
Intervento dell’Osservatorio all’assemblea promossa dalla Cgil a Pisa
Osservatorio contro militarizzazione di scuole e università - Saturday, March 14, 2026L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è stato inviato all’assemblea promossa dall’area di minoranza della Cgil e abbiamo accolto, come nodo pisano, l’occasione per coinvolgere lavoratori e lavoratrici nel percorso di resistenza alla guerra e di aperto contrasto alla militarizzazione delle scuole e dell’università.
A poche settimane giorni dal diniego all’ingresso di un nostro attivista in una scuola superiore della città di Pisa in cui l’Osservatorio era stato chiamato a parlare, abbiamo ricordato come le circolari e le ispezioni del Ministro Valditara stiano raggiungendo gli obiettivi preposti ossia limitare la libertà di discussione. Non è dato sapere la ragione di questo diniego a cui non è seguita mai ulteriore comunicazione, siamo davanti a un atto politico che si ripresenterà nelle prossime settimane in circostanze diverse, ma con logiche assai simili soprattutto se gli studenti e le studentesse non reagiranno a queste imposizioni.
Vale la pena ricordare che la leva non è abrogata, ma solo sospesa; la presenza di militari nelle scuole presenta obiettivi ben chiari: guadagnare il consenso delle giovani generazioni al riarmo, alla cultura di guerra e al militarismo, favorire atteggiamenti accondiscendenti verso la sostanziale riscrittura della storia novecentesca, abbattere ogni critica e obiezione etica e morale alle tecnologie duali, all’utilizzo della scienza a fini bellici. Nell’università proprio i ristretti fondi per la ricerca rappresentano l’occasione per privati e multinazionali di guadagnare spazi e consensi presentandosi come finanziatori e mecenati della libera ricerca che poi libera non è.
Le giovani generazioni vanno lusingate, conquistate e indirizzate ad atteggiamenti acritici e passivi, lo strumento migliore è iniziare fin dalla tenera età a far passare l’idea che la guerra sia normale, anzi indispensabile a salvaguardare il nostro stile di vita, gli interessi del Paese, ad accaparrarsi, ovunque siano, le materie critiche. Per raggiungere questi scopi hanno dovuto attaccare fin dalle fondamenta il mondo della scuola, promuovere non conoscenze ma competenze, favorire la cultura del merito e della performance per giustificare le disuguaglianze crescenti acuite nel tempo dall’arrestarsi del classico motore sociale.
Il nostro lavoro quotidiano, l’impegno dell’Osservatorio non potevano passare inosservati agli occhi attenti del Ministero del Merito, quel merito che di per sé rappresenta l’originaria divisione classista della società. E sia ben chiaro, la nostra critica non è supportata dai fumi della vecchia ideologia ugualitaria, ma dalla consapevolezza che il figlio o la figlia di un docente con molta probabilità frequenterà il liceo dei genitori, il figlio o la figlia di un operaio nella maggioranza dei casi lo ritroveremo in una scuola tecnica i cui laboratori sono fermi a 40 o 50 anni fa e, per l’ammodernamento dei quali, un domani qualche interessato mecenate del privato potrebbe bussare alla porta dell’Istituto comprensivo.
I soldi sottratti al welfare, alla sanità e alla istruzione sono risorse spesso destinate al Riarmo, non esiste un automatismo, ma nella sostanza questo avviene, vorrebbero perfino trasformare i giovani in attenti risparmiatori e gestori dei loro risparmi per dare il TFR, quando lavoreranno, ad un fondo previdenziale aperto che investirà in borsa, in qualche titolo azionario i loro soldi, anche a costo di bruciarli per investimenti errati.
Il mondo della scuola, come quello dell’università, sono banchi di prova di un cambiamento epocale, quello imposto ogni giorno dalla corsa al Riarmo, dallo sdoganamento delle tecnologie duali per piegare la ricerca solo a fini del profitto, per indirizzarla verso alcuni ambiti senza mai chiedersi se ci saranno ricadute sociali e non solo dividendi in borsa.
La cieca obbedienza al Riarmo, la militarizzazione della società viene ricordata anche dall’obbligo di fedeltà aziendale, dai codici di comportamento o dall’etica aziendale, questi dispositivi presto potrebbero accanirsi, con la solita ferocia, contro tutti quei lavoratori che si oppongono al potenziamento delle infrastrutture per favorire il trasporto di armi, lo stesso vale per portuali e aeroportuali, per impiegati pubblici chiamati al silenzio davanti a progetti di ampliamento delle basi militari attraverso procedure semplificate e di urgenza coperte dal vincolo della segretezza.
All’assemblea in Cgil abbiamo sottoposto una riflessione ampia che collega le istanze contro la guerra a problematiche lavorative e sociali. Quanto accade nella scuola, nell’università, nei luoghi di lavoro e nel corpo sociale risponde ad una logica di guerra, guerra contro i presunti nemici interni ed esterni, inducono a usare linguaggi e categorie analitiche funzionali alla salvaguardia dello status quo. E chiunque voglia esprimere delle posizioni ostinate e contrarie alla militarizzazione dovrà vedersela con i codici etici e di comportamento, con la repressione spicciola, le ispezioni nelle scuole, la minaccia di provvedimenti disciplinari, denunce civili e penali. Di questo bisogna parlare nei luoghi di lavoro, da parte dell’Osservatorio arriverà come sempre un contributo puntuale senza pregiudizi di sorta, con il solo intento di resistere ai processi di militarizzazione in atto. Perché la guerra acuisce le disuguaglianze economiche e sociali, alimenta ingiustizie e disparità, la guerra non porta benefici se non a chi produce armi e speculazione. Meglio fermarla e con essa la devastante cultura militarista.

Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
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