Bolivia in crisi nera: è stato d’emergenza
«Se in Bolivia vuoi ottenere qualcosa, anche solo un incontro col Presidente,
organizza un blocco stradale: verrai ascoltato». Oswaldo Calatayud, scrittore e
presidente della Biblioteca Stronguista, è di La Paz e abita alla sua periferia.
La Paz è una città paralizzata da un mese a causa del blocco delle strade
organizzato dalla Cob (Central obrera boliviana, il più grande sindacato del
Paese), da una tra le più tenaci organizzazioni contadine (i Ponchos rojos),
dalle cooperative dei minatori e da altre organizzazioni sociali: ad oggi si
contano 95 punti interessati dalle proteste nei dipartimenti regionali.
A La Paz le materie prime scarseggiano da settimane e non solo quelle. I
lavoratori della sanità sono scesi in piazza il 29 maggio per urlare la loro
disperazione contro i blocchi: sta finendo l’ossigeno e anche il sangue. La
sanità è a rischio collasso. Le istituzioni boliviane che si occupano di diritti
umani (Defensorìa del pueblo) hanno riportato «321 arresti, 23 feriti e 7 morti»
dall’1 maggio, giorno d’avvio delle azioni. L’ultima vittima si conta venerdì
29: un ragazzino di 12 anni si trovava a bordo di un’ambulanza e avrebbe dovuto
essere trasportato da Llallagua a Potosí (sud-est del Paese) ma non è
sopravvissuto al viaggio. Neanche l’ambulanza è riuscita a forzare l’assedio. Il
presidente ha risposto schierando la polizia per le strade di La Paz: alla
violenza della piazza s’è risposto con i gas lacrimogeni. C’è chi sostiene che
Paz Pereira abbia tentato di favorire delle contro manifestazioni a suo favore,
prima dell’intervento della polizia. Vero o meno, non sono andate a buon fine,
anzi: hanno inasprito le rivendicazioni di chi stava protestando.
Cosa sta succedendo
L’1 maggio la Cob ha indetto una manifestazione in occasione della giornata
mondiale dei lavoratori, convergendo con le dimostrazioni antigovernative
provenienti dalle zone remote dell’Amazzonia boliviana. Da quel momento le
richieste sono state crescenti: dall’abrogazione di alcune leggi antipopolari a
favore della grande proprietà terriera, agli aumenti salariali, fino a chiedere
le dimissioni del presidente e nuove elezioni (a otto mesi dalle precedenti).
«Il presidente Paz Pereira ha ereditato una situazione complicata dopo vent’anni
di governo del Mas», ha dichiarato Calatayud. Gli effetti positivi del
«capitalismo per tutti», declamato da Paz in campagna elettorale, non si sono
ancora visti. La popolazione ha accettato «a malincuore» la fine del prezzo
calmierato sulla benzina perché è stato aumentato il salario minimo, salvo poi
ritrovarsi peggio di prima per i prezzi triplicati dei generi alimentari. Il
carburante è tornato disponibile a seguito dei primi provvedimenti governativi,
peccato che fosse di pessima qualità e migliaia di motori sono stati compromessi
irrimediabilmente a causa della “gasolina-basura [benzina immondizia]”.
I motivi per protestare contro il governo democristiano esistono e «sono più che
ragionevoli» ma il pugno duro dei sindacati sta spingendosi oltre il consueto e
gli inviti al dialogo da parte presidenziale sono stati tutti disattesi dalle
organizzazioni sociali.
Lo zampino di Evo, i soldi del Tropico
Secondo don Riccardo Giavarini (da poco fidei donum, in Bolivia dal ‘77) le cose
sono precipitate da prima dell’1 maggio. E sarebbe coinvolto Evo Morales.
«Assediare La Paz, seminare il caos affinché Paz Pereira si dimetta e si senta
accerchiato»: far sentire la sua presenza, pur se a distanza, protetto dai suoi
nel Chapare (sud-est del Paese), località in cui il leader cocalero è
auto-confinato per scampare ai mandati di arresto.
Gli scontri in città «sono portati avanti dalle frange estreme e, spesso, è
Morales che paga per mantenere i blocchi», ha tuonato Giavarini. Nella mattina
di ieri [8 giugno] le autorità del Tropico hanno fermato e sequestrato un
minibus e le sette persone a bordo. «Tra i sedili e nel bagagliaio c’erano
92.600 bolivianos in contanti» e «un lasciapassare per i diversi punti di blocco
stradale» nella regione di Cochabamba, stampato da una costola della federazione
dei cocaleros di cui Morales è presidente. A bordo vi erano anche «cinquanta
litri di benzina», stando a fonti di stampa locali.
«Molti a La Paz sono a favore delle proteste – ha stemperato Calatayud – ma non
tutti ne approvano i metodi violenti». L’alternativa di ‘Evo’ è quella di
«prendere la popolazione per sfinimento», ha ribadito Giavarini, ma l’ex
presidente dovrebbe conoscere la legge e sapere che il suo partito non è stato
abilitato a partecipare alle scorse presidenziali.
I carri armati alle porte di La Paz
Nel frattempo sulle reti sociali sono circolate immagini di carri armati giunti
a Patacamaya, a cento chilometri da La Paz. Il tenente colonnello Rider José
Cossio Vega, comandante di reggimento dei blindati, ha tenuto a specificare in
un comunicato che i mezzi «sono stati movimentati nell’ambito di normali
operazioni ed esercitazioni». Eppure proprio a fine settimana scorsa il
Parlamento ha ratificato lo stato di emergenza attraverso l’approvazione della
legge 1740: Paz Pereira ha dichiarato di voler governare «fino al 2030» ma le
proteste sono divampate con più ferocia a seguito delle sue parole. Stato di
emergenza significa: vittoria politica della destra neoliberale filo-Usa di
Doria Medina e Tuto Quiroga, che da tempo invocavano una soluzione, anche
armata, che ponesse fine ai blocchi. Rispondere alla violenza con violenza.
Nella zona di Vinto si sono verificati già scontri tra manifestanti e polizia;
nell’altipiano ai confini col Perù, una gran folla s’è riversata nelle strade
brandendo fucili tedeschi Mauser del 1907, residuati dalla Guerra del Chaco. A
chi giova l’ulteriore escalation di violenza? Non certo ad una popolazione
stremata che finirebbe per subire ancor di più il corso degli eventi.
Marco Piccinelli