A Prato non c’è spazio per i fascisti di “Remigrazione e Riconquista”
Dopo quattro anni il blocco della destra di governo si ritrova a gestire una sua
prima fuga a destra all’indomani del referendum sulla giustizia, o meglio, per
il controllo dell’esecutivo sulla magistratura.
Il passaggio di esponenti di Lega e FdI alla nuova creatura politica di Roberto
Vannacci, Futuro Nazionale, rappresenta il sintomo più attenzionato della
ristrutturazione interna alla maggioranza Meloni; ma la politica non è solo
cronaca di palazzo: per quanto significativa l’apertura di un’opzione
sfacciatamente zemmouriana all’interno della competizione elettorale, il
dissenso che più preoccupa arriva dall’esterno della competizione partitica.
Infatti, il governo Meloni indaffarato sul referendum da «depoliticizzare»
davanti al pericolo sconfitta, è tamponato dai gruppi della destra
extra-parlamentare traditi dall’ operato del governo sull’immigrazione, accusato
della non difesa dell’identità italiana e della razza latina. Con il dibattito
pubblico spianato da un decennio e più di razzismo istituzionale di destre e
sinistre di governo, Casapound, Rete dei Patrioti, Veneto fronte skinhead, e
Brescia ai Bresciani lanciano la sfida da destra al governo con il referendum
per la legge di iniziativa popolare sulle politiche di espulsione degli
stranieri. Nel farlo la destra extra-parlamentare alza la posta: non più fermo
dell’immigrazione ma «remigrazione», termine gentile per promuovere la
deportazione delle persone straniere.
Il termine remigrazione, da cui prende il nome il comitato promotore del
referendum “Remigrazione e Riconquista”, è mutuato dal vocabolario delle destre
radicali europee che hanno al cuore dei propri programmi politici ideologie
identitarie. Qualche avvisaglia di penetrazione di termine e tematiche in Italia
si è avuta con i convegni internazionali dello scorso anno a Gallarate e
Livorno, a cui hanno partecipato anche esponenti politici di Fratelli d’Italia e
Lega.
Il mezzo attraverso cui sdoganare nazionalismo identitario e comunitarismo –
ideologie da cui nasce remigrazione – nel discorso politico è la metapolitica,
intesa dall’ideologo della nuova destra francese Alain De Benoist come
«formazione di un atteggiamento spirituale, diffusione di una visione del mondo
e trasformazione delle mentalità collettive», necessaria per fondare le basi di
un’egemonia politica identitaria attraverso la quale avanzare la propria guerra
di posizione ideologica e culturale. Il metodo per raggiungere l’egemonia
politica da destra avanzato da De Benoist è accolto da molti gruppi identitari
della destra italiana extra-parlamentare neofascista – che sono stati e sono
ancora oggi campo di formazione di quadri politici dei partiti della destra di
governo – alla ricerca di quello che lo studioso Massimiliano Capra Casadio
definisce un «veicolo di penetrazione a livello culturale al fine d’influenzare
il panorama politico e magari occuparne alcuni spazi, o come metodologia
d’intervento per capovolgere i paradigmi culturali ritenuti dominanti».
PERCHÉ PRATO È UN SIMBOLO
Tra i gruppi ad aver adottato la prassi come fondativa c’è il gruppo neofascista
pratese Etruria 14, tra i promotori della campagna sul referendum per la
deportazione degli stranieri. Parte del network diffuso di associazioni
neofasciste non del tutto organiche ad aree neofasciste nazionali,
l’associazione culturale è stata tra le promotrici della giornata di
mobilitazione nazionale del comitato Remigrazione e Riconquista a Prato. Il
capoluogo della piana è stato individuato dal comitato come «città simbolo
dell’immigrazione di origine cinese e che ha visto negli anni una progressiva
trasformazione in Chinatown del centro Italia» che si sostiene su «un sistema di
“nuovi schiavi della moda” che tutti giustamente condannano quando riferito
all’import dal sud-est asiatico, ma che viene ignorato quando capita in quella
che dovrebbe essere casa nostra».
Un dettaglio non secondario della narrazione è il recupero delle tematiche care
alla destra sociale, con la proposta politica corporativa di una «rinnovata
alleanza italiana, tra imprenditori che non riescono più a contrastare la
concorrenza al ribasso della Cina e lavoratori che non vogliono accontentarsi di
pietire lavori in nero e salari da fame dai nuovi padroni cinesi». È qui palese
l’appropriazione del campo della destra sociale ormai abbandonato dai suoi
alfieri missini e acquisito come proprio dalle frange delle destre
extra-istituzionali. A dare corpo alle tesi è la riproposizione dello
schematismo becero della guerra tra poveri incentivata dall’immigrazione
incontrollata e la sostituzione etnica promossa da supposti agenti esterni con
l’ausilio dei governi progressisti. Entrambe le ipotesi sono individuate come
cause della deriva depressione morale ed economica della nazione dai fascisti
della destra extra-parlamentare.
> Proclami dietro i quali si nascono dettagli più che sostanziali. Individuare
> in Prato la sede della manifestazione nazionale identitaria è un attacco
> diretto a quella classe lavoratrice multinazionale che sostiene con i propri
> corpi il sistema del made in Italy e il primato di capitale europea del
> tessile; farlo nel momento storico in cui questa classe operaia multinazionale
> alza la testa per rivendicare i propri diritti, è un attacco sfacciatamente
> fascista ai diritti conquistati dalla classe.
Per di più la convocazione del raduno squadrista nella giornata del 7 marzo è un
maldestro tentativo di riscrivere la storia antifascista della città, che nello
stesso giorno del 1944 pagò con la deportazione di 133 operai scesi in sciopero
generale il prezzo della propria libertà di disobbedire al fascismo e
all’economia di guerra. I fascisti a questo giro hanno fatto male i conti: non
bastano quattro tricolori e un discorso sbandierato a favore di media a far
sbiadire l’orgoglio di una classe libera, operaia, antifascista.
IL PROTAGONISMO DELLA CLASSE OPERAIA MULTINAZIONALE
A prendere le redini dell’iniziativa è la classe operaia multinazionale stessa
con il sindacato SUDD Cobas, Comitato 25 Aprile, e Collettivo di Fabbrica –
lavoratori GKN, che hanno lanciato la mobilitazione antifascista nell’ambito di
un’assemblea aperta. Ai margini si è mossa la mobilitazione dall’alto di
partiti, sindacalismo confederale, e associazioni, che hanno fatto vani appelli
istituzionali per l’annullamento della manifestazione neofascista.
La coalizione sociale della classe operaia multinazionale e comitati
antifascisti è promotrice di una mobilitazione diffusa. Centrale la
rivendicazione del diritto a disobbedire a un apparato legislativo silente
davanti allo sfruttamento padronale e dormiente negli sportelli per il rilascio
dei permessi di soggiorno; l’orgoglio del proprio antifascismo di classe, mai
domo davanti alle violenze squadriste nei picchetti ai cancelli delle fabbriche
per ottenere la giornata lavorativa di otto ore nonostante i tentativi di
criminalizzare lotte e dissenso dei vari decreti sicurezza, e, non da ultimo,
del ddl antisemitismo. Rivendicazioni da cui emerge la chiarezza di chiamare la
remigrazione per quella che è: deportazione di lavoratrici e lavoratori, proprio
come successe quel 7 marzo 1944. Che questo sia un nuovo pezzo dell’attacco di
oligarchi e governi fascisti dell’occidente alla classe operaia è cosa ormai
nota, tanto da bastare a chiarire quanto vadano di pari passo svuotamento dello
Stato di diritto dall’interno delle istituzioni e legittimazione politica dei
gruppi neofascisti.
> Di convesso, l’antifascismo istituzionale si è limitato a esprimere le proprie
> preoccupazioni sulla tenuta della democratica e la difesa della Costituzione,
> dimenticando nei propri proclami la volontà di esponenti del centrosinistra a
> sostegno di Giani di aprire un CPR nella regione.
Infuocati a parole i proclami di destra e sinistra istituzionale a ridosso della
giornata del 7 marzo, sedati solo dalla comunicazione del commissario
prefettizio – subentrato alla ex sindaca in quota PD Bugetti per accuse di
corruzione – di autorizzare i presidi statici del comitato neofascista, della
coalizione partitico-sindacale di centrosinistra, e di classe operaia
multinazionale. Un contentino per accontentare tutti, per sedare eventuali
battibecchi a ridosso di una campagna elettorale comunale nata già polarizzata.
Sono le parole del comitato Remigrazione e Riconquista a riaccendere il
dibattito, con l’accusa di negazione del diritto a manifestare da parte della
«mafia antifascista», termine che va a definire sindacati e il tessuto
socio-culturale toscano in cui resta forte l’identità antifascista della
resistenza, a fronte della non autorizzazione del corteo da parte della
Questura.
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La costruzione della mobilitazione antifascista dal basso passa anche per le
risposte alle intimidazioni di istituzioni e destra locale occorse nella
settimana, tutte sul fronte studentesco. È la studentessa Haji segnalata ai
servizi sociali per aver partecipato alla protesta degli operai de L’Alba
davanti a un negozio di Patrizia Pepe – di cui lo stabilimento pratese è
fornitore – a Firenze. Alla minaccia segue la straordinaria mobilitazione
cittadina. L’assemblea pubblica tenuta in una gremita piazza Santo Spirito
sottratta per un pomeriggio ai turisti, vede la partecipazione di studenti,
operai e solidali da tutta la piana fiorentina, uniti lì per ribadire che la
partecipazione politica non è un reato.
A soffiare sul fuoco ci pensa il leghista locale Claudiu Stansel, di origine
rumena e sostenitore del comitato Remigrazione e Riconquista, che ha montato una
polemica per un volantino distribuito presso le scuole cittadine dov’è definito
«un fatto che considero estremamente grave» l’uso del termine antifascista.
PER UN ANTIFASCISMO DI CLASSE E RADICALE
È in questo clima che si giunge all’indomani di sabato 7 marzo. Il sindacato
SUDD Cobas alza la posta indicendo uno sciopero generale del distretto pratese
per la giornata del 6 marzo, a riprova che la memoria dell’antifascismo vive
nella classe operaia che ne pratica i valori. Il successo dello sciopero è
confermato dalla capillarità del lavoro politico nelle fabbriche della «zona
economica speciale» di fatto del macrolotto, dove il sistema del chiudi e riapri
fa le fortune dei marchi del made in Italy. La pratica del blocco non si ferma a
produzione e circolazione delle merci, ma diventa strumento di contestazione
politica dei gruppi neofascisti.
La conferenza stampa indetta dal SUDD Cobas in piazza Europa afferma che dove
istituzioni e coalizioni partitico-associazionistiche chiuse nei giochi di
palazzo non arrivano, c’è il protagonismo della classe operaia multinazionale ad
affermare l’essenza operaia e antifascista del territorio.
> Lo sciopero da diffuso diventa presidio operaio-cittadino permanente per
> togliere con i propri corpi il terreno sotto i piedi ai gruppi neofascisti che
> vogliono «deportare il 25% dei cittadini di questa città». Nelle ore che si
> susseguono il presidio si riempie di solidali e operai che accorrono al
> presidio lasciando immediatamente il lavoro.
Le tende e i gazebo piantati in piazza Europa, ribattezzata in piazza Europa
Antifascista, ospitano durante la giornata i momenti dell’iftar comunitario e
l’assemblea serale. Qui emerge il filo rosso che lega la storia degli operai
scesi in sciopero generale contro l’occupazione nazifascista nel 1944 e la
classe operaia multinazionale di oggi. A ricordarlo è il sindacalista dei SUDD
Cobas Luca Toscano: «l’unico blocco possibile al fascismo, come ottanta anni fa,
viene dai lavoratori e lavoratrici» in uno dei tanti interventi tradotti in
simultanea in urdu. Dal Comitato 25 Aprile arriva un monito affinché «non
possiamo ritenerci libere e liberi se non combattiamo, se non lottiamo per
conservare questa libertà». La notte passa tranquilla nella fredda piazza Europa
Antifascista grazie all’organizzazione di operai e solidali alternatisi in turni
notturni per respingere eventuali attacchi dai fascisti accorsi da tutt’Italia.
Dalle prime luci dell’alba il presidio ricomincia a essere crocevia di solidali.
C’è chi porta caffè e cornetti, altri si fermano solo per due chiacchiere o per
curiosità prima di andare alla commemorazione istituzionale per i 133 operai
antifascisti deportati nella vicina piazza delle Carceri.
Con poche ore di sonno alle spalle il presidio diventa doppio: è più che mai
urgente impedire che il presidio neofascista si tenga in piazza Europa
Antifascista, così com’è altrettanto necessario tenere la propria presenza fin
dalle prime ore del giorno in piazza Duomo, dove il sindacato SUDD Cobas,
Collettivo di Fabbrica – lavoratori GKN, e Comitato 25 Aprile, hanno indetto il
presidio antifascista per il pomeriggio. I due luoghi sono altrettanto sensibili
data la loro vicinanza alle principali stazioni ferroviarie.
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La mattinata prosegue tra il possibile sgombero del presidio di piazza Europa
Antifascista e l’andirivieni di un ingente dispositivo di polizia per tutto il
centro cittadino, ma l’orgoglio della classe operaia multinazionale non è
soggetto a queste intimidazioni: l’urgenza di affermare il principio politico dà
forza ai manifestanti.
Dal presidio arrivano le prime notizie di quel che si sta raccontando sui media.
Nelle piazze si ride scrollando sulle pagine instagram della stampa locale che
racconta di momenti di “alta tensione” mai visti. Sulle scale della cattedrale
di Santo Stefano i manifestanti leggono sulle pagine del comitato Remigrazione e
Riconquista di essere parte di una rete di «poteri forti della Regione Toscana:
dal presidente Eugenio Giani al vescovo di Prato, passando per ARCI, ANPI, CGIL
e un pittoresco gruppo di campeggiatori “Cobas”, che hanno reclutato qualche
immigrato probabilmente del tutto inconsapevole delle ragioni della
scampagnata», tesi poi ripresa dal leghista Claudio Stanasel sulle pagine di
Welcome to Prato – spin-off di Welcome to Favelas – «Le piazze appartengono a
tutti i cittadini, non a chi prova ad appropriarsene per zittire chi la pensa
diversamente. La democrazia non è una proprietà privata della sinistra. È il
diritto di tutti di parlare, manifestare ed esprimersi nel rispetto delle
regole.» Nella tragedia delle menzogne di social e media ci pensa l’influencer
locale Zhang Keren con i suoi video a riportare l’allegria nella piazza.
VECCHIE PRATICHE PER FRONTEGGIARE IL FASCISMO CONTEMPORANEO
A fine mattinata arriva al presidio la notizia della prima vittoria: il presidio
neofascista non si terrà né in piazza Europa, né nel centro città. A comunicarlo
sono i sindacalisti del SUDD Cobas al megafono «Abbiamo una buona notizia: i
fascisti oggi qui non verranno». Questa non è una semplice notizia, è
l’affermazione del principio per cui le manifestazioni dei fascisti non vanno
solo contestate ma impedite con l’occupazione fisiche degli spazi, con costanza
e radicalità del lavoro politico; ed allo stesso tempo rottura con la pratica di
un antifascismo istituzionale troppo impegnato a discostarsi moralmente con i
fascisti, mentre legge dopo legge toglie agibilità politica alla classe operaia
multinazionale. È dallo stesso presidio di piazza Europa Antifascista che si
ribadisce il principio, espresso con riferimento alle accuse di giornalisti e
classe politica locale che hanno domandato agli operai «ma la libertà degli
altri a manifestare?» a cui è seguita l’unica risposta possibile da parte del
sindacato SUDD Cobas: «Non esiste nessuna libertà di deportare le persone,
perché fra la libertà dei fascisti di fare le deportazioni e la libertà di
qualsiasi essere umano di vivere una vita degna noi sceglieremo sempre la
seconda! E la difenderemo!»
La seconda vittoria sta nella partecipazione alla mobilitazione. Dal camion si
susseguono gli interventi di più realtà tutte unite da ideali e pratica
quotidiana di un antifascismo diffuso. Interviene anche il Collettivo di
Fabbrica – lavoratori GKN ribadendo il dato qualitativo, fondamentale per
leggere la composizione sociale e politica della classe operaia multinazionale
che nelle lotte del presente ritrova la propria storia: «più di uno di noi forse
si stupisce del fatto che un operaio del distretto tessile che non è di origine
italiana, che non è nato in questo paese, consideri la manifestazione fascista
del 7 marzo un insulto alla propria storia, come se esistesse una storia della
classe operaia italiana e una storia della classe operaia degli altri paesi. E
invece no: esiste un’unica storia della classe. Il 7 marzo 1944 è la storia di
chi oggi attraversa il distretto tessile con le proprie lotte, la storia della
classe la fa la classe che lotta contro lo sfruttamento. E l’unica classe che
non ha storia è la classe che rinuncia a lottare indipendentemente dal paese
dov’è nata.»
Mentre continua a essere scandito a piena voce il leitmotiv ininterrotto dal
mattino precedente «Prato libera!», non si risparmiano le critiche a chi ha
fatto «ironia sui 150 del SUDD Cobas – come se 150 fossero pochi – che hanno
occupato da ieri sera piazza europea: il problema non è chi è che ha avuto la
necessità di occupare quella piazza, il problema è dov’erano gli altri?!».
Il riferimento è anche alla manifestazione del centrosinistra di piazza delle
Carceri, dove si è svolto lo stantio ripetersi di interventi sulla difesa della
Costituzione e i valori dell’antifascismo storico alla presenza del presidente
della Regione Eugenio Giani, membri di spicco del centrosinistra regionale e
locale, e sindacati confederali. Intervistato sulla manifestazione Giani ha
dichiarato «Come faremmo noi oggi in Toscana senza quel 15% di persone che sono
residenti ma non cittadini e che animano le nostre attività produttive, i nostri
luoghi di lavoro, di formazione, di studio.», confermando il mero economicismo
su cui si fonda il suo antirazzismo.
Smorzati gli attriti tra le due piazze quando i manifestanti partiti da piazza
Duomo sotto il ritmo dei tamburi della Brigata sonora GKN e diretti in piazza
Europa Antifascista hanno incontrato il presidio istituzionale in piazza delle
Carceri.
Dall’altra parte della città, in una piazza Ciardi blindata dalle forze
dell’ordine per garantire ai neofascisti per le deportazioni il proprio diritto
di manifestare, i leader di Casapound e Veneto fronte skinhead alternano gli
strali contro l’immigrazione incontrollata che porta degrado nelle città
italiane al piagnisteo di chi aveva promesso di prendersi le piazze a tutti i
costi e s’è ritrovato espulso dalla mobilitazione antifascista. Risultano
ridicole le dichiarazioni sui social in cui si afferma che «Solo grazie al
nostro senso di responsabilità non si sono creati disordini, ma ovviamente per
colpa di queste connivenze e prevaricazioni tantissime persone hanno rinunciato
a partecipare alla nostra manifestazione» alternate a dichiarazioni di vittoria
contro «la mafia anti-fascista e imposto la Remigrazione come tematica politica
anche nella “rossa” Toscana.». Che quella dei fascisti sia stata una sconfitta è
ineccepibile. Far fede alle immagini della piazza piena è cadere nell’inganno
ottico delle prospettive di chi riempie l’obiettivo giocando sul distanziamento
sociale e fa lunghi cortei disponendosi in file di sette a distanza di minimo
due metri l’una dall’altra.
La giornata si è chiusa con l’iftar comunitario e un momento di convivialità. I
sorrisi nella piazza hanno fatto da cornice ai cori della classe operaia
multinazionale libera, operaia, antifascista. Nel poco spazio concesso al
silenzio operai e solidali hanno confermato il proprio orgoglio di parte,
ripromettendosi che non c’è dispositivo legale o provocazione fascista capace di
farle piegare la testa. Nemmeno le pretestuose provocazioni classiste a mezzo
stampa del giorno dopo da parte dei fascisti «se facevamo cinquanta chiamate a
Glovo piazza Europa si sarebbe svuotata» sono bastate a piegare l’orgoglio dei
rider che in piazza Europa Antifascista c’erano ma non avrebbero mai risposto
alla chiamata «Perché quel giorno eravamo tutti in sciopero. Per prendervi la
piazza e farvi capire che a Prato non passerete mai.»
Dalle giornate di Prato emerge una pratica di convergenza che fa
dell’antifascismo di classe lo strumento per delegittimare alla base le
retoriche identitarie promosse dai fascisti col benestare dei padroni.
La copertina e le immagini nell’articolo sono di Luca Mangiacotti
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L'articolo A Prato non c’è spazio per i fascisti di “Remigrazione e Riconquista”
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