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Genova 2001: le domande che non abbiamo ancora smesso di porci
-------------------------------------------------------------------------------- Genova, 20 luglio 2026. Foto di Marco Trotta -------------------------------------------------------------------------------- Le manifestazioni contro il G8 di Genova non nacquero principalmente come protesta contro uno specifico vertice, ma come espressione di un movimento internazionale che, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila, si era sviluppato attraverso Seattle (1999), Praga (2000), Québec (2001) e aveva trovato nel primo Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, nel gennaio 2001, uno spazio di incontro e di elaborazione comune. Lo slogan che lo accompagnava – «Un altro mondo è possibile» – non indicava un programma unitario già definito, ma l’apertura di un processo collettivo di ricerca. Era uno slogan mutuato da un altro, emerso nel 1997 al secondo incontro di ispirazione Zapatista per l’umanità e contro il neoliberalismo in Spagna: “Un no, molti si”. Quel movimento non era un soggetto omogeneo: era un laboratorio politico nel quale esperienze, culture e pratiche molto diverse cercavano di riconoscersi reciprocamente e di costruire un terreno comune. Un altro mondo era possibile Al centro vi era una critica della globalizzazione neoliberista, non della globalizzazione in quanto tale. Ciò che veniva contestato era una particolare configurazione del capitalismo mondiale, fondata sulla crescente libertà di movimento dei capitali, sulla deregolamentazione dei mercati, sulle privatizzazioni e sulla subordinazione dei diritti sociali e ambientali alla competizione economica. Si denunciava il potere crescente delle grandi imprese multinazionali, la compressione dei salari, la precarizzazione del lavoro e l’aumento delle disuguaglianze. Fu per questa ragione che il primo grande corteo di Genova, il 19 luglio, non fu dedicato al G8 in senso stretto, ma ai migranti. Lo slogan «Libertà di movimento, libertà senza confini» esprimeva una contraddizione che il movimento aveva già colto con grande lucidità: il capitale poteva attraversare il pianeta quasi senza ostacoli, mentre le persone incontravano frontiere sempre più dure. La globalizzazione non eliminava i confini; li selezionava. Apriva quelli necessari alla circolazione delle merci, della finanza e degli investimenti, e rafforzava quelli contro chi fuggiva da guerre, povertà o processi di espropriazione spesso prodotti dallo stesso ordine economico globale. La questione migratoria non era dunque una rivendicazione separata, ma attraversava tutte le altre. Parlare di debito, di libero commercio, di guerre, di beni comuni o di diritti del lavoro significava anche interrogarsi sulle cause strutturali delle migrazioni e sulle forme di cittadinanza che un altro ordine globale avrebbe dovuto costruire. Oggi quel quadro è profondamente cambiato. Il neoliberismo della libera circolazione incontra ovunque nuove forme di protezionismo, guerre commerciali e dazi. Ma sarebbe un errore leggere questo cambiamento come il semplice passaggio da un capitalismo “cattivo” a uno “buono”. Tanto il libero scambio quanto i dazi sono strumenti attraverso cui il capitale regola i propri processi di accumulazione in differenti congiunture storiche. I primi hanno accompagnato la costruzione delle catene globali del valore; i secondi ne accompagnano oggi la frammentazione geopolitica e la competizione tra blocchi economici. Il problema non era allora il libero scambio in sé, così come oggi non sono i dazi in sé: il problema è il modo in cui questi strumenti vengono impiegati per organizzare rapporti di potere, redistribuire costi sociali e ambientali e ridefinire i rapporti di forza tra capitale, lavoro e territori. La stessa contraddizione attraversa oggi la questione migratoria. Nel 2001 la critica era rivolta a un capitalismo che sembrava fondarsi sull’espansione continua dei flussi globali. Oggi viviamo in un mondo attraversato da guerre, muri, esternalizzazione delle frontiere, accordi con paesi terzi, deportazioni e competizione geopolitica. Eppure la contraddizione di fondo resta sorprendentemente simile: la mobilità continua a essere distribuita in modo profondamente diseguale. Il capitale conserva un’elevata capacità di muoversi, di delocalizzare, di riorganizzare le filiere e di spostare investimenti; la mobilità delle persone, invece, viene continuamente selezionata, gerarchizzata e criminalizzata. Alcuni corpi attraversano facilmente i confini, altri vi trovano muri, campi di detenzione o il mare come frontiera mortale. Chi governa il mondo? Questa critica si estendeva alle istituzioni della governance economica globale – Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Organizzazione Mondiale del Commercio – accusate di imporre programmi di aggiustamento strutturale, privatizzazioni e austerità, restringendo gli spazi della democrazia e subordinando le politiche pubbliche agli interessi dei mercati finanziari. A distanza di oltre vent’anni quelle istituzioni non occupano più da sole il centro della scena, ma la questione della governance globale è tutt’altro che scomparsa. Si è piuttosto spostata verso nuove forme di potere: grandi piattaforme digitali, fondi finanziari, catene logistiche globali, regimi di proprietà intellettuale, organismi tecnocratici e nuovi complessi industriali legati alla sicurezza e alla tecnologia. La domanda politica rimane sostanzialmente la stessa: chi decide le condizioni della riproduzione della vita e secondo quali criteri? Tra le richieste più condivise vi era la cancellazione del debito dei paesi impoveriti. Si sosteneva che gran parte di quel debito fosse ormai impagabile, che il suo servizio impedisse investimenti in sanità, istruzione e servizi essenziali e che il Nord globale avesse responsabilità storiche nei confronti del Sud del mondo. Oggi quella questione resta aperta, ma si intreccia con nuove forme di indebitamento: il debito climatico, il debito ecologico, l’indebitamento privato delle famiglie, il peso crescente della finanza sulle politiche pubbliche e i nuovi meccanismi attraverso cui il credito disciplina intere società. Anche le migrazioni si collocano dentro questa trama: non come effetto meccanico di una singola causa, ma come parte di processi nei quali indebitamento, espropriazione, distruzione dei mezzi di sussistenza, crisi ecologiche e guerre concorrono a rendere invivibili interi territori. Già allora il movimento parlava di beni comuni: acqua, semi, conoscenza, salute, biodiversità. L’idea fondamentale era che esistessero ambiti della vita che non dovessero essere interamente subordinati alla logica del profitto. Nel frattempo questa intuizione si è ampliata. Oggi la questione dei commons riguarda anche i dati, le infrastrutture digitali, gli algoritmi, le reti energetiche, la cura, la riproduzione sociale e gli ecosistemi planetari. Non si tratta semplicemente di difendere beni esistenti dalla privatizzazione, ma di costruire istituzioni e pratiche capaci di riprodurre collettivamente le condizioni della vita. Anche la possibilità di abitare un territorio, di attraversarlo e di costruirvi relazioni sociali appartiene a questa più ampia questione delle condizioni comuni dell’esistenza. Una componente importante del movimento era costituita dal lavoro. Sindacati, reti di lavoratori e movimenti sociali denunciavano il dumping sociale, la perdita di diritti, la precarizzazione e la compressione salariale prodotte dalla competizione globale. Quelle rivendicazioni acquistano oggi un significato ancora più ampio, perché il lavoro salariato convive con il lavoro di piattaforma, con nuove forme di lavoro cognitivo, con la centralità del lavoro di cura e con i processi di automazione e di intelligenza artificiale. La questione non riguarda più soltanto il posto di lavoro, ma l’intera organizzazione della riproduzione sociale. La condizione dei migranti mostrava già allora che la segmentazione della forza lavoro era uno dei dispositivi fondamentali del capitalismo globale. Le frontiere non servivano semplicemente a escludere, ma anche a produrre differenti gradi di vulnerabilità, ricattabilità e accesso ai diritti. La stessa persona poteva essere indispensabile come lavoratore e indesiderabile come soggetto politico, necessaria alla produzione e alla cura ma mantenuta in una condizione giuridica precaria. Per questo la libertà di movimento era inseparabile dalla lotta contro lo sfruttamento: la gerarchia dei permessi di soggiorno, delle cittadinanze e dei diritti contribuiva a dividere il lavoro e a disciplinarlo. La giustizia ambientale era già presente, sebbene la crisi climatica non occupasse ancora il centro del dibattito pubblico. Si parlava di foreste, biodiversità, agricoltura sostenibile, organismi geneticamente modificati e principio di precauzione. Oggi sappiamo che quelle rivendicazioni anticipavano soltanto una parte della questione. La crisi ecologica è diventata una crisi sistemica che investe energia, alimentazione, acqua, clima, migrazioni e guerra, rendendo ancora più evidente quanto fossero intrecciate le dimensioni ambientali e quelle economiche. Anche qui occorre evitare determinismi semplicistici: il cambiamento climatico non produce automaticamente migrazioni, ma aggrava disuguaglianze, conflitti e processi di espulsione già esistenti, mentre le responsabilità e le possibilità di proteggersi restano distribuite in modo profondamente ineguale. Vi era inoltre una critica radicale alla governance mondiale rappresentata dal G8. Otto governi pretendevano di decidere questioni che riguardavano miliardi di persone senza alcuna effettiva partecipazione democratica. Quel problema non è scomparso; ha semplicemente assunto nuove forme. Le grandi decisioni che incidono sulla vita collettiva vengono oggi prese entro reti molto più complesse, nelle quali si intrecciano Stati, imprese multinazionali, organismi sovranazionali, finanza globale e grandi piattaforme tecnologiche. Le politiche migratorie mostrano con particolare chiarezza questa trasformazione: il controllo delle frontiere viene affidato a una combinazione di governi, agenzie sovranazionali, accordi con Stati terzi, apparati militari, tecnologie di sorveglianza e imprese private. La frontiera non coincide più soltanto con una linea geografica, ma si estende lungo le rotte, nei centri di detenzione, nelle procedure amministrative, negli algoritmi di identificazione e nelle condizioni di accesso ai diritti. Dalla globalizzazione alla guerra Anche la questione della pace assume oggi un significato diverso. È importante ricordare che Genova si svolse prima dell’11 settembre. Il movimento denunciava l’aumento delle spese militari, criticava la NATO, il commercio delle armi e la crescente militarizzazione delle relazioni internazionali in un momento in cui la cosiddetta globalizzazione appariva ancora prevalentemente organizzata attorno all’espansione dei mercati. Si comprendevano già, però, i legami tra guerre, impoverimento, distruzione dei territori e spostamenti forzati delle popolazioni. La libertà di movimento non significava soltanto rivendicare il diritto di chi migrava ad attraversare le frontiere, ma anche contestare un ordine mondiale che costringeva milioni di persone a partire e poi le criminalizzava per averlo fatto. Pochi mesi dopo, gli attentati dell’11 settembre inaugurarono una nuova fase storica. La “guerra al terrorismo” divenne il paradigma dominante della politica internazionale, ridefinendo profondamente i rapporti tra sicurezza, libertà, controllo sociale e politica economica. Da allora siamo progressivamente entrati in un capitalismo sempre più attraversato dalla guerra, nel quale la militarizzazione non rappresenta soltanto una risposta alle crisi, ma una componente strutturale dei processi di accumulazione e di riorganizzazione geopolitica. In questo nuovo regime, la figura del migrante venne sempre più sovrapposta a quelle della minaccia, del clandestino e del possibile nemico interno. La guerra esterna e il controllo interno delle popolazioni si svilupparono così come dimensioni complementari di una stessa trasformazione. Oggi siamo arrivati con Trump a definire “terrorista” chiunque si opponga al fascismo o ponga in essere un’agenda moderatamente social democratica di redistribuzione del reddito. La forza della trasversalità La forza del movimento alter-globalizzazione non consisteva tuttavia soltanto nelle singole rivendicazioni. Il suo tratto forse più innovativo era il tentativo di costruire trasversalità. Seattle, Praga, Québec, Porto Alegre e infine Genova furono laboratori nei quali sindacati, movimenti contadini, reti femministe, ambientalisti, associazioni cattoliche, centri sociali, ONG, gruppi per i diritti umani, reti di migranti, cooperative e molte altre soggettività cercavano di elaborare linguaggi comuni senza rinunciare alle proprie differenze. La domanda politica fondamentale non era come eliminare l’eterogeneità, ma come mantenerla viva dentro un percorso condiviso. Come articolare lotte differenti senza ridurle a un’unica identità. Come costruire un processo di ricomposizione capace di aumentare la potenza collettiva senza cancellare le differenze. È probabilmente proprio questa ricerca di trasversalità ad aver rappresentato il tratto più pericoloso agli occhi dei poteri costituiti. Una società attraversata da conflitti separati è più facilmente governabile; una società nella quale soggetti diversi iniziano a riconoscere le proprie interdipendenze e a costruire pratiche comuni apre invece possibilità di trasformazione molto più profonde. In questa prospettiva, la repressione di Genova non può essere letta soltanto come risposta agli scontri di piazza. Le violenze della repressione della piazza culminata con la morte di Carlo Giuliani, la macelleria sociale della Diaz e le torture di Bolzaneto colpirono il cuore organizzativo di quel processo di ricomposizione, cercando di interromperlo attraverso il trauma, la paura e la criminalizzazione dell’intero movimento. Pochi mesi dopo, l’11 settembre inaugurò un nuovo regime storico. La “guerra al terrorismo” trasformò profondamente il contesto politico internazionale, restringendo gli spazi del dissenso e spostando il baricentro della politica mondiale dalla promessa della globalizzazione alla gestione permanente della sicurezza. Oggi viviamo pienamente dentro quell’orizzonte: un mondo nel quale guerra, riarmo, controllo delle frontiere, sorveglianza e competizione geopolitica non costituiscono più risposte eccezionali alle crisi, ma elementi strutturali del capitalismo contemporaneo. La radicalizzazione di questa logica è oggi evidente nella tendenza a trasformare ogni conflitto sociale in un problema di ordine pubblico o di sicurezza, fino a equiparare, nella retorica di Donald Trump e di altri leader della destra autoritaria, l’antifascismo di piazza e perfino moderate politiche redistributive a minacce per l’ordine costituito, mentre la ricchezza continua a concentrarsi come mai prima. Le domande che restano A distanza di oltre vent’anni, molte delle questioni sollevate allora sono entrate nel dibattito pubblico, spesso in forme molto diverse da quelle immaginate dal movimento. Altre restano aperte. Ma forse l’eredità più importante di Genova non consiste nell’aver anticipato singole crisi o singole rivendicazioni. Consiste nell’aver mostrato che problemi apparentemente separati – lavoro, ambiente, debito, migrazioni, pace, beni comuni, democrazia e riproduzione sociale – possono essere pensati come parti di una stessa totalità. Più in generale, rileggendo oggi Genova, mi sembra che le grandi domande del movimento fossero profondamente intrecciate: la libertà di movimento delle persone, la libertà della riproduzione dei commons dalla mercificazione, la libertà del lavoro dallo sfruttamento e la libertà dei popoli dalla guerra. Ma quella libertà non era intesa soltanto come liberazione da vincoli, dominazioni o forme di espropriazione. Era anche libertà di costruire istituzioni comuni, di cooperare, di prendersi cura della riproduzione della vita, di decidere collettivamente il proprio futuro e di sperimentare nuove forme di convivenza oltre la logica del profitto e della guerra. Tutte nascevano dalla stessa critica a un ordine globale che organizzava la mobilità, l’accesso alle risorse, il lavoro e la sicurezza secondo le esigenze dell’accumulazione capitalistica. È questa coerenza profonda, più ancora delle singole rivendicazioni, che vale la pena recuperare oggi. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI HAIDI GIULIANI: > C’era un ragazzo sull’asfalto -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Genova 2001: le domande che non abbiamo ancora smesso di porci proviene da Comune-info.
July 20, 2026
Comune-info
Distruggere le società per consolidare il dominio
-------------------------------------------------------------------------------- Memorabilita festival (luglio 2026) promosso dal Centro Fonti San Lorenzo (“Solidarietà, mutualismo, cultura dal basso”) e i cittadini del quartiere Fonti a Recanati (Mc) -------------------------------------------------------------------------------- Per imporre il capitalismo, era necessario disciplinare i corpi dei contadini espropriati dai latifondisti, in modo che, una volta entrati nei “mulini del diavolo”, fossero disponibili allo sfruttamento. Oltre alla fame e alla repressione, il panopticon veniva utilizzato per disciplinare corpi e menti, poiché lo sfruttamento richiede una precedente sottomissione. Con il panopticon sopraffatto dalla resistenza, il controllo prende il suo posto per neutralizzare le moltitudini e consentire la continua accumulazione di capitale su altre scale e in altri spazi. In questi tempi di declino imperiale, di aspro conflitto tra potenze capitalistiche, di irruzione di popoli indigeni e di donne in lotta, le strategie del sistema si sono mutate: per appropriarsi dei beni comuni, principale modalità di accumulazione in questo periodo, è necessario distruggere le società. Si tratta di spezzare il legame sociale, la solidarietà tra le persone, che è ciò che ci permette di affermare di vivere in una società con norme, culture, tradizioni e obiettivi condivisi. Le lotte di classe si verificano all’interno di una singola società, ma ora ci troviamo a un altro livello: la fase genocida del sistema. La distruzione dei rapporti sociali permette l’eliminazione sistematica di interi settori della società con totale impunità, con la passività della maggioranza. Come vengono distrutti i rapporti sociali? Le classi dominanti ne sono diventate esperte, poiché il loro dominio è minacciato se le società mantengono rapporti di solidarietà tra le persone, perché è questo che permette loro di ostacolare o prevenire l’espropriazione. Un breve e incompleto elenco dei modi in cui il sistema distrugge le società getta luce sulle attuali modalità di oppressione che, per perpetuarsi, necessitano di demolire i rapporti umani. Il primo e più potente strumento è la paura, la violenza indiscriminata contro chiunque, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. Non è più necessario assassinare o far sparire chi partecipa alle organizzazioni, chi lotta contro il sistema, come accadeva decenni fa. Per quanto terribile, quella violenza aveva uno scopo: disorganizzare chi combatteva. Ora si diffonde in ogni direzione, ma sempre dall’alto verso il basso. La distruzione e lo sfollamento delle comunità per il controllo delle risorse comuni, la cosiddetta Quarta Guerra Mondiale dell’EZLN, implica anch’essa l’uso e l’abuso della violenza. La guerra contro i popoli e le comunità indigene, considerati un ostacolo all’accumulazione tramite espropriazione, mira a distruggere la comunione tra le persone e tra queste e la natura; da qui lo sfollamento forzato. Questo metodo è diverso e complementare al precedente: utilizza metodi simili e ha obiettivi analoghi, ma è mirato, mentre la guerra in corso colpisce l’intera popolazione. La fase finale emerge quando individui e comunità perdono ogni speranza, soccombendo alla disperazione, come quella vissuta dai prigionieri nei campi di concentramento nazisti. Questa modalità di annientamento dei popoli, analizzata dal filosofo Giorgio Agamben, ha oltrepassato i confini delle campagne per inglobare intere porzioni dei territori che il capitale cerca di controllare. Un quarto modo in cui le relazioni umane vengono distrutte è attraverso i programmi sociali governativi che, individualizzando i sussidi, lacerano le comunità urbane e rurali, rendendo le persone vulnerabili al sistema finanziario che le rende schiave del consumismo e del debito. Oltre agli Stati, anche i gruppi paramilitari e la criminalità organizzata svolgono un ruolo significativo nell’enorme distruzione delle relazioni sociali a cui stiamo assistendo. Tutti gli attori sistemici convergono nel saccheggio delle comunità e della natura, a prescindere dal fatto che i governi siano progressisti o conservatori. I proprietari delle fabbriche avevano bisogno di persone nelle fabbriche e nella società, come operai e come consumatori. Ecco perché Henry Ford aumentò i salari dei suoi operai da due a cinque dollari al giorno nel 1914 e limitò la giornata lavorativa a otto ore, cinque giorni alla settimana. In un certo senso, quel datore di lavoro sfruttatore si “prendeva cura” dei suoi lavoratori perché dipendeva da loro. Ora, noi che ci troviamo in fondo alla scala sociale siamo completamente sacrificabili e, in molti casi, ostacoli per il capitale. Come possiamo resistere e lottare per cambiare il mondo quando gli agenti del cambiamento sono sacrificabili? Stiamo appena iniziando a intravedere la risposta, grazie ai molteplici movimenti di resistenza che stanno attraversando questo continente. Contadini, operai, insegnanti e studenti, comunità indigene e nere, periferie urbane e territori colpiti dalle industrie estrattive stanno difendendo la vita e i beni comuni, l’acqua e la terra, con le proprie mani, come madri in cerca di aiuto. Solo aderendo a queste forme di resistenza possiamo invertire la tremenda crisi della sinistra e del pensiero critico: camminando al fianco del popolo. -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a La Jornada Raúl Zibechi ha aderito alla campagna Un tetto Comune: “Non esiste un nuovo mondo senza spazi di incontro. Senza territori abitati da coloro che sognano ma al tempo stesso costruiscono le relazioni sociali e il legame con la natura che ci permetteranno sia di sopravvivere al Collasso sia di dare vita al nuovo. Un nuovo mondo che deve essere diverso da quello che conosciamo, costruito con altri materiali. Il più importante di questi, quello che deve plasmare il nuovo mondo, è la fraternità, il legame tra coloro che sono in basso”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Distruggere le società per consolidare il dominio proviene da Comune-info.
July 20, 2026
Comune-info
Una via d’uscita
-------------------------------------------------------------------------------- Selva Lacandona, Chiapas (Messico 2008). Foto di Massimo Tennenini -------------------------------------------------------------------------------- Spesso, nella diffusa consapevolezza che stiamo vivendo la fine di una cultura, si affaccia l’esigenza – o la speranza – di un nuovo inizio, che, cioè, dopo il crollo di una lunga tradizione, una nuova e più viva venga prima o poi in essere. Contro questa ingenua aspettativa, occorre ricordare che non di un nuovo inizio abbiamo bisogno, ma di una via di uscita. Ammesso che un nuovo inizio fosse possibile, tutto allora ricomincerebbe come prima, magari con idee e progetti diversi, ma pur sempre entro il solco di un’epoca storica e di una tradizione in qualche modo omogenee alla precedente. Dopo il collasso della storia dell’Occidente, l’ultima cosa che possiamo volere è una nuova epoca storica, vogliamo piuttosto farla finita con le epoche, uscire una volta per tutte e non semplicemente ricominciare. Uscire verso dove? Non possiamo dirlo, ma questo è bene, il nostro silenzio è più prezioso delle chiacchiere sui caratteri di un improbabile futuro, che tradiscono la loro solidarietà col passato ripetendo formule stantie come «nuovo o post- o transumanesimo». Come dice la scimmia di Una relazione per un’Accademia (racconto di Kafka raccolto in Franz Kafka. Tutti i racconti, antologia curata da Ervino Pocar per Mondadori, ndr), che è diventata qualcosa di radicalmente altro: «Non volevo la libertà, soltanto una via di uscita». -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (e qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Vogliamo vincere. Come? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una via d’uscita proviene da Comune-info.
July 7, 2026
Comune-info
Le chiavi false di Trump. Recensione a Dario Togati “Il capitalismo fragile” – di Nicolò Bellanca
La tentazione è forte, e in parte comprensibile: liquidare Trump come una follia. È ciò che fanno molti commentatori progressisti, economisti liberali, osservatori istituzionali. Il suo protezionismo appare un autogol; il disprezzo per le regole democratiche, un pericolo evidente; la brutalità comunicativa, una patologia politica. Eppure questa diagnosi, proprio perché coglie qualcosa di vero, [...]
July 2, 2026
Effimera
Fuggire dal capitalismo
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Tra le pubblicazioni più interessanti del 2026 vi è Fuga dal capitalismo di Clara E. Mattei, edizione aggiornata di un precedente lavoro che, attraverso l’analisi economica e i dati storici e politici fugge dalla narrazione mainstream per svelare le tante verità, tenute volutamente nascoste dal capitalismo. L’intreccio tra struttura e sovrastruttura ha reso tale ideologia un dogma inscalfibile, a causa del connubio del potere formale (politico) con le scelte economiche operate negli ultimi due secoli. Perché non è sempre stato così. Il cambiamento paradigmatico si è avuto all’indomani della prima rivoluzione industriale, con “l’invenzione” della figura del salariato. Per arrivare a ciò si è dovuto, preliminarmente, pensare ad espropriare i residenti dai luoghi di residenza e di lavoro tradizionali (il lavoro nei campi, l’allevamento, le figure artigianali e gli scambi “paritari” solidali e non mercificati). Fenomeni di appropriazione, che vanno dalle scoperte coloniali alle enclosures, miranti alla sottrazione di quanto è comune ed appartiene ai popoli e ai territori per affidarli alle mani private di chi considera tutto merce. Il moderno concetto di proprietà ed il diritto privato, che rubano alle comunità, e mirano ad estrarre valore dall’utilizzo dei commons: l’utilizzo delle risorse idriche, dei boschi, della terra. Dalle quali derivare ricchezza non distribuita (nemmeno i feudatari arrivavano a tanto), e mediante cui dar luogo al meccanismo perverso della induzione alla domanda e al consumo. Un procedimento consolidato per volontà dei nuovi decisori, che usufruiscono della legge e dell’economia classica per normalizzare qualcosa che non ha nulla di naturale. In pratica, ti rubo quanto ti appartiene e se poi vuoi riutilizzare quello che una volta era tuo mi devi pagare una cifra spesso insostenibile, che genera debito, interessi, fallimenti personali, sociali, statali. È la rapina perpetrata nel Sud del Mondo dall’Occidente, che per garantirsi la supremazia e dettare le regole è andato in cerca di materie prime, oro, diamanti e preziosi, petrolio, fino alle terre rare. L’enorme debito (e sudditanza) del continente africano è frutto di queste “ingerenze” occidentali. E, solo parzialmente, di governi locali corrotti e bande di criminali e fondamentalisti. I veri criminali sono le istituzioni del capitale che, come il FMI e la Banca Mondiale, prestano soldi a tassi da usura, chiedendo riforme strutturali. La ricetta è sempre la stessa e non porta nessun beneficio. Anzi, spesso, aggrava la situazione. Prestare soldi a debito in cambio del taglio della spesa pubblica e del welfare per risanare i conti. Decurtazione di salari e pensioni, taglio e precarizzazione del lavoro; privatizzazioni e liberalizzazioni; smantellamento del sistema sanitario, allungamento dell’età pensionabile. Misure imposte in America Latina dai fautori della shock economy, arrivati con i Chicago boys al golpe cileno e alle migliaia di desaparecidos; in Africa; e da un trentennio anche in Europa dal Trattato di Maastricht al pareggio di bilancio nelle Costituzioni. Capitalismo e colonialismo sono facce della stessa medaglia. E, di recente, ce ne accorgiamo guardando a quello che accade in Palestina. Sottrazione di terre e risorse e dipendenza dell’economia palestinese, che prima era solida ed autonoma dal circuito capitalistico. O, ancora, in Venezuela e Iran. Un modello imposto con la forza e sostenuto dagli anglo-americani. I padrini della svolta storica capitalistica che, pur di evitare l’alternativa sociale (il comunismo, la socializzazione dei mezzi di produzione, decidere dal basso cosa, come e quanto produrre) hanno generato guerre e appoggiato regimi tirannici. Esiste, infatti, una stretta correlazione tra il pensiero liberal e quello nazionalistico, dai quali sono derivati i regimi fascisti. Infatti, andando a recuperare le dichiarazioni dei consulenti economici dei governi liberali dell’epoca emerge con evidenza come questi pur di non intaccare la legge del mercato preferissero dittature e violenze ai diritti sociali ed alle rivendicazioni dei lavoratori. Ad esempio, l’esperienza virtuosa dei Consigli di fabbrica, a cavallo delle due guerre, conseguente all’ondata massiccia di scioperi per recuperare condizioni di lavoro e salario dignitoso, venne stroncata dall’alleanza tra i capitalisti e il regime. La tanto osannata mano invisibile del mercato1 ha dimostrato tutta la sua fallacia. Il mercato non è in grado di autoregolarsi, anzi non è in grado nemmeno di assicurare la sana concorrenza. Così, i detentori del capitale, dei mezzi di produzione e della moneta dopo essersi serviti degli Stati ed averli esautorati hanno aggiornato la legge ferrea dell’oligarchia2. Nella Russia post-sovietica di Eltsin la restaurazione operata dal capitale ha determinato la conversione dell’economia, attraverso suggerimenti austeritari. Ed alle proteste del parlamento il regime corrotto reagì con i carri armati, gli arresti delle opposizioni politiche, la chiusura dei giornali, il ridimensionato degli organi costituzionali. In conseguenza dell’accettazione di quelle misure aumentarono fortemente le diseguaglianze. La povertà che nel 1988 riguardava il 2% della popolazione passò in breve tempo al 50%. Anche all’interno degli stessi sistemi-Stato-continenti che, storicamente, primeggiano sulle altre economie le differenze fra le classi sociali crescono. A causa della centralizzazione crescente dei capitali e della mancata (o cattiva distribuzione delle risorse). Quanto detto ribadisce che non esiste l’interesse nazionale, ma l’interesse (e la lotta, e il conflitto) di classe. Infatti, negli USA, in Europa, e in Israele aumentano le diseguaglianze e la povertà fra i salariati. Mentre gli usurpatori, i parassiti, coloro che vivono di rendita, e sfruttando, anche in maniera legale (la contrattualizzazione) il lavoro altrui si arricchiscono sempre di più. Grazie alle elargizioni pubbliche, a mancate e basse tassazioni, all’evasione fiscale. Pertanto, sostenere che forze, perfettamente integrate nel sistema, come la maggioranza dei partiti di sinistra, possano rappresentare il cambiamento è mera illusione. Lo dice la loro storia. È stata l’esperienza di governo formalmente socialista che ha ratificato lo sfruttamento della classe lavoratrice e dei beni comuni. Quindi, anche se viviamo tempi bui, dove urge la necessità di mandare a casa i governi reazionari e conservatori, è ovvio che, come ci ricordava Marx, affidarsi alla socialdemocrazia sarebbe l’ennesimo errore strategico. Un passo transitorio sulla via del compromesso con il capitale. Qualche elargizione qua e là, un piccolo aumento salariale dopo decenni di trasferimento crescente del plusvalore al capitalista, senza recuperare il potere d’acquisto. E così l’inflazione si è mangiata le retribuzioni. Anche qui, vi è un altro mito da sfatare: quello secondo cui più è alto il tasso di disoccupazione e meno crescono i prezzi (il modello economico delineato dalla cosiddetta Curva di Phillips), mentre poi scopriamo che l’inflazione viene generata dai monopolisti, che determinano la distorsione della concorrenza, falsificando la concezione stessa di libero mercato.3 Guai a mettere in discussione un modello basato sullo sfruttamento del lavoro4e le iniquità5. Intoccare il grosso del sistema vorrebbe dire smentire tutte le falsità che ci hanno propinato. A partire dalla concezione di austerità. Intesa come sacrificio da imporre ai salariati colpevoli di consumare oltre le proprie possibilità, mentre tali restrizioni non valgono per le élite economiche. Spendere meno, tagliare i servizi, le prestazioni e i sussidi, demolire quel poco che è rimasto della gestione pubblica e, nel frattempo, i soldi non mancano mai per i capitalisti. Guardiamo le remunerazioni e i benefit per i manager, i dividendi degli azionisti, i finanziamenti alle banche centrali, che non rispondono a nessuno del loro operato. E giungiamo, infine, all’enorme ricchezza accumulata da tutti i soggetti legati all’aumento abnorme delle spese militari. Con l’avvento dell’intelligenza artificiale l’efficienza del sistema coinciderà con il taglio di milioni di posti di lavoro e il controllo generalizzato dei movimenti delle persone. Non esisteranno più freni all’accumulazione dei padroni. Che fare?6 Appurata l’incompatibilità tra il capitalismo e la democrazia accontentarsi di un certo riformismo vorrebbe dire lasciare intatto il sistema, tranne piccole concessioni ai diritti civili. Tuttavia senza la garanzia di quelli sociali diventa più complicato esercitare i primi. Le alternative alla mercificazione delle vite esistono. Dai tanti movimenti indigeni che lottano per l’autogestione delle risorse alle forme virtuose di autogoverno zapatista e del confederalismo democratico curdo. Fuggire dal capitalismo, in sostanza, è proprio questo: mettere al centro le relazioni basate sul riconoscimento e la reciprocità; preservare i beni comuni pensando al valore d’uso e non a uno scambio in funzione del profitto. Partecipazione, mutualismo e solidarietà. -------------------------------------------------------------------------------- 1Principio elaborato dall’economista classico Adam Smith, teso ad evitare l’intervento statale nell’economia, e fatto proprio dai liberisti e dai tanti convertiti di sinistra. 2Teoria elaborata agli inizi del secolo scorso dal politologo tedesco Robert Michels. 3Clara E. Mattei – Fuga dal capitalismo. Un libro che apre gli occhi finalmente – RCS- 2026. 4Alcuni ricercatori hanno calcolato che il tasso di sfruttamento per produrre l’iPhoneX (modello 2017) risulta essere venticinque volte più alto di quello in atto nelle fabbriche dell’Ottocento (Clara E. Mattei – Fuga dal capitalismo. Un libro che apre gli occhi finalmente – RCS – 2026). 5Ogni anno un terzo del cibo prodotto viene buttato o resta invenduto, potrebbe sfamare 3 miliardi di persone e, invece, circa 800 milioni di persone soffrono la fame. (Ibid.). 6Titolo di una delle opere di Vladimir Lenin -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Fuggire dal capitalismo proviene da Comune-info.
June 30, 2026
Comune-info
Sostituzioni prossime
(Distopie apocalittiche in un soffocante inizio d’estate) Chi ha dei figli adolescenti e post-adolescenti già nota la differenza. Se i secondi per preparare un’interrogazione o un esame prima leggevano dei libri (anche banalmente il manuale), i primi ormai i libri quasi neppure li aprono, ascoltano le lezioni online su youtube […] L'articolo Sostituzioni prossime su Contropiano.
June 29, 2026
Contropiano
La sinistra e la conquista della fortezza digitale del capitalismo
La battaglia per la liberazione socialista nel XXI secolo non può essere combattuta con le armi del secolo scorso. In un’era in cui gli algoritmi dominano, in cui l’influenza dell’intelligenza artificiale sui media, la cultura, l’istruzione e il lavoro continua ad espandersi, e in cui le politiche e le strategie […] L'articolo La sinistra e la conquista della fortezza digitale del capitalismo su Contropiano.
June 25, 2026
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Vannacci, il prodotto politico del capitale
Dietro la guerra ai migranti e la remigrazione si nasconde una vecchia funzione: dividere il lavoro salariato, alimentare la guerra tra poveri e proteggere chi concentra ricchezza e potere. Roberto Vannacci non è un incidente della politica italiana. Non è una parentesi folkloristica. Non è nemmeno soltanto l’ennesimo personaggio mediatico […] L'articolo Vannacci, il prodotto politico del capitale su Contropiano.
June 18, 2026
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