la loro disperazione contro i blocchi: sta finendo l’ossigeno e anche il sangue. La sanità è a rischio collasso. Le istituzioni boliviane che si occupano di diritti umani (Defensorìa del pueblo) hanno riportato «321 arresti, 23 feriti e 7 morti» dall’1 maggio, giorno d’avvio delle azioni. L’ultima vittima si conta venerdì 29: un ragazzino di 12 anni si trovava a bordo di un’ambulanza e avrebbe dovuto essere trasportato da Llallagua a Potosí (sud-est del Paese) ma non è sopravvissuto al viaggio. Neanche l’ambulanza è riuscita a forzare l’assedio. Il presidente ha risposto schierando la polizia per le strade di La Paz: alla violenza della piazza s’è risposto con i gas lacrimogeni. C’è chi sostiene che Paz Pereira abbia tentato di favorire delle contro manifestazioni a suo favore, prima dell’intervento della polizia. Vero o meno, non sono andate a buon fine, anzi: hanno inasprito le rivendicazioni di chi stava protestando. Cosa sta succedendo L’1 maggio la Cob ha indetto una manifestazione in occasione della giornata mondiale dei lavoratori, convergendo con le dimostrazioni antigovernative provenienti dalle zone remote dell’Amazzonia boliviana. Da quel momento le richieste sono state crescenti: dall’abrogazione di alcune leggi antipopolari a favore della grande proprietà terriera, agli aumenti salariali, fino a chiedere le dimissioni del presidente e nuove elezioni (a otto mesi dalle precedenti). «Il presidente Paz Pereira ha ereditato una situazione complicata dopo vent’anni di governo del Mas», ha dichiarato Calatayud. Gli effetti positivi del «capitalismo per tutti», declamato da Paz in campagna elettorale, non si sono ancora visti. La popolazione ha accettato «a malincuore» la fine del prezzo calmierato sulla benzina perché è stato aumentato il salario minimo, salvo poi ritrovarsi peggio di prima per i prezzi triplicati dei generi alimentari. Il carburante è tornato disponibile a seguito dei primi provvedimenti governativi, peccato che fosse di pessima qualità e migliaia di motori sono stati compromessi irrimediabilmente a causa della “gasolina-basura [benzina immondizia]”. I motivi per protestare contro il governo democristiano esistono e «sono più che ragionevoli» ma il pugno duro dei sindacati sta spingendosi oltre il consueto e gli inviti al dialogo da parte presidenziale sono stati tutti disattesi dalle organizzazioni sociali. Lo zampino di Evo, i soldi del Tropico Secondo don Riccardo Giavarini (da poco fidei donum, in Bolivia dal ‘77) le cose sono precipitate da prima dell’1 maggio. E sarebbe coinvolto Evo Morales. «Assediare La Paz, seminare il caos affinché Paz Pereira si dimetta e si senta accerchiato»: far sentire la sua presenza, pur se a distanza, protetto dai suoi nel Chapare (sud-est del Paese), località in cui il leader cocalero è auto-confinato per scampare ai mandati di arresto. Gli scontri in città «sono portati avanti dalle frange estreme e, spesso, è Morales che paga per mantenere i blocchi», ha tuonato Giavarini. Nella mattina di ieri [8 giugno] le autorità del Tropico hanno fermato e sequestrato un minibus e le sette persone a bordo. «Tra i sedili e nel bagagliaio c’erano 92.600 bolivianos in contanti» e «un lasciapassare per i diversi punti di blocco stradale» nella regione di Cochabamba, stampato da una costola della federazione dei cocaleros di cui Morales è presidente. A bordo vi erano anche «cinquanta litri di benzina», stando a fonti di stampa locali. «Molti a La Paz sono a favore delle proteste – ha stemperato Calatayud – ma non tutti ne approvano i metodi violenti». L’alternativa di ‘Evo’ è quella di «prendere la popolazione per sfinimento», ha ribadito Giavarini, ma l’ex presidente dovrebbe conoscere la legge e sapere che il suo partito non è stato abilitato a partecipare alle scorse presidenziali. I carri armati alle porte di La Paz Nel frattempo sulle reti sociali sono circolate immagini di carri armati giunti a Patacamaya, a cento chilometri da La Paz. Il tenente colonnello Rider José Cossio Vega, comandante di reggimento dei blindati, ha tenuto a specificare in un comunicato che i mezzi «sono stati movimentati nell’ambito di normali operazioni ed esercitazioni». Eppure proprio a fine settimana scorsa il Parlamento ha ratificato lo stato di emergenza attraverso l’approvazione della legge 1740: Paz Pereira ha dichiarato di voler governare «fino al 2030» ma le proteste sono divampate con più ferocia a seguito delle sue parole. Stato di emergenza significa: vittoria politica della destra neoliberale filo-Usa di Doria Medina e Tuto Quiroga, che da tempo invocavano una soluzione, anche armata, che ponesse fine ai blocchi. Rispondere alla violenza con violenza. Nella zona di Vinto si sono verificati già scontri tra manifestanti e polizia; nell’altipiano ai confini col Perù, una gran folla s’è riversata nelle strade brandendo fucili tedeschi Mauser del 1907, residuati dalla Guerra del Chaco. A chi giova l’ulteriore escalation di violenza? Non certo ad una popolazione stremata che finirebbe per subire ancor di più il corso degli eventi. Marco Piccinelli
June 10, 2026
Pressenza
Bolivia: Denuncia internazionale dinanzi alla CIDH
Di fronte alla critica situazione politica e sociale che sta vivendo la Bolivia, la Rete Wiphalas ha rilasciato una dichiarazione per «chiedere la solidarietà internazionale affinché vengano rispettati i diritti umani in Bolivia». Si tratta di un’alleanza internazionale che sostiene il consolidamento del Processo di Cambiamento in Bolivia e ad Abya Yala, sulla base dei principi del «buon vivere». DENUNCIA INTERNAZIONALE ALLA CIDH E ALLE ISTITUZIONI PER I DIRITTI UMANI PER LE GRAVI VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI IN BOLIVIA (9-06-2026): Il governo della Bolivia, a soli 7 mesi dall’elezione, ha portato il paese in una profonda crisi, perdendo credibilità e governabilità per non aver mantenuto le promesse elettorali e aver fatto esattamente il contrario; per questo la popolazione in tutto il paese è in piazza da 6 settimane con proteste, scioperi, blocchi stradali e scioperi della fame, chiedendo le dimissioni del presidente Paz Pereira dopo che ogni tentativo di dialogo è fallito. Invece di soluzioni, il suo governo ha risposto con ulteriori casi di corruzione, traffico di droga e impunità per i propri funzionari pubblici. Minacciando in particolare i leader delle organizzazioni sociali e delle popolazioni indigene, arrivando al punto di rapire, torturare e incarcerare i leader di diverse organizzazioni e punire intere regioni con la sospensione dell’elettricità, di Internet e persino dei servizi bancari. La crisi si è ulteriormente aggravata, poiché questo presidente traditore del popolo ha permesso l’ingerenza di governi della regione come Milei, Novoa, e persino degli Stati Uniti e di Israele, che lo sostengono militarmente in quanto parte del “Piano Scudo delle Americhe”, il che può rapidamente generare un’escalation di violenza nella regione. In un video Rodrigo Paz ha incitato a scontri tra la popolazione civile, invitando gruppi (paramilitari: Unión Juvenil Cruceñista e Resistencia Juvenil Cochala) ad affrontare i manifestanti unendosi alla polizia e all’esercito per usare la forza e la violenza. Questa situazione ha portato a uno scontro in cui paramilitari armati e organizzati con la polizia e le Forze Armate hanno attaccato violentemente la popolazione che stava esercitando il proprio diritto costituzionale di protesta. Lo scontro si è concluso con distruzioni, feriti da arma da fuoco, tentativi di stupro e saccheggi delle case della popolazione che si è difesa dall’attacco (6 giugno a San Julián). L’8 giugno Rodrigo Paz Pereira ha nuovamente minacciato il popolo approvando una legge anticostituzionale che autorizza la polizia e i militari a uccidere e che permette loro di attaccare i blocchi stradali e le manifestazioni presenti su tutto il territorio nazionale. Avvertiamo il mondo dell’imminente massacro che questo presidente potrebbe causare in Bolivia se non viene fermato! La totale perdita di governabilità e credibilità di Rodrigo Paz è evidente per la maggior parte dei boliviani e l’unico modo per riportare la pace nel Paese è le sue dimissioni! Chiediamo solidarietà internazionale affinché i diritti umani in Bolivia siano rispettati. Rete Wiphalas Redacción Perú
June 10, 2026
Pressenza