Tag - violenza di genere

Donne anziane: né vittime né eroine, ma persone autorevoli
Si è svolta il 10 luglio, nei locali della Camera del lavoro Cgil di Palermo, la presentazione del libro Vecchie e Bastonate, pubblicato da Futura Editrice. Un libro dal titolo disturbante, scritto da Patrizia Fistesmaire, psicologa presso un consultorio di Lucca, ed Eleonora Pinzuti, ricercatrice e formatrice Aif.  Le due autrici hanno usato, volutamente, questo titolo per dare l’immediata percezione della problematica affrontata, cioè  la narrazione culturale, sociale e politica dell’età matura delle donne in una fase della vita che viene associata, spesso, alla perdita di valore, all’invisibilità e alla esclusione.  L’uso provocatorio del termine “vecchie”, restituisce, infatti, l’immagine della svalutazione che molte donne subiscono una volta superata la soglia simbolica della menopausa, quando il loro corpo invecchia e si allontana dai modelli estetici  dominanti,  in una  società come la nostra, capitalista-patriarcale, che continua a misurare  il valore delle donne sulla base dell’avvenenza fisica o della loro funzione riproduttiva e/o produttiva.  Diversamente da quanto accade, invece agli uomini, ai quali l’invecchiamento  conferisce, spesso,  autorevolezza, esperienza e prestigio. Il libro denuncia questa diseguaglianza ed invita a ripensare il significato dell’invecchiamento femminile, riconoscendo alle donne valore, dignità e piena cittadinanza, in ogni fase della loro vita.  Anche il termine ”bastonate” viene usato in senso metaforico per evocare le molteplici forme di discriminazione che colpiscono le donne anziane, tra cui le violenze fisiche e sessuali, un fenomeno di cui si parla poco e del quale è difficile reperire dati . Infatti, le donne anziane, che subiscono violenza sessuale, difficilmente ne parlano, per vergogna e per paura di non essere credute. A pesare è uno stereotipo ancora diffuso, cioè l’idea che lo stupro riguardi esclusivamente donne giovani ed attraenti. Queste aggressioni, pur essendo numericamente inferiori rispetto ad altre fasce di età, smentiscono questa convinzione e confermano, invece, che lo stupro è dettato dalla volontà di esercitare potere e controllo sulle donne.  Da dire, inoltre, che spesso questo tipo di violenza si consuma all’interno delle mura domestiche o ad opera di chi si dovrebbe prendere cura della donna anziana: un familiare, un partner o un caregiver. Questa condizione rende ancora più difficile denunciare gli abusi perché la vittima si trova spesso in una situazione di dipendenza economica, affettiva o assistenziale proprio nei confronti di chi esercita violenza. Le autrici pongono l’accento, inoltre, sulle caratteristiche delle discriminazioni che colpiscono le donne anziane, frutto dell’intreccio tra discriminazione di genere ed ageismo.  Le due forme non agiscono separatamente, ma si rafforzano a vicenda dando origine ad una condizione di svantaggio specifica, condizione che merita attenzione sociale, culturale e politica, tramite l’utilizzo del paradigma della intersezionalità e della complessità.  Questa prospettiva sposta il discorso dall’idea della fragilità delle donne anziane a quella dei meccanismi sociali che producono invisibilità e disuguaglianza. Come ribaltiamo questa narrazione che vede nelle donne anziane, soggetti fragili, irrilevanti socialmente,  bisognosi di cure e di assistenza ?  La domanda che il libro ci invita a fare non è come proteggere le donne anziane, ma,  piuttosto come riconoscere  la loro autorevolezza ed il loro ruolo sociale. E’ un cambio di prospettiva che propone, attraverso percorsi di decostruzione degli stereotipi e dei pregiudizi, una visione alternativa dell’età matura delle donne: non più una fase di marginalità ma una stagione della vita in cui esercitare libertà, autodeterminazione e potenzialità.   La sfida non è sostituire l’immagine della donna anziana fragile con quella della donna anziana eroica. La sfida è riconoscerla come una persona pienamente titolare di diritti, desideri, capacità e potere di scelta. Solo così la vecchiaia femminile smette di essere raccontata come una stagione di perdita e diventa una stagione di cittadinanza.    Redazione Palermo
July 12, 2026
Pressenza
Un muro transfemminista per difendere chi denuncia la violenza di genere
A Roma venerdì scorso faceva caldo e anche lunedì. Ma questo non ci ha impedito di raggiungere il tribunale penale. In macchina, autobus, metro, motorino, attiviste dei centri antiviolenza, di non una di meno e del variegato movimento transfemminista romano hanno raggiunto piazzale Clodio per assistere a un processo per violenza di genere.  In fila indiana le donne si sono infilate nella parte posteriore della piccola aula del tribunale, lambendo il muro, in silenzio. Un muro di donne, persone trans e non binarie, a supporto di chi ha denunciato una violenza molto grave e che durante i mesi del processo è stata trasformata da parte offesa a imputata. La giudice commenta l’aula gremita e fa aprire le finestre e l’uomo accusato di violenza borbotta – e lo farà per tutto il processo – «questo è proprio un bel teatrino».  L’avvocata Montella, difende D. la donna che ha denunciato (nome di fantasia), seguita dal centro antiviolenza Lucha Y Siesta, che si è costituito parte civile nel processo, inizia la sua discussione orale spiegando: «le porte di quest’aula sono aperte. E questa non è una semplice formalità logistica. È una scelta. Una scelta che abbiamo deciso di fare. Questo processo sarebbe dovuto essere a porte chiuse. Ma poi è successo qualcosa? È  successo che in questi mesi di dibattimento, D. è stata sottoposta a una violenza che non era quella che aveva denunciato».  Quando D. ha deciso di denunciare, infatti, sapeva che avrebbe dovuto raccontare e rivivere la violenza. E continua l’avvocata della parte offesa: > «Ma quello che non sapeva è che la violenza è un camaleonte. Sa cambiare > forma. Sa mimetizzarsi. Non ci sono state catene di ferro in quest’aula. Non > ci sono state portiere chiuse a chiave. Ma c’è stata una strategia sistemica, > metodica, precisa. Una strategia che abbiamo visto dispiegarsi giorno dopo > giorno, udienza dopo udienza. Usata con il vocabolario del codice di procedura > penale. Con le virgolette delle contestazioni. Con l’autorità della toga».   Il controesame da parte della difesa dell’uomo accusato, infatti, non ha cercato di provare i fatti, ma di distruggere la credibilità della parte offesa: usa sostanze stupefacenti, beve, esce con le amiche, cura molto la sua immagine, più volte le sono state fatte domande sui suoi comportamenti sessuali.  E forse vale la pena evidenziarlo meglio: durante un processo per stupro e violenza, l’avvocato dell’uomo aggressore ha più volte chiesto alla parte offesa che tipo di rapporti sessuali avessero durante la loro relazione. In che modo queste domande potessero accertare i fatti non è chiaro. È chiaro il loro esito: doppia vittimizzazione, dopo quella vissuta in un relazione violenta, la donna subisce un nuovo processo di vittimizzazione dalle istituzioni che dovrebbero sostenerla.  Nelle aule dei nostri tribunali ancora oggi nei processi per violenza la metodologia di difesa è distruggere la credibilità di chi denuncia e non provare la responsabilità dei fatti. Il giudice durante il dibattimento ha più volte fermato l’avvocato, finché questo non è stato cambiato.   E così venerdì scorso abbiamo ascoltato le considerazioni finali della nuova difesa, che ha continuato, e anche forse con più scaltrezza, con la stessa metodologia. «Siamo sicuri che sia stato un pugno? Perché i lividi riportati non sembrano essere quelli di un pugno». «Perché non ha gridato di fronte alla violenza? C’erano della persone al piano superiore avrebbero potuto sentire». «Si dice che aveva cambiato stile di vita, che non era più riconoscibile, eppure la difesa ha portato foto dove si vede la parte offesa uscire con le amiche, stare al ristorante, andare alle feste». «C’è una verosimile frattura della costola, una verosimile, non è quindi sicuro che la costola fosse rotta, e se si fosse rotta da sola? Non lo possiamo sapere…». E frase dopo frase si punta a dimostrare che la relazione fosse una relazione tossica, dove i confini della responsabilità sono sfumati e poco chiari e che le testimonianze della parte offesa non sono sufficientemente credibili, per dissipare ogni ragionevole dubbio. > Si disconosce, così, la questione centrale di ogni relazione violenta: la > disparità di potere che esiste tra un uomo e una donna. Nonostante questo oggi > sia, almeno in parte, riconosciuta nelle norme del nostro ordinamento.    Nel 1979 sui Rai 2 andò in onda Processo per stupro, un documentario che mostrò per la prima volta in televisione un dibattimento giudiziario per stupro, aprendo le aule di tribunale alle donne e alle telecamere. Oggi quel documentario non è più reperibile nella sua interezza, perché le famiglie degli aggressori, sulla base del diritto all’oblio, hanno chiesto che venisse rimosso, nonostante fosse un documento storico, ma è ancora possibile visionare l’arringa finale dell’avvocata Lagostena Bassi. Dietro di lei, riempivano l’aula del tribunale le tante donne che erano accorse a sostegno di chi aveva denunciato.   «Ancora la difesa dei violentatori considera le donne come solo oggetti, con il massimo disprezzo, e questo è l’ennesimo processo che io faccio e la solita difesa che io sento […]. La difesa è sacra ed inviolabile, ma nessuno di noi avvocati – e qui parlo come avvocati – si permetterebbe di impostare una difesa per rapina così come si imposta la difesa per violenza carnale. Nessuno avvocato si sognerebbe nel caso di quattro rapinatori che con violenza entrano in una gioielleria e portano via le gioie, beni patrimoniali, di cominciare la difesa, che comincia con i primi suggerimenti dati agli imputati, “dite che il gioielliere ha un passato poco chiaro”, “dite che il gioielliere ha commesso reati di ricettazione, è un usuraio, che specula, che guadagna, che evade le tasse”, ecco nessuno si sognerebbe di fare una difesa di questo genere, infangando la parte lesa soltanto […]. Ma se l’oggetto del reato è una donna in carne ed ossa, perché ci si permette di fare un processo alla ragazza?».  > E continua l’arringa dello storico processo per stupro «non chiediamo una > condanna severa, pesante, esemplare. Noi chiediamo giustizia». Lunedì abbiamo ascoltato la sentenza, dopo tre anni dai fatti, l’uomo che ha violentato, sequestrato e commesso atti persecutori nei confronti di D. è stato condannato a 7 anni e 7 mesi, a pagare le spese processuali, e a risarcire il danno commesso anche nei confronti della parte civile, il centro antiviolenza Lucha Y Siesta. Si dovrà quindi tenere un processo civile per quantificare il risarcimento del danno e forse l’appello del processo penale. Ma lunedì è stato tirato un sospiro di sollievo per D.. In tutta la contraddittorietà di questa condanna.  L’imputato è uscito battendo le mani, dopo che la sua difesa aveva chiesto la piena assoluzione, nonostante avesse anche ammesso di aver menato, o fosse evidente dai tabulati che avesse inviato più mille messaggi minatori in una settimana dopo la fine della relazione. La sensazione palpabile era che questa persona non avesse in alcun modo compreso la gravità degli atti compiuti, di sentirsi vittima della sentenza, e di disprezzare “quel teatrino”. > Nel 1979 si chiedeva un cambiamento socio-culturale che passasse anche per una > nuova metodologia di difesa degli uomini che commettono violenza e oggi siamo > ancora là. La difesa, legittima e necessaria, degli uomini che commettono > violenza dovrebbe essere il primo passo verso il riconoscimento degli atti > compiuti. Il processo penale dovrebbe essere il primo atto per quel processo > di trasformazione socio-culturale di cui abbiamo bisogno.  Ma non è così. Siamo lontane, lontanissime da pratiche che ci possano portare verso una giustizia trasformativa, quindi non carceraria e punitiva. Nel momento in cui il rancore maschile si fa programma politico nei partiti di destra ed estrema destra oggi al potere non solo nel nostro paese, la delegittimizazione delle donne che denunciano ritorna nei processi dei tribunali, forse perché non se n’era mai andata. E allora come movimento transfemminista, in tutte le sue forme e posizioni, abbiamo bisogno di ricostruire quel muro di supporto, dietro al quale ogni donna, persona trans e non binaria senta di potersi appoggiare, per andare avanti: tuttə insieme.  Immagine di copertina di Daniele Napolitano Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Un muro transfemminista per difendere chi denuncia la violenza di genere proviene da DINAMOpress.
July 7, 2026
DINAMOpress
GAZEBO VIOLA: COME RICONOSCERE LA VIOLENZA DI GENERE NELLO SPAZIO PUBBLICO? DUE GIORNATE DI FORMAZIONE PER VOLONTARI E VOLONTARIE DELLA FESTA DI RADIO ONDA D’URTO
Nei giorni scorsi presso il Centro Sociale Magazzino 47 di Brescia si sono tenute due giornate di formazione a cura del Gazebo Viola della Festa di Radio Onda d’Urto rivolto a volontari e volontarie della Festa. La formazione promossa da Gazebo Viola è un intervento finalizzato al dare alcuni strumenti di base per il riconoscimento della violenza di genere nello spazio pubblico (con un approfondimento più specifico sulle molestie visto che sono la cosa che maggiormente possiamo intercettare nella nostra quotidianità). Si è poi tenuta una parte in cui capire come intervenire in maniera attiva quando ci ritroviamo davanti a queste situazioni. L’obiettivo è quello di costruire spazi (luoghi e persone) che non delegano e che si fanno promotori del cambiamento in ottica trasformativa e non securitaria. Ai nostri microfoni Anna e Kai del Gazebo Viola  Ascolta o scarica  Di seguito alcuni stralci degli interventi delle operatrici del Gazebo Viola durante la formazione al Magazzino 47: Introduzione al corso di formazione di Anna Zinelli Centro Antiviolenza Donne e Diritti  Ascolta o scarica  Alcuni dati sulla violenza di genere in Italia  Ascolta o scarica  Cosa ci dicono questi dati e come riconoscere le molestie  Ascolta o scarica  Quando assisti a una violenza intervieni con le 5 D: distrarre, delegare, documentare, dare sostegno, dire Ascolta o scarica     
July 6, 2026
Radio Onda d`Urto
Francia: nuove alleanze e mobilitazioni contro la violenza patriarcale@0
A seguito della morte di Lyhanna, una bambina di 11 anni uccisa dal suo aggressore, migliaia di persone sono scese in piazza in tutta la Francia. Dopo il primo appuntamento, l’8 giugno, le mobilitazioni sono continuate: la chiamata è ogni lunedì, davanti ai tribunali. Insieme a Luge, una compagna del collettivo féministes révolutionnaires , abbiamo riflettuto come Il caso di Lyhanna sia diventato immediatamente politico: mentre il governo e il Ministro della Giustizia hanno parlato di un “disfunzionamento” del sistema giudiziario, i movimenti femministi e per i diritti dei/delle bambinx hanno denunciato questo delitto come l’ennesima espressione della violenza sistemica che lo Stato non riesce o non vuole contrastare efficacemente.  A partire dall’analisi delle piazze e dei loro contenuti, anche contraddittori e problematici come l’aumento delle pene senza guardare ad approcci e bisogni sistemici come l’educazione, Luge delinea un quadro di lotta complesso. Prima di tutto le piazze chiedono azioni concrete, culminando nella proposta di una grande manifestazione nazionale il 4 luglio e di uno sciopero generale femminista fissato per il 7 settembre. Inoltre, viene data grande enfasi alla lotta contro l’adultismo (il sistema di dominazione degli adulti sui minori) e alla creazione di nuove alleanze tra movimenti transfemministi e movimenti “enfantistes”, ovvero che mettono anche la prospettiva dei/delle bambinx al centro. Il movimento ricorda dati allarmanti: si stima che ogni anno in Francia 160.000 bambinx siano vittime di violenze sessuali, quasi uno ogni tre minuti. Un nodo centrale è quello del femminismo anti carcerario e il suo ruolo in questo contesto: emerge infatti una spaccatura tra il femminismo istituzionale, che richiede una legge quadro basata su investimenti e un femminismo intersezionale e anticarcerario che vuole avere voce in merito. Quest’ultimo, rappresentato da collettivi come féministes révolutionnaires , critica, ad esempio, l’approccio puramente punitivista, sottolineando come la repressione colpisca prioritariamente le popolazioni già marginalizzate e precarie – insieme ad altri aspetti sottolineati nel piano d’azione di Nous Toutes. L’intervista mette in luce anche il lavoro che vogliono portare avanti con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali (2027). Mettono in guardia contro i tentativi dell’estrema destra (collettivo Némésis primo tra tutti) di strumentalizzare la lotta alla pedocriminalità per promuovere agende razziste, transfobiche o per chiedere il ripristino della pena di morte. Il movimento transfemminista risponde alla presenza della destra rivendicando pratiche di autodifesa e alleanze antifasciste per presidiare le piazze. Registrato in francese:
Francia: nuove alleanze e mobilitazioni contro la violenza patriarcale@1
A seguito della morte di Lyhanna, una bambina di 11 anni uccisa dal suo aggressore, migliaia di persone sono scese in piazza in tutta la Francia. Dopo il primo appuntamento, l’8 giugno, le mobilitazioni sono continuate: la chiamata è ogni lunedì, davanti ai tribunali. Insieme a Luge, una compagna del collettivo féministes révolutionnaires , abbiamo riflettuto come Il caso di Lyhanna sia diventato immediatamente politico: mentre il governo e il Ministro della Giustizia hanno parlato di un “disfunzionamento” del sistema giudiziario, i movimenti femministi e per i diritti dei/delle bambinx hanno denunciato questo delitto come l’ennesima espressione della violenza sistemica che lo Stato non riesce o non vuole contrastare efficacemente.  A partire dall’analisi delle piazze e dei loro contenuti, anche contraddittori e problematici come l’aumento delle pene senza guardare ad approcci e bisogni sistemici come l’educazione, Luge delinea un quadro di lotta complesso. Prima di tutto le piazze chiedono azioni concrete, culminando nella proposta di una grande manifestazione nazionale il 4 luglio e di uno sciopero generale femminista fissato per il 7 settembre. Inoltre, viene data grande enfasi alla lotta contro l’adultismo (il sistema di dominazione degli adulti sui minori) e alla creazione di nuove alleanze tra movimenti transfemministi e movimenti “enfantistes”, ovvero che mettono anche la prospettiva dei/delle bambinx al centro. Il movimento ricorda dati allarmanti: si stima che ogni anno in Francia 160.000 bambinx siano vittime di violenze sessuali, quasi uno ogni tre minuti. Un nodo centrale è quello del femminismo anti carcerario e il suo ruolo in questo contesto: emerge infatti una spaccatura tra il femminismo istituzionale, che richiede una legge quadro basata su investimenti e un femminismo intersezionale e anticarcerario che vuole avere voce in merito. Quest’ultimo, rappresentato da collettivi come féministes révolutionnaires , critica, ad esempio, l’approccio puramente punitivista, sottolineando come la repressione colpisca prioritariamente le popolazioni già marginalizzate e precarie – insieme ad altri aspetti sottolineati nel piano d’azione di Nous Toutes. L’intervista mette in luce anche il lavoro che vogliono portare avanti con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali (2027). Mettono in guardia contro i tentativi dell’estrema destra (collettivo Némésis primo tra tutti) di strumentalizzare la lotta alla pedocriminalità per promuovere agende razziste, transfobiche o per chiedere il ripristino della pena di morte. Il movimento transfemminista risponde alla presenza della destra rivendicando pratiche di autodifesa e alleanze antifasciste per presidiare le piazze. Registrato in francese:
Francia: nuove alleanze e mobilitazioni contro la violenza patriarcale
A seguito della morte di Lyhanna, una bambina di 11 anni uccisa dal suo aggressore, migliaia di persone sono scese in piazza in tutta la Francia. Dopo il primo appuntamento, l’8 giugno, le mobilitazioni sono continuate: la chiamata è ogni lunedì, davanti ai tribunali. Insieme a Luge, una compagna del collettivo féministes révolutionnaires , abbiamo riflettuto come Il caso di Lyhanna sia diventato immediatamente politico: mentre il governo e il Ministro della Giustizia hanno parlato di un “disfunzionamento” del sistema giudiziario, i movimenti femministi e per i diritti dei/delle bambinx hanno denunciato questo delitto come l’ennesima espressione della violenza sistemica che lo Stato non riesce o non vuole contrastare efficacemente.  A partire dall’analisi delle piazze e dei loro contenuti, anche contraddittori e problematici come l’aumento delle pene senza guardare ad approcci e bisogni sistemici come l’educazione, Luge delinea un quadro di lotta complesso. Prima di tutto le piazze chiedono azioni concrete, culminando nella proposta di una grande manifestazione nazionale il 4 luglio e di uno sciopero generale femminista fissato per il 7 settembre. Inoltre, viene data grande enfasi alla lotta contro l’adultismo (il sistema di dominazione degli adulti sui minori) e alla creazione di nuove alleanze tra movimenti transfemministi e movimenti “enfantistes”, ovvero che mettono anche la prospettiva dei/delle bambinx al centro. Il movimento ricorda dati allarmanti: si stima che ogni anno in Francia 160.000 bambinx siano vittime di violenze sessuali, quasi uno ogni tre minuti. Un nodo centrale è quello del femminismo anti carcerario e il suo ruolo in questo contesto: emerge infatti una spaccatura tra il femminismo istituzionale, che richiede una legge quadro basata su investimenti e un femminismo intersezionale e anticarcerario che vuole avere voce in merito. Quest’ultimo, rappresentato da collettivi come féministes révolutionnaires , critica, ad esempio, l’approccio puramente punitivista, sottolineando come la repressione colpisca prioritariamente le popolazioni già marginalizzate e precarie – insieme ad altri aspetti sottolineati nel piano d’azione di Nous Toutes. L’intervista mette in luce anche il lavoro che vogliono portare avanti con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali (2027). Mettono in guardia contro i tentativi dell’estrema destra (collettivo Némésis primo tra tutti) di strumentalizzare la lotta alla pedocriminalità per promuovere agende razziste, transfobiche o per chiedere il ripristino della pena di morte. Il movimento transfemminista risponde alla presenza della destra rivendicando pratiche di autodifesa e alleanze antifasciste per presidiare le piazze. Registrato in francese:
June 29, 2026
Radio Blackout
A Forlì poesie e parole contro i femminicidi
“I femminicidi esistono! Voci che resistono” In un tempo in cui l’esistenza dei femminicidi viene messa in discussione nel dibattito pubblico, scegliere di nominarli diventa un atto politico e umano. È da questa consapevolezza che nasce “I femminicidi esistono! Voci che resistono – Parole che attraversano il silenzio” un evento che si terrà il 1 luglio 2026 alle ore 19.00 presso il Centro Pace di Forlì, in Via Andrelini 59.  Negli ultimi anni, nonostante le mobilitazioni promosse dai movimenti femministi, i dati forniti dagli osservatori e il lavoro quotidiano dei centri antiviolenza, si è sviluppata una narrazione che tende a minimizzare o addirittura negare la specificità del fenomeno. Alcuni esponenti politici e figure pubbliche hanno sostenuto che il termine “femminicidio” sarebbe improprio o superfluo, perché un omicidio sarebbe semplicemente un omicidio, indipendentemente dal genere della vittima.  Ma è proprio qui che si colloca il nodo della questione.  Parlare di femminicidio non significa attribuire maggiore valore alla vita di una donna rispetto a quella di un uomo. Significa riconoscere che esistono omicidi che maturano all’interno di dinamiche specifiche: relazioni caratterizzate dal controllo, dal possesso, dalla volontà di annullare l’autonomia femminile, dall’incapacità di accettare una separazione o un rifiuto. Significa osservare che molte donne vengono uccise da partner, ex partner o familiari e altri individui in un contesto che non può essere compreso soltanto come un fatto individuale, ma che richiama questioni culturali e sociali più profonde.  Le parole non sono mai neutre. Dare un nome a un fenomeno significa renderlo visibile. Per questo il titolo dell’evento del Centro Pace assume un significato preciso: affermare che i femminicidi esistono non è uno slogan polemico, ma il riconoscimento di una realtà che continua a segnare la vita di migliaia di donne e delle loro famiglie.  Di fronte a questo scenario, il Centro per la Pace di Forlì, all’interno del progetto “InclusiVoice” e la relativa campagna europea “EUnited for Equality”, ha scelto una strada diversa da quella dello scontro verbale o della contrapposizione ideologica. Hanno scelto la cultura. La serata sarà infatti un momento di incontro, ascolto e condivisione attraverso la parola poetica. Ad aprire il reading saranno Filippo Amadei, Matteo Zattoni e Mirella Paoletti, che offriranno al pubblico una serie di letture dedicate ai temi della libertà, della dignità umana, dell’uguaglianza e della resistenza contro ogni forma di violenza.  Successivamente il microfono rimarrà aperto a chiunque desideri partecipare. Le persone presenti potranno leggere una propria poesia, condividere un brano, un racconto breve o una riflessione personale. L’obiettivo non è quello di costruire una conferenza o una lezione, ma di dare vita a uno spazio collettivo in cui le parole possano diventare strumento di consapevolezza.  In un’epoca dominata dalla velocità dei social network, dall’indignazione istantanea e da un flusso continuo di notizie che spesso vengono dimenticate nel giro di pochi giorni, fermarsi ad ascoltare una poesia può apparire un gesto marginale. Eppure è forse proprio nella lentezza dell’ascolto che si apre la possibilità di comprendere davvero ciò che accade attorno a noi. Ogni femminicidio genera inevitabilmente attenzione mediatica. I titoli dei giornali si susseguono, i commenti si moltiplicano, il dibattito si accende. Poi, molto spesso, tutto torna al silenzio. Restano il dolore delle famiglie, il lavoro quotidiano di chi opera nei centri antiviolenza e una lunga lista di nomi che rischia di trasformarsi in statistica. La cultura può non essere sufficiente da sola a cambiare la realtà, ma può contribuire a cambiare lo sguardo con cui la osserviamo. Può aiutarci a riconoscere ciò che spesso viene normalizzato, ignorato o banalizzato. Può costruire empatia laddove prevale l’indifferenza. Può restituire complessità a fenomeni che vengono troppo spesso ridotti a semplici fatti di cronaca.  Per questo iniziative come questo assumono un valore che va oltre il singolo evento. Non rappresentano soltanto un’occasione culturale, ma un invito alla responsabilità collettiva. Un invito a riconoscere che la violenza di genere non riguarda esclusivamente le vittime o gli autori delle violenze, ma l’intera comunità. Forse non saranno le poesie a fermare la violenza. Ma ogni cambiamento culturale comincia da una parola pronunciata quando sarebbe stato più facile tacere. E in un momento storico in cui c’è ancora chi sostiene che i femminicidi non esistano, ritrovarsi insieme per affermare il contrario significa scegliere di non essere indifferenti. Arianna Carpineta, Tirocinante Centro Pace di Forlì.   Redazione Romagna
June 25, 2026
Pressenza
Decolonizzare la nonviolenza nella comunicazione: verso una pratica politica della cura
Mentre fuori il mondo brucia — guerre, crisi climatica, governi che smontano diritti faticosamente conquistati — può sembrare un’ossessione minore preoccuparsi di come ci parliamo nei nostri spazi. È il contrario. Le violenze strutturali entrano in noi e parlano attraverso i nostri automatismi, riproducendo — anche senza intenzione — le asimmetrie che vorremmo trasformare: il commento abilista buttato lì, l’uomo che interrompe sistematicamente le donne in riunione, lo scherno per un accento meridionale. Le parole con cui abitiamo i collettivi, le comunità, i movimenti non sono mai neutre. Decidono chi viene ascoltatə, chi porta il peso della cura, chi può nominare un torto senza essere accusatə di romperne l’armonia. Curare il linguaggio non è un dettaglio rispetto alla giustizia: ne è un’infrastruttura. Reggere queste conversazioni — che chiamano in causa razzismo, classismo, abilismo, sessismo, ciseteronormatività — impone un’analisi del proprio posizionamento. Come ci ricordano i femminismi neri, le oppressioni non sono somme isolate ma intrecci: ognunə di noi occupa, allo stesso tempo, posizioni di privilegio e di subalternità lungo assi diversi. Riconoscere questa mappa — senza confondere dinamiche di potere informale e asimmetrie strutturali — è la condizione per smettere di agire come oppressorə inconsapevolə e farsi alleatə in un processo collettivo di liberazione. La Comunicazione Nonviolenta (CNV) nasce in dialogo con questa storia. Negli anni Sessanta Marshall Rosenberg lavora come mediatore nei progetti federali di desegregazione scolastica statunitense, osservando la possibilità di gestire conflitti aspri senza violenza. L’intuizione è semplice: dietro ogni giudizio o reazione aggressiva ci sono bisogni umani non soddisfatti, e riconoscerli apre uno spazio di connessione anche dove tutto sembra ostile. Da lì la CNV si è diffusa in scuole, ospedali, aziende, collettivi politici, ed è particolarmente presente nei movimenti ecologisti e nelle esperienze comunitarie, dove offre una grammatica preziosa per la cura. Quando però viene applicata senza tenere conto delle asimmetrie di potere che attraversano la conversazione, può rovesciarsi nel suo opposto. Concentrata sulla dinamica relazionale a due, la CNV ha perso col tempo l’articolazione sociologica che proponeva in origine. La stessa comunità internazionale dellə formatorə del Centre for Nonviolent Communication (CNVC) sta nominando questo limite, spingendo per una riforma interna. Senza una lente sistemica, la CNV fatica a leggere la violenza come elemento strutturale di un sistema diseguale, in cui i bisogni di sicurezza, sussistenza e dignità di interi gruppi sociali sono ignorati e sistematicamente negati. Senza questa cornice, la CNV rischia non solo di «narcotizzare» — come avvertiva lo stesso Rosenberg — ma di rafforzare proprio il paradigma che voleva trasformare. QUELLO CHE LA CNV FATICA A VEDERE Scrivo come persona queer socializzata donna, bianca e terrona, con un vissuto di migrazione intergenerazionale e di passaggio transclasse. Da anni di frequentazione di spazi che adottano la CNV è nata una relazione ambivalente con il metodo. Mi è stato spesso prezioso nel tenere insieme la mia tensione tra essere verə e prendermi cura, di me e dellə altrə. Tuttavia, in contesti particolarmente segnati da dinamiche di potere, ho osservato il rovescio: l’imperativo di “parlare in CNV” che agisce come disciplinamento, la richiesta di forma che diventa strumento di silenziamento per chi prova a nominare un’asimmetria di potere o un’ingiustizia. LA POLIZIA DEL TONO Una delle critiche più discusse del metodo riguarda proprio il tone policing, la polizia del tono: un meccanismo che sposta l’asse del conflitto dalla sostanza del danno alla forma in cui viene espresso. Il problema strutturale sparisce; resta la “performance comunicativa” di chi lo ha nominato. Funziona come gaslighting emotivo: chi subisce il danno è indottə a dubitare della propria esperienza e della validità della propria rabbia. > Un esempio quotidiano: un conflitto sulla disparità del carico domestico in > una coppia cishet, in cui il partner può usare la CNV come scudo, criticando > il “tono aggressivo” della compagna. Risultato: il focus si sposta dal > problema reale — il lavoro non riconosciuto — alla “comunicazione violenta” di > chi lo ha nominato. La donna diventa la responsabile di aver “comunicato > male”. Il problema rimane intatto. Imporre i criteri di “calma” e “razionalità” della CNV in contesti asimmetrici trasforma il metodo in uno strumento di invalidazione. Le emozioni di chi subisce vengono derubricate a ostacoli comunicativi mentre chi è in posizione di potere si sottrae alla responsabilità delle proprie azioni. Così il distacco viene elevato a indicatore di verità e autorità: le voci più «imparziali» — ovvero quelle meno toccate dal problema — vengono ascoltate come più qualificate a parlarne. La polizia del tono, regolando la forma, detta chi ha il diritto di parlare e quali istanze meritano ascolto. L’INGANNO DELLO STANDARD “UNIVERSALE” Il dibattito sulla polizia del tono nasce in seno alla Critical Race Theory, che ha smontato la presunta neutralità dell’ideale di “civiltà”. Decoro, cortesia, ragionevolezza, “saper parlare bene” non sono categorie universali, ma costrutti che riflettono le gerarchie di razza, genere e classe del discorso dominante. Presentandosi come linguaggio universale, la CNV finisce per imporre uno standard di compostezza e razionalizzazione delle emozioni modellato su un canone preciso, che la riforma interna al CNVC — animata da Roxy Manning, Miki Kashtan, Martha Lasley e altrə — riconosce ormai apertamente: quello standard riflette una «bianchezza» culturale che riflette i codici della classe media, e finisce per invalidare stili comunicativi di soggettività, culture e neurotipi diversi. > Questa logica trova un parallelo in Italia, dove lo standard si sovrappone ai > codici storicamente propri della borghesia culturale settentrionale. > L’immaginario egemonico ha contrapposto questo canone a uno stile meridionale > dipinto come “eccessivo”, “rumoroso”, “irrazionale” — stessa logica della > bianchezza che presenta i propri codici come neutri e declassa ogni altra > espressione a deviazione da correggere. L’analisi decoloniale mostra come questa dinamica sia stata centrale nel progetto unitario: per legittimare l’appartenenza al canone coloniale europeo, le élite italiane hanno neutralizzato le proprie incertezze sulla bianchezza razzializzando il Meridione. Il Sud è diventato un “altro” interno, bersaglio di uno sguardo speculare a quello rivolto ai soggetti coloniali d’oltremare e che continua a operare nel disciplinamento delle persone migranti — su questo hanno riflettuto Gaia Giuliani e Cristina Lombardi-Diop, Carmine Conelli e, più recentemente, Claudia Fauzia e Valentina Amenta con la lente del femminismo terrone.  A queste dinamiche si intreccia la normatività di genere, che impone alle persone socializzate donne una doppia e contraddittoria pressione: aderire allo stile “razionale e misurato” della tradizione egemonica e, allo stesso tempo, performare una femminilità accomodante. Gentili, sono deboli; assertive, sono abrasive. La legittimità della voce è negata a prescindere dal tono — e si stringe in particolare attorno alla rabbia: negarne l’accesso alle persone razzializzate o socializzate donne è una forma storica di sorveglianza e disarmo politico. La CNV non crea queste contraddizioni, ma le riverbera attraverso il mito di un codice “universale” e “neutro”, costruito su canoni intrisi di stereotipi coloniali e patriarcali. Come sottolinea Meenadchi, insegnante CNV e autorə di Decolonizing Non-Violent Communication, la CNV «non è intrinsecamente nonviolenta»: dipende dal contesto e dalle dinamiche in gioco, e da come queste distribuiscono il peso del lavoro emotivo. LO SPOSTAMENTO DEL PESO EMOTIVO Trattare le parti nella conversazione come se operassero in condizioni di parità sociale ed emotiva produce una “falsa equivalenza dei bisogni” e sposta l’intera responsabilità sulla persona individuale: è la logica neoliberista applicata alla cura, che sottrae al sistema la responsabilità del cambiamento. Roxy Manning lo documenta dentro i circoli CNV: chi condivide un vissuto di oppressione — soprattutto al livello sottile delle microaggressioni — si scontra spesso con la messa in discussione della propria esperienza, con l’insistenza a «provare empatia per l’umanità» di chi detiene più potere, chiamando chi subisce il danno a farsi carico della cura di chi lo ha inflitto.  Già nel 1979 Audre Lorde descriveva il meccanismo dentro gli spazi femministi: alle donne nere non veniva chiesto solo di sopportare il razzismo che subivano, ma di farsi carico del disagio delle compagne bianche nel parlarne — educarle, rassicurarle, proteggerle dalla loro stessa difensività. Vale ancora. Una conversazione attenta ai rapporti di forza invece ribalta queste responsabilità. Chi agisce il danno è chiamatə a riconoscerne l’impatto — al di là delle intenzioni — a gestire il proprio vissuto emotivo senza scaricarlo sull’altrə, a costruire con reti di pari il proprio percorso di consapevolezza, liberando chi ha subito dall’obbligo di fare da maestrə. Chi subisce rivendica il diritto — non il dovere — di parlare, tacere o sottrarsi. La sua voce ha valore politico in sé: non perché converta lə interlocutorə, ma perché rompe il silenzio che perpetua il danno. OLTRE IL DIALOGO Diverse pratiche, dentro e fuori la CNV, stanno provando a costruire strumenti per attraversare le asimmetrie di potere anziché ignorarle. Meenadchi, in Decolonizing Non-Violent Communication, sposta l’attenzione dal “come parlare” al “da dove parlare”, integrando saperi somatici e decoloniali. La giustizia trasformativa — teorizzata a partire dai movimenti abolizionisti — sposta il focus dal “come parlarci meglio” al “cosa ci serve davvero”: sicurezza, responsabilità, trasformazione. Strumenti come il pod mapping — la mappatura di reti di fiducia da attivare in caso di violenza subita o agita — costruiscono infrastrutture comunitarie alternative al dialogo diretto, quando questo è inaccessibile o controproducente. > Lorde, nella frase celebre «gli strumenti del padrone non smantelleranno mai > la casa del padrone», aveva già posto la domanda radicale: è possibile che il > dialogo stesso, in certe configurazioni, sia uno di quegli strumenti? Molte > forme di violenza — domestica, di stato, sessuale — non si risolvono con il > dialogo, ma con l’organizzazione politica, la costruzione di alternative > materiali, l’abolizione di istituzioni oppressive. Anche nelle situazioni meno estreme, il dialogo ha costi asimmetrici: per chi è in posizione di privilegio è spesso un esercizio di crescita personale; per chi è subalternə è frequentemente un lavoro non pagato di educazione, spesso ri-traumatizzante. Senza negare il valore del confronto, occorre situarlo dentro una cornice d’azione più ampia, dove la parola cede il passo a interventi materiali e strutturali: il rifiuto di conversazioni non sicure — il diritto di non rispondere a chi pone in cattiva fede; la separazione temporanea come pratica legittima — caucus omogenei, spazi di affinità — dove chi condivide una posizione può elaborare senza doversi tradurre; l’organizzazione politica come modalità di trasformazione che non passa dal convincimento del gruppo dominante ma dalla costruzione di potere collettivo delle persone subalterne; le infrastrutture materiali di cura — supporto reciproco, mutuo soccorso — che cambiano le condizioni in cui le conversazioni avvengono, anziché limitarsi a migliorarle. Una pratica di decolonizzazione della nonviolenza comunicativa non promette uno strumento “perfettamente nonviolento”: è un esercizio di consapevolezza dei propri limiti, sapere quando farsi da parte per lasciare spazio ad altre pratiche. Il dialogo è una delle strade della giustizia, non l’unica e non sempre la principale. Resta il dato: il modo in cui ci parliamo non è un dettaglio rispetto alle trasformazioni che cerchiamo, ne è una delle infrastrutture. Curarlo significa interrogare non solo come parliamo, ma da dove parliamo, con chi, e a quali condizioni — riconoscendo che alcune non si modificano con una conversazione migliore, ma con interventi materiali che cambiano i rapporti di forza. *Rosalinda Quintieri vive nell’Appennino bolognese. Ricercatrice, community herbalist e formatrice, cura percorsi su giustizia sociale da una prospettiva intersezionale. Con un dottorato conseguito all’Università di Manchester, ha indagato l’interiorizzazione del capitalismo nelle forme della soggettività contemporanea nel volume Dolls, Photography and the Late Lacan: Doubles Beyond the Uncanny (Routledge, 2021). Ha fondato REAlab — programma che accompagna ricercatorə umanistə nel tradurre la ricerca in pratiche di trasformazione sociale — ed è co-fondatrice del Collettivo GEDI (Giustizia, Equità, Diversità e Inclusione), che lavora con gruppi e organizzazioni impegnatə nel cambiamento ecologico e sociale. Tutte le immagini sono di Tima Miroshnichenko via Pexels Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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June 16, 2026
DINAMOpress
Torino, 9 giugno: «I Care», il progetto Cirsde contro…
… contro violenze e molestie di genere. Martedì 9 giugno 2026, alle ore 9 presso la Sala Lauree Terracini di Palazzo Nuovo (Via Sant’Ottavio 20, Torino), si terrà l’incontro inaugurale del progetto I CARE – Docenti, studenti, personale UniTO contro le molestie e la violenza di genere, coordinato dalla professoressa Norma De Piccoli e promosso dal CIRSDe dell’Università di Torino.
ARGENTINA: IN MIGLIAIA IN PIAZZA CON NI UNA MENOS A 11 ANNI DALLA SUA PRIMA STORICA MOBILITAZIONE
Il movimento femminista argentino Ni Una Menos è sceso in piazza ieri, mercoledì 3 giugno, per ribadire alcune istanze imprescindibili per il movimento e per celebrare l’undicesimo anniversario della prima storica mobilitazione. La manifestazione è stata imponente ed è stata l’occasione per migliaia di persone di protestare, una volta in più, contro il definanziamento delle politiche di genere portato avanti dal governo, colpevole anche di relativizzare la figura penale del femminicidio in un Paese ancora caratterizzato da forti discriminazioni di genere e da tassi di femminicidio che, per Ni Una Menos, sono “da emergenza sociale”. La chiamata del movimento femminista è quindi caduta in un contesto politico, sociale, ed economico molto difficile, di cui “la politica di crudeltà organizzata” del governo Milei è l’espressione più diretta. A pesare in maniera determinante sulla partecipazione – la più alta degli ultimi anni – è stata tuttavia anche la forte commozione, e rabbia, generata dagli ultimi femminicidi registrati nel Paese. Femminicidi particolarmente efferati ai danni di tre ragazzine, l’ultimo dei quali ha coinvolto una quattordicenne sequestrata, violentata e uccisa nella città di Cordoba, presumibilmente da un uomo già condannato per gli stessi reati. Abbiamo approfondito i contorni della mobilitazione e tracciato il profilo, e il portato, di questa realtà femminista con Alberta Bottini, docente presso l’Universidad Nacional de Quilmes Ascolta o scarica  
June 4, 2026
Radio Onda d`Urto