La scienza dell’utopia contro il capitale monopolisticoL’ultima fatica di Emiliano Brancaccio è al contempo rigorosa e pop: una miscela
complicata, nello stile e nei contenuti, per chi si occupa di economia.
Esperimento più che riuscito, invece, che merita attenzione e ampio confronto,
scientifici e militanti. Nelle brevi note che seguono, tenterò di ricostruire il
percorso seguito da Brancaccio nel volume appena edito da Feltrinelli; un
percorso, quello di Libercomunismo, che ha l’ambizione di connettere i suoi
studi ultimi sulla centralizzazione del capitale alla riflessione sulla
congiuntura politica, drammatica, che stiamo vivendo.
1. Le tesi di fondo del volume sono due, tra esse strettamente connesse: 1.
nulla si capisce del mondo, e della politica, se non si comprendono le leggi
tendenziali (o tendenze storiche) del capitalismo; 2. legge tendenziale decisiva
– la seconda, oltre la prima che riguarda, nel senso di Rosa Luxemburg, la
riproduzione allargata e senza fine del capitale stesso – è la centralizzazione
del capitale. Nel capitolo XXIII del Primo libro del Capitale, Marx, introduce
la distinzione tra concentrazione e centralizzazione del capitale. Distinzione
che verrà ripresa da Lenin nel suo “saggio popolare” sull’imperialismo.
Brancaccio, per un verso, critica gli economisti mainstream, perché incapaci di
pensare attraverso la nozione marxiana di legge tendenziale/tendenza storica,
per l’altro chiarisce la natura della centralizzazione capitalistica. In
particolare, su quest’ultima Brancaccio scrive:
«Il modo più immediato in cui la centralizzazione capitalistica si manifesta è
piuttosto semplice. La competizione sui mercati genera continuamente vincitori e
vinti. Alcuni imprenditori prevalgono, altri soccombono. I più forti accumulano
profitti, i più deboli incorrono in perdite, fino a precipitare nella
bancarotta. Così, i capitali più grandi e più potenti, col tempo, finiscono per
mettere fuori mercato e liquidare i capitali più piccoli e più deboli. Che
quindi vengono messi all’asta, offerti al migliore acquirente, spesso svenduti.
Attraverso i tipici processi di acquisizione, i forti assorbono i deboli: li
“mangiano”. Centralizzazione del capitale in sempre meno mani, appunto. Per
giunta, le acquisizioni dei deboli ad opera dei forti rendono questi ultimi
ancora più forti» (pp. 27-28).
Guardando al presente, si tratta evidentemente della violenta riaffermazione dei
monopoli, pensiamo per esempio alle Big Tech (Google, Meta, Apple, Amazon,
Nvidia, ecc.) o a Big Pharma. Ma la mente corre anche ai fondi di investimento,
BlackRock e Vanguard in particolare, ma non solo.
2. Definita la centralizzazione, Brancaccio presenta alcune fondamentali
evidenze empiriche, frutto di ricerche sue e collettive rese pubbliche a partire
dal 2018: l’80 per cento del capitale azionario quotato nelle borse mondiali è
controllato da meno dell’1 per cento degli azionisti mondiali; dall’inizio del
secolo, la quota dei proprietari dei pacchetti di controllo del capitale è
diminuita dal 2,1 allo 0,7 per cento a livello planetario. A partire da questi
dati, inequivocabili nella loro drammaticità, Brancaccio fa una mossa
decisamente interessante: chiarisce la co-articolazione e, al contempo, la
contraddizione tra centralizzazione, top management, padroni, e socializzazione
massima della proprietà, moltitudine dei risparmiatori e degli azionisti. Mentre
i padroni puntano a profitti sempre più alti, per accrescere senza sosta
monopolio e potere di mercato, la moltitudine dei risparmiatori, degli
azionisti, punta al profitto immediato. Per questo motivo, la centralizzazione
non procede attraverso un piano, ma rende il capitalismo semmai sempre più cieco
rispetto al futuro. Di più: la centralizzazione cancella la concorrenza, a
dispetto di quanto afferma la teoria mainstream, generando squilibri e
inefficienza. Il liberalismo ha tradito le sue promesse più rilevanti.
3. Attraverso la nozione di “esocapitale”, Brancaccio compie un’operazione
teorica politicamente feconda. Scrive a pagina 43:
«lo sviluppo capitalistico può raggiungere uno stadio in cui i processi
principali dell’accumulazione avvengono in prima istanza al di fuori
dell’ordinario meccanismo di formazione dei prezzi, per poi influenzare tale
meccanismo dall’esterno».
> «Potremmo dire, in questo senso, che un ammasso sempre più imponente di
> potenza produttiva si sta formando al di fuori del meccanismo dei prezzi, come
> una sorta di “materia oscura”, un oggetto pesantissimo e tuttavia sfuggente
> alle ordinarie pratiche della contabilità capitalista».
Cosa intende dire Brancaccio? Pur senza mai citarlo esplicitamente, salvo la
segnalazione d’obbligo di Elinor Ostrom, appare evidente il riferimento al
dibattito sul “comune”, sviluppato negli ultimi venti anni dal femminismo,
dall’ecologismo radicale, dall’operaismo. Conoscenza e cooperazione scientifica
(general intellect, direi col Marx dei Grundrisse al quale sono legato), natura:
si tratta del comune continuamente colonizzato dal capitale, che diventa
“esocapitale” nel senso di Brancaccio, per rispondere alle esigenze proprie del
processo di centralizzazione. Esternalità che sfuggono alla contabilità
capitalistica ma che, se catturate in modo sistematico, riorganizzano la stessa,
favorendo profitti esorbitanti e, con essi, le “pratiche monopolistiche” (già in
Schumpeter, queste ultime, sono strettamente intrecciate con brevetti e
tecnologie proprietarie). Ma il vero salto quantico dei profitti, e torna il
tema affrontato nel punto precedente, è il “salto di potere” determinato dalla
centralizzazione, che «opera all’esterno del sistema dei prezzi ma che finisce
per sconvolgerlo al suo interno». Salto di potere e colonizzazione del comune,
dunque, procedono di pari passo, in stretta combinazione.
4. La definizione della tendenza esalta la riflessione sulla congiuntura
politica. In particolare, Brancaccio si sofferma sulle “determinanti economiche”
del ciclo reazionario, del populismo, del nuovo fascismo, da lui denominato
“oltrefascismo”. Con quest’ultima nozione, Brancaccio intende dar conto del
fascismo delle Big Tech e di Trump, ma più in generale dell’intreccio tra
aumento esponenziale della disuguaglianza e crollo della democrazia. Un
divorzio, quello tra capitalismo e democrazia, che fa emergere in primo piano
un’altra promessa tradita del liberalismo.
> Centralizzazione, infatti, per un verso vuol dire assottigliamento del ceto
> medio, impoverimento del lavoro operaio, declassamento e precarizzazione di
> quello intellettuale, quindi moltiplicazione delle figure e delle forme del
> rancore; per l’altro, si esprime in un articolato razzismo delle élite
> tecno-fasciste, che sommano al rifiuto della mediazione democratica,
> l’affermazione di un suprematismo del QI, nonché l’odio verso «coloro che non
> possono essere adeguatamente sfruttati […] i malati cronici, i diversamente
> abili, le persone anziane, i giovani sotto l’età legale di lavoro, coloro che
> ancora vivono di oboli e sussidi».
5. Il capitolo 10 è particolarmente utile, perché propone una spiegazione – a
mio avviso del tutto corretta – del governo della tendenza centralizzatrice da
parte delle banche centrali, nella lunga fase del quantitative easing
(allentamento quantitativo) che ha seguito la crisi finanziaria del 2007-2008 e
quella dei debiti sovrani in Europa, dal 2010 al 2012: tassi di interesse vicini
allo zero, continua immissione di liquidità nei mercati attraverso l’acquisto di
titoli di Stato, finanziari, di titoli tossici; di conseguenza, riduzione del
tasso di interesse bancario e, dunque, del valore reale del debito delle
famiglie, con parziale tenuta dei consumi, ma anche esplosione della domanda e
del valore dei titoli, con rinnovati processi speculativi. Secondo Brancaccio, i
banchieri centrali hanno agito, al pari delle riforme che hanno aumentato a
dismisura le spese fiscali (esempio italico: la flat tax), per contenere la
catastrofe generata dalla centralizzazione capitalistica, per garantire la
continuità del consenso del ceto medio, dei piccoli e medi imprenditori, ecc.
Scrive Brancaccio:
«Il banchiere centrale interviene sulla liquidità e sui tassi d’interesse in
modo da facilitare la solvibilità e limitare le bancarotte: anche se
l’inflazione corre, i tassi d’interesse devono restare relativamente bassi, la
liquidità deve circolare rapida. E il ministro dell’economia, a sua volta, si
prodiga per attenuare la pressione fiscale ed elargire adeguate regalie. Tutto
per uno scopo: i capitalisti indebitati, gli imprenditori in difficoltà, i
piccoli proprietari che rischiano l’uscita dal mercato non devono esser lasciati
soli» (p. 91).
L’eccesso di liquidità, al contempo, ha reso però possibile la
sovracapitalizzazione dei mercati finanziari americani (dal 2010 al 2024, +
370%), delle Big Tech e dell’IA in particolare (1/3 circa della capitalizzazione
complessiva). Come chiarito dall’”Economist”, infatti, dal lancio di ChatGPT nel
2022 il mercato azionario americano è cresciuto di 21 trilioni di dollari. Un
doppio effetto, quindi, quello generato dalle politiche monetarie
ultra-espansive: contenimento della centralizzazione e radicalizzazione della
stessa. In entrambi i casi, «la moneta è stata lanciata come una bomba contro il
popolo».
6. Al saggio di Lenin sull’imperialismo, scritto tra il 1914 e il 1916
nell’esilio svizzero, Brancaccio dedica una corposa riflessione. È Lenin,
infatti, che chiarisce il nesso tra tendenza alla centralizzazione e superamento
dialettico della concorrenza. Se i monopoli e i trust, nei confini nazionali,
comprimono o annullano la concorrenza, gli investimenti diretti esteri,
destinati all’acquisizione di capitali già esistenti, provocano competizione e
squilibri internazionali, economici e militari. Superamento dialettico, appunto:
che toglie e conserva al contempo (Lenin, negli stessi anni della stesura del
“saggio popolare”, legge e commenta la Scienza della logica di Hegel). Ma
riprendendo una tesi già sostenuta con Raffaele Giammetti e Stefano Lucarelli e
in dibattiti pubblici di grande rilievo, per esempio con l’ex- Governatore della
Banca d’Italia Ignazio Visco, è sul rapporto tra centralizzazione capitalistica
e squilibri delle bilance commerciali che Brancaccio si sofferma per comprendere
le cause economiche della contemporanea guerra imperialistica. Da grande
creditore, a partire dalla Prima guerra mondiale e poi nei cosiddetti Trenta
gloriosi, gli Stati Uniti d’America sono diventati ormai un Paese debitore: in
parte per l’esternalizzazione della manifattura, avviata senza sosta a partire
dagli anni Settanta, per l’altro, e di conseguenza, per l’incremento dei
processi di finanziarizzazione, con l’espansione e l’esplosione del debito
privato prima, di quello pubblico a seguire (effetto delle politiche monetarie
ultra-espansive di cui abbiamo in precedenza dato conto). La trasformazione
della Cina e dei BRICS in paesi creditori, oltre la capacità della Cina di
competere ormai pure sul terreno dell’innovazione tecnologica, sono i fenomeni
all’origine della ripresa della guerra su larga scala, con tratti smaccatamente
imperialistici. In alternativa a tutto ciò, Brancaccio rilancia le istanze
keynesiane più radicali che furono sconfitte a Bretton Woods, dal bancor alla
regolazione internazionale dei pagamenti.
7. Veniamo alle conclusioni – i capitoli 12 e 13. Il capitolo 12 è dedicato al
tema della soggettività, in particolare alle mutazioni antropologiche imposte
dalla stagione e dai dispositivi di governo neoliberali: l’affermazione, cioè,
del «nuovo capitale umano». Per quanto la diagnosi sia in larga parte corretta,
il capitolo suscita in me qualche perplessità. Spiego. Se l’iniziativa
capitalistica sul terreno della produzione di soggettività è indiscutibile,
sganciarla per intero dalle lotte e dalle forme di resistenza rischia di
concederle troppo.
> Di più, se la soggettività è sovrastata dalle tendenze impersonali, dai
> meccanismi di assoggettamento e di sfruttamento, non risulta chiaro da quali
> rotture concrete e situate debba emergere il partito o «genio collettivo» di
> cui pure, Brancaccio e in particolare nel capitolo 13, indica l’urgenza. La
> proposta politica di Brancaccio, intendiamoci, a me pare del tutto
> convincente: soltanto una inedita co-articolazione tra pianificazione
> democratica e libertà, comunismo e primato della singolarità, può trasformare
> radicalmente il presente e fermare l’apocalisse capitalistica. Al contempo,
> però, non mi sono chiari i “focolai”, le pratiche di lotta e le forme di vita,
> che dovrebbero dare linfa vitale al «genio collettivo».
Vero è infatti, a mio avviso, che il «nuovo capitale umano» di marca neoliberale
è il frutto del rovesciamento capitalistico delle istanze comuniste e libertarie
degli anni Sessanta e Settanta, dell’affermazione del general intellect come
vero pilastro della produzione di valore. Rovesciare ciò che è stato rovesciato,
concordo, pretende forme politiche adeguate ed efficaci: non bastano i movimenti
sociali, serve anche il partito e, aggiungo, serve il sindacato. La prospettiva
leniniana di Brancaccio mi convince, la centralizzazione porta con sé la
possibilità della rottura e della trasformazione radicale; i soggetti e le forme
della lotta, invece, pretendono forse un censimento più dettagliato. L’appendice
al volume, dedicata al rapporto tra caso e necessità, fa senz’altro piazza
pulita delle scorciatoie deterministiche, rimettendo al centro il clinamen e
l’incontro fortuito: effetti della destabilizzazione permanente fomentata
dall’esocapitale, sono decisivi per la costituzione dei contropoteri. Mi chiedo,
però, se oggi più che mai, esattamente per andare nella direzione auspicata da
Brancaccio, non occorra fare i conti – ancora una volta – con la zona intermedia
che si colloca tra necessità e caso, struttura e clinamen: quella necessità
libera e quella libertà necessaria che sono il vero terreno di sperimentazione,
etica e politica al contempo, della soggettività. Se il problema è la
scientificità dell’utopia, allora si tratta di afferrare l’utopia, con Ernst
Bloch, come «orizzonte della materia», ovvero come prassi rivoluzionaria.
La copertina è di Sam Valadi (Flickr)
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