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Mirella, San Ghetto e le istituzioni
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- C’è voluto il ventesimo movimento di “ARREVUOTO” perché Mirella La Magna, cofondatrice del GRIDAS (Gruppo risveglio dal sonno) e memoria storica del quartiere Scampia, martoriata periferia nord di Napoli, incontrasse finalmente il sindaco di Napoli. Per intercessione di San Ghetto Martire, alias Salvatore Serpico.  Il sindaco, ovviamente, era fittizio: il bravissimo Noe Esposito, del gruppo dell’associazione Quartieri Spagnoli, in scena per la prima volta quest’anno e che gentilmente si è prestato per le foto a fine spettacolo scattate oculatamente da Rossella Grasso che la vicenda giudiziaria del GRIDAS la segue da sempre e di Mirella è intervistatrice fedele da oltre 10 anni.  Nel cortometraggio ironico ideato e diretto da Salvatore Polizzi dell’Associazione “PensareFare” lanciato a supporto del GRIDAS mentre si attendeva la sentenza civile, Salvatore Serpico ha interpretato in modo strabiliante il Santo Protettore delle Periferie, accompagnato da una strepitosa Fatima Villani nelle vesti di Soccàvola, Santa irriverente della martoriata periferia di Soccavo e nipote di San Ghetto Martire. Il cortometraggio, ispirato alla celebre scena della lettera di Totò e Peppino, ricalcava la richiesta di un incontro inviata da Mirella, responsabile del GRIDAS, al sindaco di Napoli tuttora rimasta senza risposta da ormai oltre quattro anni.  Stessa sorte, il silenzio totale, grava sulla analoga richiesta di incontro inviata al presidente della Regione Campania, Roberto Fico, dopo la sentenza di sgombero ricevuta dal GRIDAS a novembre 2025.  Richiesta via per di dicembre, cui è seguita una lettera aperta consegnata a mano dal nostro Santo di cartapesta con la Santa Sede Sotto Sfratto nel corso del partecipato presidio-processione del 16 aprile scorso. “Processione” ironica, ma lettera serissima, peraltro fatta protocollare e inviata anche via pec alla Regione Campania, come via pec sono state inviate lettere “ufficiali” al sindaco di Napoli. Ironica la lettera, scritta rigorosamente a mano e come tale consegnata agli uscieri del Palazzo San Giacomo nelle scene, del tutto reali e improvvisate, che chiudono il corto di Polizzi liberamente disponibile su YouTube. Errore nostro non far protocollare anche quella lettera, non che l’azione faccia la differenza, dati i risultati.  Con l’ironia si strappa un sorriso, si fanno taglienti battute, ma si denunciano fatti ben reali.  È lo stile che contraddistingue il GRIDAS da quasi 50 anni. È lo stile, che adoriamo, di “ARREVUOTO”. “ARREVUOTO” è teatro, finzione, ma con i piedi ben ancorati nella realtà, irriverente nello sbugiardare i “colpevoli” e le loro malefatte, ma ben concreto nel riconoscere il valore di azioni e persone e nel trasmettere messaggi profondamente sensati.  Di anno in anno abbiamo visto crescere questa “compagnia”, che muta di volta in volta, di movimento in movimento, unendo persone di ogni età, ceto, etnia, provenienza sociale e culturale e portando in scena, ogni anno, un centinaio di attori e attrici che mettono in gioco il proprio talento in una carica di energia propositiva e con trovate sceniche e di trama che hanno del geniale, sotto la regia di Maurizio Braucci e di uno stuolo di guide, artisti, musicisti che si fanno interscambiabili in un tutt’uno che crea un risultato ogni anno sorprendente.  Quest’anno, per il ventesimo anno in scena, è stata tirata in ballo anche Mirella.  E lei si è “prestata”, con entusiasmo. Non ha voluto sapere oltre, “se di sorpresa si deve trattare..”, come sempre “basta che mi vengono a prendere e mi accompagnano dove devo andare..”. L’irriverenza si è fatta ascolto, con riverenza e attenzione, al momento della sua chiamata in causa, con gli attori di ogni età in sintonia con la sua improvvisazione, perché di quello si è trattato entrambe le serate. Ne è seguita un’ovazione finale.  “ARREVUOTO” riconosce l’importanza di radici, luoghi, contesti e persone: è finzione con i piedi ben saldi nella realtà.  Cosa che non fanno, ahimè, i nostri “cari” governanti, discosti anni luce dalla realtà e dalla vita reale.  Altro che alieni! Nell’osservare il “Sindaco di Napoli” che provava a svignarsela sul palco, sfuggendo alle proprie responsabilità, nell’osservare la devozione con cui la compagnia si è fermata per accogliere Mirella e ascoltare le sue parole, mai fuori luogo, mai disconnesse dal senso globale, mi è venuto da pensare, ancora e ancora e ancora, che sono proprio inqualificabili questi “governanti” che si privano, loro per primi, del piacere e dell’arricchimento culturale e umano che ne trarrebbero dall’incontrare e ascoltare Mirella. E non parlo in quanto figlia di Mirella e Felice Pignataro, ma in quanto parte di quel tutt’uno che tramanda e porta avanti le storie, la storia, di un quartiere, di una comunità, di una società fatta di legami, relazioni, connessioni concrete che in un modo o nell’altro avanzano.  È un vero peccato che i governanti se ne tengano fuori, “al di sopra”, forse, sicuramente sconnessi e per questo privi di fondamento. Sono loro, in effetti, che stanno rovinando la società, mentre vista da quaggiù, la terra è bellissima, con i piedi ben saldi nella realtà e le connessioni positive che avanzano e si diramano in maniera contagiosa. Al momento non sappiamo come finirà questa storia, ma è parte di un unicuum e sono in tanti, da ogni luogo, ogni provenienza, ogni galassia, o meglio intergalaksia, a esserci accanto e a mantenerci in piedi, sicché “siamo sempre in movimento e in attività allora il primo cambiamento è avvenuto già”*.  All’insaputa di chi si illude di “governarci”.  La citazione finale è dal brano “Social Carnaval” di Bandarotta Bagnoli – Tradizione e Rivoluzione a Tamburo Battente, feat “La Mescla”. Anno 2017. Un’altra sorpresa, con una dedica a Felice Pignataro e al GRIDAS, che arrivò mentre avevamo concluso il film realizzato dal basso “Scampia Felix”. Il brano lo abbiamo tenuto da conto e inserito nel recente film autoprodotto “Napoli Felix”.  Non a caso Mirella la prima sera in scena con “Arrevuoto” indossava la maglietta di “Scampia Felix”, mentre la seconda sera la maglietta di “Mare Libero Napoli”, legato a filo doppio a Bagnoli. Siamo tutti interconnessi. Con l’immancabile spilla-anguria per la Palestina. -------------------------------------------------------------------------------- Di seguito qualche link di approfondimento: * L’intera vicenda giudiziaria del GRIDAS * Il cortometraggio “San Ghetto e Soccàvola al sindaco Manfredi” (28/6/2025): * Lettera aperta al presidente della Regione Campania, Roberto Fico (16/4/2026) * Lettera aperta di San Ghetto Martire al sindaco Manfredi (1/5/2022) * Brano “SOCIAL CARNAVAL’ de La Bandarotta Bagnoli feat. La Mescla: * Film “Scampia Felix” di Francesco Di Martino e del GRIDAS * Film “Napoli Felix” del GRIDAS, per la regia di Alessia Maturi e Maria Reitano: * Arrevuoto – associazione di teatro e pedagogia: > Home -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Mirella, San Ghetto e le istituzioni proviene da Comune-info.
May 26, 2026
Comune-info
La politica e l’etica della “vita giusta”. Il futuro è ora
ATTRAVERSO LE ASSEMBLEE POPOLARI, IL JORNAL DOS BAIRROS, LA RÁDIO VIDA JUSTA E LE MOBILITAZIONI CONTRO GLI SFRATTI, LA VIOLENZA POLIZIESCA, L’AUMENTO DEL COSTO DELLA VITA E LA CRIMINALIZZAZIONE DELLA POVERTÀ, IL MOVIMENTO VIDA JUSTA, NATO NEGLI ULTIMI ANNI IN ALCUNI QUARTIERI DI LISBONA, CERCA DI RICOSTRUIRE LEGAMI COMUNITARI. LA “RIVOLUZIONE DEI QUARTIERI” NON È SOLO UN MOVIMENTO DI PROTESTA MA UN TENTATIVO DI COSTRUIRE, QUI E ORA, FORME DI VITA FONDATE SULLA SOLIDARIETÀ, SULL’AUTO-ORGANIZZAZIONE E SULLA CAPACITÀ COLLETTIVA DI DECIDERE SULLE PROPRIE CONDIZIONI DI ESISTENZA La capacità di adattamento dimostrata dal capitalismo nel corso degli ultimi due secoli condurrebbe a considerare la celebre frase di Margaret Thatcher, “There’s no alternative”, come una profezia che si autoavvera. Da allora, ulteriori cambiamenti si sono succeduti, in risposta a insurrezioni di movimenti e crisi di varia natura e intensità. In nessuno di questi momenti si è giunti davvero a mettere in discussione la coesione e le fondamenta di un sistema globale che, per non lasciare dubbi, si autocolloca alla “fine della storia”. Quindi, come ha affermato disincantatamente Mark Fisher, è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo? Per chi è vivo oggi, sì, senza dubbio. La profezia di Thatcher e l’amara riflessione di Fisher rappresentano una verità difficilmente contestabile. L’orizzonte si fa ancora più nitido e cupo allo stesso tempo, nel momento in cui consideriamo alcuni degli elementi che segnano pesantemente lo scenario offerto dal capitalismo algoritmico. Si tratta dello sviluppo a tutto tondo di ciò che, nel corso del primo decennio di questo secolo, si è imposto come economia delle piattaforme. La centralità dello strumento algoritmico ha rivoluzionato le relazioni tra gli individui e con se stessi, ben al di là del contesto lavorativo. La tendenza all’individualizzazione, la perdita di senso delle forme collettive di lettura dei processi e di costruzione di risposte, il dominio dell’ideologia del successo a qualsiasi costo e della meritocrazia — dove il fallimento è indicato come colpa individuale —, la costante svalutazione delle relazioni corporee a favore di quelle digitali: è in corso una mutazione antropologica che raggiunge livelli profondi, inclusa la sfera dell’inconscio e dei sogni. La difficoltà a riconoscersi in un soggetto collettivo storicamente definito, su cui costruire una reale alternativa — soggetto che deve essere creato, non trovato da qualche parte, né cortocircuitato in una “moltitudine” sempre e già antagonista —, produce, come scrive Márcio Pochmann su Outras Palavras, frustrazione e risentimento. Questi, a loro volta, rafforzano il senso di individualità e solitudine, alimentando il circolo vizioso che ci sta logorando. Gli ultimi dieci anni sono stati segnati da un’accelerazione impressionante del processo di consolidamento di questo nuovo paradigma, al contempo economico, sociale, culturale, politico e antropologico. La sua velocità non ci ha lasciato tempo per riflettere su ciò che stava accadendo. Le tracce che lascia sono indelebili e già oggi chiaramente visibili. Senza dubbio, lo saranno ancora di più nei prossimi anni, soprattutto tra le generazioni più giovani, in tutte le dimensioni della vita quotidiana. Ciò non ci impedisce di pensare a un altro futuro, anche perché “pensare” significa immaginare e conoscere qualcosa di nuovo, di imprevedibile, in contrapposizione al semplice riconoscere ciò che già si conosce. In questo senso, conoscere il nuovo si traduce nel vivere il nuovo, ciò che ancora non è. “L’immaginazione, la finzione, il mito non sono fughe dal reale, ma modalità della sua intensificazione, articolazione e trasformazione”, scrive Vittorio Gallese in Il Sé digitale (2025). “Frequentare il futuro” — come suggeriva il medico Cardoso a Pereira, il giornalista anziano del celebre romanzo di Tabucchi Sostiene Pereira — diventa, quindi, condizione di possibilità per una resistenza creatrice. “La capacità di creare mondi possibili, di abitare l’alterità, di costruire strutture di senso condivise che eccedono ciò che già esiste” (Gallese, 2025) è ciò che dobbiamo recuperare, proprio perché rappresenta il campo in cui agisce l’estrattivismo sulla nostra specificità di esseri umani. Il futuro può cominciare a essere creato già ora. Può essere sperimentato nella quotidianità delle nostre vite, negli spazi che sottraiamo al dominio implacabile e onnivoro a cui siamo assoggettati. Lì è dove riusciamo a vivere, seppur temporaneamente e parzialmente, al di là dell’orizzonte tracciato per noi. Ogni lotta, ogni conquista, ogni blocco produce nuove relazioni, dove la capacità di immaginare si trasforma in potenza di costruire già da ora ciò che deve divenire un’alterità piena. E, in nome di questa, non siamo disponibili ad accettare nulla che possa essere diverso. Di fronte a un capitalismo algoritmico che sussume ogni spazio — fisico e temporale — della nostra esistenza nella catena di valorizzazione che lo alimenta e riproduce, la risposta può collocarsi soltanto al livello della vita nel suo insieme. È, di fatto, l’unica risposta possibile alle tecniche di potere che si esprimono nella biopolitica: al suo interno dobbiamo trovare il terreno dove produrre il conflitto. Nella misura in cui la vita collettiva diviene ambito di intervento di quelle tecniche, la rivendicazione di una “vita giusta” incarna la sua sovversione, ne proietta il rovescio. Ciò elimina i confini tra “produzione” e “riproduzione”, tra conflitti lavorativi e conflitti sociali. Amplia la gamma di iniziative fondate sulla “cura di sé” come condizione per la “cura degli altri”. Riposiziona l’etica politica — e non la morale — al centro della visione del mondo in cui vogliamo vivere. L’etica è la cartografia delle potenze che producono forme di vita orientate a una sanità sociale, politica, economica e culturale, riferita tanto alla comunità quanto a ciascuno dei suoi membri. In questo senso, etica, politica e giusto lavorano insieme. Nell’articolo che, nelle nostre intenzioni, rappresentava la prima parte delle riflessioni che qui seguono, abbiamo descritto le modalità di attuazione e il ruolo svolto dalla guerra in un contesto alimentato e gestito dal caos. Vale la pena ricordare la celebre affermazione di Foucault nel corso Bisogna difendere la società, al Collège de France: la politica è la guerra condotta con altri mezzi. Mai come oggi quella affermazione suona più che mai attuale. La centralità della guerra nello scenario politico globale, con tutti i dispositivi che la accompagnano, relega la politica “tradizionale” a un ruolo derivato. Basta leggere i 22 punti contenuti nel recente manifesto di Palantir, pubblicato da Alex Karp in The Technological Republic, per capire come la stessa società si trasformi in un campo di applicazione delle logiche della guerra permanente e totale. La “guerra” contro tutti coloro che appaiono come minaccia agli obiettivi definiti dal capitalismo algoritmico non prevede limiti né rimorsi. Ciò che si vuole eliminare è la stessa idea di società civile come spazio di azione politica legittimamente antagonista. Uno spazio in cui sia legittimo agire per sovvertire l’ordine dei principi che regolano le relazioni tossiche alle quali tutti siamo sottomessi. [Stefano Rota*] -------------------------------------------------------------------------------- L’esperienza di “Vida Justa” – Lisbona L’emergere del Movimento Vida Justa mostra che, anche all’interno di una società profondamente frammentata dal capitalismo algoritmico come Stefano Rota qui descrive, continuano a esistere possibilità concrete di ricomposizione collettiva. In questi tre anni di esistenza e lotta, Vida Justa porta la forza dell’azione e del pensiero dei quartieri popolari, che non vogliono più essere soltanto territori di gestione della povertà e della marginalizzazione, ma spazi di organizzazione politica e produzione di solidarietà. Attraverso le assemblee popolari, il Jornal dos Bairros, la Rádio Vida Justa e le mobilitazioni contro gli sfratti, la violenza poliziesca, l’aumento del costo della vita e la criminalizzazione della povertà, il movimento cerca di ricostruire legami comunitari distrutti dall’individualizzazione neoliberale e dallo sfruttamento capitalista. In questo senso, la “rivoluzione dei quartieri” assume una centralità particolare: non come mito insurrezionale astratto, ma come pratica concreta di creazione di potere popolare a partire dalla vita quotidiana, dai territori e dai bisogni reali delle persone. Il Movimento Vida Justa diventa esempio di ciò che chiamiamo una politica della “vita giusta”. La lotta non appare più confinata al luogo di lavoro tradizionale, ma si espande all’insieme dell’esistenza: abitazione, trasporti, violenza poliziesca, immigrazione, cura, alimentazione, dignità e diritto alla città. Organizzando soggetti spesso isolati e resi invisibili, il movimento rompe con la logica secondo cui ogni individuo deve sopravvivere da solo e assumersi piena responsabilità della propria precarietà. La “rivoluzione dei quartieri” rappresenta, così, un’esperienza anticipatoria di futuro: un tentativo di costruire, qui e ora, forme di vita fondate sulla solidarietà, sull’auto-organizzazione e sulla capacità collettiva di decidere sulle proprie condizioni di esistenza. Non si tratta soltanto di resistenza difensiva, ma della creazione pratica di un’altra idea di società, fondata sulla convinzione che la vita non può continuare a essere subordinata alle esigenze della valorizzazione permanente e della guerra sociale diffusa che struttura il capitalismo contemporaneo. Il Movimento Vida Justa è stato un laboratorio dei conflitti sociali e di un’azione politica partitica e di piazza. È nato nel contesto della crisi inflazionistica e abitativa che si è aggravata in Portogallo dopo la pandemia, soprattutto nelle periferie urbane dell’Area Metropolitana di Lisbona. L’idea ha cominciato a prendere forma nel 2022, a partire da incontri tra attivisti, abitanti di quartieri popolari, associazioni locali e militanti di vari movimenti sociali. Un momento importante è stato un laboratorio sulla comunicazione e l’attivismo svoltosi a Cova da Moura, dove è emersa la proposta di organizzare una mobilitazione “dei quartieri” contro l’aumento del costo della vita. Fin dall’inizio, il movimento ha cercato di rompere con la separazione tra gli spazi tradizionali della politica e i territori periferici normalmente esclusi dalla rappresentazione pubblica. La manifestazione del 25 febbraio 2023 a Lisbona ha segnato quella irruzione politica: migliaia di persone provenienti dai quartieri popolari hanno posto al centro del dibattito temi come abitazione, salari, prezzi dei beni essenziali, razzismo strutturale e trasporti pubblici. Il movimento è stato presente in tutte le manifestazioni di solidarietà con gli immigrati, nelle questioni lavorative e nelle date di celebrazione e lotta come il 25 Aprile e il 1° Maggio. Ha organizzato una grande marcia di solidarietà con Odair Moniz [ucciso dalla polizia a distanza ravvicinata nel 2024] e altre vittime del razzismo strutturale. Vida Justa si definisce come una piattaforma che “dà voce ai quartieri” e cerca di costruire potere popolare a partire dalle condizioni concrete della vita quotidiana. La sua particolarità sta precisamente nel fatto di articolare questioni tradizionalmente separate: abitazione, violenza poliziesca, immigrazione, lavoro precario, mobilità urbana, alimentazione, salute mentale e dignità sociale appaiono come dimensioni inseparabili di un’unica lotta per la vita. Il movimento si è organizzato territorialmente in nuclei locali: Margem Sul, Amadora, Sintra, Loures, Odivelas, Cascais, Lisbona. Più che un movimento rivendicativo classico, cerca di affermare ciò che chiama una “rivoluzione dei quartieri”: l’idea che i soggetti storicamente marginalizzati possano trasformarsi in produttori di organizzazione politica, solidarietà e capacità collettiva di decisione. [Marta Lança**] -------------------------------------------------------------------------------- * Stefano Rota è ricercatore indipendente. Gestisce il blog “Transglobal”. Le sue più recenti pubblicazioni collettive sono La fabbrica del soggetto. Ilva 1958-Amazon 2021 (Sensibili alle foglie, 2023), e in G. Ferraro (a cura di), Altraparola. La figura di sé (Efesto Edizioni, 2024). Collabora occasionalmente con riviste online italiane e lusofone. ** Marta Lança è libera professionista in vari linguaggi della cultura: programmazione, traduzione, giornalismo, ricerca, cinema. Collabora con pubblicazioni in Portogallo, Angola e Brasile. Dal 2010, cura la redazione del portale Buala. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La politica e l’etica della “vita giusta”. Il futuro è ora proviene da Comune-info.
May 19, 2026
Comune-info
Un tempo Librino si chiamava Terreforti
“Terra di delizia e di incanto, rigogliosa di piante, di profumi, di fiori”, con un’agricoltura progredita e redditizia, praticata nei ricchi poderi delle elitès catanesi. Così l’architetto e ingegnere Sciuto Patti descrive, a metà Ottocento, quelle che si chiamavano allora Terreforti, l’odierno Librino, dove è nata la città satellite progettata dal grande architetto Kenzo Tange. Un progetto avveniristico a fronte di una realtà in cui all’iniziale spinta speculativa è seguito l’abbandono, fino a fare di Librino un emblema di periferia degradata. Eppure Librino non è solo questo, è un luogo vivo, segnato da grandi contraddizioni, scuole d’eccellenza e centrali di spaccio, associazioni attive nella promozione sociale e devianza minorile, sottoservizi all’avanguardia e rifiuti abbandonati ovunque, ampi viali alberati e trasporti pubblici quasi inesistenti. Qui vivono circa 70 mila persone (tra cui la fascia giovanile più numerosa della città), l’equivalente di una città attrezzata e vivibile come Pavia. I residenti provengono in buona parte dall’entroterra o da altre aree della città, ma alcuni sono nati e cresciuti qui, in quel nucleo di case per lo più terrane, oggi indicato come Librino vecchio. Un nucleo che non ha perso il senso di appartenenza e coltiva ancora i rapporti di vicinato, rafforzati spesso da legami parentali. Non stupisce, quindi, che da qui provenga Eleonora Guzzetta, una giovane studiosa che fa l’insegnante e ha deciso di condurre una ricerca sui caratteri originali del “suo” territorio. A questa ricerca ha dedicato la tesi della seconda laurea, “Prima di Librino. Una periferia catanese tra XV e XIX secolo”, presentata nella club house dei Briganti, che festeggiavano i venti anni dalla loro fondazione. C’è anche la grande storia dell’età moderna nello studio di Guzzetta, l’alternarsi delle dominazioni straniere, i conflitti tra vescovi e aristocrazia per la gestione di terreni e casali, le grandi famiglie aristocratiche protagoniste della ricostruzione post-terremoto, la povertà dei ceti popolari e le sommosse successive ad eventi drammatici come la carestia e il colera. C’è il variegato suolo siciliano con le relative colture ed economie diversificate, ed anche la loro evoluzione. Ma c’è, soprattutto, la riscoperta delle Terreforti, frutto di un’investigazione paziente, condotta in archivio, alla ricerca di documenti inediti o poco noti, nei fondi Benedettini, Biscari, del Tribunale civile di Catania… Da queste carte sono emersi, innanzi tutto, i nomi delle contrade, leggermente modificati rispetto al presente ma riconoscibili, in grado di lanciare un’esca per la ricerca di una identità. Prevale Bombacaro, che poi diventa Bummacaro, ma troviamo anche Santodaro in cui riconosciamo l’attuale San Teodoro e poi Fossa della Creta, Nitta, zia Lisa, Gelso Bianco. Tutti con estensione superiore a quella attuale e tutti dentro Terreforti, la vasta area a vocazione agricola, fertile e redditizia, prevalentemente in mano ai Benedettini di San Nicolò l’Arena e, via via, ad alcune famiglie dell’aristocrazia locale tra loro imparentate, Paternò Castello, Moncada, Bonaiuto, nomi che ritroviamo nei ruderi delle antiche masserie. Guzzetta ha ritrovato il toponimo Terreforti già nei documenti del XV secolo. Documenti da cui, in queste terre argillose, dure da lavorare ma benedette dall’acqua, risulta la presenza di giardini, orti o agrumeti che fossero, ma soprattutto quella della vite, che rimarrà dominante fino al secondo Ottocento, quando si verificherà l’invasione infestante della fillossera. Il vino di Bombacaro era famoso, messo in commercio a prezzo elevato, esportato soprattutto in Francia, premiato nelle esposizioni nazionali, cantato dai poeti. “Chistu è vinu/gratu e finu/binidittinu/riservatu pri l’Abbati/lu fa da Bummacaru/di racini chiù scelti assulicchiati”, scrive Domenico Tempio nel Ditirambu secundu. E uno studioso del primo Novecento, Iacono, sottolinea come il vino prodotto in quest’area procurasse “ai proprietari dei vigneti larghe risorse rendendo le Terreforti il soggiorno felice di numerosi, abili e laboriosi coloni”. Non sappiamo quanto fossero felici questi coloni che lavoravano una terra così dura, ma leggiamo – nelle pagine dello stesso Iacono – come “la vicinanza della città, il clima mite, la disposizione del terreno che rende il paesaggio vario ad ogni istante, sempre grato, la varietà delle colture, i prodotti sempre ricercati, costituiscono un insieme di condizioni che unite all’incantevole panorama spaziante fra l’Etna, il mare e la Piana, fanno delle Terreforti una delle poche contrade maggiormente favorite dalla Natura”. Nella seconda metà dell’Ottocento avviene un vero e proprio capovolgimento. L’arrivo della fillossera distrugge i vigneti e l’economia ad essi legata. Guzzetta racconta i tentativi fallimentari di arrestare l’insetto nella sua marcia fatale. La composizione stessa del suolo, che rendeva abbondante la produzione, assorbiva così tanto il prodotto chimico (solfuro di carbonio) usato per per contrastare l’insetto da danneggiare le radici delle piante. Un disastro che, essendo non solo locale ma nazionale, sollecita l’intervento del governo che istituisce dei campi sperimentali, per guidare i viticoltori nella ricostituzione dei vigneti con l’impianto di una tipologia di viti resistenti alla fillossera. Solo pochi proprietari – sottolinea Guzzetta – si impegnarono in questo percorso, seguendo personalmente l’andamento degli interventi e investendovi dei capitali, molti non vollero investire alcun capitale e si disinteressarono dei terreni, abbandonandoli all’incuria. Il recupero fu, quindi, non solo lento ma anche parziale. La produzione non tornò abbondante come quella di una volta, e del resto anche il mercato era cambiato. La morfologia del terreno e il paesaggio erano, tuttavia, rimasti gli stessi e affascinarono Tange che si propose di “fondere l’ambiente naturale con quello umano”. Al di là della bellezza e dei limiti del progetto Tange (che comunque prevedeva verde rigoglioso, passaggi pedonali, servizi sociali…), la speculazione edilizia e la negligenza delle amministrazioni comunali hanno trasformato un luogo di delizia e di incanto in “una terra senza bellezza e senza storia” (Pulvirenti Chiara Maria). C’è un profondo rammarico nelle parole con cui Guzzetta racconta come questo luogo, un tempo centrale nell’economia della città, sia stato avvilito, snaturato. E a snaturarlo – afferma – ha contribuito anche il modo in cui è stato denominato. L’appellativo Terreforti è scomparso, sono rimasti i nomi di alcune contrade e di alcuni borghi, richiamati nell’intitolazione dei grandi viali, mentre tutto il territorio è oggi indicato come Librino, una denominazione che nulla dice della sua storia. Guzzetta ci dice che la prima attestazione di questo nome è stata da lei trovata in uno schizzo topografico degli anni compresi tra il 1952 e il 1960, proprio gli anni in cui si pensa all’espansione della città “inseguendo l’idea di un boom demografico assolutamente sopravvalutato”. Una denominazione recente, quindi, ma anche di origine incerta. Alcuni la individuano nel latino leporarium, luogo popolato di lepri, ma Guzzetta e la maggior parte di chi lì abita da generazioni, ha un’altra spiegazione. Librino sarebbe una espansione semantica dell’aggettivo che indicava un proprietario della zona che aveva il labbro leporino (leporino, leprino, lebrino). La sua famiglia, Grillo, possedeva anche un palmento e, attigua ad esso, una piccola cappella, divenuta poi centro delle attività sociali del borgo. Da qui l’ampliamento della valenza dell’epiteto, utilizzato per indicare non solo una persona ma un territorio. Un ritorno al passato è improponibile, ma non lo è il recupero della memoria, a cui è legato anche il senso di appartenenza. Le Terreforti non possono tornare i ricchi vigneti che producevano un vino pregiato e ricercato, anche se non è escluso che quest’area possa, almeno in parte, recuperare la vocazione agricola che ne ha contrassegnato la storia. Guzzetta se lo augura e auspica che gli abitanti di questo luogo possano coltivare, insieme alla memoria, un’idea di riscatto che deve passare – innanzi tutto – da un maggiore protagonismo nelle scelte che li riguardano. Redazione Sicilia
May 14, 2026
Pressenza
Uno sguardo critico sul quartiere d’Oriente. Ponticelli in Assemblea Pubblica
Ponticelli tra bellezza, conflitto e partecipazione: un’assemblea pubblica per interrogarsi sul futuro del quartiere A Ponticelli non solo papaveri e rose: mercoledì 13 maggio, dalle ore 17:30, presso il Centro Polifunzionale Ciro Colonna si incontreranno voci che ricordano drammi familiari e intimi, crimini implacabili e furti reiterati che, nello stesso luogo e senza indulgenza, spesso convivono con l’arte urbana per la pace e i diritti umani (vedi Obey street artist), con la mobilità sostenibile (il Fondo Europeo per la pista ciclabile) e con le attività educative e di sostegno psicologico che, instancabilmente, si occupano della vivibilità del quartiere. Tutto questo fare, però, sta esprimendo un’estesa macchia cieca: la difficoltà di costruire un vero spazio di bellezza e di cura in cui il gesto umano, solidale e arricchente, non sia percepito soltanto come “calato dall’alto”, messaggio, quest’ultimo, che veicolerebbe un sentimento di non appartenenza e per cui la scelta per il bene comune diventerebbe, perciò, impossibile per gli abitanti; la città finirebbe così per non essere destinata ai suoi stessi cittadini. Probabilmente, ciò che manca è il legame di conoscenza profondo e vivo tra la popolazione e l’istituzione pubblica, insieme al terzo settore dell’imprenditoria culturale indipendente. La comunità — come luogo di coscienza collettiva — rischia, quindi, ogni volta di tornare slegata da sé e animata soltanto dall’istinto di detenere il potere, diventando nuovamente un posto altamente distruttivo per chi sente di essere inascoltato e non protetto. Angelo Piro — istruttore di guida e scrittore — incontra tanti giovani di Ponticelli e, portando ad esempio la questione della pista ciclabile, parla di un “quartiere diviso a causa della pista della discordia che ha spaccato in due l’opinione pubblica. I cittadini, in corteo, reclamano un disagio per il traffico dovuto al restringimento della strada, ma anche per la difficoltà di parcheggiare l’auto, compito già arduo prima dei lavori”. Insomma, in un quartiere che ha sempre vissuto di bisogni e di urgenze, oggi sono in arrivo simboli nuovi ma ancora privi di significato. L’altro, nelle vesti istituzionali, è uno sconosciuto e diventa, perciò, estraneo e nemico: lo sono la pista ciclabile e tutte le altre buone e utili iniziative che restano, però, in questo modo soltanto cicatrici aperte, brucianti sull’impotenza di chi pensa, nel quartiere, di non avere diritto di scelta e che, addirittura, percepisce la minaccia che qualcun altro abbia già scelto al suo posto. Ecco l’invidia dell’uomo che, abbandonato nelle sue azioni, distrugge e opera una disobbedienza civile senza frutti. Come coinvolgere tutti, nessuno escluso? Il mondo sarà mai pronto alla pace e alla bellezza, alla rigenerazione del territorio, come dice Piro? Se i cittadini, come i fiori selvatici, riuscissero a crescere spontanei e liberi ma pure a restare vivi alle intemperie, forse sì: si creerebbe un sentire umano, equo e accessibile all’intera comunità. Antonella Musella
May 11, 2026
Pressenza
Roma: assemblea contro la militarizzazione e il controllo al Corviale
Assemblea pubblica domenica 10 maggio alle 16 all'arena del Corviale. Ne parliamo con una compagna del Collettivo Suburbia. segue il comunicato:  Da qualche mese è impossibile entrare o uscire da Corviale senza essere videosoregliati. Le telecamere che hanno invaso il quartiere sono arrivate, senza troppe spiegazioni, qualificandosi come un elemento di progresso, volto a rendere il quartiere più “Smart”, all’interno di un più ampio progetto centrato sull’installazione di una rete 5g (senza la quale non potrebbero funzionare queste telecamere). Sappiamo che sono prodotte dalla Leonardo spa (nota azienda di guerra e morte, che produce anche le armi usate per il genocidio in Palestina) e che sono potenziate dall’intelligenza artificiale. Le poche notizie ufficiali ci dicono che serviranno a osservare comportamenti “sospetti”, ma sospetti per chi? per cosa? Non ci è dato sapere. Pensiamo davvero che il controllo dei nostri movimenti, di chi esce e di chi entra, la messa a profitto della nostra quotidianità, sia da considerarsi sicurezza? I progetti che finanziano le telecamere a Corviale sono costati 97milioni di euro e nascondono l’obiettivo di un controllo esteso su tutto il territorio romano: dal centro (per difendere i turisti), ai mezzi pubblici, alle periferie che abitiamo, nuovamente rappresentate soltanto come uno spaccato di degrado e criminalità Chiamiamo un’assemblea pubblica per parlare di Corviale ma non solo: riteniamo che oggi Corviale, e la periferia in generale, sia una zona di sacrificio dove sperimentare nuove tecniche per estendere sempre di più questo nuovo modello di “sicurezza” e controllo dei territori e delle persone che li abitano. Non accetteremo passivamente che questo accada, e ci rifiutiamo di far sembrare il controllo totale di un territorio un qualcosa di neutrale e di routine. CI INCONTRIAMO IL 10 MAGGIO ALLE 16:00 ALL’ARENA DI CORVIALE (DIETRO IL TERZO LOTTO) per fare rete, discutere e condividere azioni di controllo su territori simili al nostro, per immaginare una risposta concreta e per condividere pratiche affini e comuni È UNA PROMESSA, QUESTO MONDO BRUCERÀ
May 8, 2026
Radio Onda Rossa
Visioni Urbane: Barra entra nel rosso del Maggio dei Monumenti
NEL CHIOSTRO DEL MONASTERO DI SANTA MARIA DELLA SANITÀ UNA MOSTRA FOTOGRAFICA COLLETTIVA RACCONTA IL QUARTIERE ATTRAVERSO MEMORIA, DEVOZIONE POPOLARE E VITA QUOTIDIANA Nel programma del Maggio dei Monumenti 2026 trova spazio “Visioni Urbane – I colori del rosso e il folclore nel casale della Barra”, mostra fotografica collettiva ospitata nel chiostro del Monastero di Santa Maria della Sanità, nel quartiere Barra di Napoli. La presenza di un progetto dedicato a Barra all’interno del Maggio dei Monumenti assume un significato particolare: ricordare che la cultura urbana della città non si esaurisce nei suoi luoghi più celebrati, ma continua a vivere anche nelle aree spesso considerate marginali. In questo caso il patrimonio non è soltanto quello architettonico, ma anche quello umano, sociale e simbolico custodito nelle strade, nelle relazioni e nella memoria del territorio. L’edizione 2026 del Maggio dei Monumenti, promossa dal Comune di Napoli, è dedicata ai colori della città e porta il titolo “Ebbra di luce, folle di colori”, ispirato a un celebre verso di Matilde Serao. Un’espressione che sembra attraversare anche il progetto dedicato a Barra, dove il rosso diventa segno di devozione popolare, memoria collettiva, vitalità urbana e presenza umana. Non è casuale che il percorso dedicato alla zona orientale della città si leghi proprio al rosso. Nel programma ufficiale del Maggio dei Monumenti, infatti, il progetto della Municipalità 6 porta il titolo “Visioni Urbane – I colori del rosso e il folclore nel casale della Barra” : un’immagine che richiama la forza simbolica di un territorio attraversato da spiritualità popolare, trasformazioni urbane, memoria storica e quotidianità. La mostra nasce da un reportage collettivo ideato dal prof. Luca Sorbo e coordinato da Carmine Schiavo, con la collaborazione della storica dell’arte Lucia Improta, della sociologa Mariarosaria De Matteo e del gruppo laico cristiano Barra R-Esiste. Avviato nel maggio 2025 e ancora in corso, il progetto raccoglie circa cinquanta fotografie realizzate da nove autori che hanno scelto di raccontare Barra attraverso sensibilità e linguaggi differenti. Espongono Pino Barreca, Ludovico Brancaccio, Pasquale Mazzeo, Luigi Montefoschi, Rossella Mutone, Gaetano Napolitano, Carmine Schiavo, Alda Spano e Carolina Tuozzi. Le immagini attraversano architetture, feste religiose, scorci urbani, volti, dettagli e storie quotidiane, costruendo un racconto corale che prova a restituire la complessità del territorio senza semplificazioni. “Visioni Urbane” non cerca infatti di idealizzare Barra né di trasformarla in simbolo. Il progetto prova piuttosto a osservare il quartiere nella sua stratificazione storica, sociale e spirituale, lasciando emergere atmosfere, relazioni e frammenti di vita che spesso restano fuori dalle narrazioni più abituali sulle periferie urbane. Lo sguardo dei fotografi evita sia l’estetizzazione folkloristica sia la rappresentazione del disagio come unico linguaggio possibile della periferia. Ne emerge invece un racconto fatto di presenza umana, spiritualità, trasformazione urbana e memoria condivisa. La mostra trova collocazione nel chiostro del Monastero di Santa Maria della Sanità, edificio monumentale nato tra il 1584 e il 1588, luogo di grande valore storico e spirituale. Uno spazio che diventa parte integrante del progetto espositivo e del dialogo tra fotografia, territorio e identità collettiva. In una delle dichiarazioni istituzionali dedicate all’edizione 2026 del Maggio dei Monumenti, il coordinatore delle politiche culturali del Comune di Napoli Sergio Locoratolo definisce la manifestazione come “una partecipazione che va dal centro alle periferie”, capace di connettere luoghi, linguaggi e comunità differenti. Ed è proprio dentro questa idea di città plurale che il progetto Visioni Urbane trova la sua collocazione più naturale. Più che una semplice esposizione fotografica, la mostra appare così come un gesto di presenza culturale: un modo per attraversare Barra attraverso lo sguardo, riconoscendone la memoria, le trasformazioni e la vitalità quotidiana. Programma completo del Maggio dei Monumenti 2026 https://www.comune.napoli.it/vivere-il-comune/eventi/maggio-dei-monumenti-2026/ Lucia Montanaro
May 6, 2026
Pressenza
La periferia vi guarda con odio. Talk w/ Gabriel Seroussi & SemLove@1
“La musica che parte dalla strada, da chi non ha niente” Il termine “maranza” è ovunque: nei titoli di giornale, nei video virali, nelle conversazioni al bar. Ma è davvero solo una questione di tute in acetato e nike tn, o è la figura con cui nascondiamo la paura delle periferie e delle seconde generazioni? A partire dalle pagine di “La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza”, scritto da Gabriel Seroussi, abbiamo parlato con l’autore e SamLove, artista e producer della scena torinese, delle trasformazioni della nostra città, del rapporto complesso tra quartieri, seconde generazioni, musica e stigma. Il podcast è stato registrato durante il talk fatto il 18 aprile 2026 nel cortile della Radio e trasmesso live sulle libere frequenze. Buon ascolto. TALK W/ GABRIEL SEROUSSI & SEMLOVE DOMANDE DAL PUBBLICO E DIBATTITO
La periferia vi guarda con odio. Talk w/ Gabriel Seroussi & SemLove@0
“La musica che parte dalla strada, da chi non ha niente” Il termine “maranza” è ovunque: nei titoli di giornale, nei video virali, nelle conversazioni al bar. Ma è davvero solo una questione di tute in acetato e nike tn, o è la figura con cui nascondiamo la paura delle periferie e delle seconde generazioni? A partire dalle pagine di “La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza”, scritto da Gabriel Seroussi, abbiamo parlato con l’autore e SamLove, artista e producer della scena torinese, delle trasformazioni della nostra città, del rapporto complesso tra quartieri, seconde generazioni, musica e stigma. Il podcast è stato registrato durante il talk fatto il 18 aprile 2026 nel cortile della Radio e trasmesso live sulle libere frequenze. Buon ascolto. TALK W/ GABRIEL SEROUSSI & SEMLOVE DOMANDE DAL PUBBLICO E DIBATTITO
La periferia vi guarda con odio. Talk w/ Gabriel Seroussi & SemLove@1
“La musica che parte dalla strada, da chi non ha niente” Il termine “maranza” è ovunque: nei titoli di giornale, nei video virali, nelle conversazioni al bar. Ma è davvero solo una questione di tute in acetato e nike tn, o è la figura con cui nascondiamo la paura delle periferie e delle seconde generazioni? A partire dalle pagine di “La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza”, scritto da Gabriel Seroussi, abbiamo parlato con l’autore e SamLove, artista e producer della scena torinese, delle trasformazioni della nostra città, del rapporto complesso tra quartieri, seconde generazioni, musica e stigma. Il podcast è stato registrato durante il talk fatto il 18 aprile 2026 nel cortile della Radio e trasmesso live sulle libere frequenze. Buon ascolto. TALK W/ GABRIEL SEROUSSI & SEMLOVE DOMANDE DAL PUBBLICO E DIBATTITO
La periferia vi guarda con odio. Talk w/ Gabriel Seroussi & SemLove@0
“La musica che parte dalla strada, da chi non ha niente” Il termine “maranza” è ovunque: nei titoli di giornale, nei video virali, nelle conversazioni al bar. Ma è davvero solo una questione di tute in acetato e nike tn, o è la figura con cui nascondiamo la paura delle periferie e delle seconde generazioni? A partire dalle pagine di “La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza”, scritto da Gabriel Seroussi, abbiamo parlato con l’autore e SamLove, artista e producer della scena torinese, delle trasformazioni della nostra città, del rapporto complesso tra quartieri, seconde generazioni, musica e stigma. Il podcast è stato registrato durante il talk fatto il 18 aprile 2026 nel cortile della Radio e trasmesso live sulle libere frequenze. Buon ascolto. TALK W/ GABRIEL SEROUSSI & SEMLOVE DOMANDE DAL PUBBLICO E DIBATTITO