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La Francia reintroduce il servizio militare per i giovani, per ora su base volontaria
In Francia, da settembre 2026, viene reintrodotto il servizio militare anche se per ora a carattere volontario. Si tratta di una leva su base volontaria (dunque non obbligatoria) aperta a giovani di 18 e 19 anni, sia uomini che donne, che abbiano la cittadinanza francese. La leva durerà in totale […] L'articolo La Francia reintroduce il servizio militare per i giovani, per ora su base volontaria su Contropiano.
September 4, 2026
Contropiano
Alta Val di Susa, il Rifugio Massi chiude ma i volontari si organizzano
ROSSELLA ICARDI 1, SENTIERI SOLIDALI ODV Con il 1° settembre si chiude un capitolo fondamentale per l’accoglienza in Val di Susa: il Rifugio Massi di Oulx, storico punto di riferimento dal 2018 per migliaia di persone in movimento in transito verso la Francia, cesserà le proprie attività sotto la gestione della Fondazione Talità Kum. La fine dello stato di emergenza e il conseguente blocco dei fondi pubblici istituzionali hanno reso insostenibile la struttura dei costi per l’ente presieduto da Don Luigi Chiampo, portando al licenziamento degli operatori e alla chiusura dei locali. Ma sul valico la rete di solidarietà non si spegne. Per evitare il vuoto lasciato dal progressivo ridimensionamento dei servizi, i volontari storici hanno trasformato una rete informale in un soggetto strutturato, fondando ufficialmente la nuova associazione Sentieri Solidali ODV. “Svincolerei da un rapporto di causa-effetto così stretto i problemi del rifugio e la nascita dell’associazione: le difficoltà della struttura hanno agito da acceleratore, ma l’idea del nuovo ente risale a oltre un anno fa”, precisa Marco Terragno, volontario e membro del direttivo di Sentieri Solidali ODV. L’impegno sul campo non si è mai interrotto. Già dallo scorso marzo, per tamponare la riduzione degli orari del rifugio, i volontari in partnership con Rainbow4Africa e Diaconia Valdese hanno allestito un presidio temporaneo su un’area concessa da Ferrovie dello Stato, composto da due container e due gazebo smontabili. Rapporti e dossier/Confini e frontiere LA FRONTIERA DI OULX, TRA RESPINGIMENTI E NUOVI TRANSITI Il rapporto di On Borders racconta i primi sei mesi del 2026 Anna Bonzanino 19 Agosto 2026 Se un modulo ospita il supporto medico e legale fornito dalle realtà partner, l’altro è adibito a magazzino di prima necessità. Sotto i gazebo si forniscono pasti, bevande calde, informazioni salvavita e abbigliamento da montagna, passaggio cruciale per la sicurezza di chi affronta i valichi alpini in condizioni spesso estreme. L’imminente chiusura definitiva segna un punto di svolta critico per la rotta della Val di Susa. “Dal 1° settembre cambia qualcosa di molto radicale: se prima c’era un posto fisico, caldo, protetto e strutturato, ora non ci sarà più. Saremo nel pieno di un’emergenza di cui abbiamo già sperimentato parzialmente l’impatto negli scorsi mesi”, spiega Terragno. Un recente incontro con la Prefettura di Torino ha stabilito che, da settembre, la Croce Rossa allestirà strutture mobili temporanee per l’accoglienza notturna dei migranti. Si tratta di una soluzione emergenziale per gestire i bisogni immediati in vista dell’autunno e dell’inverno. La chiusura del rifugio investirà direttamente anche l’operatività dei volontari che da mesi lavorano all’esterno, con i mezzi a disposizione. Il passo decisivo è stato compiuto lo scorso 9 agosto con la firma dell’atto costitutivo dell’associazione da parte di 45 soci fondatori. La pratica è stata trasmessa al RUNTS per il riconoscimento ufficiale come Ente del Terzo Settore (ETS). Il Consiglio Direttivo provvisorio – in carica per sei mesi con il compito di lanciare la futura campagna tesseramento – lavora ora su tre fronti complessi: il fronte amministrativo, il fronte materiale-logistico e quello delle relazioni. L’associazione si sta infatti interfacciando con le forze dell’ordine, i comuni di frontiera (Bardonecchia, Cesana, Clavière, Oulx) e la rete dei partner come Croce Rossa, Rainbow4Africa e Diaconia Valdese. “L’associazione ha fondamentalmente lo scopo di continuare a esserci, di stare vicino alle persone migranti, dandosi come primo obiettivo quello dell’incolumità fisica delle persone in cammino” afferma Terragno. E poi continua “Noi siamo anche convinti che attraverso la salvaguardia dell’incolumità fisica, si possa portare avanti la difesa dei diritti di queste persone e la salvaguardia della loro dignità di esseri umani che viene messa discussione da questa situazione di indeterminatezza che le persone in movimento si trovano davanti una volta arrivati nel territorio europeo”.  Con il loro impegno, i volontari del rifugio Massi hanno scelto di restare in prima linea. La loro presenza sul confine italo-francese è una testimonianza nitida di cittadinanza attiva: una risposta ferma, organizzata e pragmatica in risposta al cedimento di canali ordinari di supporto. Questa mobilitazione dimostra come la società civile sappia farsi scudo per i più vulnerabili, trasformando l’emergenza in un presidio permanente di solidarietà e diritti.  1. Ricercatrice in scienze sociali e volontaria presso il Rifugio Massi di Oulx. Unisco all’attività di ricerca l’impegno sul campo a supporto delle persone in movimento nelle aree di confine ↩︎
Mayotte: Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa. Un reportage
RASSA GHAFFARI 1 Ai margini dell’Oceano Indiano, un frammento di Francia a forma di ippocampo custodisce le contraddizioni più acute dell’Europa contemporanea. Mayotte, plasmata da un secolo e mezzo di storia coloniale, è oggi il dipartimento francese più povero e insieme il più sorvegliato: qui lo ius soli viene eroso fino quasi a scomparire, e le espulsioni di migranti irregolarizzati raggiungono numeri record. Nato da due mesi di lavoro sul campo condotto da un’équipe interdisciplinare legata al progetto ERC SolRoutes, questo reportage corale si snoda in questa introduzione e cinque capitoli (contenuti in questo articolo) che intrecciano sguardi sociologici, geografici, giuridici e narrativi. Dando voce a chi fugge dal continente africano, a chi viene sfrattato dagli insediamenti informali, ai giovani cresciuti sull’isola ma privi di documenti, il lavoro smonta l’idea di Mayotte come semplice esperimento ai confini d’Europa: la restituisce, piuttosto, come un meccanismo già rodato e perfettamente integrato nel sistema di controllo delle frontiere continentali – uno specchio scomodo puntato sull’intero progetto europeo. Reportage e inchieste MAYOTTE, FRANCIA, OCEANO INDIANO, FORTEZZA EUROPA L'introduzione al reportage 7 Luglio 2026 Reportage e inchieste IL SISTEMA MAYOTTE E IL DIRITTO DELL’ECCEZIONE Il 1° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" Luna Selimovic' 14 Luglio 2026 Reportage e inchieste «PENSAVO QUESTA FOSSE LA FRANCIA». LE ROTTE DALL’AFRICA CONTINENTALE E IL CAMPO DI TSOUNDZOU Il 2° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" 21 Luglio 2026 Reportage e inchieste FRA GLI ILLEGALI NEI BANGA Il 3° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" 28 Luglio 2026 Reportage e inchieste I MAROONS DI TSAMBORO Il 4° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" 4 Agosto 2026 Reportage e inchieste DI CHI È MAYOTTE? MAYOTTE È NOSTRA! Il 5° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" 11 Agosto 2026 Reportage e inchieste MANGIARE A MAYOTTE. CIBO, DIPENDENZA E FRONTIERE Il 6° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" 18 Agosto 2026 1. Insegna Sociologia dei processi culturali all’Università di Genova ed è assegnista di ricerca all’interno del progetto ERC SolRoutes. Si interessa di migrazioni non autorizzate, specialmente provenienti da Iran e Afghanistan, lungo la Rotta Balcanica, tematiche di genere e studi dell’area mediorientale. Un suo articolo è apparso nel secondo numero della rivista Controfuoco (ndR.) ↩︎
No all’estradizione di Gino! Free all antifas!
Mercoledì 19 la Corte d’appello di Parigi si è pronunciata a favore dell’estradizione in Germania entro 10 giorni di Gino, compagno antifascista inquisito dall’Ungheria in merito ai fatti del Giorno dell’onore, il raduno internazionale che ogni anno richiama nella capitale ungherese neonazistx provenienti da diversi paesi europei. Gino, dopo un primo arresto in Finlandia, era stato fermato Parigi per via del mandato d’arresto europeo spiccato dall’Ungheria di Orbàn, e aveva trascorso quattro mesi nel carcere di Fresnes. In Francia la sua condizione, grazie alla mobilitazione dellx antifascistx e dei comitati, ha sollevato un dibattito pubblico, e molte le persone, gruppi, collettivi che hanno manifestato contrarietà alla sua estradizione in Ungheria, dove rischia fino a 24 anni di carcere. Successivamente, la Corte d’appello di Parigi aveva respinto la richiesta di estradizione avanzata da Budapest per il rischio di trattamenti inumani o degradanti, per le condizioni della detenzione e per la mancanza di garanzie relative all’indipendenza e all’imparzialità della giustizia ungherese Appena diciannove giorni dopo quella decisione, a Gino è stato notificato un nuovo mandato d’arresto europeo, per gli stessi fatti. A cambiare era il paese richiedente: non più l’Ungheria di Viktor Orbán, ma la Germania. A questo punto, la Corte francese, chissà tra quali pressioni, ha ribaltato la sua precedente decisione e ha accettato la richiesta della repubblica tedesca, nonostante non ci siano garanzie che, una volta estradato in Germania, Gino non venga successivamente estradato in Ungheria, come è successo con Maja, attualmente sottoposta a condizioni detentive degradanti e sottoposta quotidianamente alla violenza delle guardie. Ascolta il racconto e le riflessioni di Gino dopo la decisione della Corte d’appello francese di accettare la sua estradizione: Il ricorso in Cassazione della difesa sospende l’estradizione: è il momento di moltiplicare la solidarietà. Gino non deve essere estradato, è più che mai necessario mobilitarsi e dimostrare il proprio sostegno in ogni modo possibile (comunicati di sostegno, striscioni, manifesti, presidi davanti alle ambasciate francesi e tedesche, cortei) per evitare a Gino un’imminente estradizione. Il 5 settembre 2026, alle ore 11:00 nell’ambito di Renoize – Festival Antifa al LOA Acrobax, ci sarà l’assemblea nazionale FREE ALL ANTIFAS – ITALY: resistere ai fascismi, organizzare la solidarietà, costruire nuovi immaginari. Per adesioni e info su logistica ecc scrivi alla mail: freeallantifasitaly@inventati.org o alla pagina IG: https://www.instagram.com/freeallantifasitaly, e continua ad aggiornarti su https://freeallantifas.noblogs.org/
August 23, 2026
Radio Blackout - Info
No all’estradizione di Gino! Free all antifas!
Mercoledì 19 la Corte d’appello di Parigi si è pronunciata a favore dell’estradizione in Germania entro 10 giorni di Gino, compagno antifascista inquisito dall’Ungheria in merito ai fatti del Giorno dell’onore, il raduno internazionale che ogni anno richiama nella capitale ungherese neonazistx provenienti da diversi paesi europei. Gino, dopo un primo arresto in Finlandia, era stato fermato Parigi per via del mandato d’arresto europeo spiccato dall’Ungheria di Orbàn, e aveva trascorso quattro mesi nel carcere di Fresnes. In Francia la sua condizione, grazie alla mobilitazione dellx antifascistx e dei comitati, ha sollevato un dibattito pubblico, e molte le persone, gruppi, collettivi che hanno manifestato contrarietà alla sua estradizione in Ungheria, dove rischia fino a 24 anni di carcere. Successivamente, la Corte d’appello di Parigi aveva respinto la richiesta di estradizione avanzata da Budapest per il rischio di trattamenti inumani o degradanti, per le condizioni della detenzione e per la mancanza di garanzie relative all’indipendenza e all’imparzialità della giustizia ungherese Appena diciannove giorni dopo quella decisione, a Gino è stato notificato un nuovo mandato d’arresto europeo, per gli stessi fatti. A cambiare era il paese richiedente: non più l’Ungheria di Viktor Orbán, ma la Germania. A questo punto, la Corte francese, chissà tra quali pressioni, ha ribaltato la sua precedente decisione e ha accettato la richiesta della repubblica tedesca, nonostante non ci siano garanzie che, una volta estradato in Germania, Gino non venga successivamente estradato in Ungheria, come è successo con Maja, attualmente sottoposta a condizioni detentive degradanti e sottoposta quotidianamente alla violenza delle guardie. Ascolta il racconto e le riflessioni di Gino dopo la decisione della Corte d’appello francese di accettare la sua estradizione: Il ricorso in Cassazione della difesa sospende l’estradizione: è il momento di moltiplicare la solidarietà. Gino non deve essere estradato, è più che mai necessario mobilitarsi e dimostrare il proprio sostegno in ogni modo possibile (comunicati di sostegno, striscioni, manifesti, presidi davanti alle ambasciate francesi e tedesche, cortei) per evitare a Gino un’imminente estradizione. Il 5 settembre 2026, alle ore 11:00 nell’ambito di Renoize – Festival Antifa al LOA Acrobax, ci sarà l’assemblea nazionale FREE ALL ANTIFAS – ITALY: resistere ai fascismi, organizzare la solidarietà, costruire nuovi immaginari. Per adesioni e info su logistica ecc scrivi alla mail: freeallantifasitaly@inventati.org o alla pagina IG: https://www.instagram.com/freeallantifasitaly, e continua ad aggiornarti su https://freeallantifas.noblogs.org/
August 23, 2026
Radio Blackout
Sulla soglia di un nuovo mondo
Nel presentare questo testo ai nostri lettori c’è la necessità di fare alcune avvertenze. Siamo purtroppo abituati a vedere all’opera, on line, una vis commentatoria che prescinde quasi sempre dalla ragione fondativa di un qualsiasi documento – e quindi dal suo significato politico – per concentrarsi su singole affermazioni. Quella […] L'articolo Sulla soglia di un nuovo mondo su Contropiano.
August 14, 2026
Contropiano
Lezioni dall’America: “al centro si perde”
La politica statunitense ha immensi difetti, ma offre almeno una certezza: mostra la strada per la sfera politica in tutto l’Occidente capitalistico. E’ quasi uno stampo che dà forma – più o meno lentamente, con qualche variante qui e là – a quanto accade nel resto dei regimi euro-atlantici. Quindi […] L'articolo Lezioni dall’America: “al centro si perde” su Contropiano.
August 13, 2026
Contropiano
Di chi è Mayotte? Mayotte è nostra!
JOSÉ GONZÁLEZ MORANDI 1 «Mayotte è la nostra isola, la nostra isola! Fanculo, faremo saltare il banco! Ve l’avevo detto che saremmo diventati cattivi». Mayotte è nostra (Mahoré Yatru, in shimaoré) è il titolo della canzone composta dalla band MaBrasilien del quartiere di Kaweni a Mayotte Prima di iniziare il progetto solroutes non avevo la minima idea che esistesse Mayotte (Mahoré in shimaoré, la lingua locale), un’isola francese nell’Oceano Indiano, a 10.000 km da Parigi – che per un retaggio coloniale viene ancora chiamata la «métropole». L’arcipelago delle Comore mi diceva vagamente qualcosa, ma non sapevo assolutamente nulla dell’indipendenza di questo arcipelago dalla Francia nel 1975, e ancor meno di un referendum in seguito al quale Mayotte non ha ottenuto l’indipendenza ed è rimasta una colonia francese per divenire poi dal 2011 un dipartimento francese e territorio a pieno titolo dell’Unione Europea.  Questa appartenenza alla Repubblica Francese, vista all’epoca come un’opportunità dalle élite mahoriane e come una strategia di continuità coloniale dal governo francese, ha messo Mayotte in una situazione di contrasto con il proprio contesto geografico e culturale. Questa situazione singolare è oggi fonte di tensioni con le altre isole dell’arcipelago; come abbiamo visto negli articoli precedenti, dall’isola comoriana di Anjouan arrivano ogni anno migliaia di persone 2. Mayotte è il dipartimento d’oltremare meno sviluppato, con un PIL pro capite 3,4 volte inferiore a quello della Francia continentale, ma quasi 7 volte superiore a quello della Repubblica delle Comore. La crescita demografica (76.000 abitanti nel 1991, 300.000 nel 2023, 323.156 abitanti nel 2026 in base all’ultimo censimento) supera oggi di gran lunga la capacità delle infrastrutture e dei servizi pubblici. La situazione dei giovani, in particolare, è il simbolo di questo fallimento. Circa il 55% della popolazione totale ha meno di 20 anni. Con aule sovraffollate, carenza di personale docente e poche alternative per il tempo libero, il sistema educativo non è in grado di soddisfare le esigenze di una gioventù numerosa e vivace. Se aggiungiamo al quadro le scarse prospettive di futuro, il risultato è fra i giovani una diffusa percezione di abbandono e di disprezzo da parte della Francia, la madrepatria. Ogni giorno la popolazione giovanile, e non solo, vede come la promessa di uguaglianza repubblicana sia destinata a rimanere un’illusione. Mayotte, in generale, viene descritta dai media e dall’opinione pubblica francese in modo assolutamente pessimistico: le condizioni di vita, le disuguaglianze e le crisi strutturali la presentano in uno stato di emergenza permanente. Questo testo illustra una parte del lavoro sul campo svolto nel mese di maggio a Mayotte, in particolare la nostra esperienza di incontro e realizzazione filmica con due gruppi di giovani abitanti dell’isola: da un lato, gli studenti universitari; dall’altro, membri di una “banda” di un banga dell’isola. «Banga» è il nome con cui lì si chiamano quelle che in Spagna conosciamo come «baraccopoli», in Brasile «favelas» o in Argentina «villas miseria». I banga sono onnipresenti sull’isola; vi vivono anche studenti universitari, sia regolari che irregolari, e come abbiamo già scritto un terzo della popolazione vive in uno dei banga dell’isola.  Reportage e inchieste FRA GLI ILLEGALI NEI BANGA Il 3° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" 28 Luglio 2026 Ci avevano messo in guardia su due cose riguardo a Mayotte: 1) che era molto pericolosa a causa della violenza giovanile, al punto che molti muzungu, bianchi in swahili, non escono di casa dopo il tramonto; 2) che era tabù parlare di ciò di cui tratta il progetto Solroutes: migrazioni, frontiere, colonialismo… ALL’UNIVERSITÀ L’università si trova a Dembeni, a 30 minuti dalla capitale, in cima a una collina con una vista mozzafiato sul mare. È una piccola università pubblica, ben attrezzata e con standard apparentemente europei. Abbiamo tenuto innanzitutto una conferenza aperta in cui abbiamo presentato Solroutes: «filmare le frontiere, etnografia, solidarietà, necropolitica» e nei giorni successivi abbiamo condotto per 25 ore un workshop di sociologia visiva dal titolo «Filmare la quotidianità a Mayotte». Alla conferenza hanno partecipato principalmente docenti e tre studenti che in seguito prenderanno parte al workshop: un ragazzo di origini miste malgasce-mahoré che porta in bella vista una biografia di Elon Musk, una ragazza del posto estroversa che lavora anche per l’università come «tuttofare» e una giovane timida con il velo all’apparenza tradizionalista. Concludiamo la conferenza con un frammento di uno dei film realizzati nell’ambito del progetto Solroutes, “L’Avventura”, in cui Babacar, un attivista senegalese per il diritto alla libera circolazione, conclude: “La cosa migliore sarebbe cercare di vivere tutti insieme, altrimenti moriremo tutti insieme”. Le parole di Babacar vengono accolte con entusiasmo dagli studenti, mentre diversi docenti si congratulano con noi per aver portato questo dibattito all’università. A KAWENI, IL PIÙ GRANDE BANGA DI MAYOTTE Il pomeriggio in cui ci siamo recati all’appuntamento con i giovani di Kaweni, che si fanno chiamare Ma Bresilien, entriamo per la terza volta nel più grande banga di Mayotte. Fa parte del comune di Mamoudzou, la capitale dell’isola. Si estende su due grandi versanti che sovrastano la zona industriale a nord della capitale. Siamo accompagnati ancora una volta da Madi, il nostro referente sul posto. Durante il nostro primo incontro ci ha portato in giro per il quartiere e successivamente, abbiamo partecipato a una giornata di pulizia comunitaria da lui coordinata e promossa  da un ente pubblico con cui collabora.  Madi ha circa 30 anni e ha studiato all’università; è nato alle Comore e non ha documenti (sua madre, sua moglie e sua figlia invece sì, cosa molto comune in molte famiglie di Mayotte). Dopo essere cresciuto da solo ad Anjouan, si è trasferito a Kaweni dalla madre per frequentare il liceo. Oggi lavora come mediatore sociale comunitario su base volontaria ed è in attesa di un colloquio con le autorità per regolarizzare la sua situazione. Ad attenderci c’è un gruppo di circa 10 giovani che fumano hashish; sono seduti su scalini improvvisati che si affacciano su un campo da calcio in terra battuta dove giocano decine di bambini. Sono ragazzi che si mostrano al tempo stesso come duri e ironici. Mi chiedono se qualcuno di noi sappia girare un videoclip. Madi li aveva già informati della nostra intenzione di filmare; per incontrarci gli hanno chiesto 50 € e una spesa al supermercato da destinare al capo del gruppo  che non abbiamo mai avuto il piacere di conoscere.  Per rompere il ghiaccio chiedo loro se qualcuno sappia cantare; mi rispondono di sì e che sono pronti a realizzare il videoclip subito. Porto la mia attrezzatura a tracolla, ma aspetto che siano loro a chiedermela. Mostro loro il lavoro realizzato con due ragazzi delle baraccopoli del mio quartiere a Barcellona; gli piace e mi chiedono se possiamo fare qualcosa. Rispondo loro di scegliere una canzone e che la registreremo; hanno una lunga lista sul telefono e ci mettono un po’ a sceglierla. Come per magia appare un grande altoparlante e alla fine, in mezz’ora, registriamo il tutto: tre ragazzi cantano, mentre bambini e altri ragazzi del quartiere fanno i cori. Si vede che non è la prima volta che registrano; hanno capacità di inscenare una performance. I Ma Bresilien hanno dei rivali di un altro quartiere che si chiamano Argentinos: il classico del calcio mondiale si disputa anche nelle baraccopoli di Mayotte. Hanno la bandiera del Brasile come simbolo del gruppo e la mostrano nel video insieme a una coppa, come se fossero campioni del mondo. Nel video si vedono solo due coltelli, non molti; in altri loro videoclip che scopro in seguito su YouTube ne tirano fuori a decine, ma anche machete, pistole, asce e persino piccozze da alpinismo. Sembrerebbe che abbiano fatto propria l’idea stigmatizzante di un film commerciale francese, girato proprio a Kaweni, intitolato «Tropico della violenza». Tutta questa ostentazione di coltelli si inserisce in una retorica e spettacolo della violenza o si tratta del riflesso di una violenza oggettiva? La realtà è che l’incidenza dei feriti da arma da taglio non è riportata in nessun rapporto statistico sulla salute dell’isola. Ciò che invece emerge con forza dalle analisi demografiche e abitative dettagliate pubblicate dall’Istituto Nazionale di Statistica e Studi Economici della Francia (INSEE) è che circa il 40% degli abitanti di Mayotte vive in alloggi precari (il 59% delle abitazioni dell’isola), principalmente in baracche di lamiera prive di servizi di base (acqua corrente, doccia, servizi igienici, elettricità); che il 57% delle famiglie vive in condizioni di sovraffollamento, un tasso sei volte superiore a quello della Francia metropolitana, e che il 77% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. INIZIA IL WORKSHOP: FILMANDO LA VITA QUOTIDIANA Il primo giorno al laboratorio ci accompagna anche Madi: deve andare a ritirare il suo diploma (all’inizio in segreteria gli hanno detto di tornare la settimana successiva; poco dopo è tornato accompagnato da una docente locale e, miracolosamente, gli viene consegnato immediatamente). La sua realtà di studente senza documenti sarà fonte di ispirazione per il lavoro audiovisivo che i partecipanti al laboratorio iniziano a sviluppare. L’università è un luogo socialmente eterogeneo: è frequentata dai ragazzi senza documenti come lui che vivono nel «banga» ma anche dai giovani con passaporto francese, auto propria e vacanze a Parigi, alle Seychelles o alla Riunione. La differenza si manifesta alla fine degli studi: chi ha il passaporto francese può continuare a lavorare e viaggiare, chi non ce l’ha può essere espulso ad Anjouan in qualsiasi momento e potrà lavorare solo in nero. Ai tre partecipanti al workshop del primo giorno si aggiungono: un giovane sportivo e brillante, una matematica esperta di viaggi e risoluta, una studentessa di lettere appassionata. Il gruppo si rivela fantastico: sono riflessivi, impegnati, curiosi. La ragazza con il velo non risulta affatto conservatrice, è una ragazza timida che alla fine del workshop mi dirà di non essersi mai sentita così ascoltata; l’atleta e la matematica hanno fatto l’Erasmus in Europa e viaggiano spesso per le vacanze verso destinazioni costose. La studentessa di lettere è cresciuta a Brest e ha un modo di fare tipico di una giovane moderna e impegnata. A quanto pare abita a due isolati da dove abbiamo affittato e un giorno ci porterà a visitare il «banga» che si trova dietro le nostre case e dove lei ha molti parenti. Il ragazzo che legge la biografia di Elon Musk non è affatto un fan del magnate americano; è solo curioso. Mentre la ragazza “tuttofare” con il suo lavoro mantiene da sola la sua famiglia. Tutti partecipano alla discussione e subito vogliono parlare proprio di quegli argomenti che dovevano essere, e restare,  tabù. Durante il laboratorio che io dirigo in qualità di regista e documentarista,  si crea un’atmosfera di complicità, voglia di lavorare e straordinaria creatività. Ispirati dalla storia personale di Madi, i partecipanti scrivono due sceneggiature di finzione che loro stessi interpreteranno nell’auditorium dell’università alla fine della formazione. Una racconta la storia di uno studente che non può proseguire gli studi perché privo di documenti. L’altra quella di un mahorese con passaporto che va in Francia a studiare ma finisce per scontrarsi con i mali dell’Europa, il razzismo, l’indifferenza, e rimpiange tristemente la sua isola.  Organizziamo una sessione di interviste registrate che avevamo pensato come uno spazio individuale; ma il set si trasforma nel palcoscenico di un ricco dibattito in cui si dicono cose del genere: «Viviamo su un’isola sprofondata nell’abbandono». “Mentre il governo francese inietta milioni di euro che scompaiono nella corruzione senza lasciare traccia, le famiglie subiscono le conseguenze dirette delle sue politiche: vediamo ogni giorno come espellono i genitori verso le Comore, lasciando i loro figli – molti dei quali con la cittadinanza francese – completamente soli e indifesi a casa”. “Non abbiamo possibilità di svago né opportunità, e chi è senza documenti vive nella paura costante di non poter continuare a studiare”.”Di fronte alla criminalità, le autorità rispondono con la violenza. Ma noi sappiamo che operazioni di polizia come Kingia o i «decasages» (la demolizione delle abitazioni) non risolvono nulla; al contrario, distruggono solo la poca speranza che ci resta. La vera via d’uscita non è la repressione, ma il lavoro e l’inserimento lavorativo”. “Ci rifiutiamo di vedere la nostra diversità come una minaccia. Essere un popolo comoriano, malgascio e della Riunione ci arricchisce, ci apre la mente e ci fa andare avanti”. “La nostra generazione sta studiando, sta prendendo coscienza ed è pronta a far funzionare le cose. È da troppo tempo che aspettiamo che le soluzioni arrivino da Parigi; abbiamo ormai capito che se non ci uniamo noi per cambiare Mayotte, nessuno lo farà”. CONTROLLO DI POLIZIA Al ritorno dall’università viaggiamo su due auto. Madi viaggia con due colleghi italiani, entrambi docenti con una lunga carriera accademica alle spalle. In uno degli innumerevoli posti di blocco viene fermato quando constatano che i suoi documenti non sono stati rinnovati. Gli agenti ai posti di blocco sono per lo più giovani bianchi della gendarmeria, un corpo semi militare: sono pesantemente armati, allo stile degli agenti dell’ICE.  Le loro auto sembrano uscite dal film Mad Max, con grate saldate grossolanamente alla carrozzeria e completamente ammaccate dagli impatti dei sassi che li colpiscono quotidianamente; le ammaccature sembrano pitture di guerra che sfoggiano con orgoglio e distinzione. Quando le loro auto passano davanti ai banga vengono bersagliati di pietre e rispondono sparando gas lacrimogeni, dando vita a una battaglia che sembra un gioco per entrambi gli schieramenti.  Il costo economico per lo Stato della sicurezza a Mayotte non viene contabilizzato in modo separato dal totale per l’intero paese; secondo diverse fonti giornalistiche, Mayotte ha il doppio di poliziotti e gendarmi per abitante rispetto alla media di qualsiasi dipartimento francese. A Mayotte, ogni 100.000 abitanti ci sono 800 agenti (il doppio della media nazionale) contro 89 medici (un quarto della media nazionale). Lo Stato francese investe il doppio della media nazionale per controllare il territorio e 33 volte meno della media nazionale per assistere la popolazione. Secondo una dichiarazione dell’ex ministro dell’Interno Gérald Darmanin riportata da un quotidiano svizzero, Mayotte conta più poliziotti e gendarmi delle città di Marsiglia, Lione e Lille messe insieme. Il Comando della Gendarmeria di Mayotte è rafforzato in modo permanente da quattro squadroni di gendarmeria mobile; si tratta di una struttura da forza di pronto intervento che normalmente viene dispiegata solo in situazioni di crisi. La massiccia presenza di forze dell’ordine è evidente ad occhio nudo. Già sull’aereo, sia all’andata che al ritorno, abbiamo contato circa 80 di quegli inconfondibili giovani uomini bianchi con barba e/o baffi curati, nel più puro stile dei concorrenti di qualche «Isola delle Tentazioni» o «Grande Fratello»; immagino siano diretti a Mayotte per vivere un’avventura e guadagnare 1,5 volte di più che in Francia. Sulle spiagge, senza uniformi, è normale vederli sfoggiare i loro corpi scolpiti in palestra e ricoperti di vistosi tatuaggi. Ho notato con interesse che tra loro vanno per la maggiore i tatuaggi con motivi “nativi americani” e “tribali polinesiani”; secondo una ricerca tutt’altro che rigorosa sull’IA di Google, si tratta di simboli che rappresentano il coraggio, la gerarchia e la protezione. Madi è stato finalmente rilasciato; è riuscito a dimostrare che sta espletando le pratiche per ottenere il permesso di soggiorno, che svolge attività di volontariato e che ha frequentato l’università per conseguire la laurea. Questa volta i gendarmi si sono dimostrati benevoli, a differenza delle altre quattro volte precedenti in cui era stato espulso… Centinaia di comoriani vengono espulsi ogni giorno e rispediti ad Anjouan dopo solo tre ore di traghetto. Molti, quando possono, tornano a Mayotte su imbarcazioni illegali chiamate kwasa-kwasa: è un viaggio breve, veloce e relativamente economico. Una studentessa del laboratorio ci ha tradotto il testo della canzone; ci ha sorpreso che i MaBrasilien parlassero di problemi sociali e politici, e non di argomenti banali come fanno tanti rapper, proprio i temi di cui Solroutes voleva parlare: migrazioni, razzismo, appartenenza, identità, colonialismo… Il ritornello ripete: «Mayotte è nostra». A chi appartiene Mayotte è una questione fondamentale nella realtà sociale, politica e storica di questa piccola isola dell’Oceano Indiano. A chi appartiene Mayotte? Alla Francia, alle Comore, all’Africa, all’Europa? È chiaro che Mayotte appartiene anche a loro, ai giovani dell’università, ai giovani del banga. Mayotte è loro. Liberate tutti i miei compagni sulle rive dell’Oceano Indiano. Ci hanno portato via tutte le nostre ricchezze. Sì, ci hanno fatto soffrire, ma non riusciranno a distruggerci. Vogliono le nostre ricchezze secondo la legge francese. Vogliono spogliarci delle nostre ricchezze. Vogliono affondarci perché siamo figli di Anjouan, perché siamo comoriani su quest’isola africana. Liberate tutti i miei amici, tutto questo mi spezza il cuore. Abbiamo vissuto nella miseria, ma andiamo avanti. L’uomo bianco vuole a tutti i costi ammanettarci davanti al tribunale della legge francese. Ci vedono solo come figli di Anjouan perché siamo comoriani. Mayotte è la nostra isola, la nostra isola! Fanculo, faremo saltare il banco! Ve l’avevo detto che saremmo diventati cattivi. Non è una storia di oggi davanti al tribunale. Ci minacciano per questioni di machete. Ma saremo forti, andremo avanti. È una merda, ci siamo giocati la vita in mare. Ma l’uomo bianco vuole affondarci a quanto pare. Bisogna essere francesi per forza, oppure ci incatenano! Una canzone gridata può aiutare a liberarsi. Liberate tutti i miei amici! 1. José González Morandi è regista e documentarista, specializzato in documentario etnografico e video sociale e partecipativo. Ha studiato cinema a Buenos Aires e Barcellona e conseguito un Master in Documentario Creativo alla Pompeu Fabra University. Ha realizzato numerosi documentari, tra cui Can Tunis, Traces of Dixan, Buscando Respeto e Baluard, premiati in festival nazionali e internazionali. Ha inoltre collaborato a progetti di ricerca e formazione in ambito cinematografico e antropologico ↩︎ 2. Leggi l’introduzione al reportage ↩︎