Intervento dell’Osservatorio all’assemblea promossa dalla Cgil a PisaL’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è
stato inviato all’assemblea promossa dall’area di minoranza della Cgil e abbiamo
accolto, come nodo pisano, l’occasione per coinvolgere lavoratori e lavoratrici
nel percorso di resistenza alla guerra e di aperto contrasto alla
militarizzazione delle scuole e dell’università.
A poche settimane giorni dal diniego all’ingresso di un nostro attivista in una
scuola superiore della città di Pisa in cui l’Osservatorio era stato chiamato a
parlare, abbiamo ricordato come le circolari e le ispezioni del Ministro
Valditara stiano raggiungendo gli obiettivi preposti ossia limitare la libertà
di discussione. Non è dato sapere la ragione di questo diniego a cui non è
seguita mai ulteriore comunicazione, siamo davanti a un atto politico che si
ripresenterà nelle prossime settimane in circostanze diverse, ma con logiche
assai simili soprattutto se gli studenti e le studentesse non reagiranno a
queste imposizioni.
Vale la pena ricordare che la leva non è abrogata, ma solo sospesa; la presenza
di militari nelle scuole presenta obiettivi ben chiari: guadagnare il consenso
delle giovani generazioni al riarmo, alla cultura di guerra e al militarismo,
favorire atteggiamenti accondiscendenti verso la sostanziale riscrittura della
storia novecentesca, abbattere ogni critica e obiezione etica e morale alle
tecnologie duali, all’utilizzo della scienza a fini bellici. Nell’università
proprio i ristretti fondi per la ricerca rappresentano l’occasione per privati e
multinazionali di guadagnare spazi e consensi presentandosi come finanziatori e
mecenati della libera ricerca che poi libera non è.
Le giovani generazioni vanno lusingate, conquistate e indirizzate ad
atteggiamenti acritici e passivi, lo strumento migliore è iniziare fin dalla
tenera età a far passare l’idea che la guerra sia normale, anzi indispensabile a
salvaguardare il nostro stile di vita, gli interessi del Paese, ad accaparrarsi,
ovunque siano, le materie critiche. Per raggiungere questi scopi hanno dovuto
attaccare fin dalle fondamenta il mondo della scuola, promuovere non conoscenze
ma competenze, favorire la cultura del merito e della performance per
giustificare le disuguaglianze crescenti acuite nel tempo dall’arrestarsi del
classico motore sociale.
Il nostro lavoro quotidiano, l’impegno dell’Osservatorio non potevano passare
inosservati agli occhi attenti del Ministero del Merito, quel merito che di per
sé rappresenta l’originaria divisione classista della società. E sia ben chiaro,
la nostra critica non è supportata dai fumi della vecchia ideologia ugualitaria,
ma dalla consapevolezza che il figlio o la figlia di un docente con molta
probabilità frequenterà il liceo dei genitori, il figlio o la figlia di un
operaio nella maggioranza dei casi lo ritroveremo in una scuola tecnica i cui
laboratori sono fermi a 40 o 50 anni fa e, per l’ammodernamento dei quali, un
domani qualche interessato mecenate del privato potrebbe bussare alla porta
dell’Istituto comprensivo.
I soldi sottratti al welfare, alla sanità e alla istruzione sono risorse spesso
destinate al Riarmo, non esiste un automatismo, ma nella sostanza questo
avviene, vorrebbero perfino trasformare i giovani in attenti risparmiatori e
gestori dei loro risparmi per dare il TFR, quando lavoreranno, ad un fondo
previdenziale aperto che investirà in borsa, in qualche titolo azionario i loro
soldi, anche a costo di bruciarli per investimenti errati.
Il mondo della scuola, come quello dell’università, sono banchi di prova di un
cambiamento epocale, quello imposto ogni giorno dalla corsa al Riarmo, dallo
sdoganamento delle tecnologie duali per piegare la ricerca solo a fini del
profitto, per indirizzarla verso alcuni ambiti senza mai chiedersi se ci saranno
ricadute sociali e non solo dividendi in borsa.
La cieca obbedienza al Riarmo, la militarizzazione della società viene ricordata
anche dall’obbligo di fedeltà aziendale, dai codici di comportamento o
dall’etica aziendale, questi dispositivi presto potrebbero accanirsi, con la
solita ferocia, contro tutti quei lavoratori che si oppongono al potenziamento
delle infrastrutture per favorire il trasporto di armi, lo stesso vale per
portuali e aeroportuali, per impiegati pubblici chiamati al silenzio davanti a
progetti di ampliamento delle basi militari attraverso procedure semplificate e
di urgenza coperte dal vincolo della segretezza.
All’assemblea in Cgil abbiamo sottoposto una riflessione ampia che collega le
istanze contro la guerra a problematiche lavorative e sociali. Quanto accade
nella scuola, nell’università, nei luoghi di lavoro e nel corpo sociale risponde
ad una logica di guerra, guerra contro i presunti nemici interni ed esterni,
inducono a usare linguaggi e categorie analitiche funzionali alla salvaguardia
dello status quo. E chiunque voglia esprimere delle posizioni ostinate e
contrarie alla militarizzazione dovrà vedersela con i codici etici e di
comportamento, con la repressione spicciola, le ispezioni nelle scuole, la
minaccia di provvedimenti disciplinari, denunce civili e penali. Di questo
bisogna parlare nei luoghi di lavoro, da parte dell’Osservatorio arriverà come
sempre un contributo puntuale senza pregiudizi di sorta, con il solo intento di
resistere ai processi di militarizzazione in atto. Perché la guerra acuisce le
disuguaglianze economiche e sociali, alimenta ingiustizie e disparità, la guerra
non porta benefici se non a chi produce armi e speculazione. Meglio fermarla e
con essa la devastante cultura militarista.
Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università
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