Tag - periferie

I maranza, spiegati semplice
Non mi stupisce che nessun politico e nessun giornalista sia in grado di inquadrare e comprendere quello che è accaduto nei giorni scorsi. Non puoi capire le basi di una rivolta non ideologica, formata da singole individualità che si coagulano senza uno schema verticistico, se dalla periferia, dai blocchi, dai […] L'articolo I maranza, spiegati semplice su Contropiano.
October 25, 2026
Contropiano
Milano bis, l’ora dei neet
Sta nel nero della pelle Nella festa collettiva Sta nel prendersi la merce Sta nel prendersi la mano Per tirare i sampietrini Nell’incendio di Milano Nelle spranghe sui fascisti Nelle pietre sui gipponi La sorpresa sta già nel fatto che ci si riesca a sorprendere. Anche ieri “Milano centro” è […] L'articolo Milano bis, l’ora dei neet su Contropiano.
October 19, 2026
Contropiano
Come essere liceale – di François Dubet e Marie Duru-Bellat
Nel giorno delle manifestazioni studentesche in Italia e nel prosieguo di quelle in Francia, riprendiamo un articolo di François Dubet e Marie Duru-Bellat, noti sociologi, che ripercorrono l'evoluzione del sistema scolastico francese per indagare le vere cause rimosse del disagio di questa generazione. La versione originale si trova sulla rivista AOC media - Analyse [...]
October 16, 2026
Effimera
Catania: a Librino nessuno vuole andarci
Sarà pure una tradizione da rispettare, ma la fiera dei morti è anche un problema da risolvere perché l’Amministrazione fatica, ogni anno, ad individuare uno spazio che sia accetto agli espositori e non mandi in tilt la viabilità cittadina, normalmente già critica. Anche quest’anno la scelta della collocazione è stata travagliata. Per bocciare la prima soluzione individuata, il piazzale che – a Nesima – funge da parcheggio della cosiddetta Cittadella dello Sport, è stato necessario l’intervento del sindaco di Misterbianco. Preoccupato per le ricadute sui residenti delle frazioni di Monte Palma, Lineri ha sollecitato il Prefetto a convocare un tavolo tecnico per discutere di regolamento del traffico, vie di fuga, possibilità di intervento in caso di emergenza, viabilità (comprese le ricadute sull’accesso all’Ospedale Garibaldi di Cibali in un senso e al Policlinico in senso inverso, in caso di blocco della Circonvallazione). Non si doveva, e poteva, pensarci prima? La seconda soluzione non è stata meno problematica. Vero è che a Librino ci sono grandi viali e una mobilità scorrevole, ma la rotonda accanto alla Porta delle Farfalle è comunque un’area di transito molto utilizzata. Chiuderla avrebbe comportato gravi conseguenze, innanzi tutto per i residenti, tanto è vero che il Comitato Librino Attivo è subito intervenuto con un Comunicato. Vi si segnala non solo il disagio che ne avrebbe avuto chi transita in quella zona per recarsi al lavoro ma anche gli intralci che deriverebbero per chi la attraversa per recarsi in aeroporto o al cimitero (in particolare in quei giorni dedicati al ricordo dei defunti). E perché invece – scrive il Comitato – non prendere in considerazione la piazza dell’Elefante, destinata proprio ad eventi ed attività sociali, piuttosto che lasciarla abbandonata al degrado? L’ipotesi Librino ha riaperto la discussione sulle ferite di questa “città satellite” che ha un numero di abitanti pari a quelli di una città universitaria ben servita come Pavia. A Librino manca anzitutto un efficiente ed adeguato servizio di trasporto pubblico: il Librino Express ne serve solo una parte, mancano linee che portino al viale Mario Rapisardi o a Corso Indipendenza, l’uso dell’automobile diventa una necessità con conseguente appesantimento del traffico sull’asse attrezzato. E su Librino pesa ancora il marchio di essere un’area di spaccio e di illegalità. Ne consegue che nessuno vuole andarci: i magistrati, che avrebbero potuto sceglierlo come sede del nuovo palazzo di giustizia, hanno preferito una zona chic fronte mare, le Direzioni Comunali hanno sempre rifiutato l’invito a trasferirvi alcuni uffici e rendere così presente e raggiungibile l’amministrazione locale, persino gli espositori della Fiera dei Morti non vogliono andarci perché lo considerano troppo lontano e pericoloso. Non vogliamo credere che qualcuno, all’interno dell’Amministrazione, abbia seriamente preso in considerazione – come è corsa voce – l’ipotesi di svolgere la Fiera all’interno della Villa Bellini, esponendola ad una pressione insostenibile e a danni certi. Senza considerare la congestione inevitabile del centro cittadino. Alla fine si è ripiegato sull’area adiacente all’ex mercato ortofrutticolo all’ingrosso, gradita agli espositori, ma comunque non esente da problemi, dai pericoli di allagamento in caso di pioggia alle limitate possibilità di parcheggio, alle ricadute sul traffico diretto in aeroporto. Il sindaco riconosce che ci sono stati problemi nella scelta della sede per la Fiera dei Morti, si rammarica del fatto che a Catania manchi un’area adeguata per ospitare grandi manifestazioni e difende la propria immagine di amministratore solerte e attento ai bisogni di cittadini e operatori commerciali. Non vogliamo infierire, lasciamo che la vicenda, quasi paradossale, parli da sé. Ricordiamo soltanto a Trantino che non è appena arrivato, che è stato assessore nell’amministrazione precedente, e che quella attuale da lui guidata ha ormai più di tre anni di vita. Un tempo sufficiente per non trovarsi disarmato davanti a situazioni non certo imprevedibili. Redazione Sicilia
October 14, 2026
Pressenza
Roma, la risposta alle bombe parte dalle comunità
Otto ordigni in 45 giorni. Una sequenza di esplosioni che sta facendo crescere la preoccupazione nei quartieri della periferia orientale di Roma. Da Centocelle a San Basilio, passando per Don Bosco e Alessandrino, sono stati colpiti negozi, palazzi e strade. Fortunatamente non si registrano feriti. Ma un ordigno non deve necessariamente provocare vittime per raggiungere il proprio scopo. Può bastare a diffondere paura, imporre il silenzio e condizionare la vita di un quartiere. Le indagini dovranno chiarire responsabilità, moventi ed eventuali collegamenti tra gli attentati. Tra le ipotesi investigative figurano tensioni tra gruppi criminali per il controllo delle attività illecite, comprese le piazze di spaccio. Sarebbe sbagliato trasformare ipotesi ancora da verificare in certezze. Intanto, però, un fatto è evidente: quando esplodono ordigni nelle strade di una città, a essere minacciata è la libertà di intere comunità. Individuare i responsabili e impedire nuove intimidazioni è una priorità assoluta. Servono indagini efficaci, forze dell’ordine e magistratura nelle condizioni di operare. Ma c’è una domanda che nel dibattito pubblico continua a trovare troppo poco spazio: che cosa accade in un quartiere dopo gli arresti, quando le telecamere si spengono e l’emergenza scompare dalle prime pagine? Se una piazza di spaccio viene smantellata, ma resta intatto il mercato criminale che la alimenta, qualcun altro può tentare di occuparla. Se un’organizzazione perde i propri capi, ma conserva denaro, relazioni e capacità di reclutamento, il suo potere può riprodursi sotto altre forme. È qui che la questione della sicurezza incontra quella sociale. La povertà non produce automaticamente criminalità: sostenerlo sarebbe falso e ingiusto verso le tante persone che, pur vivendo condizioni difficili, contribuiscono ogni giorno alla vita delle proprie comunità. Ma quando il lavoro regolare è scarso, i servizi arretrano e le istituzioni diventano presenze intermittenti, le organizzazioni criminali possono trovare maggiori opportunità per imporre il proprio potere. La sicurezza rischia così di diventare una questione di classe. Chi dispone di risorse economiche può spesso scegliere dove vivere e come proteggersi. Chi non ne dispone deve fare i conti con le condizioni del quartiere in cui abita. Eppure il diritto a vivere senza paura dovrebbe essere identico per tutti. Il potere delle mafie, del resto, si esercita anche attraverso l’economia. La Direzione Investigativa Antimafia descrive nelle sue relazioni la presenza a Roma di organizzazioni mafiose tradizionali e gruppi criminali locali, interessati ai mercati illegali, alla penetrazione nell’economia legale e al riciclaggio dei capitali. Secondo il Rapporto 2025 dell’Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia, il Lazio concentra il 10,5% delle segnalazioni potenzialmente attinenti agli interessi della criminalità organizzata, collocandosi dopo Lombardia e Campania. Non si tratta di reati accertati e il dato non misura direttamente la diffusione delle mafie, ma richiama l’attenzione sull’importanza di seguire i flussi finanziari. Contrastare il potere criminale significa dunque colpire i patrimoni illeciti, impedire il riciclaggio, combattere l’usura e proteggere chi denuncia. In questa prospettiva assume particolare rilievo anche il riutilizzo dei beni confiscati. Nel luglio 2026, secondo il Ministero dell’Interno, sono stati esaminati 536 beni confiscati in 18 comuni del Lazio, 502 dei quali nella provincia di Roma. Per 494 beni sono state raccolte manifestazioni di interesse da parte delle amministrazioni pubbliche. Si tratta di un percorso di destinazione ancora da completare, che pone una questione concreta: come accelerare la restituzione di questi patrimoni alla collettività, trasformandoli in luoghi di lavoro, servizi, cultura e aggregazione? Negli ultimi anni il confronto sulla sicurezza urbana si è concentrato spesso sul numero delle pattuglie, sulle telecamere e sull’inasprimento delle pene. Strumenti che possono avere una loro utilità, ma che non sostituiscono una strategia capace di intervenire sulle condizioni materiali della vita quotidiana. Una scuola aperta anche nel pomeriggio, un centro culturale accessibile, un consultorio, un impianto sportivo pubblico, servizi sociali funzionanti e opportunità di lavoro dignitoso sono anche infrastrutture della sicurezza. Non impediscono da soli un attentato, ma contribuiscono a rendere i quartieri meno esposti al ricatto e al controllo criminale. Per questo servirebbe un piano straordinario per i territori maggiormente esposti, sostenuto da risorse nazionali e da un impegno coordinato delle istituzioni locali. Finanziamenti stabili, obiettivi verificabili e coinvolgimento diretto delle realtà sociali dovrebbero accompagnarsi all’istituzione di osservatori territoriali permanenti sulla sicurezza, nei quali istituzioni, associazioni, scuole, rappresentanze dei lavoratori e cittadini possano confrontarsi sui problemi concreti, senza interferire con le indagini. Strumenti capaci di seguire nel tempo l’evoluzione dei quartieri, anziché riunirsi soltanto dopo l’ennesima esplosione. In questo quadro assumono un significato importante anche le iniziative pubbliche. La manifestazione promossa dal Municipio Roma VII venerdì 9 ottobre in Piazza Don Bosco, con l’adesione di numerose realtà politiche, sindacali e associative, e quella organizzata da Libera per mercoledì 14 ottobre, alle ore 18, in Piazza Malatesta, rappresentano occasioni per sensibilizzare la cittadinanza, contrastare la paura e rafforzare i legami sociali. La partecipazione collettiva è una risposta concreta al tentativo della criminalità di imporre silenzio e isolamento. Le periferie romane, d’altra parte, non sono territori perduti da riconquistare. Sono quartieri ricchi di storia, lavoro, solidarietà e associazionismo. Raccontarli soltanto attraverso il degrado e la criminalità significa fare un torto a chi li abita e a chi ogni giorno si impegna per migliorarli. La risposta alle bombe non può ridursi alla militarizzazione permanente dei quartieri, né alla rassegnazione a convivere con il potere criminale. Serve uno Stato presente nella vita quotidiana delle persone, capace di garantire sicurezza, diritti e opportunità. È questo il significato concreto dell’antimafia sociale: affiancare all’indispensabile contrasto giudiziario e investigativo un’azione che sottragga alle organizzazioni criminali il terreno economico e sociale sul quale costruiscono il proprio potere. Il vero obiettivo va oltre la necessità di impedire nuovi attentati. È fare in modo che nessuno possa più usare la violenza e l’intimidazione per esercitare potere su un quartiere. È questa la sfida che Roma ha davanti. E non può essere affrontata soltanto durante un’emergenza.   Giovanni Barbera
October 11, 2026
Pressenza
La baby gang non esistono
di Vincenzo Scalia* Anche l’aggressione all’insegnante di Roma dimostra che la correlazione lineare tra criminalità minorile e maranza che anima la narrazione dominante si regge su uno stereotipo falso L’accoltellamento …
September 22, 2026
Osservatorio Repressione
Fra la via Emilia e il West
di Giovanni Iozzoli * Dalla morte di Abdelrahim Fakir a quella di Monica Esposito, due tragedie lungo la via Emilia raccontano una società attraversata da solitudine, marginalità e paura. Mentre …