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CONTINUA IL DEFINANZIAMENTO DELLA SANITÀ PUBBLICA, L’ITALIA ULTIMA DEL G7 PER SPESA. INTERVISTA AL PRESIDENTE DI MEDICINA DEMOCRATICA
Salute pubblica in svendita. Grazie ai dati diffusi dalla Fondazione Gimbe emerge come in Italia la spesa sanitaria pubblica pro-capite – cioè quanti soldi lo stato mette per ospedali e salute pubblica – è scesa al 6,2% del Pil contro una media europea del 7,1%, in calo rispetto al 6,3% del 2024 e nettamente inferiore alla media OCSE. L’Italia inoltre è ultima nel G7 per spesa sanitaria in rapporto al Pil. “Una svendita che va avanti da oltre 15 anni“, sottolinea Marco Caldiroli, presidente di Medicina Democratica ai microfoni di Radio Onda d’Urto. Le politiche di governo in Italia hanno strutturalmente indebolito il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e compromesso l’esigibilità di un diritto fondamentale: nel solo 2025 sono 5,8 i milioni di italiani rinunciano a curarsi. Il commento di Marco Caldiroli, presidente di Medicina Democratica. Ascolta o scarica.
September 3, 2026
Radio Onda d`Urto
Cuba, la guerra che non fa rumore: blackout, sanzioni e resistenza quotidiana
a C’è una guerra che si riconosce dai bombardamenti, dalle colonne di profughi, dalle città distrutte. E poi ce n’è un’altra, più silenziosa, che può entrare nelle case attraverso un frigorifero spento, una pompa dell’acqua che non funziona, un autobus che non arriva, un ospedale costretto a razionare il carburante […] L'articolo Cuba, la guerra che non fa rumore: blackout, sanzioni e resistenza quotidiana su Contropiano.
September 2, 2026
Contropiano
S.I COBAS in piazza a fianco di USI e CUB!!
L’azione repressiva dei padroni contro le lotte dei lavoratori è una costante e non una eccezione o una deroga alle cosiddette libertà democratiche. Il licenziamento di Margherita e di Simone rientra nelle pratiche repressive da sempre attuate da padroni e direzioni. In questa fase di conflitti e guerre riconducibili ad una sola matrice: la lotta per il dominio sui mercati. Ritorsioni, intimidazioni, provvedimenti disciplinari, licenziamenti, sono funzionali al disciplinamento per incanalare verso logiche ed ideologie nazionalistiche e imperialistiche. I proletari hanno da difendere solo interessi di classe e quindi internazionalistici. Invocare una astratta giustizia nel pieno contrasto degli interessi di classe significa non cogliere legami e conseguenze che derivano dalla organizzazione capitalistica del lavoro fonte di tutti i contrasti e violenze sul mondo del lavoro. La mobilitazione, il presidio dei lavoratori del San Raffaele (mai interrotto), la solidarietà manifestatasi tra i lavoratori di tutte le categorie sono tanti puntini da collegare affinché vi sia una generalizzazione delle lotte. Rompiamo l’isolamento, raccogliamo e trasformiamo il malcontento vissuto isolatamente e passivamente in tutti i luoghi di lavoro in un boomerang per riaffermare la nostra giustizia che non può che fare affidamento che sulla lotta. Sosteniamo le iniziative promosse dai compagni delle CUB e dalla USI del San Raffaele perché sostenendo loro sosteniamo noi stessi. Il S.I. Cobas è pronto a dare il proprio contributo per la creazione di un vasto fronte di solidarietà. Manifestazione Nazionale a Milano Corteo sabato 19 settembre ore 10.00 (Da Via Senato angolo Via Marina a P.zza Affari) SI COBAS SI COBAS F.P L'articolo S.I COBAS in piazza a fianco di USI e CUB!! proviene da S.I. Cobas - Sindacato intercategoriale.
I conti dei super-miliardari italiani e la patrimoniale
Ventisei miliardi impronunciabili La CGIL chiede l’1,3 per cento ai cinquecentomila italiani che possiedono più di due milioni di euro. Il governo risponde che con la destra non se ne parlerà mai. Ma la patrimoniale, in Italia, esiste già: la pagano quelli che hanno una casa, un’automobile e un conto […] L'articolo I conti dei super-miliardari italiani e la patrimoniale su Contropiano.
August 30, 2026
Contropiano
La crisi migratoria è ormai una drammatica sfida sanitaria europea
La crisi migratoria esplosa a Ceuta alla fine di luglio continua a produrre conseguenze umanitarie, sociali e sanitarie di drammatica portata. Sono circa 80mila le persone entrate nell’enclave spagnola durante l’ondata di fine luglio. Ad oggi, secondo fonti internazionali, si contano ben 141 persone che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere Ceuta. A distanza di oltre due settimane l’emergenza non è terminata. Circa 8mila migranti risultano ancora presenti a Ceuta, molti dei quali vivono in sistemazioni precarie, mentre resta particolarmente delicata la condizione dei minori stranieri non accompagnati e delle persone più vulnerabili. Il 15 agosto le forze di sicurezza marocchine hanno inoltre intercettato nuovi gruppi diretti verso il confine, confermando il permanere della pressione lungo la frontiera tra Marocco e territorio spagnolo. È soprattutto il versante sanitario a destare crescente preoccupazione. Nelle ultime due settimane i servizi sanitari di Ceuta hanno assistito circa 5.800 migranti, mentre gli accessi alle urgenze sono aumentati del 50%. Sono stati segnalati casi di gastroenterite, tubercolosi, scabbia, colpi di calore, ferite e conseguenze di aggressioni. Le autorità sanitarie spagnole parlano di un sistema fortemente sotto pressione, pur escludendo al momento un collasso formale dell’ospedale. La pressione non riguarda quindi soltanto l’accoglienza, ma investe direttamente l’organizzazione dell’assistenza sanitaria e territoriale. È la combinazione tra l’arrivo concentrato in pochissimo tempo di decine di migliaia di persone, la permanenza sul territorio di migliaia di migranti in condizioni precarie e l’improvviso aumento della domanda di cure a trasformare l’emergenza migratoria e umanitaria anche in una rilevante emergenza sanitaria e organizzativa per i servizi di frontiera. Particolarmente critica resta la situazione dei minori stranieri non accompagnati. Secondo l’ultimo bilancio disponibile, sono ben 1.898 i bambini e gli adolescenti identificati nel sistema di protezione, mentre resta ancora da definire con precisione il numero di quelli che vivono fuori dalle strutture. Una condizione che accresce la necessità di garantire identificazione, assistenza sanitaria, protezione e sostegno psicologico ai soggetti più vulnerabili. Di fronte a uno scenario che investe ormai direttamente la salute pubblica, l’assistenza alle persone vulnerabili, in particolare donne e minori, e la capacità dei sistemi sanitari di frontiera, AMSI (Associazione Medici di Origine Straniera in Italia, denominata anche Unione Professionisti della Sanità Internazionali), CO-MAI (Comunità del Mondo Arabo in Italia), UMEM (Unione Medica Euromediterranea), AISCNEWS (Agenzia Mondiale di Informazione Senza Confini) e il Movimento Internazionale Transculturale UNITI PER UNIRE analizzano l’evoluzione della crisi e richiamano Italia ed Europa alla necessità di superare una gestione esclusivamente emergenziale dei flussi migratori. Sul delicato argomento interviene il Prof. Foad Aodi, medico-fisiatra, giornalista e divulgatore scientifico internazionale, esperto in salute globale, membro del Registro Esperti FNOMCeO e docente dell’Università di Tor Vergata, che richiama l’attenzione sulle conseguenze sanitarie e psicologiche dei viaggi e sulle condizioni nelle quali migliaia di persone arrivano alle frontiere europee. AODI: «L’EMERGENZA SANITARIA NASCE DURANTE IL VIAGGIO» «Ceuta rappresenta oggi un campanello d’allarme per tutta l’Europa. Non possiamo continuare a discutere di immigrazione soltanto in termini di confini, respingimenti e sicurezza. Quando decine di migliaia di persone si concentrano in pochissimo tempo in un territorio con capacità sanitarie e assistenziali limitate, la questione diventa inevitabilmente anche sanitaria, sociale e umanitaria», dichiara Aodi. «Occorre inoltre chiarire un punto fondamentale: non bisogna commettere l’errore di associare automaticamente immigrazione e malattie. Moltissimi migranti partono in condizioni di salute complessivamente buone e sviluppano problemi durante il viaggio o nei Paesi di transito, dopo settimane o mesi trascorsi in condizioni estreme, senza acqua sufficiente, assistenza medica, igiene e alimentazione adeguate, spesso dopo avere subito violenze, torture e abusi». UNA VERA E PROPRIA EMERGENZA SANITARIA LEGATA ALL’EMERGENZA IMMIGRAZIONE Secondo Aodi, «nei punti di arrivo dobbiamo essere preparati soprattutto ad affrontare quella che oggi rappresenta un’emergenza sanitaria a dir poco drammatica, caratterizzata da disidratazione, ferite e traumi fisici, patologie dermatologiche e gastrointestinali e un grave problema di salute mentale. Ansia, depressione, disturbi post-traumatici e conseguenze psicologiche legate sia ai traumi vissuti durante il viaggio sia alle precarie condizioni di chi si ritrova in centri di accoglienza sovraffollati, o addirittura senza una sistemazione adeguata, possono assumere una particolare gravità soprattutto tra donne e minori». Per questo, prosegue, «servono oggi più che mai équipe multidisciplinari di frontiera composte da medici, infermieri, psicologi, professionisti dell’emergenza e mediatori linguistico-culturali, capaci di effettuare rapidamente triage, screening, profilassi e presa in carico delle persone vulnerabili. La mediazione transculturale non è un elemento accessorio: in queste situazioni è parte integrante dell’assistenza sanitaria». «Una particolare attenzione deve essere riservata ai minori stranieri non accompagnati», sottolinea Aodi. «Non basta trovare loro un posto dove dormire. Occorre una presa in carico sanitaria e socio-assistenziale completa, con una valutazione delle condizioni fisiche e nutrizionali e, soprattutto, dello stato psicologico. Parliamo di bambini e adolescenti che possono avere affrontato violenze, separazioni familiari, viaggi estremi e situazioni traumatiche: lasciarli senza un’assistenza adeguata significa aumentare ulteriormente la loro vulnerabilità». «NON BASTANO MURI E CONTROLLI: BISOGNA INTERVENIRE CON AIUTI CONCRETI NEI PAESI D’ORIGINE» «Pensare di governare fenomeni di queste dimensioni esclusivamente innalzando barriere o aumentando la repressione alle frontiere significa intervenire soltanto sull’ultimo anello della catena», sottolinea Aodi. «I flussi migratori devono essere programmati e governati, combattendo l’immigrazione irregolare e il traffico di esseri umani, ma contemporaneamente creando percorsi regolari e investendo seriamente nei Paesi dai quali le persone partono. Occorre sostenerli nei loro paesi di origine, lo chiediamo da anni a gran voce». «Da anni sosteniamo che servano accordi bilaterali trasparenti ed etici con i Paesi del Nord Africa, dell’Africa subsahariana e del Medio Oriente, fondati sul rispetto dei diritti umani e accompagnati da investimenti nella sanità, nella formazione, nell’occupazione e nella prevenzione. Senza questa strategia continueremo a intervenire soltanto quando l’emergenza è già arrivata sulle coste europee». L’ESPERIENZA AMSI DAL 2000: INTEGRAZIONE, SALUTE E IMMIGRAZIONE PROGRAMMATA «Portiamo avanti dal 2000 la nostra esperienza sul campo, anche attraverso l’Ambulatorio AMSI per stranieri, che ci ha consentito di osservare direttamente come i migranti non siano portatori di malattie, ma possano sviluppare problemi di salute dopo l’arrivo in Europa, quando le condizioni del viaggio, la precarietà, lo stress e le difficoltà abitative e sociali possono incidere anche sulle difese immunitarie», sottolinea Aodi. «Per questo riteniamo necessario rilanciare l’esperienza degli ambulatori dedicati agli stranieri, rafforzando la medicina transculturale e la mediazione linguistico-culturale per superare le barriere linguistiche, culturali ed etniche nell’accesso alle cure». «C’è poi un’altra questione che l’Europa e l’Occidente non possono più ignorare: nei prossimi anni avremo un crescente fabbisogno di manodopera e di professionisti di origine straniera in numerosi settori, dalla sanità all’agricoltura. Siamo già in ritardo. Occorrono politiche di integrazione, immigrazione programmata e ingressi regolari costruiti anche sulla base delle reali necessità del mercato del lavoro. Senza una programmazione avviata oggi sarà sempre più difficile garantire nei prossimi anni inclusione, integrazione e copertura del fabbisogno occupazionale». Aodi richiama in questo quadro anche le proposte del Manifesto politico internazionale e interculturale “Unione per l’Italia”, che lega immigrazione programmata, integrazione e valorizzazione delle competenze. «Dobbiamo costruire percorsi che consentano a chi arriva regolarmente di diventare parte attiva della società e del mondo del lavoro. Per i professionisti di origine straniera chiediamo procedure più rapide per il riconoscimento e l’equipollenza dei titoli di studio conseguiti all’estero, il superamento degli ostacoli legati alla cittadinanza nell’accesso stabile al lavoro pubblico e tutele concrete contro il precariato. Non possiamo cercare medici, infermieri e altri professionisti internazionali soltanto quando mancano lavoratori e poi dimenticare integrazione, diritti e valorizzazione del merito. Lo stesso principio deve accompagnare una politica migratoria programmata che sappia coniugare le esigenze del mercato del lavoro con percorsi reali di inclusione sociale». UN PIANO MARSHALL EUROPEO PER LA SALUTE GLOBALE La rete associativa e i movimenti chiedono quindi alle istituzioni italiane ed europee di avviare un Tavolo permanente sulla Sanità Transculturale e di Frontiera, coinvolgendo professionisti sanitari, istituzioni, esperti di salute globale, mediatori culturali e rappresentanti delle comunità. «L’Europa deve promuovere un vero Piano Marshall per la salute globale», conclude Aodi. «Occorre finanziare ospedali, ambulatori, programmi vaccinali, medicina territoriale e formazione dei professionisti nei Paesi d’origine e di transito, oltre a predisporre protocolli sanitari comuni nei punti di ingresso europei. Prevenire una crisi sanitaria prima che raggiunga le nostre frontiere costa meno, salva più vite ed è molto più efficace che rincorrere continuamente le emergenze». «Chiediamo da anni una strategia europea comune per i minori stranieri non accompagnati, per le donne e per tutte le persone vulnerabili. Non possono essere lasciati per giorni o settimane in condizioni precarie. Sicurezza e solidarietà non sono concetti contrapposti: una gestione ordinata, programmata e sanitaria dei flussi tutela contemporaneamente i migranti, i cittadini europei e gli stessi sistemi sanitari nazionali». UFFICIO STAMPA CONGIUNTO Movimento Uniti per Unire – AMSI – Co-mai – UMEM – USEM – AISC NEWS redazione@aiscnews.it www.unitiperunire.org www.aiscnews.org Centro Medico Iris Italia – Roma Tel. 06 8862793 Uniti per Unire
August 17, 2026
Pressenza
Dieci assiomi della cura
1 La cura non può mai prescindere da una richiesta. È questa a connettere anamnesi, diagnosi, interventi e lavoro sul senso. 2 Ogni cura, sociale, familiare, fisica e psicologica che sia, è speculare al tempo e allo spazio in cui è inserita. 3 Ogni cura è un atto politico. Attraverso di […] L'articolo Dieci assiomi della cura su Contropiano.
August 9, 2026
Contropiano
4. Effetto Refugio: Salute sessuale tra servizi e autogestione
Domenica 2 agosto il cerchio di parola organizzato durante Effetto Refugio ha visto un dialogo molto partecipato tra le esperienze di Livorno e quelle di altri territori su questo tema. Abbiamo registrato gli audio che potete quindi riascoltare: la presentazione dell’incontro di Albe e Francesca https://radiosonar.net/wp-content/uploads/2026/08/1-presentazione-di-Albe-e-Francesca.mp3 Mari del coordinamento assemblee dei consultori Lazio e del gruppo di formazione trans di Roma https://radiosonar.net/wp-content/uploads/2026/08/2.-mari-intervento.mp3 Cinzia di Non una di meno Livorno https://radiosonar.net/wp-content/uploads/2026/08/4-Cinzia-NUDM-Livorno.mp3 Egon Botteghi del Centro Ascolto LGBTQ+ L’APPRODO di Livorno, uno spazio sicuro e di accoglienza con professionistɜ e volontariɜ! https://radiosonar.net/wp-content/uploads/2026/08/3-Egon-intervento.mp3 Claudio del reparto infettivi dell’ospedale di Livorno su infezioni sessualmente trasmissibili https://radiosonar.net/wp-content/uploads/2026/08/5-medico-reparto-malattie-infettive-Livorno.mp3
August 8, 2026
RadioSonar.Net
Morire disperati nelle carceri della Sardegna
Ogni settimana in Sardegna, ma anche nel resto d’Italia, leggiamo di detenuti nelle carceri che muoiono spesso suicidi, o con atti di grave autolesionismo, nel tentativo di attirare l’attenzione del Sistema reclusorio, che dovrebbe rispettare la nostra Costituzione, il quale prevede che il periodo detentivo si deve fare in modo che la persona venga seguita in un percorso di recupero alla vita sociale. Ma questa è fantasia o demagogia, sappiamo tutte/i del sovraffollamento negli Istituti dell’Isola, in particolare ad Uta e Bancali. L’ultimo episodio (ultimo?)  avvenuto nella Casa Circondariale ad Uta, è la morte di un giovane di 32 anni affetto da un grave disturbo mentale; non ci interessa il reato per il quale era recluso, ma non è possibile che una persona con problemi psichiatrici debba restare in una cella invece che in un Servizio della Sanità regionale. Varie associazioni quali Asarp e SDR hanno denunciato in questi anni e pure ultimamente le carenze delle strutture, a partire dalla assistenza sanitaria e psichiatrica, fortemente carente; d’altronde la legge 81 impone allo Stato e alle Regioni di evitare la carcerazione di persone con disturbo mentale. Gli attuali Istituti penitenziari spesso non hanno neppure gli spazi adatti né tutte le figure professionali necessarie (psichiatri, psicologi, infermieri della riabilitazione psichiatrica, assistenti sociali; pensiamo anche a chi ha problemi di mobilità o non è autosufficiente). Non si può pensare di scaricare la responsabilità delle morti nel personale della Polizia Penitenziaria, che ha altri compiti. E neppure ci si può basare sui volontari, che pure fanno un meraviglioso lavoro di assistenza psicologica. Il Ministro come sempre invierà degli ispettori. Cosa sta facendo o proponendo l’Amministrazione regionale? Quale assistenza sanitaria è prevista per gli istituti detentivi dell’Isola? Sono domande minime a cui una classe politica deve dare risposte alla società che le avanza. La situazione di Uta è gravissima: su 750 detenuti, molti di più del previsto, quasi 250 presenterebbero una doppia diagnosi, cioè la compresenza di una patologia psichiatrica e di una dipendenza. È di questi giorni un disegno di legge, già passato nella Commissione del Parlamento, sulla possibilità che le persone con diagnosi di patologie da dipendenza non debbano restare recluse, ma vengano inviate in strutture esterne. Il Ministro dichiara che ci sono 10.000 detenuti che potrebbero usufruirne. A questo proposito ci chiediamo perché le Colonie penali dell’Isola, vere aziende agrarie, siano in gran parte abbandonate, mentre potrebbero svolgere un’utile funzione di recupero, ma con personale adeguato. In Sardegna stanno per arrivare i detenuti del 41 bis che aggraveranno la situazione per la vigilanza e l’assistenza sanitaria. La Garante regionale per i Diritti dei detenute/i , Irene Testa, denuncia continuamente questo stato di cose, così come don Gaetano Galia, cappellano del carcere di Bancali, che sui giornali ha dichiarato che nel 1978 la legge Basaglia (ottima legge mal applicata) ha chiuso i manicomi, ma in realtà sono stati spostati dentro le carceri. Così come Anna Cherchi, la Garante comunale di Sassari per i detenuti, ha dichiarato anche lei sui giornali che tante vite si potrebbero salvare, se si parlasse meno e si agisse di più; servono più strutture per i servizi psichiatrici. Non si può morire disperati nelle carceri sarde. Giancarlo Nonis, presidente ARCADIA Sardegna ETS-OdV Redazione Sardigna
August 4, 2026
Pressenza
Fakir e Mohamed: migrazione e disagio psichico, quando la doppia discriminazione uccide
Dalla mancanza di servizi alla risposta armata: così in Italia una crisi psichica può trasformarsi in un rischio di morte, soprattutto per chi vive ai margini. Due volte vittime: prima come migranti, poi come persone con disagio psichico. Le recenti vicende di Abderrahim Fakir, 43 anni, ucciso a Bologna durante un intervento delle forze dell’ordine, e di Mohamed Amin Bessioud, 25 anni, morto a Cosenza durante un controllo dei carabinieri, pongono una domanda urgente e scomoda: quanto vale la vita di chi si trova tra marginalità sociale e sofferenza mentale? Questi due giovani condividono un destino che non può essere liquidato come fatalità o semplice “errore”. Entrambi erano migranti. Entrambi vivevano una condizione di sofferenza psichica nota e segnalata. Entrambi sono deceduti nel contesto di interventi delle forze dell’ordine, seppure in circostanze differenti e attualmente oggetto di accertamento. A Bologna la Procura ha aperto un’inchiesta per chiarire le responsabilità e il nesso tra le modalità di contenimento adottate. A Cosenza è stato aperto un fascicolo per ricostruire la dinamica dei fatti e verificare eventuali responsabilità nella gestione dell’intervento. Queste vicende sollevano una questione più profonda: cosa accade quando una condizione di vulnerabilità viene letta prima come una minaccia e non come una richiesta di aiuto? Questa è la doppia discriminazione: essere percepiti come pericolosi per la propria fragilità. Queste morti vanno comprese anche alla luce dell’attuale crisi del sistema della salute mentale in Italia. Negli anni, il progressivo indebolimento dei servizi territoriali, le carenze strutturali e i tagli hanno lasciato sempre più sole le persone fragili e le loro famiglie. Un sistema che dovrebbe prevenire, accompagnare e prendersi cura rischia così di intervenire soltanto nell’emergenza, quando la sofferenza è già diventata crisi e le possibilità di una risposta basata sulla cura sono ridotte. I “minuti di nessuno”, come vengono definiti da David Vagni, sono quei momenti in cui il sistema fallisce completamente: quando non arriva un operatore formato, quando manca un mediatore, quando l’unica risposta è l’intervento coercitivo o l’intimidazione. Sono i minuti in cui una crisi psichica viene interpretata come minaccia, e non come richiesta di aiuto. I minuti che fanno la differenza tra la vita e la morte. Eppure, la sicurezza non può essere ridotta a controllo: la vera sicurezza nasce dalla presenza di servizi, relazioni, comunità. Non dalla militarizzazione dei territori. La vicenda di Fakir ci ricorda che la salute mentale non è solo una questione sanitaria, ma profondamente sociale. Essere poveri, migranti, soli, senza una rete di supporto, significa avere molte più probabilità di non ricevere cure adeguate, di essere lasciati indietro, di essere percepiti come un problema anziché come una persona con dignità e diritti. Nel frattempo, le famiglie delle persone con disabilità, delle persone che vivono condizioni di sofferenza psichica o che attraversano momenti di crisi legati a stress o altre difficoltà, continuano spesso a essere lasciate sole. Genitori, fratelli e caregiver si trovano a gestire situazioni complesse senza un supporto adeguato, senza continuità assistenziale e senza risposte tempestive. Questo isolamento aumenta il rischio che le crisi vengano affrontate solo quando sono già esplose, con conseguenze drammatiche per le persone coinvolte e per chi sta loro accanto. Accanto al tema della salute mentale esiste un’altra dimensione spesso ignorata: quella della comunità neurodivergente. Persone verbali e non verbali, con o senza autismo, con e senza stereotipie evidenti, convivono quotidianamente con incomprensione, discriminazione e abilismo. Una crisi, un sovraccarico sensoriale, uno “shutdown” possono essere facilmente scambiati per comportamenti oppositivi o pericolosi. Le famiglie e gli educatori lo sanno bene, in queste crisi le persone non agiscono intenzionalmente e possono trovarsi in situazioni di rischio per sé e per gli altri. Ma cosa accade quando questi episodi si verificano in contesti pubblici, magari durante una manifestazione pacifica e in presenza delle forze dell’ordine? È accettabile vivere con il timore che una crisi possa essere interpretata come una minaccia e che un intervento di contenimento possa trasformarsi in una tragedia? È giusto che una persona disabile o neurodivergente, o la sua famiglia, debba temere per la propria incolumità in situazioni che dovrebbero essere protette e sicure? Le morti di Fakir e Mohamed non sono casi isolati, ma la punta di un iceberg. Sono il sintomo di un sistema che non riconosce la complessità, la fragilità, la diversità e che non investe nella cura, che risponde con la forza dove servirebbero competenze, formazione, ascolto e relazione. Serve un cambio di paradigma: formazione specifica per le forze dell’ordine nella gestione delle crisi psichiche, servizi territoriali di salute mentale realmente accessibili e una rete integrata tra operatori sociali, sanitari e mediatori culturali. Serve soprattutto riconoscere pienamente la dignità e i diritti delle persone che vivono condizioni di sofferenza psichica, delle persone neurodivergenti e delle persone con disabilità, insieme alle loro famiglie. Perché nessuno dovrebbe morire per una crisi. E nessuno dovrebbe essere punito per la propria vulnerabilità. Oltre lo stigma: vigilanza civile e alleanze di cura Le implicazioni economiche e politiche di questa gestione emergenziale sono ormai evidenti. La militarizzazione di interi quartieri e una crescente deriva repressiva, alimentata anche dal dibattito pubblico su “sicurezza” e da nuovi dispositivi normativi come il DDL sicurezza e il cosiddetto “DDL anti-semitismo”, contribuiscono a spostare l’attenzione dalla cura al controllo. Il progressivo sottofinanziamento del Sistema Sanitario Nazionale e, in particolare, dei Dipartimenti di Salute Mentale ha ridotto l’assistenza territoriale, spesso limitandola a interventi frammentari o farmacologici, incapaci di garantire presa in carico continuativa, diagnosi tempestive e prevenzione. In questo vuoto, diventa più immediato – ma profondamente sbagliato – delegare la gestione delle crisi alle forze dell’ordine, invece di investire in équipe multidisciplinari di prossimità, formate per intervenire senza ricorrere alla coercizione. Le conseguenze ricadono su famiglie e comunità, lasciate sole e costrette a convivere con il timore che una crisi possa trasformarsi in tragedia. Non possiamo accettare che la risposta alla sofferenza psichica resti confinata alla repressione. L’eredità di Franco Basaglia ci ricorda che la cura passa dal riconoscimento della piena dignità della persona. In questa direzione si muovono oggi reti e realtà dal basso, che lavorano per contrastare stigma e isolamento, promuovendo pratiche di mutuo aiuto e solidarietà. Parallelamente, il contributo della divulgazione scientifica e culturale – portato avanti da attivisti, studiosi e associazioni della comunità neurodivergente – sta ridefinendo il modo in cui comprendiamo crisi, differenze e vulnerabilità (in fondo all’articolo si trova un elenco di riferimenti). Questi percorsi mettono in luce una verità spesso ignorata: le barriere non sono solo architettoniche, ma anche invisibili, sociali e culturali. L’abilismo e l’analfabetismo emotivo istituzionale producono una violenza strutturale che colpisce chi è già marginalizzato, trasformando la fragilità in colpa e la diversità in rischio di morte. Per questo è necessaria una vigilanza civile costante. Occorre chiedere con forza l’abbandono delle pratiche di contenimento fisico potenzialmente letali, un investimento concreto nei servizi territoriali di salute mentale e l’accesso equo e tempestivo alle diagnosi anche in età adulta. È altrettanto urgente garantire, nelle situazioni di crisi, la presenza di personale sanitario qualificato, affinché la prima risposta sia la cura – inclusa, se necessaria, la sedazione in contesto medico – e non la forza. Finché una crisi psichica continuerà a essere interpretata come una minaccia all’ordine pubblico, tragedie come quelle di Abderrahim Fakir e Mohamed Amin Bessioud resteranno possibili. Spetta alla collettività pretendere un cambiamento. Alle istituzioni ascoltare il malcontento sociale ed essere lungimiranti: sostituire la cultura del controllo con il diritto alla cura, la repressione con l’ascolto, la paura con una responsabilità condivisa.   Reti di riferimento su salute mentale, neurodivergenze, advocacy e costruzione di comunità contro stigma e abilismo: * Brigata Basaglia – realtà autogestita che sviluppa pratiche di salute mentale comunitaria, mutuo aiuto e contrasto allo stigma. Offre servizi gratuiti di supporto psicologico, ascolto telefonico e orientamento sociale. * Fabrizio Acanfora – scrittore e divulgatore sui temi della neurodivergenza e dell’autismo, impegnato nella diffusione della cultura della neurodiversità e nella critica dell’abilismo. * Neuropeculiar APS – associazione impegnata nella promozione della cultura della neurodiversità e organizzatrice di AUTcamp, la non conferenza dedicata ad autismo, disabilità, differenze e diritti. * Bradipi in Antartide – progetto di divulgazione sull’autismo e sulla neurodiversità, con particolare attenzione alle esperienze vissute, alla sensorialità, alla comunicazione e al superamento degli stereotipi. * Cose molto ADHD – progetto di divulgazione e advocacy dedicato all’ADHD, nato per raccontare la neurodivergenza attraverso esperienze, informazione e consapevolezza. 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July 29, 2026
Pressenza
Sicurezza o controllo? Il caso Fakir e la militarizzazione del Pilastro
Un’analisi del tessuto socio-culturale del Pilastro per comprendere le radici della mobilitazione.   L’omicidio di Abderrahim Fakir avvenuto nel quartiere Pilastro di Bologna durante un intervento di polizia, ha scosso profondamente la città e aperto interrogativi che vanno ben oltre la cronaca. Un uomo, segnato da una doppia marginalità – tra condizione migrante e disagio psichico – è morto mentre veniva immobilizzato a terra dagli agenti; la Procura ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo, iscrivendo diverse persone nel registro degli indagati. Senza entrare qui nel merito della gestione sanitaria del disagio psichico e delle pratiche di contenimento – tema che meriterebbe un approfondimento specifico – è necessario analizzare il contesto sociale e la storia del quartiere, che ha reagito in modo ampio e partecipato alla sua morte. Oggi, al Pilastro, si parla di forme di auto-organizzazione come video-controllo popolare, reti di mutuo soccorso, assistenza di prossimità e presidi territoriali informali. I video diffusi hanno rapidamente alimentato indignazione e proteste, con paragoni internazionali che evocano modelli di gestione repressiva come quelli attribuiti all’ICE negli Stati Uniti. Militarizzazione e protesta Il Pilastro è oggi il simbolo di una tensione più ampia. Già prima dell’omicidio, i comitati territoriali denunciavano una crescente militarizzazione del quartiere: aumento della presenza delle forze dell’ordine e un approccio securitario percepito come invasivo. Le tensioni degli ultimi mesi sono legate anche ai progetti di trasformazione urbana dell’area del parco Mitilini-Moneta-Stefanini, da tempo terreno di conflitto tra residenti e istituzioni. Dopo la morte di Fakir, la risposta della cittadinanza si è espressa in una grande mobilitazione popolare. Circa duemila persone hanno partecipato a una marcia pacifica nel quartiere, chiedendo “verità e giustizia”. Nel frattempo, iniziative e manifestazioni si sono diffuse anche in altre città italiane. La marcia del Pilastro si è distinta per la sua composizione eterogenea: residenti storici, giovani, famiglie, associazioni locali, comitati cittadini e volontari. Un segnale chiaro: il quartiere rifiuta di essere ridotto a una narrazione di degrado e rivendica la propria complessità sociale e politica. Una lunga storia di conflitto e mediazione Per comprendere il presente del Pilastro è necessario tornare alle sue origini. Nato negli anni Sessanta come quartiere di edilizia popolare, è stato fin da subito segnato da isolamento urbano e carenza di servizi. In questo contesto nacque, nella seconda metà degli anni ’60, il Comitato Inquilini Villaggio Pilastro, promosso da figure come Luigi Spina e Oscar De Paoli, con l’obiettivo di rispondere collettivamente alle condizioni di marginalità. Il Comitato ha storicamente combinato conflitto e dialogo. Le mobilitazioni si accompagnavano a un confronto costante con l’amministrazione comunale, allora guidata dal PCI, dando vita a un modello di partecipazione capace di incidere sulle politiche urbane. I risultati furono significativi. Tra il 1973 e il 1975, le proteste contro la speculazione edilizia portarono a modifiche decisive nella pianificazione urbanistica, tra cui la salvaguardia del cosiddetto “pratone”, oggi Parco Pier Paolo Pasolini. Anche episodi più radicali, come l’occupazione di via Frati nel 1971, rientravano in un ciclo di mobilitazione che alternava conflitto e negoziazione. Questa storia restituisce l’immagine di un quartiere capace di auto-organizzarsi e produrre cambiamento, costruendo nel tempo un’identità collettiva forte. Il Pilastro come laboratorio sociale Un altro elemento fondamentale è rappresentato dall’esperienza del Centro Medico Sistematico di Psicologia Applicata, attivo nel quartiere a partire dal 1969. L’intervento evidenziò criticità profonde: sovraffollamento abitativo, isolamento sociale e carenza di servizi educativi. Gli studi condotti mostrarono come il disagio non fosse individuale ma strutturale, legato alle condizioni urbanistiche e sociali. Dopo poco tempo il progetto si interruppe per mancanza di continuità e fondi istituzionali, lasciando irrisolti molti bisogni della comunità. Analisi successive, tra cui ricerche socio-territoriali come RISMA, hanno confermato la persistenza di queste fragilità, sottolineando come l’assenza di politiche di lungo periodo abbia contribuito a consolidare dinamiche di marginalità. Sicurezza o controllo? Centrale è il significato stesso di “sicurezza”. La militarizzazione dei territori e l’intensificazione dei controlli rischia di accentuare la distanza tra istituzioni e cittadini e di alimentare un clima di conflitto permanente. Tutto questo si inserisce in un contesto nazionale segnato da un rafforzamento degli strumenti repressivi, come evidenziato dal dibattito attorno al “ddl sicurezza” e al cosiddetto “ddl antisemitismo”. Diversi osservatori – tra cui giuristi, associazioni per i diritti civili e organismi internazionali – hanno segnalato il rischio che un’estensione eccessiva di tali strumenti possa comprimere gli spazi democratici e la libertà di espressione, aumentare strumenti repressivi e intensificare il conflitto sociale. In questo quadro, la militarizzazione da mesi di un intero quartiere con problematiche sociali irrisolte da anni e l’aumento della violenza della polizia appare non solo insufficiente, ma controproducente. La storia insegna che l’inasprimento del controllo, se non accompagnato da ascolto e politiche sociali, tende ad alimentare la radicalizzazione e lo scontro tra gruppi sempre più contrapposti. Il rischio è quello di una spirale in cui il conflitto si intensifica anziché risolversi. Il Pilastro, invece, ha dimostrato nel tempo che partecipazione, investimento sociale e mediazione possono generare risultati più duraturi. La mobilitazione per Fakir si inserisce in questa tradizione: una richiesta di giustizia che non è solo giudiziaria, ma anche sociale e politica. Ignorare queste istanze e rispondere unicamente con strumenti repressivi significa esporsi a uno scenario prevedibile: l’aumento delle tensioni e, nel peggiore dei casi, delle vittime. Oltre la cronaca L’omicidio di Abderrahim Fakir non è un episodio isolato. È la punta di un iceberg fatto di disuguaglianze urbane, politiche securitarie e fragilità sociali mai risolte. La marcia delle duemila persone al Pilastro indica che esiste una comunità viva, capace di reagire e di rivendicare diritti. Il futuro del Pilastro – e non solo di Bologna – dipenderà dalla capacità di trasformare questa crisi in un’occasione di ascolto e cambiamento. La scelta è aperta: continuare lungo la strada dell’emergenza e della militarizzazione, oppure investire in un progetto di città più giusto e inclusivo, capace di ascoltare le molteplici voci di comitati, volontari e realtà associative.   Fonti per approfondimento: La vicenda di Fakir ricorda che la salute mentale è (soprattutto) una questione di classe https://www.pressenza.com/it/2026/07/la-vicenda-di-fakir-ricorda-che-la-salute-mentale-e-soprattutto-una-questione-di-classe/ Il Pilastro di Bologna, dalla citofonata di Salvini alla morte di Fakir: storia del quartiere popolare e dei suoi 60 anni tormentati https://www.pressenza.com/it/2026/07/il-pilastro-di-bologna-dalla-citofonata-di-salvini-alla-morte-di-fakir-storia-del-quartiere-popolare-e-dei-suoi-60-anni-tormentati/ Morte di Fakir al Pilastro: la sicurezza è una rete, non una divisa https://www.pressenza.com/it/2026/07/morte-di-fakir-al-pilastro-la-sicurezza-e-una-rete-non-una-divisa/ Salute mentale e salute sociale: come peggiora la situazione in Italia https://www.pressenza.com/it/2026/05/salute-mentale-e-salute-sociale-come-peggiora-la-situazione-in-italia/   Redazione Bologna
July 29, 2026
Pressenza