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BOLZANO: IL SETTIMO PRESIDIO IN SETTE SETTIMANE CHIEDE DI “RIAPRIRE I CENTRI DI ACCOGLIENZA E LAVORARE SU UN PIANO CASA”
“Riaprire tutti i centri di accoglienza che sono stati chiusi nella provincia di Bolzano” e i servizi ex Sprar, è la richiesta del settimo presidio che si è svolto martedì pomeriggio in piazza Municipio. Oltre ai lavoratori migranti rimasti fuori dai dormitori per i quali da settimane si chiede urgentemente un tetto, il tema si allarga al diritto all’abitare, data la gravissima crisi in atto in tutto il Sudtirolo. È necessario lavorare subito su un “piano casa, non tanto per comprarla” perché è diventato impossibile, ma “per l’affitto, dato che attualmente il 60-70 percento dello stipendio” viene speso per l’alloggio. “Case che sono sempre più piccole e sempre più destinate al turismo”: sono infatti 40 milioni i pernottamenti annuali in Alto Adige. Nonostante i presidi in corso da sette settimane, le soluzioni finora proposte dalle istituzioni locali sono superficiali e insufficienti, infatti con la chiusura dei dormitori invernali centinaia di lavoratori migranti si sono riversati sul capoluogo altoatesino, che è l’unico centro a disporre di servizi di bassa soglia. La prossima assemblea pubblica per il diritto all’abitare, insieme ai compagni e alle compagne di Abitare Bozen, si terrà mercoledì 20 maggio alle ore 20 presso lo Spazio 77 di via Dalmazia, 77 f. Gli aggiornamenti con Matteo, compagno di Bozen solidale. Ascolta o scarica
May 13, 2026
Radio Onda d`Urto
LA RENDITA MOLECOLARE
COME LE PIATTAFORME STANNO SMATERIALIZZANDO LA PROPRIETÀ E POLVERIZZANDO LA RESPONSABILITÀ C’è una frase nel materiale promozionale di Arrived — piattaforma statunitense di investimento immobiliare frazionato, sostenuta tra gli altri da Jeff Bezos — che vale la pena fermarsi a leggere con attenzione: niente telefonate a tarda notte. È una promessa rivolta agli investitori, e si riferisce agli inquilini. Questi ultimi, nella grammatica della piattaforma, sono la fonte del disturbo, l’elemento di frizione da eliminare. L’investimento perfetto è quello da cui la persona scompare. Arrived non è un caso isolato né una semplice curiosità americana. È il caso esemplare di una trasformazione strutturale che sta ridisegnando i rapporti tra capitale, abitazione e responsabilità. Capire cosa sta accadendo lì significa anticipare ciò che si sta già muovendo altrove. L’ARCHITETTURA DELLA PIATTAFORMA Il meccanismo è semplice nella forma, complesso nelle implicazioni. Arrived acquista immobili residenziali — abitazioni unifamiliari, case vacanze — e li fraziona in quote acquistabili da chiunque a partire da cento dollari. Gli investitori ricevono dividendi trimestrali proporzionali ai canoni di locazione e partecipano alla rivalutazione dell’immobile in caso di vendita. La piattaforma gestisce tutto il resto: ricerca dell’immobile, finanziamento, ristrutturazioni, rapporti con gli inquilini, manutenzione ordinaria e straordinaria. Alla fine del 2025, oltre 850.000 investitori avevano aderito alla piattaforma, investendo complessivamente più di 300 milioni di dollari in oltre 550 proprietà distribuite in 65 città americane. Nel novembre dello stesso anno, Arrived ha annunciato un nuovo round di finanziamento da 27 milioni di dollari e il lancio di un mercato secondario: una piattaforma dove gli investitori possono scambiarsi tra loro quote di singoli immobili in pochi minuti, con la possibilità di uscire rapidamente dalle posizioni o di ribilanciare il portafoglio. Il CEO Ryan Frazier ha descritto il modello come un “unbundling” del REIT — il fondo comune di investimento immobiliare — applicato ai singoli immobili, così che ciascun investitore possa scegliere le proprietà di proprio gradimento. Alcune case hanno più di mille investitori. La visione dichiarata è quella di un mercato azionario applicato al patrimonio immobiliare residenziale. COSA SI SMATERIALIZZA DAVVERO La narrativa ufficiale presenta tutto questo come “democratizzazione”. L’accesso al mattone, storicamente riservato a chi disponeva di capitale sufficiente per un mutuo o per un acquisto diretto, verrebbe aperto a chiunque abbia cento dollari e uno smartphone. È una storia che funziona perché contiene un dato vero: la proprietà immobiliare è stata a lungo uno strumento di accumulazione riservato alle classi medie e superiori. Ma la democratizzazione dell’investimento non è la stessa cosa della democratizzazione dell’abitare. Anzi, le due cose si muovono in direzioni opposte. Quando un immobile residenziale viene trasformato in strumento finanziario frazionato, accade qualcosa di preciso sul piano strutturale: la catena proprietaria si allunga e si opacizza fino a diventare irrintracciabile. Il proprietario formale non è più una persona fisica o una società identificabile, ma una costellazione dispersa di micro-investitori, ciascuno titolare di una quota infinitesimale, nessuno responsabile di nulla. La gestione è delegata alla piattaforma, che risponde agli investitori ma non agli inquilini. Questa architettura produce un effetto specifico: la responsabilità si dissolve. Non si riduce, non si distribuisce equamente: si dissolve. Chi abita la casa non ha più un interlocutore reale. Ha un’app, un numero di assistenza, un sistema di ticketing. Il rapporto tra chi abita e chi possiede, già asimmetrico nelle sue forme tradizionali, perde qui anche l’ultimo residuo di concretezza umana. LA RENDITA COME CATEGORIA ASTRATTA La finanziarizzazione dell’abitare non è un fenomeno nuovo. I fondi pensione, i fondi immobiliari e le grandi società di gestione patrimoniale hanno da decenni una presenza massiccia nel mercato residenziale. Ma il modello delle piattaforme di investimento frazionato rappresenta qualcosa di qualitativamente diverso: porta quella logica fino alla sua conseguenza più estrema, applicandola non alla scala istituzionale ma a quella molecolare. La rendita immobiliare esiste da quando esiste la proprietà privata. Ma nella sua forma tradizionale comportava almeno una relazione, per quanto squilibrata: tra un proprietario identificabile e un inquilino. Quella relazione poteva essere conflittuale, sfruttativa, ingiusta — e spesso lo era. Ma era pur sempre una relazione tra soggetti e, in quanto tale, produceva responsabilità, diritti, obblighi reciproci, talvolta perfino accordi. Il modello di Arrived elide quella relazione alla radice. La casa diventa un asset come un’azione in borsa. L’inquilino diventa un flusso di cassa. La rendita diventa una categoria puramente astratta, separata dal suo substrato umano. E l’investitore — il nuovo proprietario molecolare — può tranquillamente non sapere in quale città si trovi la casa in cui investe, chi la abiti, in quali condizioni. Questa astrazione non è un effetto collaterale del modello. È il suo prodotto principale, la sua promessa centrale. “Concentrati solo sui guadagni”, dice Arrived ai propri utenti. Tutto il resto — la manutenzione, le riparazioni, le persone — è rumore da cui proteggersi. L’IDEOLOGIA DELLA LIQUIDITÀ Il lancio del mercato secondario nell’autunno del 2025 introduce un elemento ulteriore di complessità. Gli investitori possono ora acquistare e vendere quote di singoli immobili in pochi minuti, con la possibilità di bilanciare rapidamente il proprio portafoglio. Si tratta, nella sostanza, dell’applicazione della logica dei mercati finanziari alla casa intesa come luogo fisico abitato da persone reali. Le implicazioni sono serie. Un mercato azionario applicato agli immobili introduce volatilità là dove la stabilità è un bisogno primario. Se tutti gli investitori decidono di liquidare contemporaneamente le loro quote in un certo mercato — perché i rendimenti calano, perché un’altra piattaforma offre di più, perché un algoritmo segnala un’opportunità altrove — cosa accade agli inquilini? Chi gestisce le proprietà in fase di liquidazione di massa? Chi risponde delle manutenzioni sospese, dei contratti non rinnovati, degli sfratti strumentali? I critici del modello sottolineano come trasformare le abitazioni unifamiliari in prodotti d’investimento aggravi i problemi di accessibilità abitativa, aggiungendo domanda speculativa a mercati già compressi. Non si tratta di una preoccupazione teorica. Quando i capitali si spostano velocemente su scala geografica, attratti dai rendimenti più alti nelle aree “ad alta crescita”, i prezzi delle locazioni nelle aree target aumentano, le comunità si destabilizzano e le fasce di popolazione a reddito medio-basso vengono progressivamente espulse. DEMOCRATIZZARE IL PEGGIO C’è un paradosso al cuore della narrazione democratizzante. Arrived e piattaforme simili si presentano come strumenti di inclusione finanziaria: anche chi non ha i capitali per acquistare una casa può partecipare alla crescita del mercato immobiliare. È un argomento che ha una sua coerenza interna e intercetta una domanda reale, in un momento in cui la proprietà della casa è sempre più inaccessibile per le generazioni più giovani. Ma quello che viene “democratizzato” non è il diritto all’abitare. È la partecipazione alla rendita. E queste due cose non solo non coincidono: sono strutturalmente antagoniste. Più persone partecipano alla rendita come investitori, più la casa come bene d’uso si allontana da chi ne ha bisogno come inquilino. In altri termini, la piattaforma trasforma una quota sempre più ampia della popolazione in piccoli rentier, ciascuno con un interesse diretto alla massimizzazione del canone di locazione e alla valorizzazione del patrimonio. L’effetto politico di lungo periodo non è trascurabile. Chi possiede quote di immobili — anche minute, anche simboliche — tende a sviluppare un orientamento diverso rispetto alle politiche abitative, alla regolamentazione degli affitti, agli investimenti pubblici nell’edilizia. La molecolarizzazione della rendita è anche una molecolarizzazione del consenso a un certo ordine del mercato immobiliare. LA RESPONSABILITÀ COME CATEGORIA OBSOLETA Sul piano giuridico, il modello di Arrived solleva questioni che i sistemi normativi esistenti faticano a inquadrare. In molti ordinamenti, il rapporto di locazione presuppone l’esistenza di un locatore identificabile, con obblighi precisi: manutenzione dell’immobile, rispetto delle norme igienico-sanitarie, responsabilità per i danni. Quando la proprietà è frazionata tra migliaia di micro-investitori e la gestione è delegata a una piattaforma tecnologica con sede in un’altra giurisdizione, chi è il locatore? Chi risponde in caso di inadempimento? Chi può essere convenuto in giudizio? La piattaforma non è neutra: è un intermediario che esercita potere reale sulle condizioni abitative degli inquilini, selezionando le proprietà, fissando i canoni, decidendo le ristrutturazioni, gestendo le procedure di sfratto. Ma la sua posizione giuridica è costruita in modo da minimizzare la responsabilità verso gli abitanti e massimizzarla verso gli investitori. Questo squilibrio non è accidentale. È il prodotto di una precisa scelta di design, che riflette una precisa scelta politica: quella di trattare la casa come un asset finanziario e l’inquilino come un centro di costo da ottimizzare. COSA RIMANE DA FARE Esiste un’alternativa alla finanziarizzazione molecolare dell’abitare. Non è misteriosa né inedita: è l’investimento pubblico nell’edilizia residenziale, la costruzione di patrimonio abitativo sottratto alla logica del mercato, la regolamentazione stringente degli affitti e dei processi di cartolarizzazione immobiliare. Sono politiche che esistono, che hanno funzionato e che in molti contesti sono state smantellate nel corso degli ultimi decenni, precisamente per fare spazio al mercato che oggi si presenta come unica soluzione al problema che ha contribuito a creare. Quello che piattaforme come Arrived rendono evidente — involontariamente, per eccesso di franchezza — è la direzione di marcia di un sistema che ha deciso di trattare il bisogno fondamentale di un tetto come un’opportunità di rendita. La novità non è nella sostanza, che è vecchia quanto il capitalismo. La novità è nella forma: la velocità, la scala, la granularità con cui quella logica viene ora applicata. E soprattutto nella sua presentazione come progresso, come inclusione, come democratizzazione. Quando la promessa è “concentrati solo sui guadagni”, la domanda da fare è sempre la stessa: chi si concentra, invece, sulle persone? FONTI * https://www.nationalmortgageprofessional.com/news/bezos-backed-arrived-launches-real-estate-stock-market-platform * https://www.geekwire.com/2025/bezos-backed-real-estate-startup-arrived-raises-27m-launches-trading-platform/ * https://www.cnbc.com/2025/11/13/arrived-launches-trading-platform-for-shares-of-rental-homes.html * https://www.bisnow.com/national/news/capital-markets/arrived-raises-27m-launches-secondary-marketplace-127117 * https://jacobinitalia.it/con-amazon-tutti-micropadroni-di-casa/ * https://arrived.com Francesco Russo
May 12, 2026
Pressenza
Case pubbliche e disuguaglianze: quando il diritto non basta più
Nel dibattito sull’edilizia residenziale pubblica si continua spesso a parlare come se il problema fosse interno al sistema: graduatorie, requisiti, controlli, subentri. Ma questa è solo una parte della storia. E forse nemmeno la più importante. Il punto è che oggi l’ERP si trova a operare dentro un contesto profondamente cambiato. Il recente rapporto della Banca d’Italia sulla Campania restituisce un quadro chiaro: la crescita economica esiste, ma è fragile, diseguale, incapace di ridurre davvero le distanze sociali. Il lavoro resta precario, i redditi stagnano e l’accesso al mercato abitativo è sempre più difficile. È in questo spazio che l’edilizia residenziale pubblica torna ad assumere un ruolo centrale. Non come residuo del passato, ma come uno degli ultimi strumenti concreti di riequilibrio sociale. Eppure, proprio mentre il bisogno aumenta, il sistema continua a funzionare secondo logiche costruite per un contesto diverso. La giurisprudenza più recente lo dice con chiarezza: il bisogno abitativo, da solo, non è sufficiente a fondare un diritto al subentro o alla permanenza nell’alloggio. È un principio giuridicamente corretto, necessario per evitare che l’ERP si trasformi in una sanatoria permanente delle occupazioni o in un sistema privo di regole. Ma è anche un principio che, letto dentro il contesto attuale, apre una domanda più ampia. Dire che il bisogno non basta è giuridicamente corretto. Ma quando quel bisogno cresce, il limite non è più solo del diritto: è della capacità del sistema di rispondere. L’ERP nasce come funzione pubblica regolata: non distribuisce case, ma organizza l’accesso a una risorsa limitata secondo criteri di equità. Le graduatorie, i requisiti, i controlli servono a garantire che quella risorsa vada a chi ne ha più diritto, non a chi riesce ad arrivarci prima o con maggiore forza. Questo impianto, però, presuppone una condizione di fondo: che il sistema sia in grado, almeno in parte, di assorbire il bisogno. Quando questa condizione viene meno, le regole iniziano a essere percepite non come strumenti di equità, ma come barriere. Ed è esattamente ciò che sta accadendo. Le occupazioni sine titulo non sono solo violazioni della legge. Sono anche il segnale di una domanda abitativa che non trova risposta. Allo stesso modo, il contenzioso crescente in materia di subentro non è solo una questione interpretativa: è il riflesso di una pressione sociale che si scarica sul sistema giuridico. La giurisprudenza, in questo scenario, svolge una funzione necessaria ma limitata. Può stabilire quando un subentro è illegittimo. Può ribadire che il bisogno non sostituisce le regole. Ma non può risolvere il problema che genera quel contenzioso. E qui emerge una prima contraddizione. Si chiede al diritto di tenere insieme equità e legalità in un contesto in cui le politiche pubbliche non riescono più a garantire un equilibrio tra domanda e offerta. Il risultato è una tensione crescente: da un lato, la necessità di applicare le regole; dall’altro, la difficoltà di farlo senza produrre esclusione. In questo senso, la giurisprudenza più recente non va letta solo come un limite, ma anche come un segnale. Quando i giudici affermano che il bisogno non basta, stanno implicitamente dicendo che il sistema non può essere corretto caso per caso. Che l’equità non può essere affidata alla singola decisione giudiziaria. Che esiste un livello – quello delle politiche pubbliche – che deve assumersi la responsabilità di intervenire. E invece questo livello resta spesso sullo sfondo. Il rischio, allora, è duplice. Da un lato, un irrigidimento del sistema, che continua ad applicare regole pensate per un contesto meno critico. Dall’altro, una crescente delegittimazione di quelle stesse regole, percepite come incapaci di rispondere alla realtà. In mezzo, c’è l’ERP. Un sistema che continua a essere caricato di aspettative sempre maggiori, senza che vengano adeguati gli strumenti per sostenerle. Eppure, proprio qui si gioca una partita decisiva. Perché l’edilizia residenziale pubblica non è solo una politica settoriale. È uno degli ambiti in cui si misura la capacità delle istituzioni di rendere effettivi i diritti sociali. Non in astratto, ma nella loro dimensione più concreta: quella dell’abitare. Quando il diritto alla casa resta formalmente riconosciuto ma sostanzialmente inaccessibile, il problema non è solo sociale. È istituzionale. Significa che il sistema delle regole continua a funzionare, ma si allontana dalla realtà che dovrebbe governare. E allora la domanda non può più essere solo: è legittimo questo subentro? La domanda diventa più radicale: il sistema è ancora in grado di garantire l’equità che promette? Se la risposta è incerta, il rischio è che il conflitto si sposti sempre di più dal piano amministrativo a quello giudiziario, e da lì a quello sociale. Per evitarlo, serve un cambio di prospettiva. Non si tratta di indebolire le regole. Al contrario, si tratta di rafforzare la capacità del sistema di renderle sostenibili. Questo significa investimenti, aggiornamento delle politiche abitative, revisione degli strumenti di accesso, ma soprattutto una presa d’atto: il bisogno abitativo non è un’emergenza temporanea, è una condizione strutturale. Continuare a trattarlo come un’eccezione significa spostare il problema, non risolverlo. La giurisprudenza, nel suo perimetro, continuerà a fare il proprio lavoro: garantire coerenza, evitare scorciatoie, tutelare l’equità formale. Ma se non si interviene sul piano delle politiche pubbliche, quella coerenza rischia di trasformarsi, nel tempo, in distanza. E una distanza troppo ampia tra diritto e realtà è sempre un problema. Non solo per chi resta fuori dal sistema, ma per il sistema stesso. Perché un diritto che non riesce più a intercettare il bisogno finisce, prima o poi, per essere messo in discussione. Redazione Napoli
March 25, 2026
Pressenza
BERGAMO: “19 PERSONE SENZA CASA MORTE. ESPLOSE LE DIFFERENZE SOCIALI: LA CITTA’ ORMAI E’ PER RICCHI”. LA DENUNCIA DEL PRC.
Casa negata; mentre il governo torna a parlare di “Piano Casa”, con la solita logica speculativa, come evidenzia in queste ore un lungo e dettagliato articolo del Fatto Quotidiano, nella città di Bergamo “sono già 19 i senzatetto morti: una vergogna nazionale. Ne risponda l’Amministrazione comunale. Basta parole vuote, servono i fatti”. Così inizia il comunicato stampa diffuso da Rifondazione Comunista, che denuncia un “dato preoccupante e anomalo, perché non se ne erano mai contati così tanti”. Dodici persone senza casa sono morte in ospedale, sette in strada, dice la Caritas orobica. Solo nelle province di Roma (48) e Milano (27) si sono registrati più decessi, Torino è quarta con 18. “A Bergamo nel 2025 ci sono stati più morti di Torino, un capoluogo con oltre 800 mila residenti”, dicono il segretario provinciale del PRC, Ezio Locatelli, e Francesco Macario, già assessore a casa, edilizia privata e patrimonio del Comune di Bergamo. “La domanda che ormai molti si fanno – proseguono Locatelli e Macario – è quanti siano i senzacasa che vivono in strada a Bergamo. Sono centinaia di persone. Eppure se ne parla solo perché danno fastidio. E come mai è esploso questo fenomeno che fino a pochi decenni fa era praticamente marginale? Questo fenomeno è una delle eredità dolorose delle politiche iper-liberiste delle passate Amministrazioni comunali del sindaco Gori. Politiche che hanno creato grandi opportunità di investimento per pochi ma hanno abbandonato i soggetti deboli, malati, anziani e anche le giovani coppie. Bergamo è una città per ricchi, in cui le differenze sociali sono esplose; il 5% dei più ricchi detiene beni come il 75% dei meno ricchi. E i deboli vengono abbandonati”. Su Radio Onda d’Urto l’intervista a Ezio Locatelli, segretario provinciale del PRC di Bergamo. Ascolta o scarica  
March 2, 2026
Radio Onda d`Urto
Roma Tre e il quartiere Ostiense. L'università come riqualificatore territoriale
di Barbara Brollo Carocci, 2026 Il volume si occupa di pianificazione urbana e valorizzazione territoriale, considerando possibilità di sviluppo umano e comunitario, speculazione e crescita di disuguaglianze socio-spaziali. Il tema viene affrontato tramite l’analisi della riconversione di aree industriali abbandonate verso funzioni culturali, in particolare universitarie: il caso dell’installazione di Roma Tre nel quadrante Ostiense-Marconi, pur specifico, illumina tendenze più generali. Osservando il passaggio da produzione materiale a economia della conoscenza, il libro mostra come i cambiamenti economici abbiano risvolti territoriali, influenzando la geografia sociale urbana. La rigenerazione può essere un’occasione per il territorio, in termini di accesso a cultura e spazi di incontro, ma è necessario considerare speculazione immobiliare e gentrificazione, che possono seguire – se non proprio plasmare – questi processi. L’estrattivismo di operatori privati e la capacità pubblica di governare e monitorare i piani sono elementi centrali. Attraverso l’analisi di piani, documenti e dinamiche socio- economiche – dalla crescita di fine Novecento alla crisi finanziaria, fino alle vicende più recenti – il testo descrive le trasformazioni del regime urbano romano e dell’abitabilità della città (scheda editoriale). 
Milano: un commento dopo il corteo contro le olimpiadi
Milano è una città militarizzata per colpa delle Olimpiadi. Per arrivare a Cortina servono addirittura i pass. Delle Olimpiadi che lasciano disagi, devastazione ambientale e nei quartieri vicino al villaggio olimpico anche proliferazione raziale e controllo. Al corteo di sabato hanno partecipato più di 10mila persone. Sono state 4 giornate molto partecipate contro la devastazione olimpica. Che non è solo ambientale ma per le persone che ci lavorano che sono costrette ancora a stipendi e salari infami rispetto a chi spende cifre esorbitanti per alloggiare o mangiare a Milano.  Ci può essere un post olimpiadi di lotta e non di sostituzione dei poveri con i ricchi come è stato dopo Expo. Abbiamo il diritto di abitare Milano senza essere nè cacciati nè devastati.  Ne parliamo con il Comitato Insostenibili Olimpiadi che continuerò con il tour del documentario Il grande gioco che continua a raccontare perchè questo olimpiadi sono insostenibili. Inoltre si continua un presidio in quei quartieri che stanno subendo una forte sostituzione della popolazione e infine un occhio su scalo romano e villaggio olimpico per non farli diventare l'ennesimo studentato per ricchi.  Per aggiornamenti https://cio2026.org
February 12, 2026
Radio Onda Rossa
Ora è chiaro che il piano casa del governo si tradurrà in una speculazione
Siamo di fronte ad un piano edilizio, appaltato interamente all’alta finanza immobiliare privata. Fa da contraltare il silenzio, direi imbarazzante, di sindacati, Anci e città “progressiste” Si diradano le nebbie sulla vera essenza e portata del Piano Casa del duo Meloni/Salvini. Ora acclarata. Ormai è chiaro, anche agli ipovedenti, che non […] L'articolo Ora è chiaro che il piano casa del governo si tradurrà in una speculazione su Contropiano.
January 16, 2026
Contropiano
Spazio cantiere. Un laboratorio sperimentale a Tor Bella Monaca
di Carlo Cellamare e Francesco Montillo Bordeaux edizioni, 2025 Spazio Cantiere è il racconto corale di un laboratorio di quartiere nato nel cuore dell’R5 di via dell’Archeologia di Tor Bella Monaca a Roma, epicentro delle difficoltà ma anche delle energie più vitali della città. Un luogo di incontro tra abitanti, associazioni, istituzioni e università, dove si sperimentano nuove forme di rigenerazione urbana e sociale. Attraverso i contributi di studiosi, attivisti e operatori, il volume documenta percorsi di co-programmazione, pratiche di animazione territoriale e processi di sviluppo locale integrale, mettendo in luce come, proprio nelle periferie considerate “difficili”, possano germogliare esperienze di innovazione sociale e culturale (scheda editoriale).
Difendere i padroni. Un commento sulla norma affitti brevi, l’organizzazione delle lotte e l’inasprirsi dei conflitti abitativi a Bologna@0
Due dirette sulla questione abitativa in Italia, tra le mistificazioni del dibattito pubblico sugli affitti brevi e l’inasprimento del conflitto sulla casa a Bologna. Con Sara Gainsforth, giornalista e autrice tra gli altri di “L’Italia senza casa: Politiche abitative per non morire di rendita” (2025) e “Airbnb città merce: storie di resistenza alla gentrificazione digitale” […]
October 24, 2025
Radio Blackout - Info