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Obiezione totale e collettiva
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Se la guerra viene normalizzata e perfino i luoghi del sapere trasformati per accogliere le forza armate allora la protesta contro il ritorno della leva militare nei paesi europei, a cominciare dall’Italia, può diventare un fiume di obiezione non solo individuale – in un paese dove gli obiettori di coscienza al servizio militare dagli Settanta al 2000 sono stati quasi un milione – ma collettivo, totale e profondamente politico. Lo sostiene l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università che ha promosso in questi giorni un “Manifesto di resistenza” costruito intorno a cinque punti. Nel Manifesto, tra l’altro, si legge: “Invitiamo a mettere in atto azioni di disobbedienza civile contro tutte le misure adottate dal Governo del nostro Paese e dalle altre istituzioni nazionali ed europee per militarizzare la società, incluso il ritorno della leva obbligatoria in qualsiasi forma (mini-leve, giornate sulle forze armate, questionari, visite mediche, settimane di esercitazioni, servizio civile finalizzato allo sforzo bellico etc.) e diciamo no alla schedatura di massa dei ragazzi e delle ragazze…”. Manifesto di resistenzaDownload -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI PASQUALE PUGLIESE: > Il nostro rifiuto della chiamata alle armi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Obiezione totale e collettiva proviene da Comune-info.
May 28, 2026
Comune-info
Mirella, San Ghetto e le istituzioni
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- C’è voluto il ventesimo movimento di “ARREVUOTO” perché Mirella La Magna, cofondatrice del GRIDAS (Gruppo risveglio dal sonno) e memoria storica del quartiere Scampia, martoriata periferia nord di Napoli, incontrasse finalmente il sindaco di Napoli. Per intercessione di San Ghetto Martire, alias Salvatore Serpico.  Il sindaco, ovviamente, era fittizio: il bravissimo Noe Esposito, del gruppo dell’associazione Quartieri Spagnoli, in scena per la prima volta quest’anno e che gentilmente si è prestato per le foto a fine spettacolo scattate oculatamente da Rossella Grasso che la vicenda giudiziaria del GRIDAS la segue da sempre e di Mirella è intervistatrice fedele da oltre 10 anni.  Nel cortometraggio ironico ideato e diretto da Salvatore Polizzi dell’Associazione “PensareFare” lanciato a supporto del GRIDAS mentre si attendeva la sentenza civile, Salvatore Serpico ha interpretato in modo strabiliante il Santo Protettore delle Periferie, accompagnato da una strepitosa Fatima Villani nelle vesti di Soccàvola, Santa irriverente della martoriata periferia di Soccavo e nipote di San Ghetto Martire. Il cortometraggio, ispirato alla celebre scena della lettera di Totò e Peppino, ricalcava la richiesta di un incontro inviata da Mirella, responsabile del GRIDAS, al sindaco di Napoli tuttora rimasta senza risposta da ormai oltre quattro anni.  Stessa sorte, il silenzio totale, grava sulla analoga richiesta di incontro inviata al presidente della Regione Campania, Roberto Fico, dopo la sentenza di sgombero ricevuta dal GRIDAS a novembre 2025.  Richiesta via per di dicembre, cui è seguita una lettera aperta consegnata a mano dal nostro Santo di cartapesta con la Santa Sede Sotto Sfratto nel corso del partecipato presidio-processione del 16 aprile scorso. “Processione” ironica, ma lettera serissima, peraltro fatta protocollare e inviata anche via pec alla Regione Campania, come via pec sono state inviate lettere “ufficiali” al sindaco di Napoli. Ironica la lettera, scritta rigorosamente a mano e come tale consegnata agli uscieri del Palazzo San Giacomo nelle scene, del tutto reali e improvvisate, che chiudono il corto di Polizzi liberamente disponibile su YouTube. Errore nostro non far protocollare anche quella lettera, non che l’azione faccia la differenza, dati i risultati.  Con l’ironia si strappa un sorriso, si fanno taglienti battute, ma si denunciano fatti ben reali.  È lo stile che contraddistingue il GRIDAS da quasi 50 anni. È lo stile, che adoriamo, di “ARREVUOTO”. “ARREVUOTO” è teatro, finzione, ma con i piedi ben ancorati nella realtà, irriverente nello sbugiardare i “colpevoli” e le loro malefatte, ma ben concreto nel riconoscere il valore di azioni e persone e nel trasmettere messaggi profondamente sensati.  Di anno in anno abbiamo visto crescere questa “compagnia”, che muta di volta in volta, di movimento in movimento, unendo persone di ogni età, ceto, etnia, provenienza sociale e culturale e portando in scena, ogni anno, un centinaio di attori e attrici che mettono in gioco il proprio talento in una carica di energia propositiva e con trovate sceniche e di trama che hanno del geniale, sotto la regia di Maurizio Braucci e di uno stuolo di guide, artisti, musicisti che si fanno interscambiabili in un tutt’uno che crea un risultato ogni anno sorprendente.  Quest’anno, per il ventesimo anno in scena, è stata tirata in ballo anche Mirella.  E lei si è “prestata”, con entusiasmo. Non ha voluto sapere oltre, “se di sorpresa si deve trattare..”, come sempre “basta che mi vengono a prendere e mi accompagnano dove devo andare..”. L’irriverenza si è fatta ascolto, con riverenza e attenzione, al momento della sua chiamata in causa, con gli attori di ogni età in sintonia con la sua improvvisazione, perché di quello si è trattato entrambe le serate. Ne è seguita un’ovazione finale.  “ARREVUOTO” riconosce l’importanza di radici, luoghi, contesti e persone: è finzione con i piedi ben saldi nella realtà.  Cosa che non fanno, ahimè, i nostri “cari” governanti, discosti anni luce dalla realtà e dalla vita reale.  Altro che alieni! Nell’osservare il “Sindaco di Napoli” che provava a svignarsela sul palco, sfuggendo alle proprie responsabilità, nell’osservare la devozione con cui la compagnia si è fermata per accogliere Mirella e ascoltare le sue parole, mai fuori luogo, mai disconnesse dal senso globale, mi è venuto da pensare, ancora e ancora e ancora, che sono proprio inqualificabili questi “governanti” che si privano, loro per primi, del piacere e dell’arricchimento culturale e umano che ne trarrebbero dall’incontrare e ascoltare Mirella. E non parlo in quanto figlia di Mirella e Felice Pignataro, ma in quanto parte di quel tutt’uno che tramanda e porta avanti le storie, la storia, di un quartiere, di una comunità, di una società fatta di legami, relazioni, connessioni concrete che in un modo o nell’altro avanzano.  È un vero peccato che i governanti se ne tengano fuori, “al di sopra”, forse, sicuramente sconnessi e per questo privi di fondamento. Sono loro, in effetti, che stanno rovinando la società, mentre vista da quaggiù, la terra è bellissima, con i piedi ben saldi nella realtà e le connessioni positive che avanzano e si diramano in maniera contagiosa. Al momento non sappiamo come finirà questa storia, ma è parte di un unicuum e sono in tanti, da ogni luogo, ogni provenienza, ogni galassia, o meglio intergalaksia, a esserci accanto e a mantenerci in piedi, sicché “siamo sempre in movimento e in attività allora il primo cambiamento è avvenuto già”*.  All’insaputa di chi si illude di “governarci”.  La citazione finale è dal brano “Social Carnaval” di Bandarotta Bagnoli – Tradizione e Rivoluzione a Tamburo Battente, feat “La Mescla”. Anno 2017. Un’altra sorpresa, con una dedica a Felice Pignataro e al GRIDAS, che arrivò mentre avevamo concluso il film realizzato dal basso “Scampia Felix”. Il brano lo abbiamo tenuto da conto e inserito nel recente film autoprodotto “Napoli Felix”.  Non a caso Mirella la prima sera in scena con “Arrevuoto” indossava la maglietta di “Scampia Felix”, mentre la seconda sera la maglietta di “Mare Libero Napoli”, legato a filo doppio a Bagnoli. Siamo tutti interconnessi. Con l’immancabile spilla-anguria per la Palestina. -------------------------------------------------------------------------------- Di seguito qualche link di approfondimento: * L’intera vicenda giudiziaria del GRIDAS * Il cortometraggio “San Ghetto e Soccàvola al sindaco Manfredi” (28/6/2025): * Lettera aperta al presidente della Regione Campania, Roberto Fico (16/4/2026) * Lettera aperta di San Ghetto Martire al sindaco Manfredi (1/5/2022) * Brano “SOCIAL CARNAVAL’ de La Bandarotta Bagnoli feat. La Mescla: * Film “Scampia Felix” di Francesco Di Martino e del GRIDAS * Film “Napoli Felix” del GRIDAS, per la regia di Alessia Maturi e Maria Reitano: * Arrevuoto – associazione di teatro e pedagogia: > Home -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Mirella, San Ghetto e le istituzioni proviene da Comune-info.
May 26, 2026
Comune-info
Città. Quale cambiamento?
COSA SONO OGGI LE CITTÀ? COME RIPENSARE IL RAPPORTO TRA CENTRI URBANI E ZONE RURALI? QUALI ESPERIENZE SULL’ABITARE APRONO ORIZZONTI NUOVI? COME POSSIAMO ORGANIZZARE UNA CITTÀ DIVERSA ATTRAVERSO POLITICHE E SCELTE INDIVIDUALI E COLLETTIVE CHE RIGUARDANO IL CIBO E IL CLIMA? QUAL POTREBBE ESSERE SU QUESTI TEMI IL RUOLO DEI COMITATI DI QUARTIERE? ESISTONO INIZIATIVE ENERGETICHE COMUNITARIE ETICHE PER LA PRODUZIONE E IL CONSUMO DI ENERGIA? QUALI MODALITÀ DIVERSE DI GESTIONE DI SPAZI PUBBLICI DELLE CITTÀ, TRA MUTUALISMO E SOLIDARIETÀ, SONO OGGI PRATICABILI? QUESTE ALCUNE DOMANDE INTORNO ALLE QUALI È STATA PROMOSSA DAL 21 AL 24 MAGGIO, A TORINO, LA SCUOLA DI POLITICHE “CITTÀ OLTRE LA CRESCITA”, ORGANIZZATA – CON L’INTERVENTO DI AUTOREVOLI OSPITI – DA BENVENUTI IN ITALIA, MOVIMENTO PER LA DECRESCITA FELICE, COLLETTIVO NUMEGA, E CHE HA COINVOLTO NUMEROSI GIOVANI PARTECIPANTI TRA LEZIONI E RIELABORAZIONI IN PICCOLI GRUPPI. APPUNTI DAL DIARIO DELLA SCUOLA Foto Fondazione Benvenuti Italia -------------------------------------------------------------------------------- Giovedì 21 maggio Il 21 maggio al Kontiki Torino abbiamo inaugurato la Scuola di Politiche “Città Oltre la Crescita” (21-24 maggio) organizzata a Torino da Benvenuti in Italia, Movimento per la Decrescita Felice, collettivo Numega, con l’incontro “Le città possibili”. Abbiamo scelto di organizzare la seconda edizione della 𝐒𝐜𝐮𝐨𝐥𝐚 𝐝𝐢 𝐏𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 per continuare il percorso iniziato lo scorso anno, rafforzare la rete decrescentista con sempre più realtà e attivistɜ, scoprire pratiche esistenti per un mondo possibile: l’incontro si è aperto con le parole di 𝐌𝐚𝐮𝐫𝐨 𝐁𝐞𝐚𝐧𝐨, presidente di Benvenuti in Italia. L’evento 𝐋𝐞 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚̀ 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢, con la moderazione di 𝐊𝐚𝐫𝐥 𝐊𝐫𝐚̈𝐡𝐦𝐞𝐫, Università di Torino e co-presidente di Movimento per la Decrescita Felice, ha affrontato diversi aspetti delle città, della decrescita e di possibilità alternative insieme ad 𝐀𝐧𝐧𝐚 𝐏𝐚𝐠𝐚𝐧𝐢, King’s College di Londra, 𝐁𝐚𝐫𝐛𝐚𝐫𝐚 𝐏𝐢𝐳𝐳𝐨, Università La Sapienza e Donatella Gasparro, Scuola Normale Superiore di Firenze. Cosa sono oggi le città? Sono ancora i centri urbani cuore di scambi e commercio, oppure il loro metabolismo risponde unicamente al capitalismo e alle loghiche della crescita infinita? A partire da questa domanda, lɜ ospiti si sono susseguitɜ dialogando di crescita e PIL nella città, oggi esempi primi di consumismo ed estrazione di rendita ma anche luoghi ancora da sognare e plasmare, del rapporto tra centri urbani e zone rurali, spesso svuotate in favore delle città anche a causa dell’assenza di servizi pubblici adeguati, e delle alleanze trasversali possibili e necessarie per restituire potere allɜ cittadinɜ, a partire dalle comunità locali. -------------------------------------------------------------------------------- Venerdì 22 maggio Dopo l’accoglienza dellɜ partecipanti e un momento di conoscenza e scambio realizzato grazie al gruppo cura della Scuola, questa mattina abbiamo iniziato a ragionare partendo da un tema essenziale per i centri urbani e per Torino, la città dove si svolge la nostra Scuola: l’𝐚𝐛𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞. Grazie allɜ ospiti 𝐀𝐧𝐧𝐚 𝐏𝐚𝐠𝐚𝐧𝐢, Senior Lecturer Dipartimento di Ingegneria del King’s College London, 𝐌𝐚𝐫𝐚 𝐅𝐞𝐫𝐫𝐞𝐫𝐢, Senior Researcher presso il Politecnico di Torino e 𝐊𝐚𝐫𝐥 𝐊𝐫𝐚̈𝐡𝐦𝐞𝐫, Ricercatore presso l’Università di Torino, siamo statɜ guidatɜ nel panel “Abitare la città” muovendo dalle quattro proposte evidenziate nel “Manifesto per l’abitare nella post-crescita”: 𝑠𝑣𝑜𝑙𝑡𝑎 𝑖𝑑𝑒𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑐𝑎, 𝑑𝑒𝑚𝑒𝑟𝑐𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑟𝑒𝑑𝑖𝑠𝑡𝑟𝑖𝑏𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑎𝑚𝑝𝑙𝑖𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑜 𝑠𝑔𝑢𝑎𝑟𝑑𝑜. 𝐒𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐢𝐝𝐞𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐚, per cambiare i nostri immaginari e darci il permesso di pensare la casa come un luogo di convivialità e giustizia 𝐃𝐞𝐦𝐞𝐫𝐜𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, per distinguere tra la proprietà del terreno e quella degli edifici, magari pensando alla proprietà collettiva e alla co-gestione come alternative possibili. 𝐑𝐞𝐝𝐢𝐬𝐭𝐫𝐢𝐛𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, per contribuire anche con l’abitare alla creazione di giustizia sociale e stabilità per tuttɜ. E, infine, 𝐚𝐦𝐩𝐥𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐨 𝐬𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐨: ribadiremo in questi giorni l’intersezione tra lotte e rivendicazioni apparentemente diverse, e per farlo è necessario guardare anche alla tema della casa dall’alto, con uno sguardo ampio, per leggerne le connessioni profonde con tutti gli altri diritti di base. -------------------------------------------------------------------------------- Venerdì 22 maggio Abbiamo dedicato il pomeriggio della giornata sull’”𝐚𝐛𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚̀” ad approfondire tre pratiche ed esperienze concrete locali. Divisɜ in tre gruppi, lɜ partecipanti hanno scelto un 𝐚𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐚𝐫𝐞 del diritto alla casa e all’abitare da discutere e poi riportare in assemblea. Con Andrea Couvert, esperto in processi partecipativi di co-progettazione, parte di Fondazione di Comunità Porta Palazzo e 𝐅𝐨𝐧𝐝𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐂𝐨𝐦𝐦𝐮𝐧𝐢𝐭𝐲 𝐋𝐚𝐧𝐝 𝐓𝐫𝐮𝐬𝐭, abbiamo conosciuto un esempio torinese nato in Corso Giulio Cesare che ha scelto la forma del Community Land Trust, primo esempio in Italia e già diffusa in altre città europee. Obiettivo? Facilitare l’accesso all’abitazione nella nostra città e la partecipazione della comunità locale. Rocco Albanese, attivista di Co.Mu.Net, ha invece raccontato l’esperienza di VAR – Vuoti a rendere, 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐨𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐢𝐧𝐢𝐳𝐢𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐩𝐨𝐩𝐨𝐥𝐚𝐫𝐞 che ha coinvolto decine di organizzazioni torinesi lanciata all’inizio del 2024. Oggetto della proposta: nuove tutele per il diritto alla casa – censimento e restituzione alla città di alloggi in stato di non uso. Per parlare di abitazioni pubbliche, invece, sono statɜ con noi Andrea Sacco, consigliere di amministrazione di 𝐀𝐓𝐂 Piemonte ATC Torino, e Carolina Pressi, responsabile per l’associazione ACMOS dell’ambito DAI – Diventare Adulti Insieme, nel quale sono compresi tre progetti di 𝐜𝐨𝐚𝐛𝐢𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐠𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐢𝐥𝐞 𝐬𝐨𝐥𝐢𝐝𝐚𝐥𝐞. Esperienze concrete, che però ci spronano a liberare l’immaginario, allargare lo sguardo, come abbiamo ascoltato questa mattina: chissà cos’altro e ancora possibile creare. Starà a noi farlo, e ne abbiamo discusso nella plenaria di chiusura della giornata. -------------------------------------------------------------------------------- Sabato 23 maggio Sabato mattina al Kontiki Torino la Scuola di Politiche “Città Oltre la Crescita” ha affrontato il tema del 𝐦𝐞𝐭𝐚𝐛𝐨𝐥𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐮𝐫𝐛𝐚𝐧𝐨: rifiuti, metabolismo sociale, energia, riciclo. Abbiamo approfondito vari aspetti specifici con lɜ nostrɜ ospiti del panel di questa mattina. 𝐎𝐬𝐦𝐚𝐧 𝐀𝐫𝐫𝐨𝐛𝐛𝐢𝐨, docente dell’Università di Parma, i cui studi si concentrano sulla transizione ecologica come processo sociale e politico, con cui abbiamo approfondito la sufficienza energetica e la necessità di andare oltre alla sola transizione energetica, accompagnandola invece a un radicale cambiamento dei nostri consumi a livello strutturale oltre che individuale. 𝐑𝐢𝐜𝐜𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐁𝐫𝐮𝐧𝐨, ricercatore presso il Politecnico di Torino, che si è focalizzato sul tema del cibo e della sua connessione con le città e la decrescita, affrontando in particolare le motivazioni per cui parlare di cibo in città ha a che fare non solo con la filiera di produzione e il trasporto, ma con l’intero sistema produttivo di base. 𝐃𝐚𝐧𝐢𝐞𝐥𝐞 𝐕𝐢𝐜𝐨, dottorando in Ecologia Politica a Barcellona, esperto in pratiche del lavoro informale e gestione dei rifiuti urbani, con il quale siamo arrivatɜ alla riflessione sulla necessità di lavorare proprio su questo livello strutturale. Agire il cambiamento solamente sulla filiera, e non sforzarci di ripensare collettivamente i sistemi e le strutture, in particolare economiche, non potrebbe migliorare fino in fondo il metabolismo urbano e sociale. E allora, dopo aver affrontato dati, problemi e criticità, 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐢𝐳𝐳𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐮𝐧 𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐦𝐚 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨? Agendo sulle politiche pubbliche che riguardano il cibo, anche a livello locale, ridando potere allɜ cittadinɜ, ad esempio attraverso le assemblee climatiche, togliendo potere alle grandi lobby. Ma anche cambiando il nostro immaginario e le nostre convinzioni culturali, per esplorare i luoghi in cui viviamo e le reti di economia e consumo alternativo che già esistono nelle nostre città. Q𝐮𝐚𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐭𝐢𝐯𝐞, personali, collettive, strutturali, sono possibili e immaginabili per un territorio? Qual è il ruolo dei comitati di quartiere? Come avvicinare la produzione del cibo alle persone che vivono in città? Esistono iniziative energetiche comunitarie e più etiche per la produzione e il consumo di energia? Tante risposte, e 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐨𝐬𝐭𝐞, le abbiamo ascoltate con le quattro 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐢𝐦𝐨𝐧𝐢𝐚𝐧𝐳𝐞 di questo pomeriggio, che al metabolismo urbano torinese e italiano contribuiscono in modo positivo. Con 𝐀𝐥𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐆𝐮𝐠𝐠𝐢𝐧𝐨, dell’APS CiòCheVale , abbiamo esplorato modi alternativi e sostenibili di nutrire la città, riprendendo il tema portato da Riccardo Bruno nel panel “Metabolismo urbano”. Ciò Che Vale si impegna per ridurre le distanze tra cittadinɜ e produttorɜ locali, mettendo in contatto più di cento famiglie e otto produttorɜ del territorio, per permettere alle persone l’accesso a cibo sano e a minor impatto ambientale, e rafforzare la connessione mentale e sociale tra consumatorɜ e filiera alimentare. Per conoscere un’alternativa comunitaria alla produzione e al consumo di energia, invece, è stata con noi 𝐆𝐢𝐮𝐥𝐢𝐚 𝐌𝐨𝐧𝐭𝐚𝐧𝐚𝐫𝐢 di CER Sinergie, comunità energetica di cui Benvenuti in Italia è tra gli enti co-fondatori. CER Sinergie è nata con l’obiettivo di democratizzare e rendere accessibile l’autoproduzione e la condivisione di energia per lɜ cittadinɜ attraverso la messa in circolo dell’energia prodotta dallɜ membri della CER, che ha inoltre scelto di dedicare esplicitamente parte della propria ripartizione economica a finalità sociali. Grazie ad 𝐀𝐥𝐞𝐬𝐬𝐚𝐧𝐝𝐫𝐨 𝐒𝐭𝐢𝐥𝐥𝐨 e 𝐆𝐢𝐮𝐥𝐢𝐚 𝐃𝐢 𝐌𝐚𝐫𝐭𝐢𝐧𝐨, infine, abbiamo potuto conoscere l’esperienza di Rete Onu e Barattolo Torino da un lato, e di Sbaratto Palermo e Arci Porco Rosso dall’altro. Con loro, lɜ partecipanti alla Scuola hanno avuto l’opportunità di confrontarsi sull’importanza dell’informalità per costruire reti di fiducia cittadine, del valore del riuso e della circolarità dal basso come strumenti culturali contro l’imperativo della crescita. E quale può essere, in quest’ottica, il ruolo delle Istituzioni nel rapporto con tuttɜ lɜ cittadinɜ? Abbiamo chiuso la 𝐭𝐞𝐫𝐳𝐚 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐭𝐚 di Scuola di Politiche restituendoci pensieri, dubbi e nuovi spunti in assemblea plenaria. -------------------------------------------------------------------------------- Domenica 24 maggio L’ultimo panel della Scuola di Politiche si è concentrato sul terzo tema individuato come essenziale per parlare delle città e della decrescita: gli 𝐬𝐩𝐚𝐳𝐢 𝐝𝐢 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞𝐜𝐢𝐩𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚. Ne abbiamo discusso con cinque ospiti che ci hanno portato esperienze di partecipazione politica collegata a luoghi, spazi fisici di diverse città: 𝐋𝐨𝐫𝐞𝐧𝐳𝐨 𝐕𝐞𝐥𝐨𝐭𝐭𝐢, ricercatore postdoc presso la Scuola Normale Superiore e attivista di Agora, nel quartiere di Raval, a Barcellona; 𝐂𝐚𝐫𝐥𝐚 𝐁𝐚𝐫𝐛𝐚𝐧𝐭𝐢, presidente di Trame di Quartiere a Catania, ingegnere e architetta con un focus sulla pianificazione urbana e le pratiche organizzazione civica capillare; 𝐂𝐡𝐢𝐚𝐫𝐚 𝐅𝐢𝐨𝐫𝐞, attivista di Comala, spazio pubblico, autocostruito, grazie al recupero di alcuni spazi dell’ex Caserma La Marmora; 𝐒𝐚𝐫𝐚 𝐃𝐢𝐞𝐧𝐚, consigliera comunale a Torino dal 2021 con una storia di attivismo climatico e transfemminista; 𝐃𝐢𝐞𝐠𝐨 𝐌𝐨𝐧𝐭𝐞𝐦𝐚𝐠𝐧𝐨, membro di Benvenuti in Italia e responsabile del progetto GENTE – Generare Territori Educativi con il MoVI – Movimento di Volontariato Italiano. Lɜ partecipanti hanno conosciuto, attraverso parole, immagini, video, e anche storie personali, le esperienze di esistenza e resistenza di vari spazi sociali e politici italiani e internazionali, per poi avviarsi al confronto reciproco con lɜ ospiti e tutto il gruppo su modalità di gestione di spazi politici nelle città, mutualismo e solidarietà, spazio per la comunità locale e voci dissidenti, importanza della lotta di classe nell’intersezione con le altre rivendicazioni. Con l’obiettivo di creare, curare, abitare, anche nella complessità di visioni, alleanze sostanziali, per guardare di più al fine ultimo, e non solo ai mezzi per raggiungerlo. -------------------------------------------------------------------------------- . -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Città. 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May 24, 2026
Comune-info
Che i genitori fuggano con le mani piene di ciliegie e noci
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Carlo Petrini è stato un visionario. Di quelli che vedono quello che non c’è e stanno dove serve. Da pediatra posso dire che niente è più necessario che conoscere le origini di quello che mangiamo, niente è più importante di questo per la salute dei bambini e quindi poi di tutti. È anche un gesto politico. Sappiamo bene che chi mangia peggio sono i non ricchi, sono loro quelli che si sfondano di cibi ultra processati, di additivi chimici, di anabolizzanti. Chi ha meno deve compensare e per farlo reagisce rispondendo presente a tutte le sollecitazioni del mercato, ingoia le promozioni commerciali come fossero promozioni individuali, si sente scelto perché convocato nell’ammasso. La lotta agli OGM, i semi originari, la differenza dei sapori, la cura dei territori, i tempi lenti del viaggio, quelli lunghi dell’incontro, la mano che raccoglie e distribuisce, sono tutti fiori dello stesso mazzo, tutti pensieri gentili dello stesso sorriso. Quando nella vita ho pensato agli svezzamenti dei miei bimbetti, caro Carlo, ho sempre pensato a te e infatti la tua creatura principe l’hai chiamata Terra Madre. Quando intorno ai sei mesi di vita si passa dal latte alle pappe i genitori arrivano davanti a una finestra, a un paesaggio nuovo, possono guardarsi intorno, scavalcare, domare la corriera commerciale che furiosa tutti travolge e diventare essere umani che scelgono. Possono in virtù dell’amore per il proprio piccolo prendere una strada nuova, decidere anche per loro stessi di affinare il tema dell’alimentazione e liberarsi dal ricatto del consumismo che banchetta sul fegato, sulla pelle, sulle arterie, che avvelena di colesterolo, zuccheri, coloranti e chimica e forma il consenso omogeneizzato. Quell’effetto Stendhal dura poche settimane. Noi pediatri dobbiamo saperlo cogliere. In quel momento per proteggere il loro bambino i genitori si fanno le domande che non si sono mai posti e lì noi possiamo evidenziare l’opportunità, farli scavalcare e lasciare che fuggano con le mani piene di ciliegie, di fragole, di noci, di mele verso i campi verdi di scelte buone e apprezzare una alimentazione sana, variata, ricca di fibre, di gusti, di cultura, di storia degli altri che sa di scambio e saperi, dove anche il sapore è un gesto d’amore e il tempo per prepararsi alla festa vale il gioco. Lì noi pediatri possiamo, noi artisti vediamo il disegno e l’architettura del brano, noi uomini dobbiamo compiere un gesto di rivoluzione dei costumi, nel quotidiano, la rivoluzione non violenta e radicale di ogni giorno, l’unica che può sopravvivere alla bulimia della rete. Conta quel che resta. -------------------------------------------------------------------------------- Saremo a Pollenzo in provincia di Cuneo all’Università della Gastronomia con le Mamme Narranti il 7 luglio, nel viaggio della “Transumanza Favolosa”, ci arriveremo in bicicletta, mille chilometri a pedalare. Saremo a Terra Madre il 26 e 27 settembre invitati da Barbara Nappini, la presidente di Slow Food, che ha intuito il regalo di Carlo. -------------------------------------------------------------------------------- Nel gennaio 2013 su Repubblica, Carlo Petrini, fondatore di Slow food, scrisse un editoriale dal titolo “I ragazzi contadini che trasformano la terra in oro” in cui ragionava dell’agricoltura come spazio per trovare e ripensare il lavoro, segnalando alcuni «esempi virtuosi» e i loro effetti positivi su società e ambiente. Petrini concluse scrivendo: «La società civile ha capito bene che, come giustamente titolava un sito di “settore” qualche giorno fa, è ora di “salire in agricoltura”…». Quel sito era Comune (on line da pochi mesi), l’articolo in questione si intitolava “Saliamo in agricoltura per cambiare il mondo” -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Che i genitori fuggano con le mani piene di ciliegie e noci proviene da Comune-info.
May 24, 2026
Comune-info
La politica e l’etica della “vita giusta”. Il futuro è ora
ATTRAVERSO LE ASSEMBLEE POPOLARI, IL JORNAL DOS BAIRROS, LA RÁDIO VIDA JUSTA E LE MOBILITAZIONI CONTRO GLI SFRATTI, LA VIOLENZA POLIZIESCA, L’AUMENTO DEL COSTO DELLA VITA E LA CRIMINALIZZAZIONE DELLA POVERTÀ, IL MOVIMENTO VIDA JUSTA, NATO NEGLI ULTIMI ANNI IN ALCUNI QUARTIERI DI LISBONA, CERCA DI RICOSTRUIRE LEGAMI COMUNITARI. LA “RIVOLUZIONE DEI QUARTIERI” NON È SOLO UN MOVIMENTO DI PROTESTA MA UN TENTATIVO DI COSTRUIRE, QUI E ORA, FORME DI VITA FONDATE SULLA SOLIDARIETÀ, SULL’AUTO-ORGANIZZAZIONE E SULLA CAPACITÀ COLLETTIVA DI DECIDERE SULLE PROPRIE CONDIZIONI DI ESISTENZA La capacità di adattamento dimostrata dal capitalismo nel corso degli ultimi due secoli condurrebbe a considerare la celebre frase di Margaret Thatcher, “There’s no alternative”, come una profezia che si autoavvera. Da allora, ulteriori cambiamenti si sono succeduti, in risposta a insurrezioni di movimenti e crisi di varia natura e intensità. In nessuno di questi momenti si è giunti davvero a mettere in discussione la coesione e le fondamenta di un sistema globale che, per non lasciare dubbi, si autocolloca alla “fine della storia”. Quindi, come ha affermato disincantatamente Mark Fisher, è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo? Per chi è vivo oggi, sì, senza dubbio. La profezia di Thatcher e l’amara riflessione di Fisher rappresentano una verità difficilmente contestabile. L’orizzonte si fa ancora più nitido e cupo allo stesso tempo, nel momento in cui consideriamo alcuni degli elementi che segnano pesantemente lo scenario offerto dal capitalismo algoritmico. Si tratta dello sviluppo a tutto tondo di ciò che, nel corso del primo decennio di questo secolo, si è imposto come economia delle piattaforme. La centralità dello strumento algoritmico ha rivoluzionato le relazioni tra gli individui e con se stessi, ben al di là del contesto lavorativo. La tendenza all’individualizzazione, la perdita di senso delle forme collettive di lettura dei processi e di costruzione di risposte, il dominio dell’ideologia del successo a qualsiasi costo e della meritocrazia — dove il fallimento è indicato come colpa individuale —, la costante svalutazione delle relazioni corporee a favore di quelle digitali: è in corso una mutazione antropologica che raggiunge livelli profondi, inclusa la sfera dell’inconscio e dei sogni. La difficoltà a riconoscersi in un soggetto collettivo storicamente definito, su cui costruire una reale alternativa — soggetto che deve essere creato, non trovato da qualche parte, né cortocircuitato in una “moltitudine” sempre e già antagonista —, produce, come scrive Márcio Pochmann su Outras Palavras, frustrazione e risentimento. Questi, a loro volta, rafforzano il senso di individualità e solitudine, alimentando il circolo vizioso che ci sta logorando. Gli ultimi dieci anni sono stati segnati da un’accelerazione impressionante del processo di consolidamento di questo nuovo paradigma, al contempo economico, sociale, culturale, politico e antropologico. La sua velocità non ci ha lasciato tempo per riflettere su ciò che stava accadendo. Le tracce che lascia sono indelebili e già oggi chiaramente visibili. Senza dubbio, lo saranno ancora di più nei prossimi anni, soprattutto tra le generazioni più giovani, in tutte le dimensioni della vita quotidiana. Ciò non ci impedisce di pensare a un altro futuro, anche perché “pensare” significa immaginare e conoscere qualcosa di nuovo, di imprevedibile, in contrapposizione al semplice riconoscere ciò che già si conosce. In questo senso, conoscere il nuovo si traduce nel vivere il nuovo, ciò che ancora non è. “L’immaginazione, la finzione, il mito non sono fughe dal reale, ma modalità della sua intensificazione, articolazione e trasformazione”, scrive Vittorio Gallese in Il Sé digitale (2025). “Frequentare il futuro” — come suggeriva il medico Cardoso a Pereira, il giornalista anziano del celebre romanzo di Tabucchi Sostiene Pereira — diventa, quindi, condizione di possibilità per una resistenza creatrice. “La capacità di creare mondi possibili, di abitare l’alterità, di costruire strutture di senso condivise che eccedono ciò che già esiste” (Gallese, 2025) è ciò che dobbiamo recuperare, proprio perché rappresenta il campo in cui agisce l’estrattivismo sulla nostra specificità di esseri umani. Il futuro può cominciare a essere creato già ora. Può essere sperimentato nella quotidianità delle nostre vite, negli spazi che sottraiamo al dominio implacabile e onnivoro a cui siamo assoggettati. Lì è dove riusciamo a vivere, seppur temporaneamente e parzialmente, al di là dell’orizzonte tracciato per noi. Ogni lotta, ogni conquista, ogni blocco produce nuove relazioni, dove la capacità di immaginare si trasforma in potenza di costruire già da ora ciò che deve divenire un’alterità piena. E, in nome di questa, non siamo disponibili ad accettare nulla che possa essere diverso. Di fronte a un capitalismo algoritmico che sussume ogni spazio — fisico e temporale — della nostra esistenza nella catena di valorizzazione che lo alimenta e riproduce, la risposta può collocarsi soltanto al livello della vita nel suo insieme. È, di fatto, l’unica risposta possibile alle tecniche di potere che si esprimono nella biopolitica: al suo interno dobbiamo trovare il terreno dove produrre il conflitto. Nella misura in cui la vita collettiva diviene ambito di intervento di quelle tecniche, la rivendicazione di una “vita giusta” incarna la sua sovversione, ne proietta il rovescio. Ciò elimina i confini tra “produzione” e “riproduzione”, tra conflitti lavorativi e conflitti sociali. Amplia la gamma di iniziative fondate sulla “cura di sé” come condizione per la “cura degli altri”. Riposiziona l’etica politica — e non la morale — al centro della visione del mondo in cui vogliamo vivere. L’etica è la cartografia delle potenze che producono forme di vita orientate a una sanità sociale, politica, economica e culturale, riferita tanto alla comunità quanto a ciascuno dei suoi membri. In questo senso, etica, politica e giusto lavorano insieme. Nell’articolo che, nelle nostre intenzioni, rappresentava la prima parte delle riflessioni che qui seguono, abbiamo descritto le modalità di attuazione e il ruolo svolto dalla guerra in un contesto alimentato e gestito dal caos. Vale la pena ricordare la celebre affermazione di Foucault nel corso Bisogna difendere la società, al Collège de France: la politica è la guerra condotta con altri mezzi. Mai come oggi quella affermazione suona più che mai attuale. La centralità della guerra nello scenario politico globale, con tutti i dispositivi che la accompagnano, relega la politica “tradizionale” a un ruolo derivato. Basta leggere i 22 punti contenuti nel recente manifesto di Palantir, pubblicato da Alex Karp in The Technological Republic, per capire come la stessa società si trasformi in un campo di applicazione delle logiche della guerra permanente e totale. La “guerra” contro tutti coloro che appaiono come minaccia agli obiettivi definiti dal capitalismo algoritmico non prevede limiti né rimorsi. Ciò che si vuole eliminare è la stessa idea di società civile come spazio di azione politica legittimamente antagonista. Uno spazio in cui sia legittimo agire per sovvertire l’ordine dei principi che regolano le relazioni tossiche alle quali tutti siamo sottomessi. [Stefano Rota*] -------------------------------------------------------------------------------- L’esperienza di “Vida Justa” – Lisbona L’emergere del Movimento Vida Justa mostra che, anche all’interno di una società profondamente frammentata dal capitalismo algoritmico come Stefano Rota qui descrive, continuano a esistere possibilità concrete di ricomposizione collettiva. In questi tre anni di esistenza e lotta, Vida Justa porta la forza dell’azione e del pensiero dei quartieri popolari, che non vogliono più essere soltanto territori di gestione della povertà e della marginalizzazione, ma spazi di organizzazione politica e produzione di solidarietà. Attraverso le assemblee popolari, il Jornal dos Bairros, la Rádio Vida Justa e le mobilitazioni contro gli sfratti, la violenza poliziesca, l’aumento del costo della vita e la criminalizzazione della povertà, il movimento cerca di ricostruire legami comunitari distrutti dall’individualizzazione neoliberale e dallo sfruttamento capitalista. In questo senso, la “rivoluzione dei quartieri” assume una centralità particolare: non come mito insurrezionale astratto, ma come pratica concreta di creazione di potere popolare a partire dalla vita quotidiana, dai territori e dai bisogni reali delle persone. Il Movimento Vida Justa diventa esempio di ciò che chiamiamo una politica della “vita giusta”. La lotta non appare più confinata al luogo di lavoro tradizionale, ma si espande all’insieme dell’esistenza: abitazione, trasporti, violenza poliziesca, immigrazione, cura, alimentazione, dignità e diritto alla città. Organizzando soggetti spesso isolati e resi invisibili, il movimento rompe con la logica secondo cui ogni individuo deve sopravvivere da solo e assumersi piena responsabilità della propria precarietà. La “rivoluzione dei quartieri” rappresenta, così, un’esperienza anticipatoria di futuro: un tentativo di costruire, qui e ora, forme di vita fondate sulla solidarietà, sull’auto-organizzazione e sulla capacità collettiva di decidere sulle proprie condizioni di esistenza. Non si tratta soltanto di resistenza difensiva, ma della creazione pratica di un’altra idea di società, fondata sulla convinzione che la vita non può continuare a essere subordinata alle esigenze della valorizzazione permanente e della guerra sociale diffusa che struttura il capitalismo contemporaneo. Il Movimento Vida Justa è stato un laboratorio dei conflitti sociali e di un’azione politica partitica e di piazza. È nato nel contesto della crisi inflazionistica e abitativa che si è aggravata in Portogallo dopo la pandemia, soprattutto nelle periferie urbane dell’Area Metropolitana di Lisbona. L’idea ha cominciato a prendere forma nel 2022, a partire da incontri tra attivisti, abitanti di quartieri popolari, associazioni locali e militanti di vari movimenti sociali. Un momento importante è stato un laboratorio sulla comunicazione e l’attivismo svoltosi a Cova da Moura, dove è emersa la proposta di organizzare una mobilitazione “dei quartieri” contro l’aumento del costo della vita. Fin dall’inizio, il movimento ha cercato di rompere con la separazione tra gli spazi tradizionali della politica e i territori periferici normalmente esclusi dalla rappresentazione pubblica. La manifestazione del 25 febbraio 2023 a Lisbona ha segnato quella irruzione politica: migliaia di persone provenienti dai quartieri popolari hanno posto al centro del dibattito temi come abitazione, salari, prezzi dei beni essenziali, razzismo strutturale e trasporti pubblici. Il movimento è stato presente in tutte le manifestazioni di solidarietà con gli immigrati, nelle questioni lavorative e nelle date di celebrazione e lotta come il 25 Aprile e il 1° Maggio. Ha organizzato una grande marcia di solidarietà con Odair Moniz [ucciso dalla polizia a distanza ravvicinata nel 2024] e altre vittime del razzismo strutturale. Vida Justa si definisce come una piattaforma che “dà voce ai quartieri” e cerca di costruire potere popolare a partire dalle condizioni concrete della vita quotidiana. La sua particolarità sta precisamente nel fatto di articolare questioni tradizionalmente separate: abitazione, violenza poliziesca, immigrazione, lavoro precario, mobilità urbana, alimentazione, salute mentale e dignità sociale appaiono come dimensioni inseparabili di un’unica lotta per la vita. Il movimento si è organizzato territorialmente in nuclei locali: Margem Sul, Amadora, Sintra, Loures, Odivelas, Cascais, Lisbona. Più che un movimento rivendicativo classico, cerca di affermare ciò che chiama una “rivoluzione dei quartieri”: l’idea che i soggetti storicamente marginalizzati possano trasformarsi in produttori di organizzazione politica, solidarietà e capacità collettiva di decisione. [Marta Lança**] -------------------------------------------------------------------------------- * Stefano Rota è ricercatore indipendente. Gestisce il blog “Transglobal”. Le sue più recenti pubblicazioni collettive sono La fabbrica del soggetto. Ilva 1958-Amazon 2021 (Sensibili alle foglie, 2023), e in G. Ferraro (a cura di), Altraparola. La figura di sé (Efesto Edizioni, 2024). Collabora occasionalmente con riviste online italiane e lusofone. ** Marta Lança è libera professionista in vari linguaggi della cultura: programmazione, traduzione, giornalismo, ricerca, cinema. Collabora con pubblicazioni in Portogallo, Angola e Brasile. Dal 2010, cura la redazione del portale Buala. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La politica e l’etica della “vita giusta”. Il futuro è ora proviene da Comune-info.
May 19, 2026
Comune-info
Incontrarsi e ascoltarsi sono già atti di ribellione
-------------------------------------------------------------------------------- I margini sono da sempre al tempo stesso luoghi di repressione ma anche spazi di creazione di possibilità. Per bell hooks il margine è “un luogo capace di offrirci la possibilità di una prospettiva radicale da cui guardare, creare, immaginare alternative e nuovi mondi… in cui ritroviamo noi stessi e agiamo con solidarietà”. Un incontro promosso dall’8 al 10 maggio in un pezzetto di campagna di Selargius, dove si riconoscono a distanza i colli su cui è costruita Cagliari, sembra confermarlo. S’atobiu, “l’incontro” in lingua sarda, è molto di più di un piccolo festival dell’editoria indipendente che si svolge da cinque anni grazie ad Asce (Associazione sarda contro l’emarginazione). Dopo la tre giorni a Serlargius, il festival sarà a Tertenia (29, 30 maggio), nella Valle di Quirra, nota per la sua storia agro-pastorale e per essere la sede del più grande e odioso poligono sperimentale militare d’Europa. Un incontro di più giorni e in luoghi diversi, dunque, per cercare orizzonti di senso contro e oltre la guerra, ma anche contro e oltre il destino scritto per questo pezzo di terra che qualcuno vuole legato solo al turismo d’élite e alla speculazione energetica. Il cuore della prima parte di S’atobiu è stata l’iniziativa di domenica, la giornata cominciata con il mercato contadino. Difficile trovare in giro una tavola rotonda che in un paio di ore (in cui sono intervenuti Claudio Orrù, Filippo Taglieri di Nodo solidale, Simona Deidda e Marta Saba di Rete Kurdistan) sappia raccontare meglio e approfondire pochi ma assai significativi elementi di due luci contro l’oscurità del mondo: lo zapatismo e il confederalismo democratico. Dai luoghi collettivi dei poteri decisionali, passando per la ribellione delle donne, sono numerose le risonanze che legano due angoli “marginali” del mondo, il Chiapas e il Rojava. “Dopo l’arresto di Ocalan, si è rafforzata la critica allo Stato-nazione che riproduce capitalismo, patriarcato e gerarchie – dice Simona – Per questo l’obiettivo nelle comunità curde da tempo non è più prendere il potere ma trasformare la società”. Il legame con le comunità indigene zapatiste è evidente. Nel pomeriggio, la ricchezza emersa nella tavola rotonda ha accompagnato un world caffè, un modo di confrontarsi ispirato alla conversazioni informali in piccoli gruppi, organizzati attorno a tavoli tematici con un facilitatore, per far emergere idee e proposte, che in questo caso hanno riguardato i territori abitati dall’associazione Asce. L’idea non è stata di avere modelli da replicare con un paio di clic in Sardegna o in altri angoli del mondo, ma di riconoscere e ispirarsi alla straordinaria capacità di autorganizzarsi e ripensarsi continuamente di due complesse esperienze. Insomma, si tratta di pensarle come anticipazioni di mondi nuovi, come spinte contro e oltre, come sogni e ribellioni. Gli aspetti interessanti di questa giornata sono stati almeno due. Il primo: il world caffè sperimentato per la prima volta da Asce, è riuscito a favorire la partecipazione di chi nel grande gruppo prende meno facilmente parola, ma è anche stato in grado di individuare alcune scelte ecologiche e sociali già abbracciate da allargare (mercato contadino, gruppi di acquisto solidale, orto condiviso, microcredito e preacquisti di solidarietà internazionale come per il Caffè Tatawelo) e altre tutte da inventare (comunità energetiche, progetti collettivi per la riduzione dei rifiuti alla fonte, rimboschimenti, microcredito locale, esperienze di raccolta e smistamento di abiti su esempio del Guardaroba popolare di Cagliari, autocostruzioni di bioedilizia legata al sughero, all’argilla, alla lana… ma anche momenti di confronto su tanti temi, sulle parole, sulla memoria…) per cambiare in profondità le relazioni sociali. Il secondo aspetto interessante riguarda invece ciò che si può migliorare: un’assemblea diventa brillante non tanto per i tecnicismi di qualche metodologia, hanno detto alcuni dei partecipanti, ma perché le persone, poco a poco, accettano di dover imparare prima di tutto ad ascoltare. Ci sono stati altri momenti nei quali la spinta a riconoscere e creare mondi nuovi ha preso forma durante la tre giorni: i pasti condivisi. Pranzi e cene per circa un centinaio di persone hanno visto alcuni alle prese con i fornelli e altri trasformare velocemente i luoghi di discussione in lunghe tavolate, in modo che tutti potessero prendere piatti ricchi di cibo buono e stoviglie. Ovunque le mense autogestite (e senza plastica) sono occasioni per fare comunità in modo conviviale, per arricchire e favorire lo scambio almeno quanto un seminario o un world caffè. Di certo, il tema di come rafforzare l’autonomia in basso risuonerà molto nei prossimi mesi in tutte le diverse iniziative di una tenace associazione come Asce, che quarant’anni è nata grazie ad alcune iniziative promosse con la comunità rom e con i curdi, e che oggi si interroga su come contribuire a creare mondi nuovi e sulle sue difficoltà interne. Il tema dell’autonomia in basso è rimbalzato molto anche nella presentazione del libro Gridare, fare, pensare mondi nuovi (Eleuthera), occasione per ragionare di ribellarsi facendo, inclusi modi meno eroici (come suggerisce in qualche modo Johanna Hedva in La teoria della donna malata), mentre altre presentazioni hanno permesso di parlare di confini, di migrazioni e soprattutto di Palestina. “Per noi che ci occupiamo da molto tempo di migrazioni – ha detto Marco Memeo -, la conversazione con Carolina Meloni su esilio, memoria e migrazioni, raccolta in Gridare, fare, pensare mondi nuovi, dedicata all’idea che si possa appartenere a più terre e non sentirsi estranei in nessun luogo apre orizzonti nuovi”. Durante la presentazione del libro, Sara ha posto una di quelle domande che accompagnano in questo momento storico fatto di molti orrori tanti e tante: “Come possiamo trasformare la spinta individuale a desiderare e a costruire mondi diversi in una spinta collettiva?”. Forse accogliere insieme quella domanda, rafforzarla, è più importante della risposta. -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Incontrarsi e ascoltarsi sono già atti di ribellione proviene da Comune-info.
May 12, 2026
Comune-info
La cura come pratica trasformativa
IN UN CONTESTO GLOBALE SEGNATO DA DISUGUAGLIANZE, CONFLITTI E CRISI SISTEMICHE, SOLIDALIA 2026 METTE AL CENTRO LA CURA COME SCELTA POLITICA E QUOTIDIANA. NON UN GESTO ISOLATO, MA UN MODO DI ABITARE RELAZIONI, TERRITORI ED ECONOMIA. DALLA DEMOCRAZIA ALLE FILIERE SOLIDALI, LA CURA DIVENTA LEVA DI TRASFORMAZIONE CONCRETA. DUE GIORNI A PARMA PER INTERROGARSI, PRATICARLA E COSTRUIRE ALTERNATIVE INSIEME Già durante Solidalia 2025, dedicata alla pace, Francesca Marconi, Presidente del DES di Parma, ha suggerito questo tema da sviluppare nell’edizione 2026, idea accolta subito da tutti. Perché la cura? Lo scorso anno giustificavamo la scelta di dedicare Solidalia alla pace con la necessità che l’Economia Solidale (ES) si interroghi su quale possa essere il proprio ruolo in un mondo in cui le guerre si moltiplicano. Dicevamo che “la pace è una costruzione quotidiana di relazioni di fiducia, di accoglienza, di non sopraffazione, di accettazione dei propri limiti e di quelli altrui” e di queste pratiche l’ES cerca quotidianamente di essere testimone. Certo le preoccupazioni da cui prendeva forma nel 2025 la scelta di parlare di pace hanno trovato ampia ragion d’essere nel 2026. È sotto gli occhi di tutti che si sta riaffermando, con arroganza e con annullamento totale del diritto internazionale, la logica del più forte: chi ha i soldi ha ragione, chi ha le armi ha ragione e può fare tutto, tutto ciò che lo fa arricchire di più, costi quel che costi al mondo. È così che vediamo ogni giorno bombardare bambini, affamare intere popolazioni, mettere a rischio l’intero pianeta. È così che tutti i giorni assistiamo a interviste a potenti bellicisti che sembrano protagonisti di commedie satiriche, a elenchi di morti che paiono non essere mai stati vivi, senza un nome, un viso, una famiglia… È così che vediamo ogni giorno milioni di persone senza più una casa, senza più un oggetto proprio, dei muri da riconoscere, una vita con un senso. E ancora, come lo scorso anno, ci interroghiamo su cosa possiamo fare noi, noi che proviamo a scegliere sempre, comunque, la solidarietà come metro delle relazioni. E cos’è la solidarietà se non cura? Cura delle relazioni, cura delle persone, cura del pianeta, cura dei diritti, cura della salute, cura del benessere… la cura non è un’azione specifica, ma è il modo in cui affrontiamo le scelte, le azioni, i progetti. La cura è farsi carico, è condividere le responsabilità, è non fuggire davanti ai bisogni. Così la cura è trasformativa, è rivoluzione.  A SOLIDALIA 2026 non trasformeremo in attività tutte le declinazioni della cura, ma proveremo, insieme a tutti gli amici che camminano con noi, a mettere l’accento su ciò che le nostre convinzioni, le nostre pratiche, le nostre relazioni possono testimoniare in questa direzione. Ci ospiterà un’altra volta la Fattoria Mario Tommasini di Vigheffio, luogo in cui quotidianamente le relazioni curano. L’evento centrale dell’edizione 2026 sarà “La cura della democrazia, la democrazia della cura”, incontro che si svilupperà nella mattinata di domenica 24. L’evento sarà condotto da Marco Deriu che aiuterà a comporre una riflessione che unirà alle voci dei 4 relatori le voci di rappresentanti di realtà che coniugano la parola cura nelle loro azioni quotidiane. La giornata di sabato 23 si aprirà con l’inaugurazione di SOLIDALIA 2026 alla presenza dell’AUSL di Parma, responsabile della gestione della fattoria (degli spazi abitativi, degli spazi di incontro e del rapporto con le cooperative sociali EMC2 e Avalon che lì hanno attivato percorsi lavorativi per soggetti con fragilità) e dei comuni di Parma, Collecchio e Fidenza che patrocinano l’evento. Sempre nella giornata di sabato Solidalia ospiterà l’incontro conclusivo del lungo percorso di Effetto Gas che dal 2023 promuove confronti tra Gas sulle buone pratiche che animano e “curano” i territori e ospiterà anche l’assemblea del CRESER, il Coordinamento Regionale dell’Economia Solidale (ES) dell’Emila Romagna che promuove, in un dialogo permanente con la Regione, iniziative a sostegno dell’ES e di gestione dal basso di comunità territoriali. Altri incontri, tra cui il racconto della bellissima esperienza del Furgoncino solidale E che sta unendo territori sempre più vasti e Gas del centro e del Nord Italia (quest’anno si è aggiunta anche la Sardegna), proporranno temi e racconti di percorsi. Saranno anche esperienze “di nicchia”, ma sempre e comunque imprese epiche di chi continua a pedalare controvento per tenere alto il valore della relazione, della nonviolenza, della cura dell’altro in un mondo che sembra sempre più andare in tutt’altra direzione. E queste esperienze saranno testimoniate anche dai numerosi stands occupati da chi si prende cura di diritti delle persone, di finanza etica, della salute nelle zone di guerra, di migrazioni. Anche la musica e il teatro che proporremo declineranno il tema della cura, usando i propri strumenti di riflessione, ma anche di liberazione e gioia. Come ogni anno anche a SOLIDALIA 2026 ci sarà un mercato di circa 80 produttori agricoli biologici e artigiani che venderanno i loro prodotti e proporranno laboratori di auto-produzione, riuso e conoscenza della natura. È un appuntamento importante per ribadire la relazione tra chi produce e chi, come i Gas, riconosce che ogni prodotto proposto nasce dalla volontà di non adeguarsi ad un sistema economico che non si prende cura del futuro dei nostri figli. Dal 2023 abbiamo visto SOLIDALIA crescere e consolidarsi e ogni anno acquisiamo nuovi compagni di viaggio. E ci si rende conto che il mondo dell’ES è solo una parte di un mondo piccolo, ma bellissimo, un mondo che sperimenta linguaggi nuovi, che prova a non sopraffare, a propagare idee, non a imporre modelli, che sperimenta la cura come modo di approcciare l’altro e la terra. Il nostro mondo piccolo non è esente da narcisismi, aggressività, giochi di potere, ma non assume queste caratteristiche come metodo di relazione, prova percorsi per star meglio e far star meglio. Se non è cura questa… -------------------------------------------------------------------------------- SOLIDALIA 2026 – LA CURA: Fattoria MARIO TOMMASINI di Vigheffio- 23-24 MAGGIO -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La cura come pratica trasformativa proviene da Comune-info.
May 5, 2026
Comune-info
Un festival dedicato alla convivialità
MAI NELLA STORIA LA NOSTRA SPECIE ERA ARRIVATA A METTERE IN DISCUSSIONE LA SUA ESISTENZA PER VIA DEL PROPRIO E INDISCUSSO MODELLO DI SVILUPPO. EPPURE LA MEGAMACCHINA SEMBRA PROSEGUIRE INGORDA, SEMPRE PIÙ ARROGANTE, PRONTA A RICORRERE ALLA GUERRA IN UNA ESCALATION SENZA FINE. NON BASTA CHIEDERCI COSA FARE RISPETTO A QUESTO SCENARIO, ABBIAMO BISOGNO DI PENSARE ANCHE AL COME. PER FARLO SAPPIAMO CHE NON SERVE UN CONVEGNO BEN ORGANIZZATO, MA UN LUOGO NEL QUALE INCONTRARCI PER PIÙ GIORNI, DOVE CONFRONTARCI SU TANTI TEMI, PARTECIPARE A LABORATORI E NUTRIRE IL SAPER FARE, TRA MUSICA, DANZA, ARTE, UN LUOGO CHE POSSA ANIMARSI CON IL CONTRIBUTO DI TUTTI E TUTTE, MOLTO PIÙ DI UN CAMPEGGIO AUTOGESTITO IN TENDA. DAL 30 MAGGIO AL 2 GIUGNO, IMMERSI UN BOSCO DELLA VALLE DELLE SORGENTI (A GAVERINA TERME, BERGAMO), PROTEGGENDO IL GUSTO DEL TEMPO LENTO E DEL CIBO BUONO, C’È TRANSIZIONI FEST, DEDICATO AL TEMA DELLA CONVIVIALITÀ. CI SARÀ ANCHE LA REDAZIONE DI COMUNE. CHI CI RAGGIUNGE? PRENOTATE PRESTO, QUI IL PROGRAMMA E IL LINK PER ISCRIVERSI -------------------------------------------------------------------------------- L’attacco è all’umano. Ai corpi, annichiliti. Ai sensi, intossicati. Al pensiero dominato. Allo spirito, disincantato. Siamo superflui a noi stessi… Che fare? Provare a non lasciarsi assuefare, dando vita a cornici, percorsi e comunità anche piccole, temporanee, radicate nei luoghi che, a partire dai corpi e dalla bellezza, tornino a fare cose semplici, umane, perché quello che di fondo vogliono estirpare e sterilizzare, e noi dobbiamo custodire e rilanciare, è la gioia collettiva. È quello che abbiamo vissuto lo scorso anno a Transizioni Fest: tre giorni di vita felice insieme. E che riproveremo a fare quest’anno (dal 30 maggio al 2 giugno) in Valcavallina, in un’edizione interamente dedicata alla convivialità. Possiamo leggere i fenomeni che viviamo sui nostri corpi e intorno a noi sotto le lenti della contro-produttività. L’ipertrofia, la crescita e l’esasperazione infinita portano paradossalmente sempre a un’atrofia, a una de-abilitazione, a una paralisi: personale e collettiva. Più cresce l’intelligenza digitale più viene meno quella ecologica legata alla nostra stessa natura. La crescita dell’economia, delle grandi opere, della mobilità, della burocrazia portano ogni volta con loro un restringimento della libertà, delle spontaneità, dell’autonomia nel far fronte a bisogni e desideri mentre paesaggio e biodiversità si impoveriscono. La crescita dell’estrattivismo, della velocità, della produzione, del consumo, della tecnologia comportano inequivocabilmente un peggioramento delle condizioni di vita, fuori e dentro di noi. Intanto, l’apparato burocratico è arrivato a controllare e uniformare ogni cosa: siamo paralizzati in un labirinto di complicatissime regole, costosissimi permessi e certificazioni senza senso e alla fine siamo tutti più poveri e insicuri, più depressi, disincantati e soli. Perdiamo sempre più spontaneità. Tutto è già organizzato e previsto, ogni trama è dominata dalla finzione, ogni ogni cosa è misurata, ogni esito è scontato. Ci stiamo imprigionando e facendo del male con le nostre stesse mani. Mai nella storia la nostra specie era arrivata al punto di mettere in discussione la sua esistenza sul pianeta per via del proprio e indiscusso modello di sviluppo. Eppure la megamacchina sembra proseguire ingorda e bulimica, sempre più avida e arrogante, pronta a ricorrere alla guerra in una escalation senza fine che come un cancro assorbe e monopolizza capillarmente ogni sforzo e ogni ingranaggio di un sistema perverso. Cosa possiamo fare di fronte a questo scenario? Si tratta di trovare il coraggio di guardare in faccia le macerie e dare vita a mondi nuovi. Si tratta di sottoporre il modello totalitario a una critica radicale, di provare a ripensare il mondo rifondando le prerogative, ribaltando i paradigmi. “Come ci relazioniamo gli uni con gli altri?… Possiamo tutti pensare a come le nostre attività oggi, in questo giorno, siano limitate dal lavoro, dal denaro, dal capitale e dallo Stato. Se queste sono forme di costrizione e contenimento, allora la rottura dell’attuale coesione sociale deve essere uno straripamento. Ma come?… La rivoluzione è la sostituzione del modello consolidato di coesione sociale con un altro o altri, un mondo di molti mondi…” (John Holloway, Comune-info) Può essere la convivialità uno dei paradigmi e delle categorie politiche per ripensare il mondo? Convivalità intesa come ri-connessione: con se stessi, con gli altri, col non umano, con la storia, coi luoghi, coi propri consumi. Come legame diretto e non mediato, come non delega, come consapevolezza, come mutuo appoggio fra le persone. Convivialità come comunità, come tessitura di relazioni e legami, come continuo apprendimento collettivo, come saperi e pratiche condivise. Ma anche come riconoscimento di un limite naturale all’interno del quale calibrare i consumi di energia e la produzione di cibo e manufatti sulla base dei bisogni reali dell’uomo austero, andando oltre lo spreco e l’opulenza, la velocità esasperata, l’estrazione delle materie prime, l’overtourism. Convivialità non in una logica di scarsità ma di abbondanza, di creatività, di molteplicità e di possibilità. Come biodoversità, riconoscimento, interazione e reciprocità fra essere diversi di cui salvaguardare e incoraggiare l’unicità. E ancora: convivialità come tecnologie conviviali pensate come artigianali, maneggiabili dall’uomo e non viceversa, accessibili e riparabili. Come superamento del monopolio radicale e alienante del modello vorace e dominante che tutto uniforma e sussume. Come narrazione a più voci di un presente e un futuro tutto da scrivere. Come come fiducia, come amicizia che ogni volta nasce nuova e inaspettata. Convivialità come festa e gioia collettiva, come speranza che ci muove. Ecco dunque le domande del Festival. Come dare vita a comunità conviviali in un’epoca di sfiducia? Può la convivialità essere l’ingrediente segreto per trasformare il mondo? Può una cornice conviviale cambiare tutto? Lo sperimenteremo in 4 giorni e 3 notti di vita insieme, in un villaggio autogestito. in un luogo prezioso, per immaginare, sentire, riflettere e praticare mondi nuovi. Tra persone con storie ed età diverse. Accompagnati da conduttori e facilitatori con grande esperienza che ci aiuteranno esplorare nuove possibilità, con sguardi multi e interdisciplinari per ricostruire insieme una cornice di senso e di unità. Confrontandoci, riflettendo, mettendo in gioco sogni ed emozioni, senza l’obbligo di arrivare a conclusioni univoche o risultati attesi. Insieme, immersi e immerse in un bosco, nella Valle delle Sorgenti, assaporando il gusto del tempo lento, della cura e del buon cibo, ricostruendo comunità, recuperando il saper fare con le nostre mani, il piacere della musica, della danza, dell’arte, nutrendo la nostra innata intelligenza ecologica. Quattro giorni fuori dalle mura di cemento e dalla macchina della guerra, rigenerando i corpi, il pensiero e l’immaginario per tornare nel quotidiano, con una rinnovata fiducia e con nuovi strumenti ed energie. Riprendiamoci la vita la terra la luna e l’abbondanza! -------------------------------------------------------------------------------- [Matteo Rossi, presidente cooperativa sociale Liberi Sogni] -------------------------------------------------------------------------------- Nelle stesura di questa premessa ci siamo ispirati ai contributi dei seguenti testi: * Convivialità, Ivan lllich, 1973 * Vogliamo vincere. Come? John Holloway. Comune-info.net, 2026 * Burocrazia, David Graeber, Il Saggiatore 2016 * Il Creato Parola di Dio, Marco Belleri, LEF, 2025 * Gridare, fare, creare mondi nuovi, Marco Calabria, Elèuthera, 2025 * Una storia della gioia collettiva, Barbara Ehrenreich, Elèuthera, 2024 * Ho visto anche degli zingari felici, Claudio Lolli, EMi, 1976 -------------------------------------------------------------------------------- SCOPRI QUI TUTTI GLI INCONTRI IN PROGRAMMA ISCRIVITI ORA -------------------------------------------------------------------------------- Domenica 31 maggio: Comune a Transizioni fest ……… -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE . . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un festival dedicato alla convivialità proviene da Comune-info.
May 2, 2026
Comune-info
Ci incontriamo per raccontare mondi nuovi
UNO DEI MODI MIGLIORI PER TIRARE IL FRENO E PRENDERSI IL TEMPO E GLI SPAZI PER CERCARE ALTRE STRADE, PER IMMAGINARE E DESIDERARE QUEL CHE CI PIACEREBBE, È INCONTRARSI, PENSARE INSIEME, ASCOLTARSI. «A “S’ATOBIU” CIRCOLA LA LIBERA INFORMAZIONE E FIORISCONO I LIBRI, EDITI DA CASE EDITRICI INDIPENDENTI, CHE NARRANO UNA STORIA DIVERSA – SCRIVE L’ASSOCIAZIONE ASCE SARDEGNA – LA CULTURA SI MESCOLA CON LA TERRA RENDENDOLA PIÙ FERTILE, LA TERRA POI SI MESCOLA CON LA MUSICA…». ECCO PERCHÉ S’ATOBIU È PIÙ DI UN FESTIVAL DELL’EDITORIA INDIPENDENTE. QUEST’ANNO L’APPUNTAMENTO È A SELARGIUS DALL’8 AL 10 MAGGIO (CI SARÀ ANCHE LA REDAZIONE DI COMUNE) E A TERTENIA (28 E 29). IL TEMA DI QUESTO MAGNIFICO FESTIVAL È “LA TERRA E LA MEMORIA DELLA TERRA”, BUON PRETESTO PER RAGIONARE DI PALESTINA, ZAPATISMO, KURDISTAN, MA ANCHE DI MURALISMO, POESIA E PAESAGGIO. COSA SIGNIFICA S’ATOBIU IN LINGUA SARDA? L’INCONTRO -------------------------------------------------------------------------------- “S’Atobiu”, “l’incontro” in lingua sarda, è il festival della piccola editoria indipendente, nato nel novembre del 2022 dall’esigenza di costruire uno spazio di confronto e di riflessione su temi che spesso vengono lasciati al margine dall’informazione mainstream. Ma cosa è oggi “S’Atobiu”? È un’idea divenuta certezza. È una piazza di incontro, un crocicchio di anime. Un luogo di ritrovo capace di connettere il Cilento a Treviso, Roma a Brescia, l’Uruguay alla Sardegna, la Turchia a Reggio Calabria, Ginevra a Riace. È una trama tessuta a più mani e i nodi congiungono comunità e stringono relazioni. È il posto dove è stato possibile, durante questi anni chiacchierare con Raúl Zibechi o Mimmo Lucano, cenare con Maria De Biase o Tiziana Barillà, ritrovarci con personalità provenienti da varie parti e portatrici di varie esperienze, raccontare esperienze di vita comunitaria, di autogestione, di società matriarcali, di possibili vie alternative al capitalismo. Di idee talmente semplici da divenire pericolose. A “S’Atobiu” circola la libera informazione e fioriscono i libri, editi da case editrici indipendenti, che narrano una storia diversa. Raccontando di diritti, di uguaglianza e di pari dignità. Libri in cui si legge che la pace non si costruisce con le bombe, che si lotta solo per una giustizia sociale, per contrastare il potere degli uomini sulle donne, del più grande sul più piccolo, del più forte sul più debole. La cultura si mescola con la terra rendendola più fertile, la terra poi si mescola con la musica nutrendola di nuove sonorità.  Dal 2024 lo sforzo organizzativo delle volontarie e dei volontari ha permesso di portare S’Atobiu in due località sarde: Tertenia e Selargius. In questa quinta edizione, che ha come tema generale: “La terra e la memoria della terra”, durante i due eventi parleremo, a Tertenia, delle esperienze locali, mentre a Selargius, volgeremo lo sguardo al di là del mare. Quindi a Selargius, l’8, 9 e 10 maggio ci confronteremo con Gianluca Carmosino della redazione di Comune (curatore del libro Gridare, fare, pensare mondi nuovi) su come sia possibile creare mondi altri. Rifletteremo insieme a Marco Santopadre sulla grande tragedia che ancora sta colpendo il popolo palestinese. Dialogheremo con le compagne e i compagni del Nodo Solidale e della rete Kurdistan sarda di utopie realizzate: il Confederalismo Democratico e lo Zapatismo. Presenteremo molte novità editoriali alla presenza di autori sardi come Carlo Bellisai e Alberto S. Secchi e continentali come Carlo Ruggiero, Gianluca Carmosino e Marco Santopadre. Impareremo anche a fare le maschere di cartapesta con Paola Demontis. E poi tanti momenti ludici con le artiste e gli artisti aderenti al movimento “Unione Artisti Libertari”. Mentre a Tertenia, il 29 e 30 maggio, un’attenzione particolare verrà dedicata alla storia, passata e presente, del territorio locale e isolano, ai diversi saperi e linguaggi che la abitano: dalla ricerca documentaristica al muralismo come mezzo di riflessione politica e collettiva, dalla panificazione alla poesia come pratiche di condivisione, dall’osservazione del paesaggio della nostra terra che cambia: dal punto di vista botanico da un lato, e dal punto di vista naturalistico-sociale-culturale, dall’altro, relativamente alla speculazione energetica attuale. Faremo tutto ciò e altro ancora in sintonia con quella che ormai possiamo definire “la nostra tradizione”. [Asce, Associazione sarda contro l’emarginazione] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ci incontriamo per raccontare mondi nuovi proviene da Comune-info.
April 30, 2026
Comune-info
Narrazioni locali e grandi narrazioni collettive
FARE UN FESTIVAL DI LETTERATURA IN UNA ZONA INDUSTRIALE INSIEME A UN GRUPPO DI OPERAI LICENZIATI SIGNIFICA NON SOLO ROMPERE LA GABBIA PER CUI LETTERATURA È UNA QUESTIONE RISERVATA AD ESPERTI, MA DIMOSTRARE CHE UNA SINGOLA LOTTA LOCALE OPERAIA, QUELLA DEL COLLETTIVO EX GKN DI FIRENZE, PUÒ CONTRIBUIRE IN REALTÀ A COSTRUIRE UN’ALTRA IDEA DI SOCIETÀ. IL PROGETTO DI REINDUSTRIALIZZAZIONE DELLO STABILIMENTO PER LA PRODUZIONE DI PANNELLI SOLARI E CARGO BIKE E LA CAMPAGNA DI AZIONARIATO POPOLARE DIVENTANO COSÌ LE CHIAVI CON LE QUALI TENERE INSIEME LOTTA, RESISTENZA E CURA -------------------------------------------------------------------------------- Foto Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze -------------------------------------------------------------------------------- Ho scritto un libro in cui cerco di tenere insieme, mostrandone l’intrinseco legame, tre fondamentali momenti esistenzial-politici, spesso vissuti ciascuno per conto suo: resistenza, lotta e cura. Al Festival della letteratura working class organizzato dal Collettivo operai ex GKN, fra venerdì 10 e domenica 12 aprile, imperniato sull’importanza politica della narrazione, ho potuto assistere – soltanto assistere, purtroppo – a un incontro in cui i tre momenti erano, invece, fusi. Quest’incontro rimanda a una storia, iniziata quasi cinque anni or sono, che cerca vivamente di proiettarsi verso un difficile futuro. Il tema fondamentale è: politica e narrazione. È necessario ridare alle parole politica e narrazione il loro significato storicamente profondo. Politica vuol dire vita vissuta consapevolmente, quindi non “privatamente”, non “individualmente”, non subita ma agita nella costruzione di una polis, di una società basata sulla comunità. La narrazione invece è ciò che stabilisce un rapporto con il tempo storico in cui si manifesta come la singolarità ineffabile propria di ciascun essere umano, ne riveli l’intrinseca condizione relazionale ed è quindi alla base della dimensione collettiva. Narrare, infatti, è cercare sé stessi nell’altro rivolgendoci a tutti mediante la lingua che riceviamo nascendo: agire la consapevolezza che il “sé” – l’autocoscienza che caratterizza l’umano – ci viene dall’altro – l’autocoscienza è relazione. Narrare è dare forma a emozioni che non sono mai individuali ma tramandate e ricevute in un contesto di collettività storica. L’azione politica implica sempre una narrazione: una visione temporale il più possibile ampia e articolata di una condizione storica. Pensiamo all’importanza della narrazione marxiana. Nel tempo storico in cui ci troviamo a vivere, il passaggio chiave mi appare il costruire narrazioni che nascano da situazioni locali, cioè concrete, sperimentate, vissute, ma che, insieme, tendano a convergere in una grande narrazione collettiva, non soltanto calata dal genio di qualcuno, ma sempre anche e soprattutto raccordo, collegamento, sintesi di molteplici narrazioni locali già originalmente – anche inconsapevolmente – tese verso un’unità che non è un ideale, ma è implicita nella condizione relazionale della vita umana. Ogni gruppo locale teso a occuparsi di problemi collettivi può – anzi dovrebbe – evolvere verso più ampie forme collettive perché ogni situazione locale dipende in toto da un più ampio contesto: sta anche qui il passaggio dall’azione umanitaria all’azione politica. Ma questo più ampio contesto non è, non può essere, soltanto e soprattutto calato dall’alto. Deve essere scoperto e costruito dal basso e allora soltanto può incontrare una riflessione più complessa e farla propria. Non esistono problemi esistenziali che non siano collettivi, perché l’individuo è un costrutto storico, una costruzione di potere per controllare meglio l’insieme sociale. La gabbia dell’individuo, in cui siamo tutti imprigionati, è il miglior sistema di controllo sociale mai inventato, ma oggi comincia a manifestarsi il clinamen omicida e biocida di tale invenzione storica. L’esperienza del Collettivo operaio ex GKN di Firenze, in tempi in cui la classe operaia non è più un formidabile motore di cambiamento storico, è un tentativo straordinario di fare di un singolo episodio di lotta operaia un centro di costruzione sociale dal basso, con diverse modalità di azione intrinsecamente complementari: che vanno dall’occupazione della fabbrica alla proposta veramente sovversiva di una fabbrica alternativa basata su un azionariato popolare che produca beni utili socialmente e non solo al profitto – una fabbrica quindi senza padrone, ma attiva sulla base di un interesse sociale – passando per la costruzione di relazioni con situazioni politiche significative in Italia e altrove, fino all’elaborazione culturale di cui i festival finora organizzati sono un notevole esempio. Questo gruppo di operai – alquanto diminuito, ovviamente, in quasi cinque anni di lotta, resistenza e (mi viene spontaneamente da aggiungere) di cura – ha avuto appunto la capacità di trasformare un brutale licenziamento in un processo di trasformazione sociale, creando un rapporto fra le lotte operaie “classiche” e la situazione storica attuale così radicalmente diversa. Un festival di Letteratura e classe operaia vuol dire che un gruppo di operai si riconosce come frazione di una classe operaia che trascende storicamente se stessa, nei suoi limiti di tipo sindacale e occidentale, unendo la tradizione della lotta di classe a un progetto di trasformazione sociale che è, insieme, necessariamente locale e originariamente proiettato verso un progetto complessivo di trasformazione sociale, ispirandosi a molteplici riferimenti, anche extraeuropei ed extra occidentali, sudamericani, palestinesi. Per indicarne i temi fondamentali, la cosa migliore è leggere insieme il programma del festival. Un passaggio essenziale è indicato con due titoli: La transizione della working class nella forma romanzo e La transizione dalla working alla caring class nel racconto italiano. Penso che sia molto originale il concetto di transizione della classe operaia nella forma romanzo e nel racconto: la narrazione letteraria qui è intesa come una forma di lotta che è insieme un’invenzione di scrittura, ovvero una forma creativa di comunicazione e di costruzione culturale. La letteratura è agita non come questione di esperti, di talenti individuali, ma come modalità di comunicazione-trasformazione sociale. La condizione sociale implica una capacità narrativa che non deve essere solo di pochi e del sistema di potere: anche una legge è una narrazione, la narrazione del potere. Originalissimo il concetto di caring class che in questo agire nasce: classe che si cura non solo di sé, dei suoi interessi di tipo sindacale, ma che utilizza le possibilità che le vengono da una tradizione storica di lotta, di organizzazione legata alla condizione di fabbrica, per affrontare l’interesse collettivo, interloquendo radicalmente con altre forme di autorganizzazione sociale. La cura tende a diventare forma di organizzazione sociale nella convinzione implicita che una società è fondata nella cura reciproca. Altro tema fondamentale, il rapporto con culture extraeuropee. La poesia pakistana attraverso le lotte sociali e, passaggio oggi veramente radicale, la letteratura palestinese dal fiume al mare: da cui si coglie con particolare forza il carattere attivo, trasformativo, radicalmente politico, della letteratura, evidentissima nell’esemplare caso palestinese, oggi spinto a un livello estremo. La questione palestinese è esemplare anche per questo. E ancora: Il viaggio nel tempo della working class sudamericana con gli interventi di un notissimo scrittore sudamericano, Paco Ignacio Taibo II, autore anche di biografie di Pancho Villa e Che Guevara, radicato quindi nella storia sovversiva del Sudamerica, insieme a uno scrittore e sindacalista argentino, Kike Ferrari, rimpatriato forzosamente dagli Usa, che campa come addetto alle pulizie nella metropolitana di Buenos Aires e che, di notte, si dedica alla scrittura. E, passando a un’altra area cultural-politica fondamentale, Le autobiografie delle transfughe di classe femministe: l’autobiografia come forma di lotta e di creatività esemplarmente femminista. La visione della lotta si trasforma, perdendo il suo carattere di mera contrapposizione, diventa creativa, cioè produce nuove forme d’esistenza singolari e, quindi, collettive, trasforma non solo chi lotta ma, nel farlo, costruisce pezzi di società alternativa in atto: è, contemporaneamente, lotta, resistenza e cura. Un altro passaggio fondamentale: Scrivere in transito fra le generazioni, con i ragazz* del progetto Porto delle storie – laboratorio di scrittura per adolescenti – e i rappresentanti di altre situazioni giovanili in cui la scrittura esprime e interferisce con condizioni sociali giovanili particolarmente difficili, come quelle indicate con il termine gergale “maranza”. Quest’ultimo incontro vuol porre l’attenzione sulla fondamentale possibilità per un giovane e un giovanissimo di raccontare la propria storia: “che cosa per i giovani vuol dire futuro”, che cosa vuol dire “aver voglia di futuro”, domande che è dir poco definire fondamentali oggi, quando il rapporto fra le generazioni è interrotto nel tempo del genocidio pubblico di Gaza, nel tempo dell’eliminazione di ogni vigenza internazionale di qualche forma di diritto, nel tempo dell’aggravamento inesorabile di ciò che banalmente si definisce come “crisi ambientale”. Un ragazzo racconta: “non sapevo cosa scrivere all’inizio, proprio zero”. Un altro alla domanda: come avviene che uno racconti la sua storia? risponde “non lo so”. Un altro ancora afferma che “il titolo è la cosa che si vede subito in un racconto”. C’è chi si ispira a testi diffusi, come Il signore degli anelli e chi afferma invece che “devi sapere di che cosa vuoi parlare” e chi ancora nota l’importanza dell’amicizia per fugare il vuoto del futuro. La scrittura, dunque, come rapporto fondamentale con il futuro: capacità di tessere lo scorrere inesorabile del tempo, immaginando costruttivamente il futuro, non con rappresentazioni “private”, bensì nella comunicazione-con-gli-altri-nel-contesto-sociale. La scrittura è sempre stata anche fondamentale strumento di potere, ma può dunque diventare cammino di liberazione, ovvero di lotta, resistenza e cura dell’altro e quindi di sé. Importante anche il riferimento alle lotte dei portuali e, in generale, contro la guerra, nel titolo: Transizioni contro il riarmo. In mare come in terra. E ancora: significativa, per la possibilità di tessere relazioni europee, la presenza di un attivista svedese e di uno finlandese impegnati nei loro paesi nell’organizzazione di analoghi incontri pubblici volti a costruire un legame intrinseco fra condizione operaia e letteratura. Infine, senza elencare tutti gli incontri, cito quello finale – in cui parla anche un rappresentante della Global Sumud Flottilla e Luciana Castellina. Conclude Dario Salvetti a nome del Collettivo operaio ex GKN che affronta tutta la complessa, difficile e dolorosa problematica di quasi cinque anni di lotta, ora in grave difficoltà nell’indispensabile raccolta di fondi per l’innovativo progetto di fabbrica sociale, che l’indifferenza più che l’aperta ostilità della Regione Toscana tende a far naufragare. Salvetti chiude con un’affermazione di continuità nella resistenza del Collettivo operaio nei termini di un progetto più ridotto, adeguato alle disponibilità finanziarie effettive, che non è una resa ma una continuazione nel difficile cammino di un’azione costruttiva di lotta, resistenza e cura. Vanno ricordati gli interventi, al termine di ogni sessione, sotto il titolo di “L’elefante nella stanza“, che sono l’irruzione nel festival di azioni politiche in atto che comprendono una vastissima serie di problematiche politico-sociali: dal Movimento No tav della Val di Susa alla Brigata Basaglia che si occupa di cura in determinati contesti di sofferenza, compreso quello dei lavoratori ex GKN, all’intervento di un migrante africano del Sud Italia, portavoce del Movimento Right to be di Palermo , di Non una di meno, dei Portuali di Livorno contro l’industria bellica e altri ancora. Tutti colgono situazioni esemplari che tengono insieme i tre momenti fondamentali dell’impegno politico – lotta, resistenza e cura – agito come impegno di vita e dell’impegno di vita vissuto come impegno politico. La vita o è politica o è sopravvivenza. La politica o è vita o diventa necessariamente ricerca di potere. Nel tardo pomeriggio di sabato, si è svolta a Campi Bisenzio anche una manifestazione con alcune migliaia di persone, organizzata dal Festival con il chiaro intento di manifestare, appunto, l’unità di forme diverse di azione, tradizionalmente separate, ma invece intrinsecamente complementari e quindi parte integrante di un unico modo di vita che si deve chiama correntemente politica: esistere in una polis lanciata necessariamente verso il futuro, ma già in atto qui ora. Questi rapidi accenni e spunti riflessivi sorti dentro un’esperienza molto significativa mi rimandano con forza, dunque, al mio tentativo di elaborazione dell’esperienza con i profughi della Rotta Balcanica (a Trieste) nel libro Per un comunismo della cura della cui problematica la vicenda del collettivo operaio ex GKN mi sembra un tentativo di sperimentazione. Molto significativo in questa vicenda è il suo sorgere da un concretissimo episodio di conflitto fra una proprietà invisibile, tipica dell’oggi, come un Fondo d’investimenti, e alcune centinaia di operai, licenziati con una mail, che, invece di cadere nell’individualismo dei “fatti miei”, si sono occupati dei fatti collettivi, pagando duri prezzi esistenziali, ma, pur alquanto ridotti di numero, ancora in grado di immaginare ed elaborare una visione e un’azione politiche capace di organizzare anche incontri come i Festival della letteratura working class. Questo collettivo operaio è riuscito a fare della working class una caring class: un’esperienza fondamentale. Anzi, ancora di più: un’esperienza necessaria. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Narrazioni locali e grandi narrazioni collettive proviene da Comune-info.
April 26, 2026
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