
Torino contro la militarizzazione e la repressione: pericolo di svolta autoritaria
Osservatorio contro militarizzazione di scuole e università - Sunday, December 7, 2025Il monitoraggio dei processi di militarizzazione delle scuole e delle università condotto dall’Osservatorio, che per statuto si focalizza sull’ambito dell’istruzione e su quello accademico, non può prescindere dalla contestualizzazione di questo fenomeno nel più ampio quadro della normalizzazione della guerra nella società, come ben evidenziato da quell’articolato progetto di diffusione della “cultura della difesa” che è stato più volte analizzato su queste pagine.
Chi conosce la storia è però perfettamente consapevole di come la preparazione di una società alla guerra e la costruzione di una logica amico/nemico – indispensabili per giustificare i conflitti “esterni” – abbiano come pendant la repressione del dissenso e la limitazione degli spazi di libertà e democrazia dei cittadini, cosa che negli ultimi mesi è evidente in un Paese che, come il nostro, è vittima di una gravissima deriva securitaria, sancita dalla recente entrata in vigore del Decreto Sicurezza. Gli strumenti della repressione si sono abbattuti su quanti hanno osato denunciare e contestare il genocidio in corso a Gaza, il ruolo e le complicità del nostro governo e la politica di riarmo tragicamente intrapresa dall’Unione Europea.
La città di Torino è stata negli ultimi mesi involontaria protagonista di una serie di episodi di censura, come nei casi dei convegni Nello specchio di Gaza e Russofobia, Russofilia, verità, ma anche di gravissimi casi di repressione delle proteste studentesche. Ben radicate nel movimento cittadino a sostegno della Palestina, esse sono cresciute attraverso una potente ondata di occupazioni (clicca qui) per poi essere colpite da aggressioni da parte dei militanti di Gioventù nazionale e dall’arresto di uno studente liceale – casualmente di origine marocchina – in occasione del No Meloni Day del 14 novembre.
É in questo quadro complesso che va analizzato il caso, gravissimo, di Mohamed Shahin, imam egiziano della moschea di via Saluzzo a Torino, raggiunto nei giorni scorsi da un decreto di espulsione firmato dal Ministro degli Interni Matteo Piantedosi su sollecitazione della deputata di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli. Repressione, islamofobia e sionismo rappresentano una sorta di “combinato disposto” nella cui rete è caduto un noto esponente della comunità musulmana cittadina, ben integrato nel quartiere multietnico di San Salvario e impegnato nel dialogo interreligioso.
L’accusa è di aver giustificato pubblicamente, durante la manifestazione cittadina del 9 ottobre convocata a sostegno della Global Sumud Flotilla, gli attacchi del 7 ottobre come atto di resistenza del popolo palestinese all’occupazione israeliana.
Questa posizione, condivisibile o no che sia (e teniamo a precisare che lo stesso Shahin è intervenuto più volte per contestualizzare e chiarire meglio le sue dichiarazioni) non giustifica il provvedimento adottato, che configura una grave violazione dei diritti umani.
Mentre scuola e società sono destinatarie di un progetto di progressiva irreggimentazione e disciplinamento, che vorrebbe mettere a tacere le capacità critiche delle nostre e dei nostri student3, è evidente nel caso di Shahin la criminalizzazione di un’opinione politica, in violazione degli articoli 3 e 21 della nostra Costituzione. É oggi moralmente doveroso prendere posizione contro la caccia alle streghe determinata dal clima politico frutto del Decreto Sicurezza e del DdL Gasparri, esplicitamente volti a circoscrivere la libertà di opinione tramite misure repressive che colpiscono chiunque esprima posizioni critiche del Governo e della vulgata mainstream.
Shahin è oggi detenuto, senza avere commesso alcun reato, nel CPR di Caltanissetta, a seguito della revoca del permesso di soggiorno di lungo periodo, motivata da ragioni di “ordine pubblico”. La perversione del sistema dei CPR è un’altra vergogna del sistema italico: poiché si viene internati nei CPR a seguito di un provvedimento amministrativo e senza passare attraverso il sistema giudiziario, si tratta di fatto di una condanna preventiva ai danni dei migranti. Il sistema dei CPR, che nella sua essenza viola i cardini dei sistemi liberali (separazione dei poteri, libertà di espressione, habeas corpus) è tra l’altro uno strumento di controllo drammaticamente analogo al fermo amministrativo adottato dallo Stato di Israele contro i palestinesi, che trascorrono anni nelle carceri senza un regolare processo, nella totale indifferenza delle cosiddette democrazie liberali, impegnate anzi a riproporre all’interno dei confini nazionali strumenti che ben poco hanno a che fare con la tutela dei diritti dell’uomo.
Su Shahin (i cui avvocati hanno presentato domanda di protezione internazionale) pende la minaccia di espulsione verso l’Egitto, paese responsabile di acclarate violazioni dei diritti umani nonché della morte di Giulio Regeni e della detenzione di Patrick Zaki. Siamo davanti all’ennesimo utilizzo dei decreti di espulsione per colpire attivisti politici e sociali, militanti di organizzazioni a tutela dei diritti umani, esponenti religiosi sovente rimpatriati in paesi nei quali i diritti civili sono letteralmente calpestati. A rendere ancora più inquietante la vicenda c’è il fatto che nel decreto di espulsione si legge che sarebbe in corso a carico dell’imam un procedimento penale successivo a una segnalazione della DIGOS dopo il discorso del 9 ottobre, che però archiviato dalla Procura, in quanto le parole contestate sono “espressione di pensiero che non integra estremi di reato” (https://www.unita.it/2025/12/04/caso-imam-shahin-ecco-le-domande-al-ministro-piantedosi/).
In favore dell’imam si è da subito vivacemente espressa la società civile torinese nelle sue diverse articolazioni, dalla Chiesa Valdese alla Chiesa Cattolica, per arrivare alle e agli student3. Ma proprio il movimento studentesco, protagonista nel giorno di sciopero del 28 novembre di una simbolica irruzione nella sede del quotidiano “La Stampa”, è stato immediatamente stigmatizzato e accusato di squadrismo, con l’ intento di colpire e delegittimare anche il CSOA Askatasuna – da sempre nel mirino della Procura torinese – al quale alcun3 militanti fanno riferimento. Dobbiamo però sottolineare che «se è legittimo criticare le forme della protesta che ha coinvolto il quotidiano torinese, non va dimenticato il contesto del dibattito, con condanne sproporzionate usate per criminalizzare il movimento per la Palestina» (https://jacobinitalia.it/lassalto-alla-stampa-e-la-guerra-informativa/).
Un ennesimo episodio di questa “guerra informativa” è l’incredibile nuovo episodio di censura preventiva denunciato dai professori Alessandro Barbero e Angelo d’Orsi, il cui intervento previsto per il 9 dicembre presso il Teatro Salesiano Valdocco (sold out dopo pochi giorni dall’annuncio) è stato sospeso in quanto giudicato dagli ospiti (che pure avevano avuto evidentemente modo di visionare il programma prima della stipula del contratto) non in linea “con la vita e le finalità” dei Salesiani, benché il titolo, “Democrazia in tempo di guerra”, tocchi temi di strettissima attualità che la stessa CEI ritiene di fondamentale importanza (https://www.chiesacattolica.it/nota-pastorale-educare-a-una-pace-disarmata-e-disarmante/).
Le ultime vicende torinesi sono sintomo eclatante dell’esacerbarsi di tendenze liberticide e belliciste e le portiamo all’attenzione delle lettrici e dei lettori perché l’impegno contro la militarizzazione è fondato sui valori, oggi sempre più minacciati, dell’antifascismo, dell’antifascismo e della democrazia, in difesa dei quali l’Osservatorio è nato e lavora.
Irene Carnazza e Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
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