Genova 2001: le domande che non abbiamo ancora smesso di porci

Comune-info - Monday, July 20, 2026
Genova, 20 luglio 2026. Foto di Marco Trotta

Le manifestazioni contro il G8 di Genova non nacquero principalmente come protesta contro uno specifico vertice, ma come espressione di un movimento internazionale che, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila, si era sviluppato attraverso Seattle (1999), Praga (2000), Québec (2001) e aveva trovato nel primo Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, nel gennaio 2001, uno spazio di incontro e di elaborazione comune. Lo slogan che lo accompagnava – «Un altro mondo è possibile» – non indicava un programma unitario già definito, ma l’apertura di un processo collettivo di ricerca. Era uno slogan mutuato da un altro, emerso nel 1997 al secondo incontro di ispirazione Zapatista per l’umanità e contro il neoliberalismo in Spagna: “Un no, molti si”.

Quel movimento non era un soggetto omogeneo: era un laboratorio politico nel quale esperienze, culture e pratiche molto diverse cercavano di riconoscersi reciprocamente e di costruire un terreno comune.

Un altro mondo era possibile

Al centro vi era una critica della globalizzazione neoliberista, non della globalizzazione in quanto tale. Ciò che veniva contestato era una particolare configurazione del capitalismo mondiale, fondata sulla crescente libertà di movimento dei capitali, sulla deregolamentazione dei mercati, sulle privatizzazioni e sulla subordinazione dei diritti sociali e ambientali alla competizione economica. Si denunciava il potere crescente delle grandi imprese multinazionali, la compressione dei salari, la precarizzazione del lavoro e l’aumento delle disuguaglianze.

Fu per questa ragione che il primo grande corteo di Genova, il 19 luglio, non fu dedicato al G8 in senso stretto, ma ai migranti. Lo slogan «Libertà di movimento, libertà senza confini» esprimeva una contraddizione che il movimento aveva già colto con grande lucidità: il capitale poteva attraversare il pianeta quasi senza ostacoli, mentre le persone incontravano frontiere sempre più dure. La globalizzazione non eliminava i confini; li selezionava. Apriva quelli necessari alla circolazione delle merci, della finanza e degli investimenti, e rafforzava quelli contro chi fuggiva da guerre, povertà o processi di espropriazione spesso prodotti dallo stesso ordine economico globale. La questione migratoria non era dunque una rivendicazione separata, ma attraversava tutte le altre. Parlare di debito, di libero commercio, di guerre, di beni comuni o di diritti del lavoro significava anche interrogarsi sulle cause strutturali delle migrazioni e sulle forme di cittadinanza che un altro ordine globale avrebbe dovuto costruire.

Oggi quel quadro è profondamente cambiato. Il neoliberismo della libera circolazione incontra ovunque nuove forme di protezionismo, guerre commerciali e dazi. Ma sarebbe un errore leggere questo cambiamento come il semplice passaggio da un capitalismo “cattivo” a uno “buono”. Tanto il libero scambio quanto i dazi sono strumenti attraverso cui il capitale regola i propri processi di accumulazione in differenti congiunture storiche. I primi hanno accompagnato la costruzione delle catene globali del valore; i secondi ne accompagnano oggi la frammentazione geopolitica e la competizione tra blocchi economici. Il problema non era allora il libero scambio in sé, così come oggi non sono i dazi in sé: il problema è il modo in cui questi strumenti vengono impiegati per organizzare rapporti di potere, redistribuire costi sociali e ambientali e ridefinire i rapporti di forza tra capitale, lavoro e territori.

La stessa contraddizione attraversa oggi la questione migratoria. Nel 2001 la critica era rivolta a un capitalismo che sembrava fondarsi sull’espansione continua dei flussi globali. Oggi viviamo in un mondo attraversato da guerre, muri, esternalizzazione delle frontiere, accordi con paesi terzi, deportazioni e competizione geopolitica. Eppure la contraddizione di fondo resta sorprendentemente simile: la mobilità continua a essere distribuita in modo profondamente diseguale. Il capitale conserva un’elevata capacità di muoversi, di delocalizzare, di riorganizzare le filiere e di spostare investimenti; la mobilità delle persone, invece, viene continuamente selezionata, gerarchizzata e criminalizzata. Alcuni corpi attraversano facilmente i confini, altri vi trovano muri, campi di detenzione o il mare come frontiera mortale.

Chi governa il mondo?

Questa critica si estendeva alle istituzioni della governance economica globale – Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Organizzazione Mondiale del Commercio – accusate di imporre programmi di aggiustamento strutturale, privatizzazioni e austerità, restringendo gli spazi della democrazia e subordinando le politiche pubbliche agli interessi dei mercati finanziari. A distanza di oltre vent’anni quelle istituzioni non occupano più da sole il centro della scena, ma la questione della governance globale è tutt’altro che scomparsa. Si è piuttosto spostata verso nuove forme di potere: grandi piattaforme digitali, fondi finanziari, catene logistiche globali, regimi di proprietà intellettuale, organismi tecnocratici e nuovi complessi industriali legati alla sicurezza e alla tecnologia. La domanda politica rimane sostanzialmente la stessa: chi decide le condizioni della riproduzione della vita e secondo quali criteri?

Tra le richieste più condivise vi era la cancellazione del debito dei paesi impoveriti. Si sosteneva che gran parte di quel debito fosse ormai impagabile, che il suo servizio impedisse investimenti in sanità, istruzione e servizi essenziali e che il Nord globale avesse responsabilità storiche nei confronti del Sud del mondo. Oggi quella questione resta aperta, ma si intreccia con nuove forme di indebitamento: il debito climatico, il debito ecologico, l’indebitamento privato delle famiglie, il peso crescente della finanza sulle politiche pubbliche e i nuovi meccanismi attraverso cui il credito disciplina intere società. Anche le migrazioni si collocano dentro questa trama: non come effetto meccanico di una singola causa, ma come parte di processi nei quali indebitamento, espropriazione, distruzione dei mezzi di sussistenza, crisi ecologiche e guerre concorrono a rendere invivibili interi territori.

Già allora il movimento parlava di beni comuni: acqua, semi, conoscenza, salute, biodiversità. L’idea fondamentale era che esistessero ambiti della vita che non dovessero essere interamente subordinati alla logica del profitto. Nel frattempo questa intuizione si è ampliata. Oggi la questione dei commons riguarda anche i dati, le infrastrutture digitali, gli algoritmi, le reti energetiche, la cura, la riproduzione sociale e gli ecosistemi planetari. Non si tratta semplicemente di difendere beni esistenti dalla privatizzazione, ma di costruire istituzioni e pratiche capaci di riprodurre collettivamente le condizioni della vita. Anche la possibilità di abitare un territorio, di attraversarlo e di costruirvi relazioni sociali appartiene a questa più ampia questione delle condizioni comuni dell’esistenza.

Una componente importante del movimento era costituita dal lavoro. Sindacati, reti di lavoratori e movimenti sociali denunciavano il dumping sociale, la perdita di diritti, la precarizzazione e la compressione salariale prodotte dalla competizione globale. Quelle rivendicazioni acquistano oggi un significato ancora più ampio, perché il lavoro salariato convive con il lavoro di piattaforma, con nuove forme di lavoro cognitivo, con la centralità del lavoro di cura e con i processi di automazione e di intelligenza artificiale. La questione non riguarda più soltanto il posto di lavoro, ma l’intera organizzazione della riproduzione sociale.

La condizione dei migranti mostrava già allora che la segmentazione della forza lavoro era uno dei dispositivi fondamentali del capitalismo globale. Le frontiere non servivano semplicemente a escludere, ma anche a produrre differenti gradi di vulnerabilità, ricattabilità e accesso ai diritti. La stessa persona poteva essere indispensabile come lavoratore e indesiderabile come soggetto politico, necessaria alla produzione e alla cura ma mantenuta in una condizione giuridica precaria. Per questo la libertà di movimento era inseparabile dalla lotta contro lo sfruttamento: la gerarchia dei permessi di soggiorno, delle cittadinanze e dei diritti contribuiva a dividere il lavoro e a disciplinarlo.

La giustizia ambientale era già presente, sebbene la crisi climatica non occupasse ancora il centro del dibattito pubblico. Si parlava di foreste, biodiversità, agricoltura sostenibile, organismi geneticamente modificati e principio di precauzione. Oggi sappiamo che quelle rivendicazioni anticipavano soltanto una parte della questione. La crisi ecologica è diventata una crisi sistemica che investe energia, alimentazione, acqua, clima, migrazioni e guerra, rendendo ancora più evidente quanto fossero intrecciate le dimensioni ambientali e quelle economiche. Anche qui occorre evitare determinismi semplicistici: il cambiamento climatico non produce automaticamente migrazioni, ma aggrava disuguaglianze, conflitti e processi di espulsione già esistenti, mentre le responsabilità e le possibilità di proteggersi restano distribuite in modo profondamente ineguale.

Vi era inoltre una critica radicale alla governance mondiale rappresentata dal G8. Otto governi pretendevano di decidere questioni che riguardavano miliardi di persone senza alcuna effettiva partecipazione democratica. Quel problema non è scomparso; ha semplicemente assunto nuove forme. Le grandi decisioni che incidono sulla vita collettiva vengono oggi prese entro reti molto più complesse, nelle quali si intrecciano Stati, imprese multinazionali, organismi sovranazionali, finanza globale e grandi piattaforme tecnologiche. Le politiche migratorie mostrano con particolare chiarezza questa trasformazione: il controllo delle frontiere viene affidato a una combinazione di governi, agenzie sovranazionali, accordi con Stati terzi, apparati militari, tecnologie di sorveglianza e imprese private. La frontiera non coincide più soltanto con una linea geografica, ma si estende lungo le rotte, nei centri di detenzione, nelle procedure amministrative, negli algoritmi di identificazione e nelle condizioni di accesso ai diritti.

Dalla globalizzazione alla guerra

Anche la questione della pace assume oggi un significato diverso. È importante ricordare che Genova si svolse prima dell’11 settembre. Il movimento denunciava l’aumento delle spese militari, criticava la NATO, il commercio delle armi e la crescente militarizzazione delle relazioni internazionali in un momento in cui la cosiddetta globalizzazione appariva ancora prevalentemente organizzata attorno all’espansione dei mercati. Si comprendevano già, però, i legami tra guerre, impoverimento, distruzione dei territori e spostamenti forzati delle popolazioni. La libertà di movimento non significava soltanto rivendicare il diritto di chi migrava ad attraversare le frontiere, ma anche contestare un ordine mondiale che costringeva milioni di persone a partire e poi le criminalizzava per averlo fatto.

Pochi mesi dopo, gli attentati dell’11 settembre inaugurarono una nuova fase storica. La “guerra al terrorismo” divenne il paradigma dominante della politica internazionale, ridefinendo profondamente i rapporti tra sicurezza, libertà, controllo sociale e politica economica. Da allora siamo progressivamente entrati in un capitalismo sempre più attraversato dalla guerra, nel quale la militarizzazione non rappresenta soltanto una risposta alle crisi, ma una componente strutturale dei processi di accumulazione e di riorganizzazione geopolitica. In questo nuovo regime, la figura del migrante venne sempre più sovrapposta a quelle della minaccia, del clandestino e del possibile nemico interno. La guerra esterna e il controllo interno delle popolazioni si svilupparono così come dimensioni complementari di una stessa trasformazione. Oggi siamo arrivati con Trump a definire “terrorista” chiunque si opponga al fascismo o ponga in essere un’agenda moderatamente social democratica di redistribuzione del reddito.

La forza della trasversalità

La forza del movimento alter-globalizzazione non consisteva tuttavia soltanto nelle singole rivendicazioni. Il suo tratto forse più innovativo era il tentativo di costruire trasversalità. Seattle, Praga, Québec, Porto Alegre e infine Genova furono laboratori nei quali sindacati, movimenti contadini, reti femministe, ambientalisti, associazioni cattoliche, centri sociali, ONG, gruppi per i diritti umani, reti di migranti, cooperative e molte altre soggettività cercavano di elaborare linguaggi comuni senza rinunciare alle proprie differenze. La domanda politica fondamentale non era come eliminare l’eterogeneità, ma come mantenerla viva dentro un percorso condiviso. Come articolare lotte differenti senza ridurle a un’unica identità. Come costruire un processo di ricomposizione capace di aumentare la potenza collettiva senza cancellare le differenze.

È probabilmente proprio questa ricerca di trasversalità ad aver rappresentato il tratto più pericoloso agli occhi dei poteri costituiti. Una società attraversata da conflitti separati è più facilmente governabile; una società nella quale soggetti diversi iniziano a riconoscere le proprie interdipendenze e a costruire pratiche comuni apre invece possibilità di trasformazione molto più profonde. In questa prospettiva, la repressione di Genova non può essere letta soltanto come risposta agli scontri di piazza. Le violenze della repressione della piazza culminata con la morte di Carlo Giuliani, la macelleria sociale della Diaz e le torture di Bolzaneto colpirono il cuore organizzativo di quel processo di ricomposizione, cercando di interromperlo attraverso il trauma, la paura e la criminalizzazione dell’intero movimento. Pochi mesi dopo, l’11 settembre inaugurò un nuovo regime storico. La “guerra al terrorismo” trasformò profondamente il contesto politico internazionale, restringendo gli spazi del dissenso e spostando il baricentro della politica mondiale dalla promessa della globalizzazione alla gestione permanente della sicurezza. Oggi viviamo pienamente dentro quell’orizzonte: un mondo nel quale guerra, riarmo, controllo delle frontiere, sorveglianza e competizione geopolitica non costituiscono più risposte eccezionali alle crisi, ma elementi strutturali del capitalismo contemporaneo. La radicalizzazione di questa logica è oggi evidente nella tendenza a trasformare ogni conflitto sociale in un problema di ordine pubblico o di sicurezza, fino a equiparare, nella retorica di Donald Trump e di altri leader della destra autoritaria, l’antifascismo di piazza e perfino moderate politiche redistributive a minacce per l’ordine costituito, mentre la ricchezza continua a concentrarsi come mai prima.

Le domande che restano

A distanza di oltre vent’anni, molte delle questioni sollevate allora sono entrate nel dibattito pubblico, spesso in forme molto diverse da quelle immaginate dal movimento. Altre restano aperte. Ma forse l’eredità più importante di Genova non consiste nell’aver anticipato singole crisi o singole rivendicazioni. Consiste nell’aver mostrato che problemi apparentemente separati – lavoro, ambiente, debito, migrazioni, pace, beni comuni, democrazia e riproduzione sociale – possono essere pensati come parti di una stessa totalità. Più in generale, rileggendo oggi Genova, mi sembra che le grandi domande del movimento fossero profondamente intrecciate: la libertà di movimento delle persone, la libertà della riproduzione dei commons dalla mercificazione, la libertà del lavoro dallo sfruttamento e la libertà dei popoli dalla guerra. Ma quella libertà non era intesa soltanto come liberazione da vincoli, dominazioni o forme di espropriazione. Era anche libertà di costruire istituzioni comuni, di cooperare, di prendersi cura della riproduzione della vita, di decidere collettivamente il proprio futuro e di sperimentare nuove forme di convivenza oltre la logica del profitto e della guerra.

Tutte nascevano dalla stessa critica a un ordine globale che organizzava la mobilità, l’accesso alle risorse, il lavoro e la sicurezza secondo le esigenze dell’accumulazione capitalistica. È questa coerenza profonda, più ancora delle singole rivendicazioni, che vale la pena recuperare oggi.

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