In mezzo alla devastazione del Venezuela

Comune-info - Monday, June 29, 2026
unsplash.com

«Sono qui per salvare una vita». In mezzo alla devastazione del terremoto in Venezuela, un volontario italiano pronuncia queste parole con una semplicità disarmante. Non sono una dichiarazione eroica. Sono il motivo per cui è lì. Fanno pensare che forse tutta la nostra esistenza potrebbe essere racchiusa in quella domanda. Per che cosa siamo qui? Per vincere? Per prevalere? Per avere ragione? Per umiliare chi la pensa diversamente? Oppure siamo qui per salvare una vita?

Viviamo in un tempo in cui la guerra e la prevaricazione sembrano attraversare ogni cosa. Ci sono le guerre combattute con le armi, che distruggono città e spezzano esistenze. Ma c’è anche la guerra che abita il nostro quotidiano: la parola che invece di chiedere accusa, lo sguardo che invece di riconoscere giudica. Per questo le parole di Ingeborg Bachmann continuano a interrogarci: «La guerra non viene più dichiarata, ma proseguita». Lei stessa, uscita devastata dal trauma e dalle macerie del Novecento, aveva capito che la guerra si annida innanzitutto nelle parole che usiamo, nella contaminazione delle relazioni quotidiane. Per riemergere da quell’abisso, ci ha ammoniti sulla necessità di «cercare un nuovo linguaggio», una lingua pulita che non sia complice della violenza o dell’indifferenza. Perché la guerra continua ogni volta che usiamo parole come pietre, ogni volta che scegliamo l’aggressione invece dell’ascolto, il disprezzo invece del rispetto, la forza invece della cura.

Ma se la guerra continua, può continuare anche la pace. La pace si rifonda proprio a partire da quel linguaggio nuovo, fatto di cura e di prossimità. Continua ogni volta che una mano si tende verso un’altra mano. Continua quando un insegnante non rinuncia a credere in un ragazzo, quando un medico resta accanto a un paziente oltre l’orario del turno, quando un volontario attraversa il fango per raggiungere chi è rimasto solo sotto le macerie. E forse questa responsabilità riguarda ognuno di noi.

Perché salvare una vita non significa soltanto sottrarre qualcuno alla morte. Significa impedire che una persona perda la speranza, la dignità, la fiducia. Significa custodire ciò che rende umano il mondo e, al tempo stesso, salvare qualcosa dentro di noi: la capacità di commuoverci, di indignarci, di avere compassione.

Per questo le cronache, che ogni giorno raccontano — e devono raccontare — chi distrugge, dovrebbero raccontare con la stessa ostinazione chi salva. Non per bilanciare la bilancia del male con quella del bene, ma perché ogni volta che ci abituiamo alla sofferenza degli altri senza più nominare chi la combatte, una parte della nostra stessa umanità si spegne insieme a quella di chi soffre. Il mondo resiste grazie a chi, lontano dai riflettori, sceglie ogni giorno di prendersi cura della vita.

La risposta più potente all’oscurità del nostro tempo non sta in un discorso solenne o in un’astrazione filosofica. Sta nella scelta quotidiana di ripulire lo sguardo e la parola. Nella decisione, ogni mattina, di poter dire a qualcuno, con i gesti prima ancora che con la voce, la frase elementare di quell’uomo tra le macerie, la sola capace di dare un senso al nostro essere qui: «Sono qui per salvare una vita».

L'articolo In mezzo alla devastazione del Venezuela proviene da Comune-info.