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Francia. Migliaia in piazza in tutto il paese. Duri scontri a Parigi e in altre città
Più di 800mila persone hanno partecipato oggi alle manifestazioni organizzate in tutta la Francia contro il carovita secondo i numeri forniti dal sindacato Cgt. I Gilet Gialli hanno convocato per il 31 ottobre una nuova giornata di mobilitazione in tutta la Francia con manifestazioni e sit-in davanti all’Assemblea Nazionale e […] L'articolo Francia. Migliaia in piazza in tutto il paese. Duri scontri a Parigi e in altre città su Contropiano.
October 24, 2026
Contropiano
Parigi: corrispondenze dalla piazza (1/6: La manifestazione giunge al termine)
Una compagna ora in piazza Parigi ci fa ascoltare voci e sentimenti dei manifestanti. Una partecipante approfondisce le ragioni della protesta, nata per sostenere il movimento dei liceali contro la mancanza di fondi nell'istruzione pubblica e poi estesasi al malcontento generale contro le politiche di Macron. Vengono inoltre criticati la gestione autoritaria dei percorsi di protesta, l'arsenale giudiziario e le condanne inflitte ai giovani durante i blocchi e le manifestazioni, oltre alla strumentalizzazione politica subita dai partiti di opposizione. In contemporanea in tutta la Francia si contano numerose piazze. Cospicue le città ed i centri urbani mobilitatisi per la quarta settimana consecutiva. Si rilancia all' "ACTE III" per il prossimo 28 ottobre.
October 24, 2026
Radio Onda Rossa
FRANCIA: DECINE DI MIGLIAIA IN PIAZZA CONTRO IL CAROVITA E I TAGLI ALL’ISTRUZIONE PUBBLICA
Sabato di manifestazioni in Francia, il secondo atto del movimento contro il carovita con cortei in tutto il Paese. Decine di migliaia le persone in corteo a Parigi. Migliaia in corteo anche nelle altre grandi citta’. Al termine del corteo parigino scontri tra manifestanti e polizia. Scontri anche a Bordeoux, Strasburgo, Grenoble, Nantes e Marsiglia. A Parigi si registrano i primi scontri tra polizia e manifestanti davanti al Lycée Hélène-Boucher, nel XX arrondissement, mentre il corteo volge al termine. Le forze dell’ordine hanno fatto uso di gas lacrimogeni e di idranti per disperdere la folla. ‘Tout le monde déteste de la police’, hanno scandito i manifestanti, per la maggior parte con il volto coperto, riporta Le Figaro. Alla manifestazione nella capitale hanno partecipato 110mila persone, secondo le stime della prefettura di polizia. Fino a questo momento, il corteo si era svolto pacificamente.I manifestanti stanno protestando per chiedere più fondi per l’istruzione e contro l’aumento del costo della vita. La procura di Parigi ha reso noto che 64 persone sono state arrestate in relazione alla manifestazione di oggi e 40 sono state poste in stato di fermo, tra gli arrestati figurano sei minorenni. Una persona è rimasta gravemente ferita alla mano oggi a Tolosa, nel sud-ovest della Francia, durante gli scontri con la polizia a margine della manifestazione di protesta che si è svolta come in altre decine di città del Paese. Scontri tra forze dell’ordine e manifestanti a Nantes. La polizia ha usato gas lacrimogeni, cannoni ad acqua e granate stordenti, riportano i media francesi. Le Figaro riferisce che una gioielleria in centro è stata saccheggiata. Le forze dell’ordine sono intervenute rapidamente e hanno arrestato almeno tre persone. Tensioni invece a Lione, dove 10.000 persone si sono riunite per manifestare nonostante il divieto della polizia in un ampio perimetro della città. Tafferugli anche a Marsiglia e Rennes, dove a fine manifestazione la polizia ha fatto uso di gas lacrimogeni. A Nantes gli agenti sono ricorsi agli idranti per disperdere raduni non autorizzati. Da Parigi il collegamento con Cesare Piccolo giornalista e nostro collaboratore Ascolta o scarica 
October 24, 2026
Radio Onda d`Urto
Attentato razzista e islamofobo vicino Parigi, tra “remigrazione” e vendetta antipopolare
Nella mattinata del 23 ottobre, intorno alle 10:30, un uomo armato di mitra ha aperto il fuoco per le strade di Trappes e La Verrière, comuni nel dipartimento degli Yvelines, a ovest di Versailles. Il tragico bilancio è di una vittima e cinque feriti, tra cui una bambina in condizioni […] L'articolo Attentato razzista e islamofobo vicino Parigi, tra “remigrazione” e vendetta antipopolare su Contropiano.
October 24, 2026
Contropiano
Siamo sulla strada di un’intifada globale contro l’impero
Questa settimana, uno studente, un ex marine statunitense, mi si è avvicinato alla fine di una lezione per chiedermi: “Ma non pensa che l’Iran, la Russia o la Cina potrebbero invaderci?“ “No“, ho risposto. “È un’altra paura instillata dai mercanti di morte. Sono gli imperi che invadono; tutti gli altri […] L'articolo Siamo sulla strada di un’intifada globale contro l’impero su Contropiano.
October 24, 2026
Contropiano
La Francia tra torsione autoritaria e mobilitazione permanente
Domenica sera, all’interno del suo discorso, il Presidente uscente Emmanuel Macron ha chiesto ai prefetti di proibire “alcuni assembramenti” qualora fosse “necessario”. Si tratta di un orientamento non vincolante in termini di legge, ma è sicuramente una chiara indicazione politica, con il ministero della Giustizia che avrà l’ultima parola rispetto […] L'articolo La Francia tra torsione autoritaria e mobilitazione permanente su Contropiano.
October 23, 2026
Contropiano
“PROBLEMA COMUNE DELLE PIAZZE EUROPEE È TRADURRE IL DESIDERIO DI RIVOLTA IN ORGANIZZAZIONE E ALTERNATIVA POLITICA”, DA PARIGI INTERVISTA A DAVIDE GRASSO
Radio Onda d’Urto ha intervistato Davide Grasso, ricercatore dell’Università di Torino e dell’École des hautes études en sciences sociales di Parigi sulle mobilitazioni studentesche, ma anche contro il carovita e le conseguenze della crisi del capitalismo, che hanno riempito le strade e le piazze delle città di tutta la Francia nelle ultime settimane. Davide Grasso si trova a Parigi per lavoro durante questo anno accademico. In passato ha già vissuto nella capitale francese, durante altri periodi e potendo osservare altre grandi mobilitazioni. Gli abbiamo chiesto, quindi, che idea si sia fatto di queste settimane di mobilitazione generale in Francia anche guardando a possibili confronti con cicli di lotte e movimenti sociali precedenti. A questo proposito il nostro ospite ipotizza che in Francia si stia assistendo all’espressione di una sorta di potente sintesi delle mobilitazioni degli anni scorsi, ma anche a un accumulo, non solo di esperienze, rivendicazioni e pratiche ma anche, in una certa misura, di frustrazioni. “Anche perché i cicli di lotte precedenti in molti casi non hanno avuto successo”, spiega Davide Grasso ai nostri microfoni. “Si è trattato di movimenti molto ampi che però sono stati frustrati anche da alcune sconfitte. Probabilmente sta emergendo anche una forma di frustrazione rispetto all’impermeabilità del sistema politico istituzionale a riuscire a rispondere alle richieste di movimenti sociali molto radicati nel paese”. La mobilitazione intanto prosegue, anche oltre la giornata “campale” di sabato 17 ottobre. Questo accade nonostante una repressione molto dura da parte del governo, della polizia e degli apparati dello stato. Nei prossimi giorni e settimane, avverte Grasso, potremmo assistere a una situazione di forte tensione in cui il movimento potrebbe crescere, anche attraverso date già annunciate come quella dello sciopero generale chiamato dalla Cgt per il 5 novembre, mentre il governo non sembra intenzionato a offrire risposte diverse da quella repressiva. “La prospettiva – continua il ricercatore – è quella di una sorta di assenza di vie d’uscita dal momento che da un lato Macron ha fondamentalmente detto che le manifestazioni devono fermarsi, annunciando che lo stato farà di tutto per impedirle; dall’altro lato c’è un movimento che non si è formato contro una singola legge che può essere ritirata, ma chiede scuole migliori, più insegnanti, una qualità della vita diversa, maggiore uguaglianza, e che quindi prevederebbe una risposta molto impegnativa da parte di un governo che però ha davanti pochi mesi, per via delle imminenti elezioni presidenziali, e si trova a fare i conti con una serie di correzioni di bilancio, sempre nel segno dell’austerità, che sono previsti dagli impegni internazionali della Francia”. Insomma, “ci sono un esecutivo e un presidente che sono considerati inadeguati e lontani dalla realtà e che, da un punto di vista molto pragmatico, non hanno nessuna carta da giocare se non quella repressiva, che stanno cercando di giocare ma che è molto pericolosa”. A partire dalla situazione della Francia e di Parigi, abbiamo chiesto a Davide Grasso come si può leggere, dal suo punto di vista, quanto accaduto lo scorso fine settimana in Italia, in particolare a Milano, con le rivolte e sommosse urbane agite da giovani e giovanissimi, con ogni probabilità provenienti dalle classi popolari. In un articolo pubblicato nei giorni scorsi sul sito de Il Fatto Quotidiano il ricercatore ipotizzava che i fatti accaduti nel capoluogo lombardo potrebbero annunciare alcune novità per i prossimi anni. Quel che si è visto, per altro, era già stato in qualche modo anticipato da altre piazze italiane dell’ultimo anno: “penso ai disordini che c’erano stati a Milano in occasione delle manifestazioni per la Palestina e per Gaza; penso anche alla risposta alla morte di Abderrahim Fakir a Bologna alcuni mesi fa. Fenomeni che avevano lasciato intendere l’emergere di soggetti e gruppi di persone che si vogliono rendere protagoniste all’interno dello spazio urbano e che sembrano non essere riconducibili ai raggruppamenti, alle organizzazioni, ai soggetti, ai codici e agli appelli che in Italia sono stati tradizionalmente egemoni in forma abbastanza continuativa per decenni“, osserva Grasso nell’intervento sulla nostra emittente. “Dal punto di vista dell’iniziativa e della decisione di mobilitarsi, in parte anche delle modalità – continua – sembrano essere autonomi, originali, nuovi e lo scorso weekend, forse, determina un salto di qualità, magari non tanto nei numeri ma nel carattere estemporaneo e imprevisto di questo tipo di azioni, nella loro radicalità e nell’impatto che hanno avuto”. A conclusione dell’intervista abbiamo chiesto al nostro interlocutore di provare a tracciare alcune analogie e sottolineare, dall’altra parte, le differenze, tra quanto sta accadendo in Francia e tra quanto accaduto a Milano e – in misura minore – in altre città italiane, tenendo conto anche del fatto che nel frattempo movimenti significativi in termini di partecipazione stanno riempiendo le piazze anche di altri stati europei, come la Spagna, il Belgio o l’Albania. “Forse l’analogia più importante è il desiderio di transnazionalità, di internazionalismo, o comunque di connessione al di là delle frontiere e degli stati”, risponde Davide Grasso. “Qua in Francia – racconta – si percepisce nel fatto che molte persone chiedono cosa succede in Italia e ne sono molto contente, sono consapevoli del fatto che qualcosa avviene anche in Spagna e si menziona spesso l’Albania. In qualche modo c’è come la sensazione che sia necessario riuscire finalmente a far circolare gli appelli e la voglia di manifestare nei diversi paesi, almeno europei”. “Per il resto – osserva però Grasso – tra Francia e Italia prevalgono le differenze, come quella dell’estensione sociale e numerica delle proteste. C’è anche una differenza nel portato degli anni precedenti. Infatti, per quanto anche l’Italia abbia visto dei movimenti in questi anni, quelli francesi sono stati maggiormente di massa e hanno avuto una dialettica più diretta con le istituzioni, ma questo è caratteristico dello spazio francese”. “Quello che invece credo sia la cosa che accomuna davvero i due contesti – conclude lo studioso – è il problema, la domanda su come questo desiderio di rivolta, mobilitazione, rifiuto ma anche richiesta concreta possa da un lato tradursi in una dimensione più organizzata e che sia in grado di sedimentare e prendere una dimensione politica che non si esaurisca nel giro di qualche mese con una sconfitta o con una vittoria parziale, ma che possa essere invece qualcosa che costruisca alternativa attraverso gli anni e le diverse generazioni; dall’altro su come evitare che la destra e l’estrema destra si rafforzino in reazione a queste mobilitazioni“. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Davide Grasso, ricercatore dell’Università di Torino e dell’École des hautes études en sciences sociales di Parigi, in collegamento dalla capitale francese. Ascolta o scarica.
October 22, 2026
Radio Onda d`Urto
La polizia francese è ancora al servizio dei cittadini?
> Una polizia repubblicana non è semplicemente una polizia posta sotto > l’autorità della Repubblica. È una polizia che protegge i cittadini, > garantisce le loro libertà, fa rispettare la legge e ricorre alla forza fisica > solo come misura estrema, quando ciò sia necessario e proporzionato. Protegge > l’ordine pubblico, certo, ma questo ordine ha senso solamente se consente lo > svolgimento e l’esercizio delle libertà pubbliche. Ebbene, da una quindicina di anni, cosa stiamo vedendo? Cariche, manganellate, spari di proiettili di gomma e lanci di granate, accerchiamenti, fermi talvolta brutali, manifestanti feriti – persino mutilati –, giornalisti o osservatori colpiti. Non stiamo parlando di qualche “abuso o violenza” isolati. Da diversi anni, le pratiche francesi di mantenimento dell’ordine sono oggetto di critiche documentate, provenienti dal Difensore dei diritti, da ricercatori e da organizzazioni per la difesa dei diritti umani.1 È ovviamente necessario ricordare che gli agenti di polizia e i gendarmi si trovano talvolta di fronte a violenze reali. Lanci di oggetti, incendi e aggressioni nei confronti delle forze dell’ordine non possono essere minimizzati né giustificati. Ma la responsabilità di una polizia democratica consiste chiaramente nel non lasciarsi trascinare nella logica della violenza che si trova ad affrontare. Poiché detiene, per conto della collettività, il monopolio dell’uso legittimo della forza fisica, essa è soggetta a obblighi e regole più elevati rispetto a quelli richiesti ai cittadini. QUANDO IL MANTENIMENTO DELL’ORDINE PROVOCA DISORDINE Per lungo tempo, uno dei principi fondamentali del mantenimento dell’ordine è consistito nel preservare una distanza tra le forze dell’ordine e i manifestanti. [2].  Si trattava, nello specifico, di evitare il corpo a corpo e prevenire lo scontro, anziché ricercarlo. Ricordo numerose manifestazioni a Parigi e a Tolosa, in cui le direttive e il principio, ben evidenti, erano di fare in modo che vi fosse il minor numero possibile di violenze. Ed è proprio quello che accadeva. Questa logica è progressivamente diventata ingarbugliata e confusa: il ricorso a unità più mobili, a interventi rapidi all’interno dei cortei, a strategie di arresto immediato e, talvolta, a unità non sufficientemente addestrate al mantenimento dell’ordine pubblico, ha moltiplicato le situazioni di contatto. E il contatto, per effetto imitazione, genera altro contatto. Quando un’unità penetra in un corteo per fermare una persona, quando una carica disperde indistintamente manifestanti pacifici e autori di violenza, quando l’utilizzo di un’arma cosiddetta “intermediaria”, ferisce qualcuno che non costituiva una minaccia, l’operazione che avrebbe dovuto ristabilire l’ordine, diventa essa stessa fonte di disordine. Il fatto stesso che le cosiddette forze dell’ordine siano massicciamente concentrate nei punti in cui la manifestazione si disperde, genera inevitabilmente tensioni e scontri che potrebbero essere evitati in assenza di tali forze, che dovrebbero intervenire solamente quando viene commesso un delitto. Quando le tecniche di ‘mantenimento dell’ordine’ accrescono le tensioni e scatenano violenze da entrambe le parti, chi non capisce che i metodi sono lontani dall’obiettivo prefissato? Altri paesi europei hanno sviluppato approcci maggiormente basati sulla comunicazione, sulla negoziazione e sulla distensione [3]. Ciò non significa, ovviamente, che non vi sia alcun intervento quando vengono commessi atti di violenza, ma che l’obiettivo primario consiste nel consentire lo svolgimento della manifestazione, nell’isolare il più possibile i comportamenti violenti e nel ridurre le occasioni di scontro. In altre parole si tratta di impedire la violenza anziché vincere lo scontro. PROTEGGERE LE MANIFESTAZIONI, NON CONSIDERARLE UNA MINACCIA Una manifestazione non costituisce un turbamento dell’ordine pubblico. Si tratta di un principio democratico indiscutibile, in quanto espressione dell’esercizio di una libertà pubblica. È davvero triste, oggi, doverlo ricordare, tanto tale principio viene messo in discussione. La missione primaria delle forze dell’ordine dovrebbe dunque essere quella di consentirne lo svolgimento nelle migliori condizioni possibili. Il manifestante pacifico non dovrebbe mai avere la sensazione di trovarsi di fronte a una forza avversa. Eppure, nel nostro immaginario collettivo, manifestare diventa un’attività potenzialmente pericolosa, al punto che si consiglia di indossare occhiali protettivi contro i gas lacrimogeni, che si nutrono preoccupazioni prima di portare i propri figli a un corteo, che ci si guarda intorno quando arrivano di corsa gli agenti di polizia. Questa banalizzazione dell’idea che manifestare sia rischioso è davvero preoccupante. Una democrazia autentica e vitale dovrebbe essere in grado di accogliere la contestazione, anche quando questa è massiccia, rumorosa, molesta o profondamente ostile al governo in carica. Poiché il diritto di manifestare non è concesso dal potere; esso costituisce, al contrario, uno degli strumenti di cui i cittadini dispongono per opporvisi. POLIZIA DELLA REPUBBLICA O POLIZIA DEL GOVERNO? La polizia ha il compito di proteggere i cittadini o di proteggere il potere? La questione non è nuova, ma si pone con maggiore acutezza sulla scia del movimento degli studenti liceali, dopo diversi altri – tra cui, in particolare, quello dei “Gilet gialli” e le mobilitazioni contro la riforma delle pensioni. Certamente, la polizia è un’istituzione dello Stato. Essa dà esecuzione alle decisioni prese dalle autorità legittime. Tuttavia, in uno Stato di diritto, servire lo Stato non può significare servire ciecamente il governo. Lo Stato repubblicano non si identifica soltanto con il potere esecutivo; esso comprende anche il diritto, le libertà pubbliche, la separazione dei poteri e le garanzie riconosciute ai cittadini. Una polizia pienamente repubblicana non può dunque essere semplicemente il braccio armato dello Stato quando si tratta di contenere la contestazione sociale. Deve essere anche garante del diritto dei cittadini di contestare quello stesso Stato. Questa distinzione è fondamentale. Poiché, quando un governo avvia una riforma fortemente contestata e centinaia di migliaia di persone scendono in piazza per opporvisi, la polizia non dovrebbe mai apparire come l’ultima linea di difesa del potere politico contro la sua stessa popolazione. Dovrebbe rimanere ciò che è chiamata a essere: una forza pubblica al servizio di tutti. LA VIOLENZA DELLA POLIZIA DANNEGGIA ANCHE LA POLIZIA STESSA Gli agenti di polizia non sono gli unici responsabili di questa situazione. Tali funzionari attuano strategie, dottrine e ordini definiti dalle autorità politiche e prefettizie. Molti desiderano certamente svolgere il proprio lavoro con professionalità, pur in situazioni difficili. Molti subiscono essi stessi le conseguenze di strategie che li pongono in prima linea, li espongono alla violenza e li intrappolano in un confronto, in cui possono, a loro volta, diventare vittime. Ecco perché parlare di violenze da parte della polizia non significa essere ostili alla polizia stessa. Può significare, invece, auspicare un altro tipo di polizia: una forza meglio formata, meno militarizzata nelle dotazioni e rappresentazioni e azioni, che privilegi il dialogo e la distensione, che ricorra alla forza fisica solo come extrema ratio e che disponga di meccanismi di controllo realmente indipendenti. Una polizia, dunque, intesa non come forza contrapposta alla popolazione, bensì come un’istituzione che alla popolazione appartiene. [4]. RITROVARE IL SIGNIFICATO E SENSO DELLA FORZA PUBBLICA L’articolo 12 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 è esplicito: “La garanzia dei diritti dell’uomo e del cittadino necessita di una forza pubblica. Questa forza è dunque istituita per il vantaggio di tutti, e non per l’utilità specifica di coloro ai quali essa è affidata”. Ciò significa che la forza pubblica non è istituita innanzitutto per proteggere chi governa. Essa esiste per garantire i diritti. La questione se la polizia francese sia ancora pienamente repubblicana impone di esaminare più a fondo la dottrina, le pratiche, le dotazioni, gli ordini impartiti e il concetto stesso del mantenimento dell’ordine. Una Repubblica “forte” non è una Repubblica la cui polizia è la più temuta. È quella in cui un cittadino può manifestare contro il potere senza mai dover temere coloro che hanno ricevuto il compito di proteggere proprio i suoi diritti. -------------------------------------------------------------------------------- Note [1] Rapporto –Il mantenimento dell’ordine alla luce delle regole di deontologia. Difensore dei diritti    Le maintien de l’ordre au regard des règles de déontologie. Défenseur des Droits [2]  Gilet gialli: uso eccessivo della forza e della violenza della polizia. Amnesty International Gilets jaunes : usages excessif de la force et violences policières. Amnesty International [3] Studio – Distensione della violenza e gestione delle folle dei manifestanti. Difensore dei diritti Étude – Désescalade de la violence et gestion des foules protestataires. Défenseur des Droits [4] Manifestazioni: il Difensore dei diritti cita le raccomandazioni sul rispetto delle regole di deontologia per le forze di sicurezza. Difensore dei diritti  Manifestations: la Défenseur des droits rappelle ses recommandations sur le respect des règles de déontologie par les forces de sécurité. Défenseur des Droits -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL FRANCESE DI ILARIA MASCETTI. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Alain Refalo
October 22, 2026
Pressenza