Roma, la risposta alle bombe parte dalle comunitàOtto ordigni in 45 giorni. Una sequenza di esplosioni che sta facendo crescere
la preoccupazione nei quartieri della periferia orientale di Roma. Da Centocelle
a San Basilio, passando per Don Bosco e Alessandrino, sono stati colpiti negozi,
palazzi e strade. Fortunatamente non si registrano feriti. Ma un ordigno non
deve necessariamente provocare vittime per raggiungere il proprio scopo. Può
bastare a diffondere paura, imporre il silenzio e condizionare la vita di un
quartiere.
Le indagini dovranno chiarire responsabilità, moventi ed eventuali collegamenti
tra gli attentati. Tra le ipotesi investigative figurano tensioni tra gruppi
criminali per il controllo delle attività illecite, comprese le piazze di
spaccio. Sarebbe sbagliato trasformare ipotesi ancora da verificare in certezze.
Intanto, però, un fatto è evidente: quando esplodono ordigni nelle strade di una
città, a essere minacciata è la libertà di intere comunità.
Individuare i responsabili e impedire nuove intimidazioni è una priorità
assoluta. Servono indagini efficaci, forze dell’ordine e magistratura nelle
condizioni di operare. Ma c’è una domanda che nel dibattito pubblico continua a
trovare troppo poco spazio: che cosa accade in un quartiere dopo gli arresti,
quando le telecamere si spengono e l’emergenza scompare dalle prime pagine?
Se una piazza di spaccio viene smantellata, ma resta intatto il mercato
criminale che la alimenta, qualcun altro può tentare di occuparla. Se
un’organizzazione perde i propri capi, ma conserva denaro, relazioni e capacità
di reclutamento, il suo potere può riprodursi sotto altre forme.
È qui che la questione della sicurezza incontra quella sociale. La povertà non
produce automaticamente criminalità: sostenerlo sarebbe falso e ingiusto verso
le tante persone che, pur vivendo condizioni difficili, contribuiscono ogni
giorno alla vita delle proprie comunità. Ma quando il lavoro regolare è scarso,
i servizi arretrano e le istituzioni diventano presenze intermittenti, le
organizzazioni criminali possono trovare maggiori opportunità per imporre il
proprio potere.
La sicurezza rischia così di diventare una questione di classe. Chi dispone di
risorse economiche può spesso scegliere dove vivere e come proteggersi. Chi non
ne dispone deve fare i conti con le condizioni del quartiere in cui abita.
Eppure il diritto a vivere senza paura dovrebbe essere identico per tutti.
Il potere delle mafie, del resto, si esercita anche attraverso l’economia. La
Direzione Investigativa Antimafia descrive nelle sue relazioni la presenza a
Roma di organizzazioni mafiose tradizionali e gruppi criminali locali,
interessati ai mercati illegali, alla penetrazione nell’economia legale e al
riciclaggio dei capitali. Secondo il Rapporto 2025 dell’Unità di Informazione
Finanziaria della Banca d’Italia, il Lazio concentra il 10,5% delle segnalazioni
potenzialmente attinenti agli interessi della criminalità organizzata,
collocandosi dopo Lombardia e Campania. Non si tratta di reati accertati e il
dato non misura direttamente la diffusione delle mafie, ma richiama l’attenzione
sull’importanza di seguire i flussi finanziari.
Contrastare il potere criminale significa dunque colpire i patrimoni illeciti,
impedire il riciclaggio, combattere l’usura e proteggere chi denuncia. In questa
prospettiva assume particolare rilievo anche il riutilizzo dei beni confiscati.
Nel luglio 2026, secondo il Ministero dell’Interno, sono stati esaminati 536
beni confiscati in 18 comuni del Lazio, 502 dei quali nella provincia di Roma.
Per 494 beni sono state raccolte manifestazioni di interesse da parte delle
amministrazioni pubbliche. Si tratta di un percorso di destinazione ancora da
completare, che pone una questione concreta: come accelerare la restituzione di
questi patrimoni alla collettività, trasformandoli in luoghi di lavoro, servizi,
cultura e aggregazione?
Negli ultimi anni il confronto sulla sicurezza urbana si è concentrato spesso
sul numero delle pattuglie, sulle telecamere e sull’inasprimento delle pene.
Strumenti che possono avere una loro utilità, ma che non sostituiscono una
strategia capace di intervenire sulle condizioni materiali della vita
quotidiana. Una scuola aperta anche nel pomeriggio, un centro culturale
accessibile, un consultorio, un impianto sportivo pubblico, servizi sociali
funzionanti e opportunità di lavoro dignitoso sono anche infrastrutture della
sicurezza. Non impediscono da soli un attentato, ma contribuiscono a rendere i
quartieri meno esposti al ricatto e al controllo criminale.
Per questo servirebbe un piano straordinario per i territori maggiormente
esposti, sostenuto da risorse nazionali e da un impegno coordinato delle
istituzioni locali. Finanziamenti stabili, obiettivi verificabili e
coinvolgimento diretto delle realtà sociali dovrebbero accompagnarsi
all’istituzione di osservatori territoriali permanenti sulla sicurezza, nei
quali istituzioni, associazioni, scuole, rappresentanze dei lavoratori e
cittadini possano confrontarsi sui problemi concreti, senza interferire con le
indagini. Strumenti capaci di seguire nel tempo l’evoluzione dei quartieri,
anziché riunirsi soltanto dopo l’ennesima esplosione.
In questo quadro assumono un significato importante anche le iniziative
pubbliche. La manifestazione promossa dal Municipio Roma VII venerdì 9 ottobre
in Piazza Don Bosco, con l’adesione di numerose realtà politiche, sindacali e
associative, e quella organizzata da Libera per mercoledì 14 ottobre, alle ore
18, in Piazza Malatesta, rappresentano occasioni per sensibilizzare la
cittadinanza, contrastare la paura e rafforzare i legami sociali. La
partecipazione collettiva è una risposta concreta al tentativo della criminalità
di imporre silenzio e isolamento.
Le periferie romane, d’altra parte, non sono territori perduti da riconquistare.
Sono quartieri ricchi di storia, lavoro, solidarietà e associazionismo.
Raccontarli soltanto attraverso il degrado e la criminalità significa fare un
torto a chi li abita e a chi ogni giorno si impegna per migliorarli.
La risposta alle bombe non può ridursi alla militarizzazione permanente dei
quartieri, né alla rassegnazione a convivere con il potere criminale. Serve uno
Stato presente nella vita quotidiana delle persone, capace di garantire
sicurezza, diritti e opportunità. È questo il significato concreto
dell’antimafia sociale: affiancare all’indispensabile contrasto giudiziario e
investigativo un’azione che sottragga alle organizzazioni criminali il terreno
economico e sociale sul quale costruiscono il proprio potere.
Il vero obiettivo va oltre la necessità di impedire nuovi attentati. È fare in
modo che nessuno possa più usare la violenza e l’intimidazione per esercitare
potere su un quartiere. È questa la sfida che Roma ha davanti. E non può essere
affrontata soltanto durante un’emergenza.
Giovanni Barbera