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Anche Italia Nostra al TAR contro il progetto di Cala Finanza
una battaglia per il paesaggio sardo e per il rispetto del Piano Paesaggistico Italia Nostra scende ufficialmente in campo nella battaglia legale e ambientale di Cala Finanza. Come già anticipato, l’Associazione interverrà ad adiuvandum nel ricorso presentato presso il TAR Sardegna dalla Regione Sarda contro la Presidenza del Consiglio dei Ministri e la Struttura di Missione ZES. L’azione legale di Italia Nostra tende verso un pronunciamento del TAR sull’illegittimità dell’Autorizzazione Unica n. 74 del 6 febbraio 2026, rilasciata per la variante urbanistica e la riconversione di strutture esistenti in località Cala Finanza, nel Comune di Loiri Porto San Paolo. La procura speciale è stata conferita all’avvocato Manuela Tedde del foro di Sassari, che formalizzerà a breve la costituzione in giudizio. Italia Nostra condivide e sposa appieno la strategia giudiziaria adottata dai legali della Regione Sardegna. Nonostante il dietrofront del Governo e la revoca del provvedimento autorizzativo, la richiesta di un pronunciamento nel merito da parte del TAR è la strada corretta. L’obiettivo dell’Associazione, all’unisono con le altre sigle ambientaliste già costituite, è rendere l’azione legale ancora più incisiva. La posta in gioco supera i confini di Cala Finanza e della stessa Sardegna: investe l’intero territorio del meridione d’Italia e l’ordinamento costituzionale. Nata a livello internazionale per attrarre capitali in aree portuali e industriali depresse, la normativa sulle ZES (Zone Economiche Speciali) ha subito attraverso i passaggi parlamentari italiani una singolare metamorfosi traducendosi in un devastante strumento di deregolamentazione e saccheggio dei territori. Italia Nostra denuncia con fermezza all’opinione pubblica il tentativo in atto di scardinare l’armatura normativa posta a tutela del patrimonio culturale e ambientale, eludendo competenze e tutele sancite dal PPR, dal Codice dei BB.CC. e dallo Statute Speciale per perseguire meri obiettivi speculativi. Nel caso di Loiri Porto San Paolo, il Coordinatore della ZES, alla stregua di un novello satrapo, ha agito ignorando pareri, calpestando competenze ed emanando una delibera autorizzativa che ricalca la celebre e arrogante espressione del Marchese del Grillo e su cui, per il resto, putor vetat. Ciò che indigna profondamente è che la privatizzazione e lo sfregio paesaggistico di un sito costiero di altissimo pregio vengano spacciati come trasformazioni in “lusso e natura” (parole di CEO!), il tutto facilitato con i soldi dei contribuenti. Una vera manna per le nuove frontiere delle speculazione. La normativa ZES, se applicata in questo modo selvaggio, agisce come un cancro che rischia di mandare in metastasi l’intero territorio nazionale. Il popolo sardo – già mobilitato dall’esperienza contro la speculazione sulle energie rinnovabili – ha compreso perfettamente il pericolo, rispondendo con la straordinaria mobilitazione dello scorso 1° luglio. Una reazione netta, a differenza di altre Regioni italiane che si sono fatte passare sotto il naso un boccone mefitico, illuse dalle promesse di investimenti. Timeo Danaos et dona ferentes: un monito per quegli amministratori locali che ripongono una fiducia cieca in un capitale non avvezzo al rispetto delle regole territoriali. Italia Nostra promuove questa azione legale per impedire che uno strumento di promozione economica si trasformi nell’ennesimo scempio del territorio isolano. L’obiettivo è ottenere un pronunciamento nel merito da parte del TAR Sardegna, che risulterà importante anche per analoghi fatti avvenuti in altre Regioni, sollecitando eventualmente i giudici amministrativi a sollevare in via incidentale la questione di legittimità costituzionale della normativa ZES dinanzi alla Consulta, laddove si ravvisi il contrasto con le diverse normative regionali e in particolare con lo Statuto Speciale sardo e l’armatura costituzionale di tutela del paesaggio. Solo bloccando questa falla nel nostro ordinamento si potrà impedire una catastrofe nazionale. Italia Nostra, che ha già fatto sentire la propria voce in Puglia e che continuerà a vigilare su ogni fronte nazionale, prosegue il suo impegno in Sardegna a difesa degli interessi collettivi e dei valori storici e ambientali sanciti nel proprio statuto sin dalla fondazione. L’iniziativa odierna si inserisce nel solco delle storiche battaglie condotte dall’Associazione per la salvaguardia dei beni culturali e del paesaggio. Al centro di questa mobilitazione vi è il Piano Paesaggistico Regionale, strumento cardine contro le numerose speculazioni che affliggono l’isola. Eppure, dopo oltre vent’anni dalla sua approvazione, il Piano rimane sistematicamente disatteso, sostanzialmente inapplicato e costantemente esposto a reiterati tentativi di revisione, tutti volti a svuotarne la portata e a minare le fondamenta stesse delle tutele del nostro territorio. Comunicato di Italia Nostra Redazione Cagliari
July 13, 2026
Pressenza
Accordo ASPAL – Esercito: un altro passo del graduale aumento degli arruolamenti in Sardegna… E la call to action per impedirlo
È di ieri la call to action del Comitato per la smilitarizzazione della Sardegna di inviare una mail all’Assessora Manca e a tutta la Giunta Regionale sarda perché ritirino immediatamente l’accordo tra ASPAL e il Comando Militare Esercito Sardegna. Questa è una prima risposta della collettività sarda all’accordo del 17 giugno che prevede una strutturale collaborazione tra l’ASPAL (Agenzia Sarda per le Politiche Attive del Lavoro) ed Esercito Italiano. La giunta regionale infatti ha firmato, in contraddizione con quanto programmato in sede elettorale, affinché il 2027 sia all’insegna della promozione delle carriere militari. Si tratta di un passo del tutto in linea con la strategia di aumento degli organici degli eserciti di vari paesi europei: uno delle strategie infatti è arrivarci attraverso l’incremento degli arruolamenti volontari. Come? Con incentivi e propaganda, meglio se nelle scuole. Per esempio, si legge nell’accordo dell’ASPAL di una «collaborazione istituzionale gratuita per promuovere e disseminare le opportunità di carriera nell’Esercito italiano attraverso azioni di orientamento e animazione territoriale rivolte a cittadini disoccupati, giovani in uscita dai percorsi scolastici / formativi, e volontari congedati senza demerito dalle Forze Armate». E ancora, si parla di «co-progettazione di attività di orientamento e animazione territoriale anche con il coinvolgimento di Enti locali, Scuole e Università». Rimandiamo al nostro precedente articolo per più dettagli. Ma quanto accade in Sardegna non riguarda solo la Sardegna… Il resto del continente è coinvolto. Se letto nell’ottica della deriva bellicista in Italia e in Europa, possiamo ipotizzare in questo tipo di accordo una forma di sperimentazione, un “progetto pilota” che presto potrebbe ritrovarsi rideclinato in altre regioni d’Italia. Come Osservatorio, possiamo contribuire con due riflessioni. La prima è che da un recente confronto con realtà francesi, siamo venute a conoscenza di come anche là il loro Ministero della Difesa utilizzi da anni particolari territori come terreno di sperimentazione per politiche di militarizzazione e arruolamento da poi estendere a livello nazionale. Uno di essi è la provincia di Seine-Saint-Denis, nell’Île-de-France, dove le campagne dell’esercito francese si strutturano ad hoc per una popolazione con forte background migratorio, meno risorse economiche e scarsità di opportunità lavorative. Non a caso realtà di insegnanti francesi analoghe all‘Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sono presenti proprio a Saint-Denis. La seconda osservazione parte dalla richiesta di aumento di 40.000 soldati entro il 2033, avanzata da Crosetto lo scorso 8 giugno in uno schema di ddl per la riforma del codice dell’ordinamento militare insieme a molte altre misure particolarmente preoccupanti e che avranno pesanti ricadute anche sulle scuole. Crosetto indica (a livello nazionale) di «introdurre strumenti volti ad agevolare il ricollocamento professionale del personale militare in servizio permanente e in ferma prefissata nel settore privato, nonché nella pubblica amministrazione, prevedendo istituti di mobilità tra Ministeri, analoghi a quelli applicabili al personale civile, rafforzando le agevolazioni nell’accesso ai concorsi pubblici e disciplinando, altresì, misure specifiche per l’accesso al trattamento pensionistico». Insomma, incentivi economici e agevolazioni a trovare, dopo il servizio militare, lavoro nel settore pubblico sono solo due degli strumenti già annunciati da Crosetto per chi accetterà di diventare soldato. Due misure che si ritrovano precisamente nell’accordo di ASPAL. Riportiamo quindi, per opportuna conoscenza di tutte e tutti coloro che seguono l’Osservatorio, l’appello del Comitato per la smilitarizzazione della Sardegna a scrivere in massa alla giunta regionale sarda. > «Questo accordo è una vergogna perché è l’ammissione che l’unica idea che la > Regione riesce a mettere in campo per affrontare il problema della > disoccupazione sia proporre ai nostri giovani e alle nostre giovani > l’arruolamento. E ciò in perfetta continuità con anni e anni di propaganda > militarista nelle scuole, piu volte segnalata dell’Osservatorio contro la > militarizzazione delle scuole e delle università. > > Manda subito una email dal sito: https://stopaccordoaspal.watermelonapps.com» > > Da lì il sito rimanda a una mail modificabile in cui si chiede con fermezza > l’immediata interruzione dell’accordo tra ASPAL ed Esercito e di non siglare > accordi analoghi con altre forze armate… Un altro modo per praticare > un’obiezione di coscienza totale e collettiva. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Killer israeliani “in vacanza” vandalizzano Cagliari
Da Cagliari arrivano notizie di inaudita gravità sulle vacanze dei sionisti genocidari in Italia. Nei giorni scorsi, al Parco di Monte Claro, è stata gravemente danneggiata la targa che ricorda le vittime dell’eccidio di Sabra e Shatila: più di 3000 palestinesi, in gran parte donne, anziani e bambini, martirizzate a […] L'articolo Killer israeliani “in vacanza” vandalizzano Cagliari su Contropiano.
July 9, 2026
Contropiano
“Fuori rotta. Indagine sul sistema di abbandono e isolamento da Trieste alla Sardegna”
Le associazioni No Name Kitchen e il Consorzio Italiano di Solidarietà pubblicano un report 1che analizza il sistema dei trasferimenti tra Trieste e la Sardegna e le condizioni di alcuni CAS nel territorio sardo. Trieste, città sul confine tra Italia e Slovenia, rappresenta uno snodo centrale lungo la cosiddetta Rotta Balcanica. Negli anni, la città è diventata uno dei principali punti di accesso al territorio italiano per persone in movimento in arrivo dalla rotta. La gestione degli arrivi si inserisce in un contesto caratterizzato da cronica insufficienza dei posti in accoglienza, tempi prolungati di registrazione delle domande di asilo in Questura e frequenti trasferimenti verso altre regioni italiane. Tra febbraio e settembre 2025, circa l’85% dei richiedenti asilo trasferiti dopo l’ingresso nel sistema di accoglienza triestino è stato destinato alla Sardegna. Tale dato sembra indicare l’esistenza di una strategia di gestione programmata e di un canale di redistribuzione consolidato tra i due territori. I TRASFERIMENTI TRA TRIESTE E LA SARDEGNA E LE CONDIZIONI DEL SISTEMA DI ACCOGLIENZA SARDO La Sardegna, chiamata “Jazeera” dai richiedenti asilo, dall’arabo “isola”, è diventata nei mesi una delle destinazioni più temute dai richiedenti asilo. I centri di accoglienza sardi sono infatti spesso situati in aree geograficamente isolate, rendendo ancora più complesso l’inserimento in reti sociali, territoriali e nel mercato lavorativo, acuendo il senso di abbandono nei richiedenti asilo. In questo contesto, gli ospiti rimangono bloccati in strutture periferiche in attesa del rilascio dei documenti, una procedura che può protrarsi da alcuni mesi fino a diversi anni. I richiedenti cadono in un limbo di attesa, subendo un processo di passivizzazione, dopo essere stati sradicati da contesti in cui avevano iniziato a costruire una rete di supporto, come più volte è successo a Trieste. Le criticità del sistema di accoglienza in Sardegna sono emerse in modo ricorrente dalle denunce delle persone trasferite, raccolte dagli operatori presenti a Trieste. È proprio a partire da queste segnalazioni che, nell’ottobre 2025, un gruppo di ricerca composto da tre persone ha svolto una missione in Sardegna per verificare le condizioni riportate. Grazie alle visite di diversi CAS, alle interviste e ai focus group svolti con richiedenti asilo accolti sull’isola, sono emerse una serie di problematiche legate alla lentezza del rilascio dei documenti, alle condizioni dei centri, con particolare riferimento alla tutela legale, medica e sanitaria, e alle difficoltà di inserimento lavorativo, che spesso spingono ad accettare condizioni di lavoro irregolari, soprattutto nel settore agricolo. Emerge con chiarezza un meccanismo di redistribuzione dei richiedenti asilo tanto semplice quanto efficace. A fronte degli obblighi internazionali di accoglienza, dai quali lo Stato non può sottrarsi, viene istituzionalizzato un sistema di trasferimenti e ricollocazioni che, pur garantendo formalmente l’accesso all’accoglienza, produce spesso effetti di marginalizzazione sulle persone coinvolte. L’allontanamento dai luoghi di arrivo e dalle reti sociali costruite durante il percorso migratorio interrompe in alcuni casi percorsi di inserimento già avviati. In molti casi, questi trasferimenti finiscono per incentivare l’abbandono dei centri di accoglienza o spingono a vivere in condizioni non accettabili, alimentando precarietà, vulnerabilità e, talvolta, irregolarità. FUORI ROTTA: LA MARGINALIZZAZIONE DEI RICHIEDENTI ASILO > Qui abbiamo pensato di diventare pazzi. Con questa frase il team di ricerca è stato accolto da un ragazzo trasferito da Trieste in un campo di accoglienza sardo, isolato nella campagna. Ciò che emerge con forza è il profondo senso di abbandono e stallo vissuto quotidianamente dai richiedenti asilo. Il report evidenzia con chiarezza la volontà di marginalizzare persone in movimento e richiedenti asilo. Sradicare le persone dai contesti e collocarle ai margini del territorio nazionale provoca spesso un’ulteriore precarizzazione delle condizioni di vita degli accolti. Esistono eccezioni, ma la realtà del sistema di accoglienza porta a un’oggettificazione e a una disumanizzazione del richiedente asilo. “Makes you also wonder about the welcoming system or reception system. Are they really just about beds or are they actually welcoming people? Not turning them into numbers and keeping them away in camps far far away from cities, making them numbers even literally when you have to sign in and out with a number not even with your name”. Queste le parole che dovremmo tutti tenere a mente, pronunciate da un attivista di No Name Kitchen un anno fa, in occasione di una giornata organizzata per ricordare lo sgombero del Silos avvenuto a Trieste il 21 giugno 2024. Notizie/A proposito di Accoglienza TRIESTE. UN CONTRO-EVENTO ARTISTICO E POLITICO RIACCENDE LA MEMORIA DEL SILOS Spazio pubblico, arte e memoria si intrecciano per contrastare l'oblio e riaffermare diritti negati Arianna Locatelli 8 Agosto 2025 Quando si parla di viaggi migratori, si evocano di solito le frontiere balcaniche, il Mar Mediterraneo, le violenze delle polizie di frontiera, il gelo delle foreste o il caldo torrido del deserto. Eppure, sappiamo bene che il viaggio non finisce una volta messo piede sul territorio italiano, francese o tedesco. Perché a quel punto si apre una seconda fase: lo scontro quotidiano con un sistema d’asilo respingente, con la minaccia costante del Regolamento Dublino, con le frontiere interne alla società, con una lingua sconosciuta, con un sistema di accoglienza che riduce l’individualità alla collettività, trasformando le persone in numeri. A molti, essere trasferiti in Sardegna potrà non sembrare la cosa peggiore che possa accadere lungo una rotta migratoria. Ma attraversando l’entroterra sardo, visitando centri raggiungibili solo percorrendo stradine sterrate, si comprendono le parole di A., che guardandoci ha detto: «Qui abbiamo pensato di diventare pazzi». Il sistema di accoglienza non dovrebbe limitarsi a fornire un posto letto. Dovrebbe costruire percorsi di inserimento territoriale, garantire rispetto del singolo, tutelare le fragilità. Dovrebbe radicare, non isolare; costruire, non distruggere sistematicamente le reti sociali che le persone in movimento cercano di creare con fatica. Non si può pensare che fornire un letto sia l’obiettivo ultimo. Perché la disumanità inizia nel momento in cui non si riconoscono più le persone che si hanno davanti come tali, ma come numeri, spostati di centro in centro, abbandonati in un CAS isolato, lontano da tutto e da tutti. Anche alla luce dei recenti avvenimenti, occorre aprire una riflessione sul sistema di accoglienza italiano, facendo emergere le responsabilità istituzionali di un sistema che rende estremamente difficile il percorso di regolarizzazione dei richiedenti. 1. NNK – No Name Kitchen (2026), Fuori Rotta ↩︎
Cala Finanza ,proteste contro il resort di lusso
Nelle scorse settimane Cala Finanza, un tratto di costa della Gallura di fronte all’isola di Tavolara in Sardegna, è stata al centro della mobilitazione del basso che si è opposta al progetto cosiddetto “Tavolara Bay”. Un progetto promosso dalla società italo-brasiliana Tavolara Bay srl, che prevedeva la realizzazione di un glamping/mega resort di lusso all’interno di un’area naturale protetta. Il progetto aveva inizialmente ottenuto il via libera attraverso la procedura straordinaria della detta ZES Unica, una procedura accelerata che consente di scavalcare gli strumenti di tutela ambientale e paesaggistica. Da qui è nata una mobilitazione molto ampia ed eterogenea culminata nella mobilitazione del primo luglio proprio a Cala Finanza. Pochi giorni fa poi, il Consiglio comunale di Porto San Paolo ha revocato la delibera che aveva aperto la strada al progetto ed è stata ritirata l’Autorizzazione Unica. Ne parliamo con una compagna da Cagliari che ha attraversato la mobilitazione.
Cala Finanza ,proteste contro il resort di lusso
Nelle scorse settimane Cala Finanza, un tratto di costa della Gallura di fronte all’isola di Tavolara in Sardegna, è stata al centro della mobilitazione del basso che si è opposta al progetto cosiddetto “Tavolara Bay”. Un progetto promosso dalla società italo-brasiliana Tavolara Bay srl, che prevedeva la realizzazione di un glamping/mega resort di lusso all’interno di un’area naturale protetta. Il progetto aveva inizialmente ottenuto il via libera attraverso la procedura straordinaria della detta ZES Unica, una procedura accelerata che consente di scavalcare gli strumenti di tutela ambientale e paesaggistica. Da qui è nata una mobilitazione molto ampia ed eterogenea culminata nella mobilitazione del primo luglio proprio a Cala Finanza. Pochi giorni fa poi, il Consiglio comunale di Porto San Paolo ha revocato la delibera che aveva aperto la strada al progetto ed è stata ritirata l’Autorizzazione Unica. Ne parliamo con una compagna da Cagliari che ha attraversato la mobilitazione.
July 6, 2026
Radio Blackout
Cagliari: attivazione dei nuovi reparti RWM? Ancora NO dalle associazioni pacifiste
Il 27 maggio 2026 davanti al TAR Sardegna in piazza del Carmine a Cagliari, c’è stato un folto e variegato sit in occasione della Camera di consiglio che doveva pronunciarsi sulla richiesta di sospensiva presentata da varie associazioni ambientaliste, sindacali, pacifiste contro l’apertura dei nuovi reparti RWM (fabbrica di materiale bellico nel Sulcis Iglesiente) stabilita per decreto dal commissario ad acta Orsola Reillo, di nomina governativa. Il TAR ha affermato la validità del ricorso delle associazioni, patrocinato dallo studio legale Pubusa, ma il pronunciamento sulla sospensiva non c’è stato perché si è stabilito che comunque mancano, per l’apertura dei nuovi reparti, alcuni indispensabili elementi, tra cui l’attestazione dei vigili del fuoco, il parere della Soprintendenza, e vari permessi edilizi a carico delle amministrazioni comunali. Il TAR andrà pertanto direttamente al pronunciamento sul merito della legittimità dell’apertura dei nuovi reparti nella seduta del 14 gennaio 2027. La Regione, che si era fatta commissariare per aver lasciato scadere i termini entro cui doveva pronunciarsi, adducendo il motivo di dover approfondire alcune questioni di carattere ambientale, in occasione di questo ricorso, tramite la sua avvocatura, si è schierata nettamente contro le associazioni che hanno chiesto la sospensiva, posizionandosi in favore della RWM e del suo studio di VIA (Valutazione di impatto ambientale), relativo ai soli nuovi reparti di produzione e al campo prove, poligono per testare esplosivi – anziché a tutte le strutture edilizie realizzate e al complesso dell’impianto industriale. Per le associazioni ambientaliste e antimilitariste, in primis Italia Nostra Sardegna, continua la battaglia civile e legale contro l’ampliamento della fabbrica di bombe RWM che triplicherebbe la produzione di ordigni di morte – tra cui le bombe MK e i droni killer su progetto dell’israeliana U-Vision, e trascinerebbe la boccheggiante realtà industriale del Sulcis Iglesiente verso il settore bellico. Il partecipato presidio davanti al TAR rivela ancora una volta che la preoccupazione non coinvolge solo le associazioni firmatarie del ricorso (Italia Nostra, A Foras, USB Sardegna, Comitato Riconversione RWM, Assotziu Consumadoris Sardigna, MovimentoNonviolentoSardegna), di cui alleghiamo il comunicato stampa, ma un vasto schieramento di gruppi e comitati di tutta la società civile: Cagliari Socialforum, Campagna Stop RWM, Cobas scuola Cagliari, Emergency, Warfree – Liberu dae sa gherra, Comitato nazionale sardo per la pace, Rifondazione comunista e altri, a cui si aggiunge l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Com.Stampa_CameraDiConsiglio_TAR-RWM_27-5-2026_SitInDownload Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
July 6, 2026
Pressenza
Cagliari: attivazione dei nuovi reparti RWM? Ancora NO dalle associazioni pacifiste!
Il 27 maggio 2026 davanti al TAR Sardegna in piazza del Carmine a Cagliari, c’è stato un folto e variegato sit in occasione della Camera di consiglio che doveva pronunciarsi sulla richiesta di sospensiva presentata da varie associazioni ambientaliste, sindacali, pacifiste contro l’apertura dei nuovi reparti RWM (fabbrica di materiale bellico nel Sulcis Iglesiente) stabilita per decreto dal commissario ad acta Orsola Reillo, di nomina governativa. Il TAR ha affermato la validità del ricorso delle associazioni, patrocinato dallo studio legale Pubusa, ma il pronunciamento sulla sospensiva non c’è stato perché si è stabilito che comunque mancano, per l’apertura dei nuovi reparti, alcuni indispensabili elementi, tra cui l’attestazione dei vigili del fuoco, il parere della Soprintendenza, e vari permessi edilizi a carico delle amministrazioni comunali. Il TAR andrà pertanto direttamente al pronunciamento sul merito della legittimità dell’apertura dei nuovi reparti nella seduta del 14 gennaio 2027. La Regione, che si era fatta commissariare per aver lasciato scadere i termini entro cui doveva pronunciarsi, adducendo il motivo di dover approfondire alcune questioni di carattere ambientale, in occasione di questo ricorso, tramite la sua avvocatura, si è schierata nettamente contro le associazioni che hanno chiesto la sospensiva, posizionandosi in favore della RWM e del suo studio di VIA (Valutazione di impatto ambientale), relativo ai soli nuovi reparti di produzione e al campo prove, poligono per testare esplosivi – anziché a tutte le strutture edilizie realizzate e al complesso dell’impianto industriale. Per le associazioni ambientaliste e antimilitariste, in primis Italia Nostra Sardegna, continua la battaglia civile e legale contro l’ampliamento della fabbrica di bombe RWM che triplicherebbe la produzione di ordigni di morte – tra cui le bombe MK e i droni killer su progetto dell’israeliana U-Vision, e trascinerebbe la boccheggiante realtà industriale del Sulcis Iglesiente verso il settore bellico. Il partecipato presidio davanti al TAR rivela ancora una volta che la preoccupazione non coinvolge solo le associazioni firmatarie del ricorso (Italia Nostra, A Foras, USB Sardegna, Comitato Riconversione RWM, Assotziu Consumadoris Sardigna, MovimentoNonviolentoSardegna), di cui alleghiamo il comunicato stampa, ma un vasto schieramento di gruppi e comitati di tutta la società civile: Cagliari Socialforum, Campagna Stop RWM, Cobas scuola Cagliari, Emergency, Warfree – Liberu dae sa gherra, Comitato nazionale sardo per la pace, Rifondazione comunista e altri, a cui si aggiunge l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Com.Stampa_CameraDiConsiglio_TAR-RWM_27-5-2026_SitInDownload Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Cagliari -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Quando si arriva davvero?
A Trieste si aspetta per entrare in Questura. Si aspetta per formalizzare la domanda di asilo. Si aspetta per un posto in accoglienza 1. E poi si aspetta ancora, spesso lontano centinaia di chilometri, in centri isolati dove il tempo si dilata e i diritti si assottigliano. Come documenta il report Fuori Rotta di No Name Kitchen, dalla frontiera nord-orientale alla Sardegna il percorso della protezione internazionale si rivela come una macchina di dispersione che prolunga l’incertezza e produce nuove forme di esclusione. Sono le sette del mattino, piove e davanti alla questura di Trieste c’è già una fila infinita da almeno un’ora. Saranno una cinquantina di uomini, con i volti stanchi, che cercano di ripararsi dalla pioggia. Verso le 8:30 escono due poliziotti, una donna e un uomo. La poliziotta alza la voce e urla: “Passport!”. Tutti si guardano tra loro; timidamente qualcuno prova a mostrare il proprio passaporto, sapendo benissimo che ormai è scaduto e non vale nulla. Subito dopo urla: “Afghanistan”. Improvvisamente una ventina di uomini alza la mano. Li conta, poi continua: “Pakistan”, e va avanti così, finché, senza alcun criterio apparente, ne sceglie due o tre per nazionalità. Tutti gli altri possono andarsene. A casa, o meglio, in strada, dove vivono. Approfondimenti LA ROTTA BALCANICA: L’ISTITUZIONALIZZAZIONE DELLA VIOLENZA NELLA GOVERNANCE EUROPEA DELLE FRONTIERE Quando la deterrenza diventa metodo Camilla Della Vida 10 Giugno 2026 Oggi però è una buona giornata per Y., che dopo essersi presentato ogni giorno per un mese davanti alla questura viene finalmente scelto. Con un sorriso a 32 denti si mette in fila con le altre quattordici persone selezionate. Lo salutiamo e ce ne andiamo insieme agli altri. Più tardi, nel pomeriggio, rivediamo Y., ma non è più felice come qualche ora prima: è arrabbiato, giù di morale, e vuole raccontarci cosa è successo. Decidiamo quindi di intervistarlo per capire meglio come funziona il sistema di accoglienza e la richiesta di asilo qui in Italia. Gli chiedo perché ha deciso di lasciare il Pakistan per affrontare un viaggio così lungo e faticoso. Mi risponde che pensava di essere più al sicuro, e che, come molti altri, sognava un futuro migliore, con più possibilità. Il suo sogno è sempre stata l’Italia. Molti ragazzi come lui provano a chiedere asilo in Turchia o in Grecia, ma spesso finiscono deportati nei loro paesi di origine o detenuti in condizioni difficili. “Almeno qui ti danno la speranza di ottenere l’asilo”, dice. O almeno, così sembra. Y. è stato chiamato due volte dalla polizia in un mese per mettersi in fila. La procedura è sempre la stessa: tre mediatori culturali che traducono in modo impreciso e tre poliziotti che, mentre fanno domande sui suoi spostamenti, controllano il telefono, chat private di WhatsApp, galleria, cronologia di Google e Google Maps. Entrambe le volte gli è stato detto di andare a Gorizia, perché sarebbe quella la prima città italiana in cui è entrato dalla Slovenia. Gli spiego che non dovrebbe funzionare così: può richiedere asilo dove vuole e, in teoria, non dovrebbero volerci più di tre giorni per rilevare le impronte e inserirlo nel sistema d’accoglienza. Y., racconta di avere un amico all’Aquila e che lì il sistema funziona meglio. “Lì almeno i computer della questura funzionano”, dice ridendo. Gli passo un bicchiere di Chai, perché so che sto per fargli una domanda difficile. Gli chiedo se si è pentito della sua scelta di partire per l’Italia. Mi risponde di sì: potesse tornare indietro, non lo rifarebbe. Arriva persino a dire che, se la situazione non cambia, preferirebbe essere deportato in Pakistan. > Conclude dicendo: “I’d rather die in my country than sleep one more night > here.” Immaginate di camminare per mesi, attraversare il deserto e le foreste, scappare dalla polizia di confine, per poi arrivare a destinazione e non trovare alcun tipo di accoglienza: nessun posto dove dormire, nessun pasto caldo. A Trieste, uno dei principali punti di arrivo della rotta balcanica, l’accesso alla procedura di asilo può richiedere settimane. Y. non è l’unico in questa situazione. Secondo i dati raccolti da NNK (No Name Kitchen) e altre associazioni che lavorano con i migranti a Trieste, tra le 70 e le 140 persone richiedenti asilo si presentano ogni giorno presso la questura di Trieste nei quattro giorni di apertura dell’Ufficio immigrazione. Di queste, solo una dozzina riesce ad accedere fisicamente all’ufficio; tuttavia, spesso circa la metà non riesce a formalizzare la domanda di asilo neppure dopo l’ingresso 2. Le difficoltà non si esauriscono all’accesso alla procedura di asilo. Anzi, per molte persone rappresentano soltanto l’inizio di un nuovo percorso di incertezza. Come emerge dal report Fuori Rotta, pubblicato da No Name Kitchen nell’aprile 2026 3, dopo la formalizzazione della domanda di protezione internazionale molti richiedenti asilo vengono trasferiti dalla frontiera nord-orientale verso altre regioni italiane, con la Sardegna che rappresenta una delle destinazioni più frequenti. In teoria, una volta presentata la domanda, chi non dispone di risorse economiche dovrebbe essere inserito nel sistema di accoglienza. Nella pratica, però, la pressione esercitata dai continui arrivi nelle aree di confine porta le autorità a redistribuire rapidamente le persone verso strutture situate in altre parti del Paese, spesso molto lontane dal luogo in cui avevano iniziato il proprio percorso. Approfondimenti LA QUESTURA DI TRIESTE OSTACOLA L’ACCESSO ALLA PROCEDURA D’ASILO La denuncia nel rapporto «Accesso Negato» 29 Dicembre 2025 La comunicazione del trasferimento arriva generalmente con pochissimo preavviso. Ai richiedenti viene notificato che il mattino successivo dovranno lasciare il centro di accoglienza per raggiungere, in pullman, il porto di Livorno e da lì imbarcarsi verso la Sardegna. Sebbene, il provvedimento preveda formalmente la possibilità di presentare osservazioni o opporsi alla decisione, i tempi estremamente ridotti e la documentazione disponibile esclusivamente in italiano rendono questo diritto, nella maggior parte dei casi, puramente teorico. Una volta arrivati sull’isola, le persone vengono sottoposte a un rapido controllo sanitario prima di essere assegnate ai rispettivi centri di accoglienza. La Sardegna è bella, sì, ma se ci vai in vacanza, non se ci arrivi per aspettare, senza sapere per quanto tempo, la convocazione davanti alla Commissione territoriale. Qui l’isolamento non è soltanto geografico. Molti centri sorgono lontano dai principali centri abitati, sono difficili da raggiungere con i mezzi pubblici e offrono poche possibilità di costruire relazioni, trovare un lavoro o iniziare un reale percorso di integrazione. L’isolamento, però, è solo una parte del problema. Le testimonianze raccolte nel report raccontano di pasti spesso insufficienti o di qualità così scarsa da spingere molti residenti a organizzarsi autonomamente per cucinare insieme, di nascosto, in una khandwala (una casa abbandonata, in pashto) trasformando un gesto quotidiano in una forma di resistenza alle regole imposte dal centro. Anche le condizioni materiali destano preoccupazione. Le persone intervistate descrivono problemi legati all’igiene degli ambienti, alla manutenzione delle strutture e all’accesso ai servizi sanitari. A questo si aggiungono frequenti episodi di sfruttamento lavorativo: molti trovano impiego nel settore agricolo stagionale, dove vengono riferiti turni di dieci o dodici ore per retribuzioni comprese tra i quattro e i cinque euro all’ora. Il risultato è una forma di violenza che raramente lascia segni visibili ma che incide profondamente sulla vita quotidiana. L’attesa si trasforma in sospensione, l’isolamento geografico diventa isolamento sociale e psicologico, e l’assenza di prospettive alimenta un progressivo senso di abbandono. Dormire finisce per diventare uno dei pochi modi per far scorrere il tempo, mentre la speranza si consuma lentamente. Alla fine, la domanda che attraversa tutto questo percorso resta la stessa: quando si arriva davvero? Non dopo tutti i chilometri fatti. Non dopo tutti i confini superati. Non dopo settimane passate davanti alla Questura. Non dopo la domanda di asilo. Non dopo il trasferimento in un centro di accoglienza. Per molte persone in movimento l’arrivo continua a essere rimandato, trasformando la protezione internazionale in un’attesa senza fine. 1. Su questo argomento leggi gli articoli del gruppo KhandwAlarm: Trieste, gli sgomberi che non risolvono nulla; La stretta su piazza della Libertà: militarizzazione e recinzione contro un presidio di solidarietà ↩︎ 2. ICS – Consorzio Italiano di Solidarietà – Ufficio Rifugiati Onlus (2025), Accesso negato – Trieste ↩︎ 3. NNK – No Name Kitchen (2026), Fuori Rotta ↩︎
CALA FINANZA: IL GOVERNO REVOCA L’AUTORIZZAZIONE PER LA COSTRUZIONE DI UN MEGA RESORT. VITTORIA DELLA MOBILITAZIONE POPOLARE IN SARDEGNA
La revoca dell’Autorizzazione Unica per il resort di Cala Finanza (nella Gallura sarda) da parte del Governo è una vittoria della mobilitazione popolare ampia ed eterogenea. Una vittoria  politica del movimento, sardo che ha portato a un passo indietro prima del Comune di Loiri Porto San Paolo e poi del Governo. Solo ieri, giovedì 2 luglio, a Cala Finanza,  nel comune  di Loiri Porto San Paolo, costa nord orientale della Sardegna, molte centinaia di persone si sono mobilitate contro il contestatissimo progetto del colosso immobiliare brasiliano che controlla la società Tavolara Bay Srl, in un’area di grande pregio ambientale. I lavori per la costruzione del mega resort di lusso erano già iniziati, mentre nelle ultime ore è arrivato lo stop all’intervento. “Il territorio è stato già deturpato prima delle autorizzazioni”, sottolinea ai nostri microfoni Durdica Bacciu di Sos Cala Finanza, associazione che ha raccolto 103mila firme contro il progetto. «Hanno fatto scavi, abusi alla vegetazione, hanno tagliato ginepri secolari, ma la determinazione popolare è riuscita a fermarli”. Su Radio Onda d’Urto intervista a Durdica Bacciu di Sos Cala Finanza. Ascolta o scarica
July 2, 2026
Radio Onda d`Urto