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Genova 2001: le domande che non abbiamo ancora smesso di porci
-------------------------------------------------------------------------------- Genova, 20 luglio 2026. Foto di Marco Trotta -------------------------------------------------------------------------------- Le manifestazioni contro il G8 di Genova non nacquero principalmente come protesta contro uno specifico vertice, ma come espressione di un movimento internazionale che, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila, si era sviluppato attraverso Seattle (1999), Praga (2000), Québec (2001) e aveva trovato nel primo Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, nel gennaio 2001, uno spazio di incontro e di elaborazione comune. Lo slogan che lo accompagnava – «Un altro mondo è possibile» – non indicava un programma unitario già definito, ma l’apertura di un processo collettivo di ricerca. Era uno slogan mutuato da un altro, emerso nel 1997 al secondo incontro di ispirazione Zapatista per l’umanità e contro il neoliberalismo in Spagna: “Un no, molti si”. Quel movimento non era un soggetto omogeneo: era un laboratorio politico nel quale esperienze, culture e pratiche molto diverse cercavano di riconoscersi reciprocamente e di costruire un terreno comune. Un altro mondo era possibile Al centro vi era una critica della globalizzazione neoliberista, non della globalizzazione in quanto tale. Ciò che veniva contestato era una particolare configurazione del capitalismo mondiale, fondata sulla crescente libertà di movimento dei capitali, sulla deregolamentazione dei mercati, sulle privatizzazioni e sulla subordinazione dei diritti sociali e ambientali alla competizione economica. Si denunciava il potere crescente delle grandi imprese multinazionali, la compressione dei salari, la precarizzazione del lavoro e l’aumento delle disuguaglianze. Fu per questa ragione che il primo grande corteo di Genova, il 19 luglio, non fu dedicato al G8 in senso stretto, ma ai migranti. Lo slogan «Libertà di movimento, libertà senza confini» esprimeva una contraddizione che il movimento aveva già colto con grande lucidità: il capitale poteva attraversare il pianeta quasi senza ostacoli, mentre le persone incontravano frontiere sempre più dure. La globalizzazione non eliminava i confini; li selezionava. Apriva quelli necessari alla circolazione delle merci, della finanza e degli investimenti, e rafforzava quelli contro chi fuggiva da guerre, povertà o processi di espropriazione spesso prodotti dallo stesso ordine economico globale. La questione migratoria non era dunque una rivendicazione separata, ma attraversava tutte le altre. Parlare di debito, di libero commercio, di guerre, di beni comuni o di diritti del lavoro significava anche interrogarsi sulle cause strutturali delle migrazioni e sulle forme di cittadinanza che un altro ordine globale avrebbe dovuto costruire. Oggi quel quadro è profondamente cambiato. Il neoliberismo della libera circolazione incontra ovunque nuove forme di protezionismo, guerre commerciali e dazi. Ma sarebbe un errore leggere questo cambiamento come il semplice passaggio da un capitalismo “cattivo” a uno “buono”. Tanto il libero scambio quanto i dazi sono strumenti attraverso cui il capitale regola i propri processi di accumulazione in differenti congiunture storiche. I primi hanno accompagnato la costruzione delle catene globali del valore; i secondi ne accompagnano oggi la frammentazione geopolitica e la competizione tra blocchi economici. Il problema non era allora il libero scambio in sé, così come oggi non sono i dazi in sé: il problema è il modo in cui questi strumenti vengono impiegati per organizzare rapporti di potere, redistribuire costi sociali e ambientali e ridefinire i rapporti di forza tra capitale, lavoro e territori. La stessa contraddizione attraversa oggi la questione migratoria. Nel 2001 la critica era rivolta a un capitalismo che sembrava fondarsi sull’espansione continua dei flussi globali. Oggi viviamo in un mondo attraversato da guerre, muri, esternalizzazione delle frontiere, accordi con paesi terzi, deportazioni e competizione geopolitica. Eppure la contraddizione di fondo resta sorprendentemente simile: la mobilità continua a essere distribuita in modo profondamente diseguale. Il capitale conserva un’elevata capacità di muoversi, di delocalizzare, di riorganizzare le filiere e di spostare investimenti; la mobilità delle persone, invece, viene continuamente selezionata, gerarchizzata e criminalizzata. Alcuni corpi attraversano facilmente i confini, altri vi trovano muri, campi di detenzione o il mare come frontiera mortale. Chi governa il mondo? Questa critica si estendeva alle istituzioni della governance economica globale – Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Organizzazione Mondiale del Commercio – accusate di imporre programmi di aggiustamento strutturale, privatizzazioni e austerità, restringendo gli spazi della democrazia e subordinando le politiche pubbliche agli interessi dei mercati finanziari. A distanza di oltre vent’anni quelle istituzioni non occupano più da sole il centro della scena, ma la questione della governance globale è tutt’altro che scomparsa. Si è piuttosto spostata verso nuove forme di potere: grandi piattaforme digitali, fondi finanziari, catene logistiche globali, regimi di proprietà intellettuale, organismi tecnocratici e nuovi complessi industriali legati alla sicurezza e alla tecnologia. La domanda politica rimane sostanzialmente la stessa: chi decide le condizioni della riproduzione della vita e secondo quali criteri? Tra le richieste più condivise vi era la cancellazione del debito dei paesi impoveriti. Si sosteneva che gran parte di quel debito fosse ormai impagabile, che il suo servizio impedisse investimenti in sanità, istruzione e servizi essenziali e che il Nord globale avesse responsabilità storiche nei confronti del Sud del mondo. Oggi quella questione resta aperta, ma si intreccia con nuove forme di indebitamento: il debito climatico, il debito ecologico, l’indebitamento privato delle famiglie, il peso crescente della finanza sulle politiche pubbliche e i nuovi meccanismi attraverso cui il credito disciplina intere società. Anche le migrazioni si collocano dentro questa trama: non come effetto meccanico di una singola causa, ma come parte di processi nei quali indebitamento, espropriazione, distruzione dei mezzi di sussistenza, crisi ecologiche e guerre concorrono a rendere invivibili interi territori. Già allora il movimento parlava di beni comuni: acqua, semi, conoscenza, salute, biodiversità. L’idea fondamentale era che esistessero ambiti della vita che non dovessero essere interamente subordinati alla logica del profitto. Nel frattempo questa intuizione si è ampliata. Oggi la questione dei commons riguarda anche i dati, le infrastrutture digitali, gli algoritmi, le reti energetiche, la cura, la riproduzione sociale e gli ecosistemi planetari. Non si tratta semplicemente di difendere beni esistenti dalla privatizzazione, ma di costruire istituzioni e pratiche capaci di riprodurre collettivamente le condizioni della vita. Anche la possibilità di abitare un territorio, di attraversarlo e di costruirvi relazioni sociali appartiene a questa più ampia questione delle condizioni comuni dell’esistenza. Una componente importante del movimento era costituita dal lavoro. Sindacati, reti di lavoratori e movimenti sociali denunciavano il dumping sociale, la perdita di diritti, la precarizzazione e la compressione salariale prodotte dalla competizione globale. Quelle rivendicazioni acquistano oggi un significato ancora più ampio, perché il lavoro salariato convive con il lavoro di piattaforma, con nuove forme di lavoro cognitivo, con la centralità del lavoro di cura e con i processi di automazione e di intelligenza artificiale. La questione non riguarda più soltanto il posto di lavoro, ma l’intera organizzazione della riproduzione sociale. La condizione dei migranti mostrava già allora che la segmentazione della forza lavoro era uno dei dispositivi fondamentali del capitalismo globale. Le frontiere non servivano semplicemente a escludere, ma anche a produrre differenti gradi di vulnerabilità, ricattabilità e accesso ai diritti. La stessa persona poteva essere indispensabile come lavoratore e indesiderabile come soggetto politico, necessaria alla produzione e alla cura ma mantenuta in una condizione giuridica precaria. Per questo la libertà di movimento era inseparabile dalla lotta contro lo sfruttamento: la gerarchia dei permessi di soggiorno, delle cittadinanze e dei diritti contribuiva a dividere il lavoro e a disciplinarlo. La giustizia ambientale era già presente, sebbene la crisi climatica non occupasse ancora il centro del dibattito pubblico. Si parlava di foreste, biodiversità, agricoltura sostenibile, organismi geneticamente modificati e principio di precauzione. Oggi sappiamo che quelle rivendicazioni anticipavano soltanto una parte della questione. La crisi ecologica è diventata una crisi sistemica che investe energia, alimentazione, acqua, clima, migrazioni e guerra, rendendo ancora più evidente quanto fossero intrecciate le dimensioni ambientali e quelle economiche. Anche qui occorre evitare determinismi semplicistici: il cambiamento climatico non produce automaticamente migrazioni, ma aggrava disuguaglianze, conflitti e processi di espulsione già esistenti, mentre le responsabilità e le possibilità di proteggersi restano distribuite in modo profondamente ineguale. Vi era inoltre una critica radicale alla governance mondiale rappresentata dal G8. Otto governi pretendevano di decidere questioni che riguardavano miliardi di persone senza alcuna effettiva partecipazione democratica. Quel problema non è scomparso; ha semplicemente assunto nuove forme. Le grandi decisioni che incidono sulla vita collettiva vengono oggi prese entro reti molto più complesse, nelle quali si intrecciano Stati, imprese multinazionali, organismi sovranazionali, finanza globale e grandi piattaforme tecnologiche. Le politiche migratorie mostrano con particolare chiarezza questa trasformazione: il controllo delle frontiere viene affidato a una combinazione di governi, agenzie sovranazionali, accordi con Stati terzi, apparati militari, tecnologie di sorveglianza e imprese private. La frontiera non coincide più soltanto con una linea geografica, ma si estende lungo le rotte, nei centri di detenzione, nelle procedure amministrative, negli algoritmi di identificazione e nelle condizioni di accesso ai diritti. Dalla globalizzazione alla guerra Anche la questione della pace assume oggi un significato diverso. È importante ricordare che Genova si svolse prima dell’11 settembre. Il movimento denunciava l’aumento delle spese militari, criticava la NATO, il commercio delle armi e la crescente militarizzazione delle relazioni internazionali in un momento in cui la cosiddetta globalizzazione appariva ancora prevalentemente organizzata attorno all’espansione dei mercati. Si comprendevano già, però, i legami tra guerre, impoverimento, distruzione dei territori e spostamenti forzati delle popolazioni. La libertà di movimento non significava soltanto rivendicare il diritto di chi migrava ad attraversare le frontiere, ma anche contestare un ordine mondiale che costringeva milioni di persone a partire e poi le criminalizzava per averlo fatto. Pochi mesi dopo, gli attentati dell’11 settembre inaugurarono una nuova fase storica. La “guerra al terrorismo” divenne il paradigma dominante della politica internazionale, ridefinendo profondamente i rapporti tra sicurezza, libertà, controllo sociale e politica economica. Da allora siamo progressivamente entrati in un capitalismo sempre più attraversato dalla guerra, nel quale la militarizzazione non rappresenta soltanto una risposta alle crisi, ma una componente strutturale dei processi di accumulazione e di riorganizzazione geopolitica. In questo nuovo regime, la figura del migrante venne sempre più sovrapposta a quelle della minaccia, del clandestino e del possibile nemico interno. La guerra esterna e il controllo interno delle popolazioni si svilupparono così come dimensioni complementari di una stessa trasformazione. Oggi siamo arrivati con Trump a definire “terrorista” chiunque si opponga al fascismo o ponga in essere un’agenda moderatamente social democratica di redistribuzione del reddito. La forza della trasversalità La forza del movimento alter-globalizzazione non consisteva tuttavia soltanto nelle singole rivendicazioni. Il suo tratto forse più innovativo era il tentativo di costruire trasversalità. Seattle, Praga, Québec, Porto Alegre e infine Genova furono laboratori nei quali sindacati, movimenti contadini, reti femministe, ambientalisti, associazioni cattoliche, centri sociali, ONG, gruppi per i diritti umani, reti di migranti, cooperative e molte altre soggettività cercavano di elaborare linguaggi comuni senza rinunciare alle proprie differenze. La domanda politica fondamentale non era come eliminare l’eterogeneità, ma come mantenerla viva dentro un percorso condiviso. Come articolare lotte differenti senza ridurle a un’unica identità. Come costruire un processo di ricomposizione capace di aumentare la potenza collettiva senza cancellare le differenze. È probabilmente proprio questa ricerca di trasversalità ad aver rappresentato il tratto più pericoloso agli occhi dei poteri costituiti. Una società attraversata da conflitti separati è più facilmente governabile; una società nella quale soggetti diversi iniziano a riconoscere le proprie interdipendenze e a costruire pratiche comuni apre invece possibilità di trasformazione molto più profonde. In questa prospettiva, la repressione di Genova non può essere letta soltanto come risposta agli scontri di piazza. Le violenze della repressione della piazza culminata con la morte di Carlo Giuliani, la macelleria sociale della Diaz e le torture di Bolzaneto colpirono il cuore organizzativo di quel processo di ricomposizione, cercando di interromperlo attraverso il trauma, la paura e la criminalizzazione dell’intero movimento. Pochi mesi dopo, l’11 settembre inaugurò un nuovo regime storico. La “guerra al terrorismo” trasformò profondamente il contesto politico internazionale, restringendo gli spazi del dissenso e spostando il baricentro della politica mondiale dalla promessa della globalizzazione alla gestione permanente della sicurezza. Oggi viviamo pienamente dentro quell’orizzonte: un mondo nel quale guerra, riarmo, controllo delle frontiere, sorveglianza e competizione geopolitica non costituiscono più risposte eccezionali alle crisi, ma elementi strutturali del capitalismo contemporaneo. La radicalizzazione di questa logica è oggi evidente nella tendenza a trasformare ogni conflitto sociale in un problema di ordine pubblico o di sicurezza, fino a equiparare, nella retorica di Donald Trump e di altri leader della destra autoritaria, l’antifascismo di piazza e perfino moderate politiche redistributive a minacce per l’ordine costituito, mentre la ricchezza continua a concentrarsi come mai prima. Le domande che restano A distanza di oltre vent’anni, molte delle questioni sollevate allora sono entrate nel dibattito pubblico, spesso in forme molto diverse da quelle immaginate dal movimento. Altre restano aperte. Ma forse l’eredità più importante di Genova non consiste nell’aver anticipato singole crisi o singole rivendicazioni. Consiste nell’aver mostrato che problemi apparentemente separati – lavoro, ambiente, debito, migrazioni, pace, beni comuni, democrazia e riproduzione sociale – possono essere pensati come parti di una stessa totalità. Più in generale, rileggendo oggi Genova, mi sembra che le grandi domande del movimento fossero profondamente intrecciate: la libertà di movimento delle persone, la libertà della riproduzione dei commons dalla mercificazione, la libertà del lavoro dallo sfruttamento e la libertà dei popoli dalla guerra. Ma quella libertà non era intesa soltanto come liberazione da vincoli, dominazioni o forme di espropriazione. Era anche libertà di costruire istituzioni comuni, di cooperare, di prendersi cura della riproduzione della vita, di decidere collettivamente il proprio futuro e di sperimentare nuove forme di convivenza oltre la logica del profitto e della guerra. Tutte nascevano dalla stessa critica a un ordine globale che organizzava la mobilità, l’accesso alle risorse, il lavoro e la sicurezza secondo le esigenze dell’accumulazione capitalistica. È questa coerenza profonda, più ancora delle singole rivendicazioni, che vale la pena recuperare oggi. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI HAIDI GIULIANI: > C’era un ragazzo sull’asfalto -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Genova 2001: le domande che non abbiamo ancora smesso di porci proviene da Comune-info.
July 20, 2026
Comune-info
No Kings, “No a Stato di polizia. Lavoriamo a democrazia radicale”
Oltre 400 partecipanti, 10 tavoli tematici (democrazia e conflitto; reddito e Lavoro; sanità pubblica; diritto alla casa e alla città; autoritarismo e pratiche di resistenza; municipalismo e connessioni tra territori; informazione indipendente e tecnologia; lotta ai colonialismi; Europa meticcia contro razzismo e remigrazione; guerra e riarmo) e centinaia di organizzazioni sociali e politiche arrivate da tutta Italia: è il bilancio della partecipatissima assemblea nazionale del Movimento No Kings “Genova futuro anteriore”, svoltasi in questi giorni a Genova, a Palazzo Ducale, in occasione dei 25 anni dal G8, che nel 2001 portò all’omicidio di Carlo Giuliani a Piazza Alimonda. “Proprio a poche ore dall’uccisione di Abderrahim Fakir da parte della polizia a Bologna, oggi saremo sia a Piazza Alimonda, per ricordare Carlo Giuliani, che a Roma, alle ore 19 in via del Viminale, per chiedere giustizia e verità per Fakir, e per scongiurare l’avanzamento dello Stato di polizia”, annunciano gli organizzatori. “Partendo da Stop Rearm Europe e dalla Rete contro il Dl Sicurezza, il movimento No Kings si è evoluto a Bologna e poi a Roma, camminando, domandando. A Genova, grazie alle tante risonanze ma anche alle rotture con il passato, proprio nella stessa sede che nel 2001 ospitò i potenti del G8, è partita una nuova sfida: passare dalla convergenza ad un laboratorio permanente per una nuova democrazia radicale, oltre la fine della democrazia liberale – spiega il coordinamento nazionale – Spetta a noi mantenere questo spazio aperto, costruire connessione tra diversità, coniugando lotta e progetto, per il movimento e l’alternativa sistemica, per muoverci insieme nei territori, in Italia e in Europa, per sintonizzarci con tutto il mondo che cerca alternative all’autoritarismo e all’economia di guerra”. “Un’ampia convergenza in cui sono intervenuti anche attivisti delle reti internazionali: dalla Rivoluzione dei fenicotteri in Albania, in lotta contro la speculazione immobiliarista di un’area naturalistica, ai Minnesota 15, attivisti antifascisti perseguitati dall’amministrazione Trump per essersi opposti alle esecuzioni dell’ICE. E ancora: dalle donne della diaspora iraniana alla Global Sumud Flotilla e chi cerca di sabotare il genocidio in Palestina, il colonialismo israeliano ed ogni forma di aggressione coloniale”. Al via anche il calendario delle mobilitazioni del prossimo autunno, tra cui la nuova assemblea nazionale No Kings, che si terrà il 4 ottobre ottobre a Napoli; lo sciopero europeo degli studenti e la tre giorni “Stato sociale, no stato di guerra”, che si svolgerà dal 21 al 23 novembre in Italia e in Europa, in occasione della discussione della legge di bilancio. “Dobbiamo essere in tante continuare a ibridarci nella discussione e, soprattutto nei prossimi mesi di intensa attività politica e sociale, praticando un rafforzamento reciproco nelle piazze, nello sciopero, nella rete, e nell’azione diretta ed efficace per annullare remigrazione e combattere gli ‘anti-antifa’, cioè “i fa”, concludono. SCHEDA DI APPROFONDIMENTO IL CALENDARIO DELLE MOBILITAZIONI L’AUTUNNO CHE CAMBIERÀ L’ITALIA E L’EUROPA (in aggiornamento) Un autunno da costruire insieme, attraversando scioperi e mobilitazioni territoriali, nazionali ed europee, intrecciando il nostro percorso con quello di chi, in altri Paesi, sta ponendo le stesse domande e sperimentando forme simili di alleanza. L’obiettivo è far convergere energie, pratiche e scadenze, a partire da appuntamenti centrali come la mobilitazione nazionale di Non Una di Meno nonché lo sciopero europeo degli studenti e la mobilitazione europea “Stato Sociale, No Stato di Guerra” previsti per il 20, 21 e 22 Novembre. – Settembre: Carovana nazionale per il diritto all’abitare, contro la rendita immobiliare – 1-3 ottobre, Roma: Mobilitazione per il diritto all’acqua e l’accesso alle risorse idriche – 4/10, Napoli, Assemblea Nazionale No Kings – Ottobre: Castelvolturno, Mobilitazione Nazionale contro la costruzione del CPR presso ‘La Piana’ e la detenzione amministrativa. Per la libertà di movimento e i diritti di tutte e tutti – 16/10: Sciopero Nazionale per la Giustizia Climatica e sociale – 14-15/11, Bologna: Europe Beyond The West, Meeting Europeo di attivist* No Kings – 14/11: Climate Pride, durante le mobilitazioni internazionali per il clima – COP31 – 5-6/12, Padova: Stati Generali contro l’autoritarismo e per la giustizia sociale – 21-22-23/11, “Stato sociale, no stato di guerra”, in Italia e in Europa Fonte: Comunicato Stampa No Kings Redazione Italia
July 20, 2026
Pressenza
Love and fight, Ama e Lotta. A Genova e…
A Genova, come di certo da altre parti nel mondo, la politica si trova scritta sui muri. Forse avrete l’occasione di prendere il bus numero 17 dell’ AMT, Azienda Municipalizzata dei Trasporti, in chiara difficoltà di gestione. Andando in direzione Nervi, dopo il Pronto Soccorso dell’ospedale San Martino vi fermate […] L'articolo Love and fight, Ama e Lotta. A Genova e… su Contropiano.
July 20, 2026
Contropiano
Fuori la guerra dalla storia. A partire da Genova nè una persona nè un soldo per la guerra.
Riceviamo e pubblichiamo dalle associazioni genovesi Fair e Weapon Watch. GENOVA 2001–2026. Riprendiamoci il futuro Nell’ambito delle iniziative per i 25 anni dal G8, esperti e attivisti a confronto sul legame tra riarmo europeo, guerre permanenti e sistema finanziario Genova, 17/07/2026 – Come segnalato su Pressenza, si è tenuto giovedì 16 luglio, nella Sala del Minor Consiglio di Palazzo Ducale a Genova, il forum tematico “Guerre, riarmo, finanza e fabbricanti d’armi”, promosso da Fair e The Weapon Watch nell’ambito delle iniziative per ricordare i 25 anni dal G8. L’incontro, moderato da Deborah Lucchetti (Fair) e Gianni Alioti (The Weapon Watch), ha visto la partecipazione di: Mario Pianta, professore ordinario in Politica Economica presso la Scuola Normale Superiore di Firenze, Widad Tamimi, giornalista e scrittrice, fondatrice dell’associazione ἰοίην-ioien “Oltre ogni confine, oltre ogni dolore”, Vittorio Agnoletto, medico e attivista, docente di Globalizzazione e Politiche della Salute all’Università degli Studi di Milano; Alessandro Volpi, professore di Storia Contemporanea all’Università di Pisa, Anna Fasano, presidente di Impact SGR (Banca Popolare Etica) e di due rappresentanti del Gruppo Lavoratori Leonardo Torino. Il Forum ha sviluppato una preziosa riflessione, grazie all’apporto di qualificati contributi multidisciplinari su come guerre e riarmo cambiano in peggio l’economia e le nostre vite, sul cordone finanziario, tecnologico, militare che lega il riarmo europeo con le guerre permanenti e il genocidio dei palestinesi. Infine, sull’intreccio perverso tra finanza, fabbricanti d’armi e politica che alimenta tutto questo anche grazie ai nostri risparmi investiti nei fondi pensione. Se pensiamo al recente vertice della NATO ad Ankara, trasformato in un gran bazar delle armi, al progressivo ridimensionamento della diplomazia dei paesi europei e alla loro deriva bellicista, non possiamo che convenire con le parole dell’economista americano Jeffrey Sachs: “L’unica possibilità che hanno i popoli dell’occidente, in grande maggioranza contro la guerra, è far saltare le proprie élite politiche”. L’élite al potere in Europa e i governi dei singoli paesi, in maggioranza complici del genocidio in Palestina, ci stanno trascinando in guerra contro la Russia. Per questo sono anni che assistiamo allo sperpero di risorse pubbliche con l’aumento costante dal 2014 delle spese militari. Ma alla voracità dei militarismi e nazionalismi europei, ciò non basta. Le spese militari che nei paesi europei della Nato hanno raggiunto nel 2025 il valore di 537 miliardi di dollari (+43% rispetto al 2023), dovrebbero aumentare a due volte e mezzo schizzando al 5% del PIL entro il 2035. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: la morte della ricerca pubblica in campo civile al servizio del bene comune, il sacrificio dei servizi pubblici fondamentali (sanità, istruzione, trasporti, protezione civile), la riduzione degli investimenti necessari a garantire protezione sociale, lavoro dignitoso, tutela ambientale e transizione ecologica, l’assenza di misure straordinarie di adattamento e mitigazione per fronteggiare gli effetti sempre più drammatici degli eventi climatici estremi. La miopia colpevole, l’insipienza e la subalternità di chi governa la cosa pubblica (ad ogni livello) alla finanza e ad un pugno di multinazionali e oligarchi suprematisti, colonialisti e autoritari, che detengono gran parte della ricchezza mentre il Pianeta è letteralmente in fiamme, impone uno sforzo straordinario di intelligenza popolare, una rivoluzione dal basso che obblighi chi detiene – spesso illegittimamente – il potere economico e politico a fermarsi e scendere a patti con le richieste e le necessità della maggioranza della popolazione. Oggi, come 25 anni fa, siamo qui, persone comuni, lavoratrici e lavoratori, attivisti e attiviste, organizzazioni della società civile nate per difendere diritti e beni comuni, a denunciare le mistificazioni dei padroni della Terra, a chiamare a raccolta tutte le persone di buona volontà perché un altro modo di stare al mondo è necessario, se vogliamo ancora immaginare un futuro su questo pianeta esausto. Di seguito le proposte di azione urgenti rivolte a persone, associazioni e sindacati tutti affinché aumenti la pressione verso le istituzioni locali, nazionali ed europee per economie di giustizia e di pace, contro la logica del nemico e la corsa al riarmo che, in modo sempre più evidente, mentre arricchisce i fabbricanti d’armi, i maggiori fondi finanziari e gran parte della nomenclatura politica al potere, divide e affama i popoli. Chiediamo a tutte le Istituzioni e al Comune di Genova poche cose, ma dirimenti: – Bloccare, nel rispetto della Legge 185/90, qualsiasi esportazione, importazione e transito di materiale d’armamento e tecnologie a uso militare “verso e da” Israele e di tutti i paesi coinvolti in conflitti armati o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani internazionali. Di sospendere nei confronti di Israele tutti i programmi di cooperazione accademica e di ricerca, che coinvolgono industrie militari e/o sono correlate alle guerre di Israele e al genocidio del popolo palestinese. – Istituire l’Osservatorio Consiliare Permanente per la trasparenza, la sostenibilità etica e la sicurezza dei lavoratori del Porto di Genova, rendendo pubblici i dati di traffico, di quantità e tipologia di merci, di origine e destinazione, per cogliere la domanda dei lavoratori portuali e dei cittadini genovesi di non essere complici con traffici di armamenti che – sebbene siano già vietati da leggi e trattati – continuano a transitare dai porti alimentando guerre e genocidi. – Istituire – come già richiesto da centinaia tra cittadini e associazioni a Genova alla Giunta Salis – un Assessorato alla Pace. – Attivare borse di studio per studentesse e studenti provenienti dalla striscia di Gaza, offrendo loro la possibilità di completare la propria formazione accademica e professionale presso prestigiosi atenei e istituti in Italia. Genova, Porto e città di pace, potrebbe distinguersi avviando il primo programma in Italia Chiediamo alle persone e organizzazioni della società civile e ai sindacati dei lavoratori, tra le tante cose, di realizzare alcune azioni ritenute prioritarie in questa fase: – Partecipare attivamente alla campagna europea “Stop Rearm Europe” e alle azioni declinate in ambito nazionale (“Ferma il Riarmo”, “Coordinamento No Riarmo”) e locale (“Comuni per la Pace e contro il Riarmo”). Favorire la convergenza dei movimenti e la mobilitazione “Fuori dall’economia di guerra” dell’agenda “No Kings”. – Esercitare una pressione verso i candidati alle prossime elezioni politiche, sostenendo esplicitamente di “votare solo chi ha parole chiare contro il riarmo”. – Aderire alla campagna nazionale “Banche complici”, rivolta a Unicredit, Intesa San Paolo, BNL-BNP Paribas, le tre istituzioni finanziarie italiane più coinvolte in operazioni di supporto alla colonizzazione illegale, nell’apartheid e nel genocidio dei palestinesi. La campagna è promossa da BDS, in collaborazione con Nigrizia, Mosaico di Pace e Missione Oggi, i periodici cattolici che coordinano la campagna contro le “Banche Armate”. – Aderire alla campagna “Banche Armate” per togliere i propri conti correnti e i propri risparmi dalle “mani sporche di sangue” delle Banche che finanziano l’esportazione di armi che alimenta le guerre. – Sostenere la campagna per la creazione di una agenzia farmaceutica pubblica europea, pilastro per la sicurezza comune e la ricerca pubblica. – Sostenere la proposta di legge di iniziativa popolare promossa dalla Cgil per rendere effettivo il diritto alla salute, difendere e rilanciare il Servizio Sanitario Nazionale Il confronto continua oggi, venerdì 17 luglio 2026, al Palazzo Ducale – Sala del Minor Consiglio dalle ore 15:00 con la seconda giornata del Forum Dalla zona rossa alla Smart City, in cui saranno affrontati temi di scottante attualità sulla sorveglianza e il controllo dello spazio pubblico https://g8genova.it/eventi/dalla-zona-rossa-alla-smart-city/ Per maggiori informazioni: Gianni Alioti, The Weapon Watch – 3489026909 Deborah Lucchetti, Fair – 3381498490 Redazione Italia
July 17, 2026
Pressenza
Voi la chiamate bagarre, noi la chiamiamo rabbia di classe
Quella che voi chiamate bagarre è la rabbia di chi rifiuta la guerra. Noi la chiamiamo rabbia di classe. E ce la rivendichiamo tutta. Quanto accaduto martedi in Consiglio comunale, durante la discussione per l’avvio dei lavori della Commissione dedicata all’Osservatorio permanente sui traffici di armi nel porto di Genova, […] L'articolo Voi la chiamate bagarre, noi la chiamiamo rabbia di classe su Contropiano.
July 17, 2026
Contropiano
Stragi di Viareggio e Ponte Morandi. Quando la condanna è prevenzione
Le condanne ai manager privati e a pubblici funzionari per il crollo del Ponte Morandi a Genova, sono un atto di giustizia e anche di prevenzione. Dopo la sentenza definitiva verso Mauro Moretti per la Strage di Viareggio, quella in primo grado per Giovanni Castellucci ex AD delle Autostrade e […] L'articolo Stragi di Viareggio e Ponte Morandi. Quando la condanna è prevenzione su Contropiano.
July 17, 2026
Contropiano
GENOVA: EX-VERTICI DI AUTOSTRADE CONDANNATI PER IL CROLLO DEL PONTE MORANDI. PENE DA 12 A 5 ANNI
L’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci, è stato condannato in primo grado a 12 anni nel processo per il crollo del Ponte Morandi di Genova del 14 agosto 2018, nel quale persero la vita 43 persone. Per Castellucci, già detenuto per il crollo del viadotto Acqualonga, l’accusa aveva chiesto 18 anni e 6 mesi. Condannati anche gli altri ex vertici di Autostrade e Spea. Undici anni per Michele Donferri Mitelli; 5 anni e 6 mesi per Paolo Berti; 5 anni e 6 mesi anche per Antonino Galatà. Condannato, a 5 anni, anche l’ex direttore generale della vigilanza sulle concessioni autostradali del ministero dei Trasporti, Mauro Coletta. “Speriamo che in questo modo si chiuda una vicenda drammatica e dolorosa per i familiari delle vittime, in primis, ma per la città di Genova e per tutto il Paese”, commenta Franco Ravera, presidente dell’Associazione “Quelli del Ponte Morandi” di Genova ai microfoni di Radio Onda d’Urto. L’intervento su Radio Onda d’Urto di Franco Ravera, presidente dell’Associazione “Quelli del Ponte Morandi” di Genova ai microfoni di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica. Su Radio Onda d’Urto è intervenuto, per un commento, anche Domenico “Megu” Chionetti, ex portavoce della Comunità di San Benedetto al Porto. Ascolta o scarica.  
July 16, 2026
Radio Onda d`Urto
Assemblea No Kings Genova sabato 18 luglio 2026 Palazzo ducale 10-18
  Dal Genova Social Forum a No Kings, il mondo è cambiato una lotta dopo l’altra. Oggi la sfida è quella di costruire un movimento ampio e plurale ancora più forte di prima. A 25 anni dal G8 di Genova, Continua a leggere L'articolo Assemblea No Kings Genova sabato 18 luglio 2026 Palazzo ducale 10-18 proviene da ATTAC Italia.
July 15, 2026
ATTAC Italia