Narrazioni locali e grandi narrazioni collettiveFARE UN FESTIVAL DI LETTERATURA IN UNA ZONA INDUSTRIALE INSIEME A UN GRUPPO DI
OPERAI LICENZIATI SIGNIFICA NON SOLO ROMPERE LA GABBIA PER CUI LETTERATURA È UNA
QUESTIONE RISERVATA AD ESPERTI, MA DIMOSTRARE CHE UNA SINGOLA LOTTA LOCALE
OPERAIA, QUELLA DEL COLLETTIVO EX GKN DI FIRENZE, PUÒ CONTRIBUIRE IN REALTÀ A
COSTRUIRE UN’ALTRA IDEA DI SOCIETÀ. IL PROGETTO DI REINDUSTRIALIZZAZIONE DELLO
STABILIMENTO PER LA PRODUZIONE DI PANNELLI SOLARI E CARGO BIKE E LA CAMPAGNA DI
AZIONARIATO POPOLARE DIVENTANO COSÌ LE CHIAVI CON LE QUALI TENERE INSIEME LOTTA,
RESISTENZA E CURA
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Foto Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze
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Ho scritto un libro in cui cerco di tenere insieme, mostrandone l’intrinseco
legame, tre fondamentali momenti esistenzial-politici, spesso vissuti ciascuno
per conto suo: resistenza, lotta e cura. Al Festival della letteratura working
class organizzato dal Collettivo operai ex GKN, fra venerdì 10 e domenica 12
aprile, imperniato sull’importanza politica della narrazione, ho potuto
assistere – soltanto assistere, purtroppo – a un incontro in cui i tre momenti
erano, invece, fusi.
Quest’incontro rimanda a una storia, iniziata quasi cinque anni or sono, che
cerca vivamente di proiettarsi verso un difficile futuro. Il tema fondamentale
è: politica e narrazione. È necessario ridare alle parole politica e narrazione
il loro significato storicamente profondo. Politica vuol dire vita vissuta
consapevolmente, quindi non “privatamente”, non “individualmente”, non subita ma
agita nella costruzione di una polis, di una società basata sulla comunità. La
narrazione invece è ciò che stabilisce un rapporto con il tempo storico in cui
si manifesta come la singolarità ineffabile propria di ciascun essere umano, ne
riveli l’intrinseca condizione relazionale ed è quindi alla base della
dimensione collettiva. Narrare, infatti, è cercare sé stessi nell’altro
rivolgendoci a tutti mediante la lingua che riceviamo nascendo: agire la
consapevolezza che il “sé” – l’autocoscienza che caratterizza l’umano – ci viene
dall’altro – l’autocoscienza è relazione. Narrare è dare forma a emozioni che
non sono mai individuali ma tramandate e ricevute in un contesto di collettività
storica.
L’azione politica implica sempre una narrazione: una visione temporale il più
possibile ampia e articolata di una condizione storica. Pensiamo all’importanza
della narrazione marxiana.
Nel tempo storico in cui ci troviamo a vivere, il passaggio chiave mi appare il
costruire narrazioni che nascano da situazioni locali, cioè concrete,
sperimentate, vissute, ma che, insieme, tendano a convergere in una grande
narrazione collettiva, non soltanto calata dal genio di qualcuno, ma sempre
anche e soprattutto raccordo, collegamento, sintesi di molteplici narrazioni
locali già originalmente – anche inconsapevolmente – tese verso un’unità che non
è un ideale, ma è implicita nella condizione relazionale della vita umana.
Ogni gruppo locale teso a occuparsi di problemi collettivi può – anzi dovrebbe –
evolvere verso più ampie forme collettive perché ogni situazione locale dipende
in toto da un più ampio contesto: sta anche qui il passaggio dall’azione
umanitaria all’azione politica. Ma questo più ampio contesto non è, non può
essere, soltanto e soprattutto calato dall’alto. Deve essere scoperto e
costruito dal basso e allora soltanto può incontrare una riflessione più
complessa e farla propria.
Non esistono problemi esistenziali che non siano collettivi, perché l’individuo
è un costrutto storico, una costruzione di potere per controllare meglio
l’insieme sociale. La gabbia dell’individuo, in cui siamo tutti imprigionati, è
il miglior sistema di controllo sociale mai inventato, ma oggi comincia a
manifestarsi il clinamen omicida e biocida di tale invenzione storica.
L’esperienza del Collettivo operaio ex GKN di Firenze, in tempi in cui la classe
operaia non è più un formidabile motore di cambiamento storico, è un tentativo
straordinario di fare di un singolo episodio di lotta operaia un centro di
costruzione sociale dal basso, con diverse modalità di azione intrinsecamente
complementari: che vanno dall’occupazione della fabbrica alla proposta veramente
sovversiva di una fabbrica alternativa basata su un azionariato popolare che
produca beni utili socialmente e non solo al profitto – una fabbrica quindi
senza padrone, ma attiva sulla base di un interesse sociale – passando per la
costruzione di relazioni con situazioni politiche significative in Italia e
altrove, fino all’elaborazione culturale di cui i festival finora organizzati
sono un notevole esempio.
Questo gruppo di operai – alquanto diminuito, ovviamente, in quasi cinque anni
di lotta, resistenza e (mi viene spontaneamente da aggiungere) di cura – ha
avuto appunto la capacità di trasformare un brutale licenziamento in un processo
di trasformazione sociale, creando un rapporto fra le lotte operaie “classiche”
e la situazione storica attuale così radicalmente diversa.
Un festival di Letteratura e classe operaia vuol dire che un gruppo di operai si
riconosce come frazione di una classe operaia che trascende storicamente se
stessa, nei suoi limiti di tipo sindacale e occidentale, unendo la tradizione
della lotta di classe a un progetto di trasformazione sociale che è, insieme,
necessariamente locale e originariamente proiettato verso un progetto
complessivo di trasformazione sociale, ispirandosi a molteplici riferimenti,
anche extraeuropei ed extra occidentali, sudamericani, palestinesi.
Per indicarne i temi fondamentali, la cosa migliore è leggere insieme il
programma del festival. Un passaggio essenziale è indicato con due titoli: La
transizione della working class nella forma romanzo e La transizione dalla
working alla caring class nel racconto italiano. Penso che sia molto originale
il concetto di transizione della classe operaia nella forma romanzo e nel
racconto: la narrazione letteraria qui è intesa come una forma di lotta che è
insieme un’invenzione di scrittura, ovvero una forma creativa di comunicazione e
di costruzione culturale. La letteratura è agita non come questione di esperti,
di talenti individuali, ma come modalità di comunicazione-trasformazione
sociale. La condizione sociale implica una capacità narrativa che non deve
essere solo di pochi e del sistema di potere: anche una legge è una narrazione,
la narrazione del potere.
Originalissimo il concetto di caring class che in questo agire nasce: classe che
si cura non solo di sé, dei suoi interessi di tipo sindacale, ma che utilizza le
possibilità che le vengono da una tradizione storica di lotta, di organizzazione
legata alla condizione di fabbrica, per affrontare l’interesse collettivo,
interloquendo radicalmente con altre forme di autorganizzazione sociale. La cura
tende a diventare forma di organizzazione sociale nella convinzione implicita
che una società è fondata nella cura reciproca.
Altro tema fondamentale, il rapporto con culture extraeuropee. La poesia
pakistana attraverso le lotte sociali e, passaggio oggi veramente radicale, la
letteratura palestinese dal fiume al mare: da cui si coglie con particolare
forza il carattere attivo, trasformativo, radicalmente politico, della
letteratura, evidentissima nell’esemplare caso palestinese, oggi spinto a un
livello estremo. La questione palestinese è esemplare anche per questo. E
ancora: Il viaggio nel tempo della working class sudamericana con gli interventi
di un notissimo scrittore sudamericano, Paco Ignacio Taibo II, autore anche di
biografie di Pancho Villa e Che Guevara, radicato quindi nella storia sovversiva
del Sudamerica, insieme a uno scrittore e sindacalista argentino, Kike Ferrari,
rimpatriato forzosamente dagli Usa, che campa come addetto alle pulizie nella
metropolitana di Buenos Aires e che, di notte, si dedica alla scrittura. E,
passando a un’altra area cultural-politica fondamentale, Le autobiografie delle
transfughe di classe femministe: l’autobiografia come forma di lotta e di
creatività esemplarmente femminista.
La visione della lotta si trasforma, perdendo il suo carattere di mera
contrapposizione, diventa creativa, cioè produce nuove forme d’esistenza
singolari e, quindi, collettive, trasforma non solo chi lotta ma, nel farlo,
costruisce pezzi di società alternativa in atto: è, contemporaneamente, lotta,
resistenza e cura.
Un altro passaggio fondamentale: Scrivere in transito fra le generazioni, con i
ragazz* del progetto Porto delle storie – laboratorio di scrittura per
adolescenti – e i rappresentanti di altre situazioni giovanili in cui la
scrittura esprime e interferisce con condizioni sociali giovanili
particolarmente difficili, come quelle indicate con il termine gergale
“maranza”. Quest’ultimo incontro vuol porre l’attenzione sulla fondamentale
possibilità per un giovane e un giovanissimo di raccontare la propria storia:
“che cosa per i giovani vuol dire futuro”, che cosa vuol dire “aver voglia di
futuro”, domande che è dir poco definire fondamentali oggi, quando il rapporto
fra le generazioni è interrotto nel tempo del genocidio pubblico di Gaza, nel
tempo dell’eliminazione di ogni vigenza internazionale di qualche forma di
diritto, nel tempo dell’aggravamento inesorabile di ciò che banalmente si
definisce come “crisi ambientale”. Un ragazzo racconta: “non sapevo cosa
scrivere all’inizio, proprio zero”. Un altro alla domanda: come avviene che uno
racconti la sua storia? risponde “non lo so”. Un altro ancora afferma che “il
titolo è la cosa che si vede subito in un racconto”. C’è chi si ispira a testi
diffusi, come Il signore degli anelli e chi afferma invece che “devi sapere di
che cosa vuoi parlare” e chi ancora nota l’importanza dell’amicizia per fugare
il vuoto del futuro.
La scrittura, dunque, come rapporto fondamentale con il futuro: capacità di
tessere lo scorrere inesorabile del tempo, immaginando costruttivamente il
futuro, non con rappresentazioni “private”, bensì nella
comunicazione-con-gli-altri-nel-contesto-sociale.
La scrittura è sempre stata anche fondamentale strumento di potere, ma può
dunque diventare cammino di liberazione, ovvero di lotta, resistenza e cura
dell’altro e quindi di sé.
Importante anche il riferimento alle lotte dei portuali e, in generale, contro
la guerra, nel titolo: Transizioni contro il riarmo. In mare come in terra. E
ancora: significativa, per la possibilità di tessere relazioni europee, la
presenza di un attivista svedese e di uno finlandese impegnati nei loro paesi
nell’organizzazione di analoghi incontri pubblici volti a costruire un legame
intrinseco fra condizione operaia e letteratura.
Infine, senza elencare tutti gli incontri, cito quello finale – in cui parla
anche un rappresentante della Global Sumud Flottilla e Luciana Castellina.
Conclude Dario Salvetti a nome del Collettivo operaio ex GKN che affronta tutta
la complessa, difficile e dolorosa problematica di quasi cinque anni di lotta,
ora in grave difficoltà nell’indispensabile raccolta di fondi per l’innovativo
progetto di fabbrica sociale, che l’indifferenza più che l’aperta ostilità della
Regione Toscana tende a far naufragare. Salvetti chiude con un’affermazione di
continuità nella resistenza del Collettivo operaio nei termini di un progetto
più ridotto, adeguato alle disponibilità finanziarie effettive, che non è una
resa ma una continuazione nel difficile cammino di un’azione costruttiva di
lotta, resistenza e cura.
Vanno ricordati gli interventi, al termine di ogni sessione, sotto il titolo di
“L’elefante nella stanza“, che sono l’irruzione nel festival di azioni politiche
in atto che comprendono una vastissima serie di problematiche politico-sociali:
dal Movimento No tav della Val di Susa alla Brigata Basaglia che si occupa di
cura in determinati contesti di sofferenza, compreso quello dei lavoratori ex
GKN, all’intervento di un migrante africano del Sud Italia, portavoce del
Movimento Right to be di Palermo , di Non una di meno, dei Portuali di Livorno
contro l’industria bellica e altri ancora.
Tutti colgono situazioni esemplari che tengono insieme i tre momenti
fondamentali dell’impegno politico – lotta, resistenza e cura – agito come
impegno di vita e dell’impegno di vita vissuto come impegno politico. La vita o
è politica o è sopravvivenza. La politica o è vita o diventa necessariamente
ricerca di potere.
Nel tardo pomeriggio di sabato, si è svolta a Campi Bisenzio anche una
manifestazione con alcune migliaia di persone, organizzata dal Festival con il
chiaro intento di manifestare, appunto, l’unità di forme diverse di azione,
tradizionalmente separate, ma invece intrinsecamente complementari e quindi
parte integrante di un unico modo di vita che si deve chiama correntemente
politica: esistere in una polis lanciata necessariamente verso il futuro, ma già
in atto qui ora.
Questi rapidi accenni e spunti riflessivi sorti dentro un’esperienza molto
significativa mi rimandano con forza, dunque, al mio tentativo di elaborazione
dell’esperienza con i profughi della Rotta Balcanica (a Trieste) nel libro Per
un comunismo della cura della cui problematica la vicenda del collettivo operaio
ex GKN mi sembra un tentativo di sperimentazione. Molto significativo in questa
vicenda è il suo sorgere da un concretissimo episodio di conflitto fra una
proprietà invisibile, tipica dell’oggi, come un Fondo d’investimenti, e alcune
centinaia di operai, licenziati con una mail, che, invece di cadere
nell’individualismo dei “fatti miei”, si sono occupati dei fatti collettivi,
pagando duri prezzi esistenziali, ma, pur alquanto ridotti di numero, ancora in
grado di immaginare ed elaborare una visione e un’azione politiche capace di
organizzare anche incontri come i Festival della letteratura working class.
Questo collettivo operaio è riuscito a fare della working class una caring
class: un’esperienza fondamentale. Anzi, ancora di più: un’esperienza
necessaria.
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