«Pensavo questa fosse la Francia». Le rotte dall’Africa continentale e il campo di Tsoundzou
RASSA GHAFFARI 1
Tsoundzou, periferia di Mamoudzou, una caldissima mattina di fine maggio. Lo
spettro dell’Ebola inizia ad aggirarsi sull’isola sotto forma di un panico
morale che, a poche ore dalla conferma da parte dell’OMS dei primi casi nella
Repubblica Democratica del Congo, ha già investito il dibattito pubblico e
politico maorese, alimentato da settimane di mobilitazioni xenofobe e
dall’insediamento del nuovo prefetto. È proprio in attesa della sua prima visita
ufficiale al campo di Tsoundzou, dove vivono oltre mille richiedenti asilo
provenienti soprattutto dall’Africa continentale, che assistiamo all’arrivo di
una famiglia congolese appena sbarcata sull’isola.
Sono una donna e due uomini, hanno attraversato direttamente il tratto di oceano
che separa il Congo da Mayotte a bordo di un kwassa-kwassa, una delle piccole
imbarcazioni utilizzate sia per la pesca sia per l’attraversamento irregolare
del Canale di Mozambico 2. Appena arrivati, hanno chiesto ad un connazionale
incontrato per caso indicazioni per raggiungere il campo, dove alcuni conoscenti
hanno promesso loro un posto dove trascorrere le prime notti. Il clima di
securitizzazione e militarizzazione che avvolge Mayotte da diversi mesi trova
un’ennesima attuazione con l’arrivo della scorta che accompagna il prefetto al
campo e che, sotto i nostri occhi impotenti, prende in carico la famiglia e il
connazionale che li ha guidati.
«Noi non gli abbiamo dato un soldo, ma pensano che sia il nostro trafficante
perché ci ha condotti qui», commenta la donna congolese prima di salire su
un’auto della polizia. L’episodio restituisce bene il clima che oggi attraversa
Mayotte, dove la mobilità proveniente dall’Africa continentale è ormai letta
quasi esclusivamente attraverso il prisma della sicurezza (intesa anche come
salute pubblica) in un contesto nel quale ogni nuovo arrivo sembra confermare
un’emergenza percepita come permanente e ormai pienamente istituzionalizzata.
Se per lungo tempo i movimenti migratori verso Mayotte hanno riguardato
soprattutto le altre isole dell’arcipelago delle Comore, in particolare la più
vicina Anjouan, negli ultimi anni è andata gradualmente consolidandosi una rotta
diversa, ancora relativamente poco studiata ma sempre più visibile, che collega
la regione dei Grandi Laghi e il Corno d’Africa con l’isola francese nell’Oceano
Indiano. Congolesi, somali, sudanesi, burundesi, ruandesi e yemeniti raggiungono
la Tanzania – descritta nelle testimonianze come una sorta di Turchia
dell’Africa orientale, paese di transito più o meno prolungato – attraversano il
mare fino alle Comore e da lì vengono trasferiti a Mayotte.
La quota più consistente di questi flussi è composta da cittadini congolesi, che
costituiscono difatti la prima nazionalità tra i richiedenti asilo; chi vuole
abbandonare il Congo ha a disposizione due rotte diverse: una occidentale, che
sbocca sull’Oceano Atlantico, ma che viene descritta come più impervia e ostica
a causa dei numerosi conflitti armati che interessano le zone circostanti; ed
una orientale, più recente, che vede nel minuscolo dipartimento francese la sua
più recente destinazione. I racconti collezionati durante la ricerca hanno
evidenziato un dato parzialmente inatteso quanto interessante: a differenza di
quanto si potrebbe supporre, una parte consistente delle persone in movimento
dichiara di non aver partecipato attivamente alla scelta di Mayotte come propria
meta, affidandosi a smugglers che negli ultimi anni hanno costruito reti
collaudate di passaggio tra la Tanzania e le Comore.
«Non avevo mai sentito parlare di Mayotte», racconta un giovane congolese
incontrato nel campo. «Il trafficante ci aveva promesso solo un posto
tranquillo, in pace. Quando siamo arrivati mi hanno detto che eravamo in
Francia. Mi sono guardato intorno e mi sono chiesto: dov’è la Torre Eiffel?».
Alcuni giovani somali raccontano invece di essere partito da Bosasso, nel
Puntland, in gruppo composto da ventiquattro persone, impiegano tredici giorni
per giungere a destinazione, cambiando imbarcazione e capitano direttamente in
mare aperto. «Non sapevamo dove stavamo andando», commentano in modo analogo ai
compagni congolesi. «Ci dicevano soltanto che lì c’era la pace».
Mayotte si configura così nelle traiettorie migratorie come una Francia
immaginata prima ancora che realmente conosciuta; l’isola rappresenta sì
l’Europa, ma appare più come una sua appendice periferica, sconosciuta
all’opinione pubblica internazionale e persino a molti francesi della
métropole. In mancanza di un sistema di accoglienza istituzionale adeguato e
sufficiente, per questi richiedenti asilo, l’approdo a Mayotte coincide quasi
sempre con l’ingresso nel campo informale di Tsoundzou, situato alla periferia
del più grande agglomerato urbano di Mamoudzou e caratterizzato da una
situazione socio-economica di generale difficoltà. Sorto nell’autunno del 2025
dopo lo sgombero del precedente insediamento, il campo ospita oggi oltre un
migliaio di richiedenti asilo – tra cui circa un centinaio di minori –
provenienti da contesti molto diversi tra loro, ma accomunati dall’essere
definiti localmente come les Africaines.
La storia del campo degli Africaines è soprattutto una storia di espulsioni e
spostamenti. Negli ultimi anni gli insediamenti in cui i richiedenti asilo
trovano rifugio sono stati progressivamente allontanati dagli spazi più centrali
dell’isola, transitando dal vecchio stadio di Kavani, nel cuore di Mamoudzou,
fino all’attuale accampamento, arroccato tra le mangrovie e il mare e
costantemente minacciato dalle maree: ogni sgombero coincide con un ulteriore
arretramento verso luoghi meno visibili ed accessibili. Il suo ingresso,
compresso tra un cantiere edile e alcuni alloggi gestiti da una NGO locale,
appare difatti quasi invisibile dalla strada, segnalato solamente dalla presenza
fissa di uomini e donne seduti all’ombra ad aspettare un passaggio o un
incontro. Soltanto una volta superato uno stretto accesso si scopre che dietro e
dentro la vegetazione vive una popolazione numericamente paragonabile a quella
di un piccolo villaggio.
Il presidente del campo, un giovane congolese eletto dagli stessi abitanti dopo
l’ultimo trasferimento coatto, conferma questa impressione: «Prima il campo era
ben evidente dalla strada. Adesso hanno fatto di tutto per metterlo dove nessuno
possa vederlo: i maoresi non ci vogliono visibili». Da diversi mesi, inoltre, le
autorità maoresi portano avanti un progetto di demolizione del campo al fine di
costruirne uno formale gestito da NGO francesi direttamente dipendenti dallo
Stato; proposta, questa, ostacolata dalla ferma opposizione dei sindaci dei
diversi villaggi, contrari a vedere le proprie municipalità coinvolte, e da
parte della popolazione locale, rappresentata dal Collectif des citoyens de
Mayotte, attivo in iniziative di stampo sovranista e xenofobo 3.
L’invisibilità non è soltanto una caratteristica geografica, ma una precisa
modalità di gestione politica dello spazio e dei corpi che lo abitano. Sebbene
rappresenti sempre più un argomento politico di primo piano, il campo di
Tsoundzou rimane ai margini del paesaggio urbano e del discorso pubblico; come
spesso accade nei contesti di frontiera, lo spazio diventa in questo caso uno
strumento di governo, secondo cui allontanare e marginalizzare significa anche
sottrarre allo sguardo.
La quotidianità del campo è segnata soprattutto dall’attesa: attesa del primo
appuntamento in Prefettura per formalizzare la domanda di asilo, per cui spesso
è necessario attendere anche sei mesi, sebbene il diritto europeo preveda tempi
molto più rapidi; attesa che la domanda venga analizzata; attesa di poter
lasciare l’isola, una possibilità che rimane preclusa fino all’ottenimento dello
status di rifugiato e dei documenti necessari, ma concretamente ostacolata anche
dalla mancanza di risorse economiche in un contesto in cui le possibilità di
costruire una vita autonoma sono estremamente limitate. L’accesso al mercato del
lavoro formale, per les africaines, è quasi impossibile e il sostegno economico
previsto dalle autorità consiste in un contributo minimo totalmente
insufficiente. Una giovane ragazza somala conosciuta dentro al campo, ad
esempio, racconta come la gioia di aver trovato impiego informalmente come
estetista sia minata dalle discriminazioni subite da parte della clientela
locale, decisa a «non farsi servire da una africaine come me».
A dispetto di un relativo fermento interno al campo, dove proliferano
micro-business informali, organizzazioni di mutuo aiuto dal basso e gruppi di
parola e attività religiose, la maggioranza degli abitanti di Tsoundzou sembra
vivere una quotidianità sospesa in una condizione nella quale il tempo sembra
perdere qualsiasi prospettiva e si configura come un dispositivo politico di
controllo e repressione estremamente efficace. Più che una semplice lentezza
burocratica, l’attesa, in questo caso, appare come una modalità di governo della
mobilità, capace di trasformare la precarietà in una situazione permanente. Le
poche associazioni che forniscono assistenza all’interno del campo sono
giudicate insufficienti a gestire l’incessante condizione di bisogno di una
comunità in continua espansione.
Sebbene la denominazione les Africaines possa sembrare, di primo acchito,
meramente descrittiva, la ricerca etnografica condotta fa emergere al contrario
la costruzione di una categoria identitaria profondamente stigmatizzante. «Mi
chiamano africano, nero, per distinguermi», osserva un giovane congolese con un
sorriso ironico. «Ma anche loro sono africani. Siamo tutti neri». Questa
osservazione mette chiaramente in luce un paradosso emblematico del caso
maorese, isola africana ma amministrativamente e politicamente francese, in cui
il termine “africano” non indica tanto una provenienza geografica ma concorre a
costruire discorsivamente un processo di distanziamento morale e sociale.
Les Africaines, in quest’ambito, diventano dunque gli “altri” per eccellenza,
corpi estranei e capri espiatori ai quali vengono attribuiti l’aumento
dell’insicurezza, il degrado urbano ed ecologico, la pressione sui servizi
pubblici e ultimamente la stessa emergenza sanitaria legata al virus Ebola. Tale
distanza si concretizza anche negli aspetti più minuti della vita quotidiana del
campo, soggetto a incursioni frequenti da parte della polizia e di gruppi di
giovani locali che vi entrano per intimidirne gli abitanti o danneggiare beni e
possedimenti. Durante la nostra permanenza ci vengono mostrate numerose
testimonianze di queste aggressioni: un piede gravemente ferito, un braccio
immobilizzato, una tenda distrutta. L’accesso alle cure è difficile e molti
rinunciano a rivolgersi alle strutture sanitarie se la situazione non viene
considerata sufficientemente grave, «perché tanto l’ambulanza non arriva».
Queste condizioni di precarietà sono rese ancora più problematiche dal
particolare regime giuridico di Mayotte che, nonostante diverse segnalazioni da
parte di associazioni e istituzioni europee, continua a rappresentare
un’eccezione rispetto al diritto comune in materia di asilo. I richiedenti
asilo, infatti, incontrano enormi difficoltà nel beneficiare del sistema
nazionale di accoglienza formalmente previsto e sono costretti ad affrontare
tempi amministrativi molto più lunghi rispetto alla Francia metropolitana. La
distanza geografica dal continente europeo si traduce così anche in una distanza
giuridica in cui gli stessi diritti formalmente garantiti sul territorio trovano
un’applicazione profondamente differenziata.
Osservata da Tsoundzou, Mayotte appare come una frontiera che continua a operare
anche dopo lo sbarco sulle sue coste cristalline. Un confine che non si
esaurisce con il mare attraversato dai kwassa-kwassa, ma prosegue nella lentezza
esasperante delle procedure burocratiche, nelle marginalità degli spazi, e nelle
categorie identitarie con cui le persone vengono nominate, escluse e rese
estranee.
«Pensavo questa fosse la Francia» è un leit motiv che ha accompagnato le nostre
interazioni con gli abitanti di Tsoundzou e che ha agito, anche, come
dispositivo di riflessività dato che a lungo, nelle nostre analisi preliminari,
la scelta di Mayotte come destinazione in qualità di dipartimento francese è
stata data per scontata. La sorpresa – nostra e loro – non origina soltanto
dall’assenza di una Torre Eiffel di riferimento, ma esprime, forse
inconsapevolmente, il paradosso di un territorio pienamente francese dove
l’esperienza concreta dei richiedenti asilo rimane segnata da forme di
esclusione che sembrano collocarlo ai margini dello spazio politico e giuridico
europeo. È proprio in questa tensione tra appartenenza formale ed esclusione
sostanziale che Tsoundzou diventa un osservatorio privilegiato per comprendere
come i confini europei contemporanei non si limitino a impedire l’ingresso, ma
continuino a produrre distanza anche ben dopo l’approdo. Attraverso tecnologie
di controllo mirate a minimizzare l’empatia, la solidarietà e le possibilità di
resistenza dal basso, i confini europei ri-emergono così come sistemi
coercizione ubiqui, multimodali e traslazionali, capaci di diffondersi ben oltre
la linea territoriale – nei corpi, negli spazi quotidiani, nelle gerarchie
morali – creando una distanza al contempo fisica ed etica.
Mentre questo reportage viene scritto, le mille persone che abitano il campo di
Tsoundzou si ritrovano ad affrontare un nuovo assalto frontale senza che vengano
forniti loro un preavviso congruo o alternative fattibili. Da diversi giorni,
difatti, le autorità maoresi hanno cominciato a smantellare la porzione di
insediamento più prossima alla strada principale; la motivazione ufficiale è la
necessità di ampliare il cantiere attiguo che prevede la costruzione di un
impianto di desalinizzazione 4. Come avviene periodicamente in circostanze
analoghe, l’evento è divenuto oggetto di narrazioni e discorsi contrastanti,
sintomatici del clima di estrema polarizzazione che permea il dipartimento
francese. Invocata di volta in volta come misura definitiva contro “il degrado
ecologico” e l’insicurezza di cui les africaines sono additati come principali
responsabili, l’iniziativa si colloca perfettamente nel solco delle politiche di
esclusione ed espulsione che distinguono la gestione tutta francese della
questione migratoria a Mayotte.
Reportage e inchieste
MAYOTTE, FRANCIA, OCEANO INDIANO, FORTEZZA EUROPA
L'introduzione al reportage
7 Luglio 2026
Reportage e inchieste
IL SISTEMA MAYOTTE E IL DIRITTO DELL’ECCEZIONE
Il 1° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa"
Luna Selimovic'
14 Luglio 2026
1. Insegna Sociologia dei processi culturali all’Università di Genova ed è
assegnista di ricerca all’interno del progetto ERC SolRoutes. Si interessa
di migrazioni non autorizzate, specialmente provenienti da
Iran e Afghanistan, lungo la Rotta Balcanica, tematiche di genere e studi
dell’area mediorientale. ↩︎
2. French border police accused of causing shipwrecks and deaths of migrants
from Comoros, Le Monde – 16.09.2025 ↩︎
3. Immigration : le collectif des citoyens de Mayotte 2018 manifeste contre le
projet de création d’un nouveau camp pour les migrants d’Afrique
continentale, franceinfo: -11.05.2026 ↩︎
4. Tsoundzou II : évacuation d’une partie du camp située près du chantier de la
future STEP, franceinfo: – 17.07.2026 ↩︎