L’incertezza al comandoQUELLO CHE GLI USA DI TRUMP FANNO E DICONO NON È SOLO ORRIBILE, MA QUASI SEMPRE
CONTRADDITTORIO. CERTO, GLI USA HANNO MENO POTERE GLOBALE DI UN TEMPO. MA È
ALTRETTANTO CERTO CHE NON È LA PRIMA VOLTA CHE ANNUNCI DI GUERRA O DI SVOLTE
GEOPOLITICHE SERVONO IN REALTÀ A MUOVERE I MERCATI. LA NOVITÀ ORA È CHE LA
CONTRADDIZIONE È DIVENTATA LA LEVA SISTEMATICA DI OSCILLAZIONE: L’INCERTEZZA È
PRODOTTA E SFRUTTATA IN TEMPO REALE PER FARE SOLDI. SCRIVE MASSIMO DE ANGELIS:
«IL PROBLEMA, ALLORA, NON È SOLO SMASCHERARE IL FAKE, MA CAPIRE COME SOTTRARSI,
ALMENO IN PARTE, A QUESTO CIRCUITO. E QUESTA È GIÀ UNA QUESTIONE POLITICA
CONCRETA: RICOSTRUIRE SPAZI DI VITA E COOPERAZIONE CHE NON SIANO CONTINUAMENTE
ESPOSTI A QUESTE OSCILLAZIONI, DOVE LA RIPRODUZIONE DELLA VITA POSSA
RIACQUISTARE UNA PROPRIA AUTONOMIA RISPETTO ALLA VOLATILITÀ DEL COMANDO…»
Sudario per Gaza al Mulino di comunità della Casa delle agricoltura di
Castiglione d’Otranto (maggio 2025). Da sette anni, in Salento c’è un mulino che
è al tempo stesso un luogo di ricerca e di condivisione, dove qualsiasi piccolo
produttore può utilizzare le macine a pietra, scambiare semi, proteggere grani
antichi, produrre farine bio a prezzi equi, sperimentare margini di autonomia –
come fanno su altri versanti anche le comunità energetiche, i Gruppi di acquisto
solidale, le Mag-Mutue di autogestione… – dentro un sistema che tende invece a
negarli
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In questi giorni Donald Trump sta sostenendo, allo stesso tempo, di aver già
vinto la guerra, di starla vincendo ora, di aver bisogno di aiuto per vincerla
e, insieme, di non aver bisogno di alcun aiuto. Tutto questo per distruggere un
programma nucleare che, a suo dire, aveva già distrutto l’anno scorso. A ciò
aggiunge che serve un deal, senza il quale la guerra non può finire, salvo poi
dichiarare che gli Stati Uniti potrebbero uscirne comunque tra poche settimane,
anche senza accordo. A ogni dichiarazione i mercati salgono o scendono. E il
sospetto è evidente: Trump ha trovato il meccanismo perfetto per fare soldi —
lui e la sua cricca — sapendo in anticipo cosa verrà detto alla prossima
conferenza stampa.
Non è la prima volta che annunci di guerra o di svolte geopolitiche muovono i
mercati — è successo molte volte nella storia — ma qui la novità è che la
contraddizione stessa del discorso diventa leva sistematica di oscillazione: una
forma di crisiscraft comunicativo in cui l’incertezza non è solo gestita, ma
prodotta e sfruttata in tempo reale.
E qui il punto si radicalizza: in un contesto del genere, ogni dichiarazione
tende a funzionare come fake, anche quando è “vera”. Non perché sia
necessariamente falsa in senso fattuale, ma perché il suo valore di verità è
subordinato alla sua funzione performativa nelle oscillazioni, diventa un
segnale più che un contenuto. In questo senso, la distinzione tra vero e falso
slitta verso un regime in cui, direbbe Michel Foucault, la verità è inseparabile
dai dispositivi di potere che la producono: non è ciò che corrisponde ai fatti,
ma ciò che opera efficacemente dentro un campo di forze. Qui la “fake news” non
è più l’eccezione patologica, ma la forma normale di un discorso che organizza
mercati, guerra e aspettative attraverso la gestione strategica dell’incertezza.
Valorizzazione, riproduzione e rischio sistemico
Il punto chiave è che questa gestione attiva dell’incertezza è una risorsa
sistemica per il capitale. Non solo perché consente agli insider di trarne
profitto, ma perché alimenta la volatilità — materia prima della finanza —
disciplina i comportamenti dal basso, e giustifica interventi eccezionali che
riallineano il sistema senza metterne in discussione le gerarchie. L’incertezza,
in questo senso, non è disfunzione: è strumento di governo.
Ma proprio qui emergono i rischi. Se ogni enunciato è insieme vero e falso a
seconda della sua funzione, la fiducia si deteriora. Gli attori — investitori,
imprese, governi, ma anche famiglie — smettono di reagire alle informazioni e
iniziano a reagire alla loro presunta manipolazione: gli investitori vendono per
paura che il segnale sia “gonfiato”, le imprese rinviano investimenti perché non
si fidano delle prospettive, i governi accumulano scorte o alzano barriere in
via precauzionale, le famiglie riducono i consumi o si indebitano in modo
difensivo. Si aprono così dinamiche di panico, fuga o paralisi.
La produzione di incertezza rischia allora di oltrepassare una soglia: da
strumento di regolazione diventa fattore di disintegrazione. In altre parole,
nel breve periodo ciò che alimenta la valorizzazione — soprattutto in alcuni
settori specifici come armamenti, energia (dove spesso si tratta di rendite
legate ai prezzi) e finanza — può trarre profitto dalla volatilità; ma nel
medio-lungo periodo questa stessa dinamica finisce per erodere le condizioni
della riproduzione, sia del capitale nel suo insieme (che richiede un minimo di
affidabilità per investire e coordinarsi), sia soprattutto della riproduzione
sociale, cioè la capacità concreta di organizzare e sostenere la vita.
E noi, dentro tutto questo, non siamo spettatori. Siamo corpi che assorbono e
metabolizzano queste oscillazioni: nei prezzi che paghiamo, nell’energia che
consumiamo, nelle scelte quotidiane che dobbiamo continuamente riadattare. La
volatilità che genera profitto in alto si traduce in instabilità della
riproduzione sociale in basso.
Ma c’è di più. In questo regime, diventiamo anche co-produttori involontari di
quel circuito: reagendo, condividendo, cercando di anticipare la prossima mossa,
adattandoci a segnali instabili. È così che il potere — ancora con Michel
Foucault — non si limita a imporre verità, ma organizza le condizioni in cui noi
stessi le produciamo e le facciamo circolare.
Il problema, allora, non è solo smascherare il “fake”, ma capire come sottrarsi
— almeno in parte — a questo circuito. E questa è già una questione politica
concreta: ricostruire spazi di vita e cooperazione che non siano continuamente
esposti a queste oscillazioni, dove la riproduzione della vita possa
riacquistare una propria autonomia rispetto alla volatilità del comando.
Una nuova normalità nella forma del comando?
A partire da queste dinamiche, si può leggere quella che appare come
“metodologia trumpiana” non semplicemente come uno stile personale, ma come un
possibile salto di soglia nel modo in cui il comando governa la variabilità del
sistema. Non si tratta più — o non solo — di ridurre l’incertezza per
stabilizzare, ma di produrla e modularla attivamente per orientare
comportamenti, aspettative e flussi di valore. In questo senso, la
contraddizione comunicativa non è rumore, ma strumento: una forma di crisiscraft
che opera direttamente sul terreno della valorizzazione e della coordinazione
sociale.
Questo apre una domanda decisiva: si tratta di una parentesi legata a una figura
specifica, o di una modalità destinata a sedimentarsi oltre e dopo Donald Trump
come tratto della governance capitalistica? La questione non è secondaria,
perché ciò che qui si intravede è un possibile spostamento del regime di
regolazione: da una legittimità fondata su coerenza, previsione e compromesso, a
una legittimità fondata sulla capacità di navigare — e produrre — instabilità.
In questo senso, per quanto distruttivo possa apparire, questo metodo possiede
una sua razionalità sistemica. Di fronte a contraddizioni sempre più difficili
da comporre in forma “progressista” — entro i vincoli stessi dell’accumulazione
capitalistica — come le diseguaglianze globali, la crisi ecologica e la
saturazione dei circuiti di valorizzazione, la produzione e gestione
dell’incertezza diventa una modalità di governo della complessità eccedente. Ma
proprio qui sta il limite di questa razionalità: nel momento in cui l’incertezza
diventa principio ordinatore, cresce il rischio che il sistema perda la capacità
di coordinarsi e riprodursi su basi stabili. È una strategia che può funzionare
come adattamento alla crisi, ma che tende anche ad approfondirla, spingendo
sempre più oltre la soglia tra regolazione e disintegrazione.
Resta allora aperta la domanda — che è insieme analitica e politica — se questo
passaggio rappresenti una fase transitoria o l’emergere di una nuova normalità
del comando, in cui la gestione attiva della crisi e della variabilità diventa
il modo ordinario di governare il capitalismo contemporaneo a fronte delle
profonde crisi della riproduzione sociale che il capitalismo, in quanto tale,
non può risolvere. In questo senso, la domanda su Trump — se rappresenti
un’eccezione o un anticipo — torna a essere immediatamente pratica. Se questa
modalità di governo dell’incertezza tende a sedimentarsi come nuova normalità
del comando, allora la questione non è solo interpretarla, ma disinnescarne gli
effetti sulla vita quotidiana. Non si tratta di uscire dall’incertezza in
astratto, ma di riconfigurare i circuiti della riproduzione in modo che non
siano integralmente esposti alla sua manipolazione: ridurre la dipendenza dai
segnali instabili del mercato, rafforzare forme di cooperazione che non
reagiscono in tempo reale alle oscillazioni del comando, costruire spazi in cui
il valore della vita non sia continuamente tradotto in volatilità. È qui che la
critica del fake incontra il terreno del commoning: non come rifugio, ma come
pratica attiva di sottrazione e ricomposizione, capace di riaprire margini di
autonomia dentro un sistema che tende invece a chiuderli.
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