Decolonizzare la nonviolenza nella comunicazione: verso una pratica politica della curaMentre fuori il mondo brucia — guerre, crisi climatica, governi che smontano
diritti faticosamente conquistati — può sembrare un’ossessione minore
preoccuparsi di come ci parliamo nei nostri spazi. È il contrario. Le violenze
strutturali entrano in noi e parlano attraverso i nostri automatismi,
riproducendo — anche senza intenzione — le asimmetrie che vorremmo trasformare:
il commento abilista buttato lì, l’uomo che interrompe sistematicamente le donne
in riunione, lo scherno per un accento meridionale. Le parole con cui abitiamo i
collettivi, le comunità, i movimenti non sono mai neutre. Decidono chi viene
ascoltatə, chi porta il peso della cura, chi può nominare un torto senza essere
accusatə di romperne l’armonia. Curare il linguaggio non è un dettaglio rispetto
alla giustizia: ne è un’infrastruttura.
Reggere queste conversazioni — che chiamano in causa razzismo, classismo,
abilismo, sessismo, ciseteronormatività — impone un’analisi del proprio
posizionamento. Come ci ricordano i femminismi neri, le oppressioni non sono
somme isolate ma intrecci: ognunə di noi occupa, allo stesso tempo, posizioni di
privilegio e di subalternità lungo assi diversi. Riconoscere questa mappa —
senza confondere dinamiche di potere informale e asimmetrie strutturali — è la
condizione per smettere di agire come oppressorə inconsapevolə e farsi alleatə
in un processo collettivo di liberazione.
La Comunicazione Nonviolenta (CNV) nasce in dialogo con questa storia. Negli
anni Sessanta Marshall Rosenberg lavora come mediatore nei progetti federali di
desegregazione scolastica statunitense, osservando la possibilità di gestire
conflitti aspri senza violenza. L’intuizione è semplice: dietro ogni giudizio o
reazione aggressiva ci sono bisogni umani non soddisfatti, e riconoscerli apre
uno spazio di connessione anche dove tutto sembra ostile. Da lì la CNV si è
diffusa in scuole, ospedali, aziende, collettivi politici, ed è particolarmente
presente nei movimenti ecologisti e nelle esperienze comunitarie, dove offre una
grammatica preziosa per la cura.
Quando però viene applicata senza tenere conto delle asimmetrie di potere che
attraversano la conversazione, può rovesciarsi nel suo opposto. Concentrata
sulla dinamica relazionale a due, la CNV ha perso col tempo l’articolazione
sociologica che proponeva in origine. La stessa comunità internazionale dellə
formatorə del Centre for Nonviolent Communication (CNVC) sta nominando questo
limite, spingendo per una riforma interna. Senza una lente sistemica, la CNV
fatica a leggere la violenza come elemento strutturale di un sistema diseguale,
in cui i bisogni di sicurezza, sussistenza e dignità di interi gruppi sociali
sono ignorati e sistematicamente negati. Senza questa cornice, la CNV rischia
non solo di «narcotizzare» — come avvertiva lo stesso Rosenberg — ma di
rafforzare proprio il paradigma che voleva trasformare.
QUELLO CHE LA CNV FATICA A VEDERE
Scrivo come persona queer socializzata donna, bianca e terrona, con un vissuto
di migrazione intergenerazionale e di passaggio transclasse. Da anni di
frequentazione di spazi che adottano la CNV è nata una relazione ambivalente con
il metodo. Mi è stato spesso prezioso nel tenere insieme la mia tensione tra
essere verə e prendermi cura, di me e dellə altrə. Tuttavia, in contesti
particolarmente segnati da dinamiche di potere, ho osservato il rovescio:
l’imperativo di “parlare in CNV” che agisce come disciplinamento, la richiesta
di forma che diventa strumento di silenziamento per chi prova a nominare
un’asimmetria di potere o un’ingiustizia.
LA POLIZIA DEL TONO
Una delle critiche più discusse del metodo riguarda proprio il tone policing, la
polizia del tono: un meccanismo che sposta l’asse del conflitto dalla sostanza
del danno alla forma in cui viene espresso. Il problema strutturale sparisce;
resta la “performance comunicativa” di chi lo ha nominato. Funziona come
gaslighting emotivo: chi subisce il danno è indottə a dubitare della propria
esperienza e della validità della propria rabbia.
> Un esempio quotidiano: un conflitto sulla disparità del carico domestico in
> una coppia cishet, in cui il partner può usare la CNV come scudo, criticando
> il “tono aggressivo” della compagna. Risultato: il focus si sposta dal
> problema reale — il lavoro non riconosciuto — alla “comunicazione violenta” di
> chi lo ha nominato. La donna diventa la responsabile di aver “comunicato
> male”. Il problema rimane intatto.
Imporre i criteri di “calma” e “razionalità” della CNV in contesti asimmetrici
trasforma il metodo in uno strumento di invalidazione. Le emozioni di chi
subisce vengono derubricate a ostacoli comunicativi mentre chi è in posizione di
potere si sottrae alla responsabilità delle proprie azioni. Così il distacco
viene elevato a indicatore di verità e autorità: le voci più «imparziali» —
ovvero quelle meno toccate dal problema — vengono ascoltate come più qualificate
a parlarne. La polizia del tono, regolando la forma, detta chi ha il diritto di
parlare e quali istanze meritano ascolto.
L’INGANNO DELLO STANDARD “UNIVERSALE”
Il dibattito sulla polizia del tono nasce in seno alla Critical Race Theory, che
ha smontato la presunta neutralità dell’ideale di “civiltà”. Decoro, cortesia,
ragionevolezza, “saper parlare bene” non sono categorie universali, ma costrutti
che riflettono le gerarchie di razza, genere e classe del discorso dominante.
Presentandosi come linguaggio universale, la CNV finisce per imporre uno
standard di compostezza e razionalizzazione delle emozioni modellato su un
canone preciso, che la riforma interna al CNVC — animata da Roxy Manning, Miki
Kashtan, Martha Lasley e altrə — riconosce ormai apertamente: quello standard
riflette una «bianchezza» culturale che riflette i codici della classe media, e
finisce per invalidare stili comunicativi di soggettività, culture e neurotipi
diversi.
> Questa logica trova un parallelo in Italia, dove lo standard si sovrappone ai
> codici storicamente propri della borghesia culturale settentrionale.
> L’immaginario egemonico ha contrapposto questo canone a uno stile meridionale
> dipinto come “eccessivo”, “rumoroso”, “irrazionale” — stessa logica della
> bianchezza che presenta i propri codici come neutri e declassa ogni altra
> espressione a deviazione da correggere.
L’analisi decoloniale mostra come questa dinamica sia stata centrale nel
progetto unitario: per legittimare l’appartenenza al canone coloniale europeo,
le élite italiane hanno neutralizzato le proprie incertezze sulla bianchezza
razzializzando il Meridione. Il Sud è diventato un “altro” interno, bersaglio di
uno sguardo speculare a quello rivolto ai soggetti coloniali d’oltremare e che
continua a operare nel disciplinamento delle persone migranti — su questo hanno
riflettuto Gaia Giuliani e Cristina Lombardi-Diop, Carmine Conelli e, più
recentemente, Claudia Fauzia e Valentina Amenta con la lente del femminismo
terrone.
A queste dinamiche si intreccia la normatività di genere, che impone alle
persone socializzate donne una doppia e contraddittoria pressione: aderire allo
stile “razionale e misurato” della tradizione egemonica e, allo stesso tempo,
performare una femminilità accomodante. Gentili, sono deboli; assertive, sono
abrasive. La legittimità della voce è negata a prescindere dal tono — e si
stringe in particolare attorno alla rabbia: negarne l’accesso alle persone
razzializzate o socializzate donne è una forma storica di sorveglianza e disarmo
politico.
La CNV non crea queste contraddizioni, ma le riverbera attraverso il mito di un
codice “universale” e “neutro”, costruito su canoni intrisi di stereotipi
coloniali e patriarcali. Come sottolinea Meenadchi, insegnante CNV e autorə di
Decolonizing Non-Violent Communication, la CNV «non è intrinsecamente
nonviolenta»: dipende dal contesto e dalle dinamiche in gioco, e da come queste
distribuiscono il peso del lavoro emotivo.
LO SPOSTAMENTO DEL PESO EMOTIVO
Trattare le parti nella conversazione come se operassero in condizioni di parità
sociale ed emotiva produce una “falsa equivalenza dei bisogni” e sposta l’intera
responsabilità sulla persona individuale: è la logica neoliberista applicata
alla cura, che sottrae al sistema la responsabilità del cambiamento. Roxy
Manning lo documenta dentro i circoli CNV: chi condivide un vissuto di
oppressione — soprattutto al livello sottile delle microaggressioni — si scontra
spesso con la messa in discussione della propria esperienza, con l’insistenza a
«provare empatia per l’umanità» di chi detiene più potere, chiamando chi subisce
il danno a farsi carico della cura di chi lo ha inflitto.
Già nel 1979 Audre Lorde descriveva il meccanismo dentro gli spazi femministi:
alle donne nere non veniva chiesto solo di sopportare il razzismo che subivano,
ma di farsi carico del disagio delle compagne bianche nel parlarne — educarle,
rassicurarle, proteggerle dalla loro stessa difensività. Vale ancora. Una
conversazione attenta ai rapporti di forza invece ribalta queste responsabilità.
Chi agisce il danno è chiamatə a riconoscerne l’impatto — al di là delle
intenzioni — a gestire il proprio vissuto emotivo senza scaricarlo sull’altrə, a
costruire con reti di pari il proprio percorso di consapevolezza, liberando chi
ha subito dall’obbligo di fare da maestrə. Chi subisce rivendica il diritto —
non il dovere — di parlare, tacere o sottrarsi. La sua voce ha valore politico
in sé: non perché converta lə interlocutorə, ma perché rompe il silenzio che
perpetua il danno.
OLTRE IL DIALOGO
Diverse pratiche, dentro e fuori la CNV, stanno provando a costruire strumenti
per attraversare le asimmetrie di potere anziché ignorarle. Meenadchi, in
Decolonizing Non-Violent Communication, sposta l’attenzione dal “come parlare”
al “da dove parlare”, integrando saperi somatici e decoloniali. La giustizia
trasformativa — teorizzata a partire dai movimenti abolizionisti — sposta il
focus dal “come parlarci meglio” al “cosa ci serve davvero”: sicurezza,
responsabilità, trasformazione. Strumenti come il pod mapping — la mappatura di
reti di fiducia da attivare in caso di violenza subita o agita — costruiscono
infrastrutture comunitarie alternative al dialogo diretto, quando questo è
inaccessibile o controproducente.
> Lorde, nella frase celebre «gli strumenti del padrone non smantelleranno mai
> la casa del padrone», aveva già posto la domanda radicale: è possibile che il
> dialogo stesso, in certe configurazioni, sia uno di quegli strumenti? Molte
> forme di violenza — domestica, di stato, sessuale — non si risolvono con il
> dialogo, ma con l’organizzazione politica, la costruzione di alternative
> materiali, l’abolizione di istituzioni oppressive.
Anche nelle situazioni meno estreme, il dialogo ha costi asimmetrici: per chi è
in posizione di privilegio è spesso un esercizio di crescita personale; per chi
è subalternə è frequentemente un lavoro non pagato di educazione, spesso
ri-traumatizzante.
Senza negare il valore del confronto, occorre situarlo dentro una cornice
d’azione più ampia, dove la parola cede il passo a interventi materiali e
strutturali: il rifiuto di conversazioni non sicure — il diritto di non
rispondere a chi pone in cattiva fede; la separazione temporanea come pratica
legittima — caucus omogenei, spazi di affinità — dove chi condivide una
posizione può elaborare senza doversi tradurre; l’organizzazione politica come
modalità di trasformazione che non passa dal convincimento del gruppo dominante
ma dalla costruzione di potere collettivo delle persone subalterne; le
infrastrutture materiali di cura — supporto reciproco, mutuo soccorso — che
cambiano le condizioni in cui le conversazioni avvengono, anziché limitarsi a
migliorarle.
Una pratica di decolonizzazione della nonviolenza comunicativa non promette uno
strumento “perfettamente nonviolento”: è un esercizio di consapevolezza dei
propri limiti, sapere quando farsi da parte per lasciare spazio ad altre
pratiche. Il dialogo è una delle strade della giustizia, non l’unica e non
sempre la principale. Resta il dato: il modo in cui ci parliamo non è un
dettaglio rispetto alle trasformazioni che cerchiamo, ne è una delle
infrastrutture. Curarlo significa interrogare non solo come parliamo, ma da dove
parliamo, con chi, e a quali condizioni — riconoscendo che alcune non si
modificano con una conversazione migliore, ma con interventi materiali che
cambiano i rapporti di forza.
*Rosalinda Quintieri vive nell’Appennino bolognese. Ricercatrice, community
herbalist e formatrice, cura percorsi su giustizia sociale da una prospettiva
intersezionale. Con un dottorato conseguito all’Università di Manchester, ha
indagato l’interiorizzazione del capitalismo nelle forme della soggettività
contemporanea nel volume Dolls, Photography and the Late Lacan: Doubles Beyond
the Uncanny (Routledge, 2021). Ha fondato REAlab — programma che accompagna
ricercatorə umanistə nel tradurre la ricerca in pratiche di trasformazione
sociale — ed è co-fondatrice del Collettivo GEDI (Giustizia, Equità, Diversità e
Inclusione), che lavora con gruppi e organizzazioni impegnatə nel cambiamento
ecologico e sociale.
Tutte le immagini sono di Tima Miroshnichenko via Pexels
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