Sull’idea di socialismo che propone Abdullah OcalanRaccomandiamo la lettura integrale di questo articolo, di cui abbiamo riportato
ampi stralci, dal sito occhisulmondo.info
Ho avuto accesso al messaggio sulla Pace e il Socialismo che l’autore Abdullah
Öcalan ha inviato dall’isola di Imrali, dove sconta pena in carcere dal 1999, e
che è stato letto dall’ex prigioniero politico Veysi Aktaş alla “Conferenza
internazionale sulla pace e la società democratica” che si è tenuta a Istanbul
il 6 e 7 dicembre 2025, organizzata dal Partito per l’uguaglianza dei popoli e
la democrazia. (Qui il link al documento)
Il documento dell’autorevole leader comunista curdo delinea le basi della sua
proposta di Confederalismo Democratico, che si configura come una nuova idea di
socialismo e che tende a contrastare la barbarie della deriva bellicista,
necrofila, suprematista e fascista che il capitalismo neoliberista in crisi
permanente ha assunto formalmente e sostanzialmente dall’inizio del secolo XXI,
dopo essersi imposto, sviluppato e strutturato nell’ultimo quarto del secolo
passato.
A partire dalla mia personale esperienza teorica e pratica da trent’anni, come
attivista nei movimenti eco-politici e di agente in progetti di emancipazione
economica comunitaria autogestionaria in America Latina, specificatamente nello
Stato di Bahia in Brasile, devo confessare con grande umiltà che il messaggio
del compagno Öcalan mi ha profondamente colpito, perché ha fatto risuonare in me
il diapason di tonalità concettuali ben precise, riferite a interpretazioni
storico-antropologiche, ontologiche ed epistemologiche fondamentali, necessarie
a tracciare le basi per la costruzione di un nuovo paradigma, sia ideologico che
bio-sociologico, in grado di superare l’attuale devastante status quo
multisecolare planetario.
Il primo importante richiamo ad un approccio più ampio della critica al
capitalismo sorge squillante quando Öcalan ammonisce a considerarne la fonte
genealogica non nella più recente Rivoluzione Industriale del XVI secolo, ma nel
sistema di civiltà sviluppatosi fin da circa diecimila anni fa in quella che è
considerata la culla dell’insediamento originario della specie Homo Sapiens, che
successivamente è sopravvissuta all’estinzione delle altre quattro o cinque
specie umane scoperte (finora); quella regione che va dal Mediterraneo al Medio
Oriente e alla Bassa Mesopotamia, che è esattamente il passaggio, il centro e la
congiunzione geografica tra i continenti europeo, asiatico e africano, origine
primaria delle specie umane.
Il “sistema di omicidio sociale” – come Öcalan definisce la più grande
controrivoluzione della specie umana perpetrata nei confronti della precedente
civiltà delle comunità claniche – si venne affermando a partire da massicce
migrazioni invasive di popoli cacciatori provenienti da est e nord-est. Sulla
base delle considerazioni espresse nel suo messaggio, credo che Öcalan non possa
non essere stato influenzato dalle teorie e dalle ricerche storiche e
antropologiche della scienziata Riane Eisler, descritte nel saggio “Il calice e
la spada” pubblicato nel 1996 e seguenti. Lavori nei quali l’antropologa ci
propone una teoria alternativa dell’evoluzione culturale sulla base di due
modelli: quello androcratico, violento e autoritario (simboleggiato dalla
spada), aggressivo, e quello mutuale e gilanico (il calice), accogliente,
fondato sulla collaborazione tra i sessi, considerati di pari importanza anche
se con diverso ruolo.
Un approfondito studio accademico e sul campo nel quale – mostrando che la
guerra tra gli uomini e tra i sessi non è determinata divinamente o
biologicamente, e che il modello maschile/androcratico non è l’unica opzione
sociale e culturale a nostra disposizione – l’autrice ha ricercato nel passato,
anche archeologico, gli strumenti per contribuire a disegnare un futuro migliore
e un destino di civiltà di tipo nuovo, che sappia resistere agli integralismi e
alle barbarie, per una convivenza equa e pacifica di etnie e generi.
Di fatto, Riane Eisler dimostra sulla base di ritrovamenti archeologici (dei
quali i primi, risalenti alla civiltà micenea, furono realizzati nell’isola di
Creta), che fino a circa 5/6mila anni prima di Cristo le società mediterranee
erano basate su schemi comunitari matriarcali, pacifici, senza grandi differenze
sociali e sull’adorazione di dee femminili, che erano entità che “davano la
vita” (sulla falsariga della Pachamama – Madre Terra, tipica dei nativi
dell’America del Sud), mentre successivamente sono intervenute contundenti
invasioni di popoli cacciatori e violenti da nord che hanno via via trasformato
le culture di tutti i popoli di quelle regioni, precedentemente pacifici e
cooperanti, in società maschiliste, patriarcali, autoritarie e belliche.
Öcalan esprime gli stessi dubbi che la teoria della Eisler tende a confermare
rispetto al postulato dell’analisi marxiana secondo cui l’eventuale soluzione
della contraddizione fondamentale Capitale/Lavoro sarebbe in grado
automaticamente di esaurire la questione della contraddizione di genere
Uomo/Donna, Maschile/Femminile, e – insieme ad essa presumibilmente – anche
quella etnico-religiosa, tra società organizzate in grandi agglomerati tendenti
alla vocazione competitiva individualistica e votati allo sviluppo esponenziale
infinito e lineare, opposte a comunità meno aggressive, che praticano
aggregazioni comunitarie minori, cicliche e integrate con l’ecosistema.
Un altro passaggio fondamentale del messaggio di Abdullah Öcalan credo sia
quello in cui si suggerisce di superare alcuni eccessi del materialismo
dialettico classico, che percepiscono le contraddizioni come poli opposti
destinati ad annullarsi a vicenda, ed invece intenderle come fenomeni sociali
tendenziali ed evolutivi che si sostengono e si plasmano a vicenda.
Nel suo messaggio Öcalan evidenzia appunto che “la contraddizione deve essere
valutata non con una logica di annientamento, ma attraverso una prospettiva
storica trasformativa”. Vorrei umilmente mettere in risalto che questa postura
metodologica fonda la pedagogia basata sull’imprescindibile trasformazione del
paradigma di potere gerarchico verticale/piramidale e del suo corollario
economico lineare (che produce scarti infiniti che stanno distruggendo
l’ecosistema planetario finito) utilizzato dall’homo sapiens negli ultimi 100
secoli; declinandolo in un nuovo paradigma di condivisione del potere
orizzontale in rete, con la sua corrispettiva attuazione economica circolare,
che invece riproduce il naturale circuito biologico, basandosi sul riciclaggio
della maggior parte della materia trasformata dall’uomo, in modo da ricondurre
l’ineliminabile entropia a parametri sostenibili che ci permettano di affrontare
ulteriori migliaia di anni di possibile salvaguardia della specie umana. […]
Pertanto, in questo nuovo paradigma biologico e comunitario di rete, rivolto a
superare la struttura gerarchica e piramidale delle relazioni sociali e che
garantisce pari dignità a tutti i differenti soggetti (i nodi interdipendenti
della trama), non c’è spazio per l’annientamento dell’avversario dialogico (la
lotta di una classe che abbatte e prende il posto della borghesia). Perché in
una rete, se ne distruggi una parte, sarai comunque costretto a ricucire lo
strappo per evitare che l’intera trama biologica e sociale (della tela della
vita), di cui tutti siamo parte, si disfi. E qui risaltano i concetti
fondamentali del tabù della guerra, della pena di morte, dell’omicidio (e anche
dell’ecocidio) e della vendetta (bandita e sublimata collettivamente in maniera
catartica dall’ancestrale cultura tribale africana); paradossalmente anche nei
confronti del male più doloroso e intollerabile.
Allo stesso modo, in questo nuovo paradigma di relazioni economiche circolari
non c’è spazio per la produzione di beni e strutture che non siano completamente
riutilizzabili e riapprofittabili, una volta che eventualmente esauriscano i
motivi per i quali sono stati realizzati. Nell’economia circolare non sono
previsti scarti e rifiuti, né materiali e né sociali. Tenuto conto che, come
ricorda il botanico Mancuso, nel 2021 per la prima volta dall’inizio dei tempi,
il peso di tutte le costruzioni antropiche inorganiche realizzate (cemento,
asfalto, plastiche, ecc.) ha superato la massa totale delle forme di vita
esistenti sul nostro Pianeta Terra; non è più previsto correre verso il futuro
se non si garantisce la socio-biodiversità. Come in un girotondo di mano data,
in cui si agisce in comune e ci si prende cura di tutti gli elementi e degli
esseri viventi che compongono la rete della totalità dell’ecosistema e della
comunità. […]
Anche la critica all’imprescindibile centralità dello Stato-Nazione da parte di
Öcalan nel suo messaggio è sicuramente un chiaro segnale della comprensione
maturata in anni di esperienza rispetto alla gestione del potere a livello
locale, poiché se essa non è distribuita capillarmente ai soggetti coinvolti in
prima persona, non potrà mai raggiungere l’obiettivo di soddisfare adeguatamente
la maggioranza del popolo. Quando il potere si esercita attraverso la delega
esclusivamente in luoghi distanti, nella capitale e nelle metropoli dello
Stato-Nazione, spesso non riesce ad interpretare e a determinare le politiche
pubbliche appropriate di cui una specifica realtà locale ha veramente bisogno.
Il concetto chiave quindi per una concreta strategia rivoluzionaria è il
coinvolgimento popolare, cosciente e competente – espresso a livello
comunitario, nella partecipazione collettiva confederata.
Le grandi infrastrutture ed i servizi universali fondamentali come la fornitura
dell’acqua, dell’elettricità, dei mezzi di comunicazione, dei trasporti, della
sanità, dell’istruzione e della formazione permanente, della previdenza sociale,
della sicurezza pubblica, della giustizia, della ricreazione e dello sport,
della nettezza urbana e delle acque reflue, possono e debbono essere di
proprietà pubblica statale e non privata. Ma non basta. Per non ingessare il
tutto in una pachidermica burocrazia centralizzata, la loro gestione deve essere
partecipata da un segmento significativo della società civile, dai propri utenti
di tali servizi, dalle persone impegnate nelle organizzazioni dei movimenti
popolari a livello comunitario ed in genere dai principali attori
politico-economici attuanti nella comunità ad ogni livello; altrimenti – quando
gestite esclusivamente dallo Stato-Nazione centrale – finiscono per riprodurre
fatalmente i ricorrenti problemi legati al clientelismo, al nepotismo, alla
corruzione, alle disfunzioni o all’abbandono della cosa pubblica.
I sociologi calcolano che circa il 20% della popolazione in media nel mondo si
occupi di politica e di problemi sociali. Una società effettivamente
democratica, emancipata e avviata verso la costruzione del socialismo ha l’onere
di ampliare costantemente questa percentuale, coinvolgendo settori sempre più
ampi di cittadini e di persone che assumano ruoli di partecipazione nella
gestione e definizione delle politiche pubbliche ed in generale che si occupino
di politica. È necessario che il potere sia condiviso, che passi dall’essere
oligarchico (qualsiasi partito, gruppo sociale o classe lo egemonizzi) ad
un’ampiezza che si approssimi alla maggioranza della società. Solo così ha senso
(e futuro) il nuovo socialismo e solo così esso potrà essere preservato da
eventuali controrivoluzioni e restaurazioni.
Naturalmente, per poter svolgere il proprio ruolo partecipativo, la popolazione
deve poter acquisire coscienza e competenza. Coscienza, per non essere alienati
e cooptati dalle pseudo-culture individualistiche, come ad esempio il
consumismo, il narcisismo mediatico e la chimera dell’affermazione egoica
attraverso l’imperativo delle prestazioni, che troncano l’auspicato passaggio
esistenziale dall’Io al Noi attraverso l’empatia con l’altro da sé. Competenza,
per poter esercitare adeguatamente il proprio potere di suggerimento,
progettazione, decisione, accompagnamento e controllo delle politiche pubbliche
messe in atto nella propria comunità di appartenenza e, per raggiungere tale
obiettivo, possedere gli strumenti che permettano ai cittadini di saperle
scegliere, approvare e difendere. E questo ovviamente postula la necessità di
destinare parte significativa delle risorse pubbliche ad attività di formazione
permanente durante tutto il percorso di vita delle persone.
Un contributo in tal senso si trova anche nel “Saggio sul socialismo”
ripubblicato aggiornato dal politico brasiliano Tarso Genro nel 2021, nel quale
si riconosce come la vecchia identità operaia sia andata diluendosi, nella
modernità industriale, in una accentuata frammentazione della struttura di
classe tradizionale. E quindi, “per ricostruire il nuovo soggetto, prima ancora
dell’ammodernato progetto socialista stesso, è necessaria una nuova vita
pubblica organica, affinché la maggioranza dei lavoratori inizi a condividere
nuove identità in un nuovo modo di convivenza, al di fuori della logica del
mercato capitalista. E questa condivisione deve essere necessariamente
transterritoriale, di genere, culturale e multilingue. Si tratta della creazione
di un movimento politico che contenga i germi di un nuovo modo di vivere, alla
ricerca di nuove forme di articolazione economica, a partire da un programma
minimo in cui le attività produttive – sociali e culturali – contribuiscano ad
implementare una nuova esistenza in comune, nuove relazioni e nuovi modi di
produrre, sia cibo sano che beni di base dell’industria necessari per una vita
dignitosa”.
Tali suggerimenti e proposte vengono concretizzandosi oggi in varie parti del
mondo attraverso lo sviluppo di relazioni sociali e di lavoro in forma
associativa e cooperativistica, alimentando il peculiare settore della “Economia
Solidale” e della finanza etica. Questo specifico ambito di attuazione stimola
altresì la necessità di avanzare nella sperimentazione di pratiche che
contribuiscano a sviluppare forme sempre più efficienti di auto-organizzazione,
che vengono portate avanti in varie esperienze concrete di comunità autogestite,
come quelle dei zapatisti del Chiapas, dei curdi a Kobane, delle Comunas in
Venezuela, dei Comitati di Difesa della Rivoluzione a Cuba o nelle scuole e
cooperative agroecologiche dei Sem Terra brasiliani, maggiori produttori di riso
bio del mondo.
Come credo desideri suggerire Öcalan, le esperienze e le prerogative su
menzionate sono le basi del paradigma comunitario democratico confederale, che
potrà contribuire a farci superare lo stadio obsoleto degli Stati-Nazione verso
forme di convivenza sociale e politica molto più avanzate ed emancipate, che
possano permettere la sperimentazione di forme concrete di pace e socialismo e
che ci distanzino anche culturalmente dalla fase delle rivoluzioni annientatrici
ottocento e novecentesche, per transitare verso processi permanenti, ampiamente
inclusivi e partecipati, di co-evoluzione che coinvolgano il più possibile delle
socio-biodiversità in reti orizzontali e non gerarchiche. […]
Redazione Italia