Porto Fluviale: una storia di parte, dalla stessa parteQuando cominci una lotta non sai come finisce. Parti da un bisogno, da
un’urgenza e decidi che, piuttosto che affrontare in solitudine un lento
stillicidio di difficoltà insormontabili, proverai a scommettere su una
collettività che imbocca una strada nuova, mai battuta e che però ti convince,
ti sembra davvero quella giusta.
A Roma l’emergenza abitativa esiste da sempre. Una capitale cialtrona e
impreparata ha permesso ai palazzinari, Re di Roma, di accaparrarsi sconfinate
distese di terreni a due lire per cementificare male e vendere a caro prezzo,
accumulando enormi ricchezze. Per anni contro questa ricchezza economica e poi
politica come mediatica si sono battute davvero solo le enormi mobilitazioni
proletarie: qui il femminile è d’obbligo per rendere merito allo straordinario
protagonismo delle donne nella lotta per la casa di questa città.
> Negli anni d’oro sono stati occupati decine di palazzi, interi quartieri,
> migliaia persone che collettivamente hanno agito piuttosto che subito le
> trasformazioni in atto sopra le loro teste e sulla loro pelle.
Dopo aver occupato Acrobax, nel 2002, abbiamo cominciato a percepirci non più
come studenti universitari (il nucleo originario proveniva dall’esperienza del
coordinamento dei collettivi di Roma 3). Abbiamo cominciato a sentirci piuttosto
soggetti sociali. Sicuramente non operai o proletari ma cmq un soggetto sociale
sfruttato, precarizzato. Colpevolizzate perchè trovavavamo solo lavori precari,
di merda, tanto di merda che magari, come successo ad Antonio, sul lavoro ci
morivi pure. Colpevolizzate se eravamo più povere dei nostri genitori che alla
nostra età già avevano messo su famiglia e acceso il mutuo.
Mentre ancora dovevamo bene capire cosa fosse la precarietà e come potersi
organizzare nella frammentazione della classe che portava con sé, ci
cominciavano a percepire come nuovo soggetto sociale, the class in the making, e
ci sentivamo in diritto di dire la nostra. Per esempio di dire che l’immenso
patrimonio pubblico dismesso e inutilizzato della città non poteva essere tutto
svenduto alla grande rendita per monetizzare due spicci che ci facessero stare
dentro i parametri di Maastricht. Di dire che invece c’era tanto bisogno e anche
tanta competenza diffusa ed energia creativa nella città per reinventare quel
patrimonio, senza consumare ulteriore suolo, reinventando l’abitare. Il
precariato non distrugge, trasforma. Come Laboratorio del precariato
metropolitano Acrobax cominciamo quindi a rivendicare non solo l’occupazione
dello spazio sociale ma anche quella abitativa.
Non senza mille discussioni, tra gli altri con il nostro Antonio che ne sapeva
più di noi, decidemmo come Acrobax di entrare a far parte dello storico
Coordinamento cittadino di lotta per la casa. Per un anno in realtà non abbiamo
quasi parlato nelle assemblee di coordinamento del lunedì. Lì c’erano
occupazioni con decine e a volte centinaia di famiglie, compagni e compagne che
vivevano spesso da anni in occupazione e tutte le settimane si stringevano
intorno al quel cerchio. Occupanti di casa che si erano organizzati per mettersi
un tetto sulla testa e insieme avanzavano, nella vertenza sociale per
rivendicare il diritto alla casa popolare per sé e per tutt* dedicandosi a
tantissime occupazioni in giro per Roma e sempre pronti a supportare chi voleva
unirsi. Dall’autorganizzazione si tirano fuori i turni di picchetto o di pulizie
cosi come proposte di legge o di delibera. Noi acrobat*, tutte e tutti di età
universitaria, scappati di casa, senza prole ma con molti cani (d’altronde
abitavamo all’ex-cinodromo) ci abbiamo messo tanto tempo a entrare in sintonia
con il Coordinamento. Ma quando l’addomesticamento reciproco è riuscito, quando
le diversità si sono annusate e riconosciute nello stesso bisogno, quando
abbiamo cominciato a camminare domandando insieme, si è realizzata un’alchimia
potentissima e ne è venuto fuori un ciclo di lotte meraviglioso che non meritava
altro che concludersi con una meravigliosa vittoria.
La ex.caserma di Porto Fluviale nel giorno dell’occupazione, foto Loa Actobax
Ormai è il 2003, ci ritroviamo di notte, via Ostiense, due che fanno il palo. La
finzione di una coppia che passeggia (il compagno che ovviamente si allarga
nell’intimità e gli devi pure sbroccare). Intanto un gruppo scavalca un
altissimo cancello.
L’edificio visto dall’interno non è come ce lo eravamo immaginato da fuori.
Dentro ci smistavano i vagoni merci dell’esercito direttamente dalla ferrovia
che passa lì accanto e praticamente era un unico immenso edificio attraversato
da rotaie, con soffitti altissimi e completamente senza pareti, più un’altra
palazzina ma troppo piccola per tutti.
Riflettiamo a lungo in coordinamento sull’abitabilità e praticabilità di quel
posto. Ma la nuova lista di persone che hanno urgenza di casa e scelgono di
occupare è lunga e da tanto tempo aspetta. Appuntamento per tutt* nel piazzale
dell’ex-cinodromo. Occupiamo.
> Un edificio del ministero della difesa e lo facciamo proprio il 2 giugno. Da
> allora occupazione di Porto Fluviale diventerà il fulcro di una rivendicazione
> semplice quanto mai attuale “Guerra per Nessuno e Reddito per tutt*”: la
> battaglia mai abbandonata per il welfare contro il warfare.
Venti anni fa, voi che oggi prendete finalmente casa a Porto Fluviale,
costruivate le baracche per vivere dentro la ex-caserma occupata. Non si può
nemmeno immaginare quanto lavoro c’è stato per passare da quelle baracche
all’autocostruzione di decine e decine di veri appartamenti. Quanta passione per
rendere quella grigia caserma un luogo meraviglioso con i murales di Blu, con la
sala da tè, la circo e la ciclofficina.
Il recupero del palazzo è stato frutto di un’idea e di un lavoro di anni, un
lavoro e un’idea che nascono prima di Porto Fluviale e che continuano oltre, in
decine e decine di altri spazi occupati e liberati della città. Anni spesi a
sognare e rivendicare l’autorecupero degli immobili abbandonati. Quello che la
rendita privata preferisce lasciare al degrado in attesa della più redditizia
occasione, è invece una materia prima preziosa per chi crede che la città debba
essere di chi la abita.
Altro che scrocconi e scansafatiche. Che ne sanno quelli che benpensano di
quanta fatica c’è stata in questi lunghi anni. Che ne sanno di quanto la fatica
condivisa rende magici i momenti di festa strappati a caro prezzo. Quante
meravigliose serate con cibi e musica da tutto il mondo. Un portone chiuso a
difendere le persone e le famiglie in occupazione da sgomberi o vili attacchi ma
sempre aperto a chiunque si volesse affacciarsi, a chiunque avesse un progetto
un’idea e cercasse uno spazio e una comunità per realizzarla. Dentro quel
portone, in quel meraviglioso cortile, abbiamo visto le nostre figlie e i nostri
figli crescere insieme, nelle case occupate come nelle piazze. Poi nelle scuole
e nelle prime generazioni di small reds.
Davanti ad Acrobax, la mattina della occupazione di Porto Fluviale, foto Loa
Acrobax
A Porto Fluviale è nato il gruppo inchiesta. Un gruppo di lavoro che metteva al
centro gli e le occupanti con un percorso migratorio alle spalle, un enorme
cerchio intorno al quale elaborare soggettivamente e politicamente il proprio
vissuto, portarlo nell’attualità di un paese che accelerava verso idee e
politiche securitarie con un pacchetto sicurezza dopo l’altro. Abbiamo camminato
insieme lungo il percorso di soggettivazione e autorganizzazione che facevamo le
une affianco agli altri riconoscendo che la precarietà delle nostre vite ci
accomunava anche se con forme e intensità diverse. Abbiamo fatto centinaia di
manifestazioni di ogni forma e colore, dal Campidoglio che era praticamente
assediato ogni giovedì fino ai tappeti rossi delle feste del cinema. Ci siamo
arrampicate e accampati dappertutto sulle impalcature della Regione Lazio e
persino sul Colosseo per giorni, settimane.
Nel cammino abbiamo incontrato mille realtà cittadine, nazionali e
internazionali. I forum per il diritto all’abitare a Barcellona, a Marsiglia, a
Parigi al forum sociale dei quartieri popolari mentre le banlieues ribollivano e
la gentrificazione avanzava espellendo i ceti popolari dai quartieri
consolidati. Abbiamo subito denunce e arresti, alcuni ancora in corso. Abbiamo
aiutato nuove generazioni di occupanti a riappropriarsi di casa e a costruire
altre meravigliose esperienze di lotta e di vita. Alcune di quelle occupazioni
sono state poi sgomberate, altre resistono da decenni senza che quella politica
che oggi si loda e si sbroda sappia trovare sbocchi per recuperare il patrimonio
immobilare e garantire il diritto alla casa.
Voi di Porto c’eravate 20 anni fa quando le lame fasciste uccisero Renato e ci
siete sempre state in tutti questi lunghi anni che solo pochi giorni fa abbiamo
ricordato con Venti di Renoize. Siamo ancora sopraffatti dalla forza e dalla
bellezza che le nostre vite resistenti possono scatenare quando si uniscono nel
ricordo di un fratello ammazzato, nella voglia di continuare il suo e il nostro
sogno di un mondo giusto e solidale. Siamo ancora avvolte dal caldo abbraccio di
quel meraviglioso pezzo di città che sa stringersi contro le ingiustizie e farsi
forte per non cedere alla sopraffazione e continuare invece ad avanzare.
Non c’è lotta possibile senza mutualismo e solidarietà. Per respirare abbiamo
imparato a cospirare.
Passare sabato scorso sotto Porto Fluviale con un bellissimo corteo antifascista
e festeggiare così la vittoria è stato uno dei preziosi momenti di questi
densissimi giorni del ventennale di Renoize.
Non ringraziate nessun altro se non voi stesse per questa vittoria, vostra e
della città tutta, per questo pezzo di storia e di futuro possibile che avete
costruito giorno dopo giorno tra mille avversità e che oggi rappresenta una
strada da praticare per le nuove generazioni. Perché ci siamo sempre detti che
“la lotta paga” ma non sempre era semplice continuare a crederci, oggi possiamo
ricominciare a farlo.
Con immenso amore e gratitudine per questi anni insieme, lunga vita a Porto
Fluviale.
Le Acrobate e gli Acrobati
Foto di copertina, il cortile interno di Porto Fluviale nel giorno
dell’occupazione, foto Loa Acrobax
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