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Sottocosto
di   Mauro Armanino Dai poveri e migranti al lavoro precario, dai sogni al futuro: nella società del mercato tutto può essere svalutato. Persino le parole, quando smettono di raccontare …
September 4, 2026
Osservatorio Repressione
Genova , il suo porto, i traffici di armi
Riceviamo e pubblichiamo dalla associazione ‘The Weapon WATCH – Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei’ 12 agosto 2026 Leggiamo con un certo stupore l’intervista di Simone Gallotti a Ignazio Messina, a.d. della omonima compagnia armatoriale, comparsa l’11 agosto 2026 su ‘il Secolo XIX’ a p. 13 https://blueconomy.com/it/trasporto-marittimo-e-logistica/armatori/ignazio-messina-a-genova-ce-concorrenza-grimaldi-la-invoca-a-piacimento-ma-nel-tirreno-il-monopolio-e-suo/ Il nostro stupore riguarda le non poche affermazioni circa l’osservatorio permanente sulla trasparenza nel porto di Genova. Una parte di queste affermazioni l’abbiamo già sentita dal vivo all’audizione dello scorso 24 luglio nel Consiglio comunale di Genova, dove il dott. Messina è intervenuto per sottolineare la piena legalità di tutte le operazioni che si svolgono nel porto di Genova, cioè – andiamo a memoria ¬– «in un ambiente professionale tra i più regolamentati che esistano». Sono le stesse parole che vengono ripetute nell’articolo, dove viene anche ribadito il «dispiacere» per la decisione comunale di istituire un osservatorio che contribuisca alla trasparenza, alla sostenibilità etica e alla sicurezza dei lavoratori del porto. Il nostro stupore riguarda specificamente il tema del traffico di armi. Citiamo testualmente le parole dell’amministratore delegato della compagnia Ignazio Messina & C. Spa: «Il Comune ha sbagliato mira. Si vorrebbe impedire a priori il trasporto di qualsiasi tipologia di armi attraverso il porto di Genova, anche quei trasporti che hanno ottenuto tutte le autorizzazioni e che quindi sono perfettamente legali. Per ottenere questo risultato si vorrebbe chiedere al porto, di fatto, di infrangere la legge, rifiutando l’accosto di queste eventuali navi anche quando avessero semplicemente a bordo armi in forma legale, senza che la movimentazione delle stesse sia avvenuta nel nostro porto, come già accaduto in passato». Trasecoliamo. Avendo partecipato alle due sedute di audizioni del Consiglio comunale di Genova, anche prendendo la parola proprio su questo tema, posso assicurare che né i firmatari della proposta di delibera – cioè tutti i capigruppo della maggioranza – né i rappresentanti del CALP auditi hanno mai sostenuto la necessità di impedire « il trasporto di qualsiasi tipologia di armi attraverso il porto di Genova». Anzi, al contrario, come rappresentanti di Weapon Watch abbiamo chiesto con forza la trasparenza sui movimenti di armamenti in entrata, in uscita e in transito dal porto di Genova in violazione della Legge 185, che appunto regola questi movimenti. E che ci siano state ripetute violazioni della Legge 185, e della trasparenza che la legge impone a operatori e autorità, abbiamo accumulato innumerevoli prove a Genova e alla Spezia e a Marina di Carrara e a Livorno e a Talamone e a Ravenna e a Marghera e a Trieste e a Gioia Tauro e a Cagliari … e le abbiamo raccolte e pubblicate nel nostro sito web. Il dott. Messina abbia la pazienza di darci un’occhiata: www.weaponwatch.net Dall’intervista sul Secolo abbiamo però indirettamente avuto la conferma che la questione “osservatorio sul traffico di armi” non è secondaria per gli interessi armatoriali e, pensiamo, anche per quelli della compagnia Messina, storicamente implicata negli scorsi decenni in consistenti movimenti di armi. Oggi è un traffico in crescita, è propiziato e benedetto dai governi, assicura movimenti regolari, vale più delle merci ordinarie. Non stupisce dunque il tentativo di rovesciare in senso massimalistico la richiesta di trasparenza di cui il Comune si sta facendo promotore, tentativo che ha spinto il dott. Messina al provocatorio suggerimento rivolto al Comune stesso di essere coerente e quindi di «tentare di rendere illegale, ferme restando le competenze, in Italia qualsiasi trasporto d’armi». Carlo Tombola (presidente the Weapon Watch) Redazione Italia
August 15, 2026
Pressenza
Cambiare rotta o naufragare
La settimana scorsa ho perso mia Mamma. Un lungo esilio ha fatto sì che io viva ormai in Corsica. Lei si è spenta a Genova, la nostra città. Traghetto subito e dolore intenso, costante. Ma… La cosa più crudele, appena sbarcato, è essere, per la forza delle cose, messo a […] L'articolo Cambiare rotta o naufragare su Contropiano.
August 9, 2026
Contropiano
Ex Ilva, l’ennesimo capitolo nella dismissione coatta della fabbrica
Nei giorni scorsi, per la sesta volta consecutiva in 14 anni, la magistratura si è espressa per la chiusura delle aree a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto. La motivazione è sempre la stessa. Quelle aree produttive continuano a essere una bomba ambientale e sanitaria piazzata sotto i piedi […] L'articolo Ex Ilva, l’ennesimo capitolo nella dismissione coatta della fabbrica su Contropiano.
August 2, 2026
Contropiano
25esimo Anniversario G8 di Genova: la repressione e l’uso di armi non-convenzionali. Intervista a Laura Corradi
Sulla scia del “popolo di Seattle” del 1999[1], durante la riunione dei capi di governo degli otto maggiori paesi industrializzati (G8) svoltasi nel capoluogo ligure da venerdì 20 luglio a domenica 22 luglio 2001 e nei giorni precedenti, circa 200.000 persone appartenenti ai movimenti sociali, ai movimenti ecologisti, all’associazionismo civile, ai sindacati di base, alla sinistra radicale e antagonista si riversavano nelle strade di Genova contro la globalizzazione neoliberista e la sua violenza economica, proponendo un “altro mondo possibile” fatto di democrazia, diritti e giustizia sociale. Ma in quei giorni si è avverato ciò che Amnesty International ha definito “la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale” tra feroce repressione poliziesca, torture alla Scuola Diaz, punizioni collettive alla Caserma di Bolzaneto, l’impego di uso di armi di distruzioni di massa illegali nei lacrimogeni, oltre all’omicidio del giovane attivista Carlo Giuliani. Nei sei anni successivi, lo Stato italiano subì alcune condanne in sede civile per gli abusi commessi dalle forze dell’ordine. Nei confronti di funzionari pubblici furono inoltre aperti procedimenti in sede penale per i medesimi reati contestati. Circa 250 dei procedimenti, originati da denunce nei confronti di esponenti delle forze dell’ordine per lesioni, furono archiviati a causa dell’impossibilità di identificare personalmente gli agenti responsabili. Di questo ne parliamo con Laura Corradi, sociologa ecofemminista, attivista impegnata nei movimenti femministi, queer, deep ecology, pacifisti, contro il razzismo, per la salute e i diritti sociali, è stata partecipe delle manifestazioni contro il G8 di Genova nel 2001. Ha insegnato Feminist Theory e Sociology of Sexualities all’Università di Santa Cruz in California, dove ha appreso l’importanza del metodo intersezionale e l’importanza di intersecare variabili di classe, genere, razza/etnia/cultura, età, orientamenti sessuali, religione, status e diverse abilità, nella ricerca sociologica. Da sempre svolge ricerca con un approccio decoloniale nelle comunità etniche a basso reddito, tra rifugiati/e, tra le popolazioni indigene in India, tra le comunità Maori in Nuova Zelanda e tra i Rom e Sinti in Europa, prestando molta attenzione allo sviluppo dei femminismi indigeni. Tra le più importanti studiose del confederalismo democratico in Rojava, del pensiero di Abdullah Öcalan e del femminismo curdo, è autrice di libri, articoli scientifici e divulgativi, è una grande sostenitrice dei processi di decolonizzazione delle conoscenze e delle metodologie a partire dalle prospettive aborigene. Attualmente è docente universitaria presso la Università della Calabria e si occupa di Sociologia della Salute e dell’Ambiente, di Studi di Genere e Metodo Intersezionale e di Genere e Scienza.    Con il Genoa Social Forum sei stata una delle protagoniste delle attiviste che hanno animato le proteste al G8 di Genova nel luglio 2001… L’epoca dei World Social Forum ha rappresentato un momento importante nella storia delle società che hanno preso la parola per costruire un mondo migliore, contrapponendosi alle decisioni delle élite politiche ed economiche globali rappresentate dal G8. Una mobilitazione così vasta e trasversale delle società non era mai avvenuta nel mondo: dopo Seattle ho partecipato al World Social Forum di Porto Alegre, a quello degli Stati Uniti, a quello dell’India a Mumbai, a Durban per il South-African Social Forum – quindi sì ero parte di questo movimento dei movimenti, delle sue idee di cambiamento. Il potere costituito ha gettato “carichi da novanta” sulla popolazione in protesta contro il G8 in una repressione senza fine. Cosa è avvenuto in quei momenti?  Cosa è avvenuto lo sanno tutti/e/u – dopo un quarto di secolo ancora non c’è stata ancora giustizia per Carlo, per le violenze nelle strade, alla Diaz, al Bolzaneto, per quelli di noi che si sono ammalati a causa dei gas. Avrei dovuto dormire nella scuola quella notte – ero troppo stanca per tornare nella casa di amici che mi ospitavano, e avevo trovato un posto libero.  Ma non riuscivo a dormire, avevo fame e sono uscita per andare a mangiare una pizza dagli Elfi. Quando sono tornata c’era il finimondo – un sacco di gente fuori dalla scuola, le autoambulanze che arrivavano … Nonostante ciò, nell’opinione pubblica prevale ancora la negazione e la minimizzazione di quei momenti, dove ad essere demonizzati sono ancora le 200.000 persone che erano a protestare per un “altro mondo possibile”. Come mai avvenne questo? Da superstite, come hai vissuto quei giorni?  Eravamo tutti superstiti di quella sospensione di democrazia – il fine era proprio quello di terrorizzare le persone (non certo di catturare quei black bloc che avevano agito indisturbati, con abiti nuovi e tanto di telecamera al seguito … ) volevano distruggere il movimento usando la violenza. Non immaginavo tanto sadismo nelle forze dell’ordine, nella certezza dell’impunità. E mi interrogo su cosa sia lo Stato [2], alla luce di Genova. In pochi ricordano un fatto di estrema gravità: contro i manifestanti a Genova sono state usate armi non-convenzionali di distruzione di massa come i gas CS. C’è chi ha avuto conseguenze pesanti sulla propria salute e le ha pagate per il resto della vita. Il tuo è stato un caso che è stato raccontato sulla stampa nazionale. Qual è stata l’esperienza che hai avuto? Cosa sono, come nascono i gas CS e quali effetti hanno sulla salute umana? Cosa è stato il G8 di Genova per te e cosa ha significato? Sì a Genova hanno usato il gas CS, cancerogeno, genotossico e mutageno, proibito a livello internazionale dalla Convenzione sulla Proibizione delle Armi Chimiche di Parigi del 1993 entrata in vigore il 29 aprile 1997. Ma in Italia avevano continuato a produrlo – alla Simad di Ravenna – ed a venderlo a governi autoritari nel sudest asiatico. Poi ad una manifestazione a Napoli nel marzo 2001 lo hanno usato – ho avuto mal di gola fino a maggio. Ed a Genova, in quantità enormi, si parlava di 6.200 candelotti tra gas CS e CN al cianuro, che provocava spasmi facciali e oculari, un vero avvelenamento dell’opposizione sociale che si stava esprimendo pacificamente. C’è un libro che narra tutta la storia dei gas e delle conseguenze, dal titolo ‘La sindrome di Genova’ di Enzo Mangini ed Edoardo Magnone, pubblicato da Fratelli Frilli – credo sarebbe importante riprendere un discorso critico sulle cosiddette ‘armi non letali’ che in realtà possono uccidere o menomare le persone – e che oggi si sono moltiplicate, pensiamo all’uso del Taser (shocker elettrico) o alle pallottole di gomma che vengono usate in molti stati contro i manifestanti. Cosa ha significato per me il Genova Social Forum? Lì ho lasciato il 67% dei miei polmoni a causa dei gas illegali che sono stati utilizzati – questo ha cambiato la mia vita. Ma c’è stato chi la vita l’ha persa – e questa ferita non si è mai chiusa, ha condizionato negativamente i movimenti sociali nei decenni successivi. Pochi giorni fa c’è stato il 25esimo anniversario dal G8 di Genova. Nel 2001 c’erano 200.000 persone a manifestare, mentre nell’ottobre 2017 c’erano circa 3.000 persone a manifestare con il G7 sull’Agricoltura a Bergamo. Cosa è rimasto di quelle lotte anti-globalizzazione? Cosa si è perso? Come poter recuperare quello spirito politico delle proteste di Seattle e Genova 2001? La storia non torna indietro, bisogna fare tesoro degli errori commessi – ne abbiamo fatti parecchi ed andrebbero capiti collettivamente fino in fondo, con spirito autocritico … E poi andare avanti a costruire cooperazione, solidarietà, democrazia nei posti di lavoro, nei quartieri, nelle scuole, tra migranti, sapendo che ci attendono tempi difficili, dove gli spazi di libertà e di autogestione si restringono se non vengono praticati. Dall’esperienza dei Social Forum abbiamo imparato che il mondo è fortemente interconnesso, che locale e globale sono due aspetti della stessa realtà e che la soluzione ai problemi si trova con un larghissimo coinvolgimento sociale, con alleanze intersezionali chiare e durevoli – superando settarismi e conflitti (politici, personali, ideologici) che hanno minato la nostra capacità di lavorare insieme. Se vogliamo società più giuste e aperte alle diversità, se vogliamo il rispetto dei diritti (alla salute, all’ambiente, al lavoro dignitoso etc), be’, allora dobbiamo iniziare a praticare la democrazia dal basso, invece di aspettarcela dallo Stato. Ovvero cominciare a formarci per la democrazia diretta – a partire proprio da quella interna ai movimenti che così spesso è mancata in passato, tra mire egemoniche, protagonismi viriloidi e mancanza di una visione strategica. Certo un’altra politica è possibile, non separata dalla vita quotidiana, prendendo spunto dall’esperienza delle comunità zapatiste, dal confederalismo autonomo delle curde, dalle sperimentazioni di eco-democrazia di genere, dalle autogestioni. Tornare indietro, per fortuna, non si può.   [1] Movimento no-global o movimento anti-globalizzazione indica organizzazioni non governative, associazioni e singoli individui relativamente eterogenei dal punto di vista politico e accomunati dalla critica alla globalizzazione, soprattutto in ambito economico. Il movimento è anche spesso indicato come movimento per la giustizia globale, movimento alter-globalizzazione, movimento anti-globalista, movimento per la globalizzazione anti-corporativa o movimento contro la globalizzazione neoliberista. La prima comparsa di questo movimento avvenne in occasione degli Scontri di Seattle per la conferenza OMC del 1999. Di quello che è stato inizialmente chiamato “popolo di Seattle” non è mai stata data una denominazione unica, data l’enorme varietà e complessità delle organizzazioni che a Seattle si sono incontrate. [2] Il 7 aprile 2015 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha dichiarato all’unanimità che è stato violato l’articolo 3 della Convenzione sul “divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti” durante l’irruzione alla scuola Diaz. Il 6 aprile 2017, di fronte alla stessa Corte, l’Italia ha raggiunto una risoluzione amichevole con sei dei sessantacinque ricorrenti per gli atti di tortura subiti presso la caserma di Bolzaneto, ammettendo la propria responsabilità. https://www.rainews.it/archivio-rainews/articoli/g8-italia-patteggia-strasburgo-vittime-bolzaneto-15ec1d46-85c7-42ba-9538-f1fd3b739129.html?refresh_ce   Ulteriori informazioni su gas CS: https://www.archivioantimafia.org/www.processig8.org/Iniziative/dossier_CS.pdf https://www.senato.it/show-doc?leg=14&tipodoc=Sindisp&id=52663&idoggetto=0 https://processig8.net/Video/OP_libretto.pdf https://tavsalute.polito.it/Articoli/NuovoCS.pdf https://canestrinilex.com/assets/Uploads/pdf/armichimiche.pdf https://www.notavtorino.org/documenti/03-Quaderno-Maddalena-Gas-CS-prof-Zucchetti.pdf https://edizionimalamente.it/prefazioni etc/Prefazione Malamente Breve storia gas lacrimogeni.pdf https://www.veritagiustizia.it/docs/gas_cs/gascs.php https://www.ilariarupil.it/wp-content/uploads/2018/05/la-storia-del-gas-genova-2011.pdf https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2026/07/17/parola-dordine-repressione-genova-tra-continuita-e-svolta/ https://ilmanifesto.it/archivio/2002003314 https://www.studiperlapace.it/view news html?news id=g8gas https://www.carmillaonline.com/2022/03/10/storia-dei-gas-lacrimogeni-e-delle-repressioni-delle-lotte-nel-mondo/ https://www.poliziaedemocrazia.it/archivio/live/index-6360.html?domain=archivio&action=articolo&idArticolo=209 http://www.laboratoriopoliziademocratica.org/Stampa/sequestrate%20i%20gas.htm https://www.osservatoriorepressione.info/genova-2001-gas-parte-seconda/     Lorenzo Poli
July 28, 2026
Pressenza
La scuola Diaz è un luogo del futuro
-------------------------------------------------------------------------------- 19 luglio 2026, Genova. Foto di Paolo Palazzo (che ringraziamo), tratta dalla pag. fb di Elena Giuliani -------------------------------------------------------------------------------- Venticinque anni fa sono uscito da questa scuola in barella, umiliato e offeso potrei dire, e dopo tanto tempo sono di nuovo qui, in piedi, ancora offeso, perché lo stato in questi anni non è stato all’altezza della situazione e non ha avuto nemmeno la dignità e il coraggio di chiedere scusa, ma ho superato l’umiliazione, che è diventata consapevolezza e soprattutto voglia di fare, di pensare, di non essere come mi e ci volevano loro, cioè atterriti, impotenti, ridotti all’inerzia. Questo luogo, la scuola Diaz, è oggi un luogo della memoria, come piazza Alimonda, come la caserma di Bolzaneto, come il G8 di Genova nel suo insieme: non è ancora nella memoria di tutti gli italiani, ma è nella memoria di tutte le persone che non si rassegnano al mondo così com’è, delle persone che vogliono cambiare il mondo nella direzione della giustizia climatica e sociale e quindi lo stanno immaginando e anche costruendo. Perché la memoria serve a questo: a capire il presente, a immaginare il futuro, e intanto agire, costruire reti e anche spezzoni della società di domani. La scuola Diaz, in questo senso, è un luogo del futuro. Se siamo qui è perché siamo coscienti della storia che abbiamo alle spalle, di che cos’è stato davvero il G8 di Genova, e perché sappiamo che il nostro compito è politicizzare i nostri desideri, trasformarli in un desiderio collettivo e su questa base lottare per un mondo nuovo, un mondo che farà tesoro delle idee portate in piazza 25 anni fa. Questo è anche un luogo del dolore e della consapevolezza: un luogo in cui le persone, noi che dormivamo nella scuola, sono state ridotte a oggetti, umiliate e offese appunto, ed è per questo che in tutti noi, noi che abbiamo subito le violenze ma anche chiunque abbia compreso che cos’è stata l’irruzione alla Diaz, tutti noi abbiamo acuito, non perduto, l’empatia e l’attenzione per tutti quei casi nei quali le vite umane sono squalificate, ridotte a non-persone, a vite di scarto. Per questo la memoria della Diaz ci porta a indignarci e a chiedere non solo giustizia – quella dovrà arrivare nei tribunali – per Abderrahim Fakir, morto nelle mani della polizia due giorni fa a Bologna, come Federco Aldrovandi, Riccardo Magherini, George Floyd e troppi altri in passato. Noi da qui chiediamo alla polizia spiegazioni, e le vogliamo adesso, perché nel 2001 e negli anni seguenti le forze di polizia hanno dimostrato, nei loro vertici, d’essere incapaci di assumersi le proprie responsabilità e di rendere conto ai cittadini del proprio operato. Ora devono farlo. Non possono pensare di normalizzare queste pratiche, queste morti, così come hanno tentato di normalizzare le violenze istituzionali del 2001. La memoria della Diaz – l’attenzione alle “vite di scarto” di questa società sempre più violenta – ci fa essere vicini alla popolazione della Striscia di Gaza sottoposta a genocidio con la complicità delle democrazie occidentali, alle persone migranti che vengono lasciate morire in mare e ai confini dell’Europa, umiliate e offese ben più di noi. Chi ha riempito le piazze contro il genocidio nell’autunno scorso, chi è salpato con la Flotilla, chi soccorre in mare, chi aiuta le persone migranti a esercitare il diritto a muoversi nel mondo porta in sé la memoria della Diaz, del G8, la memoria di un movimento che ha rivendicato la giustizia globale, il disarmo, il diritto alla vita, la libertà di movimento. La memoria è utile perché ci aiuta a capire il presente e poiché viviamo anche noi in un mondo fatto di leggi, di elezioni, di governi e parlamenti, chiediamo che la lezione di Genova sia fatta propria da chi si candida a governare in futuro al posto della destra e quindi diciamo loro – dalla scuola Diaz – che occorre cambiare le leggi e anche cambiare registro. Devono impegnarsi, queste forze politiche, ad abrogare gli ultimi decreti sicurezza del governo Meloni, e anche buona parte di quelli precedenti, che hanno inutilmente e scioccamente limitato libertà e diritti; devono impegnarsi a introdurre l’obbligo per gli agenti di avere un codice di riconoscimento sulle divise; devono fare in modo che le polizie abbiano regole di condotta ben chiare, trasparenti, note a tutti e pensate per garantire la salute e l’incolumità dei cittadini in qualsiasi situazione si trovino, anche al momento del fermo e dell’arresto; devono prevedere la formazione degli agenti alle tecniche della nonviolenza, come chiedemmo inascolati più di vent’anni fa; devono lavorare perché in futuro le polizie siano disarmate nei servizi di ordine pubblico: la memoria di piazza Alimonda ce lo impone. Serve anche cambiare registro e dare un nuovo senso, anzi il vero senso, alla nozione di sicurezza. Non è vero che la sicurezza non è né di destra né di sinistra; la sicurezza della quale si parla nel discorso pubblico, la sicurezza armata, repressiva, basata sulla paura e sulla percezione di insicurezza senza dati statistici che la confortino, è di destra, è sempre stata di destra, anche quando è stata ed è praticata dalla sinistra; la nostra sicurezza è la sicurezza sociale, la sicurezza sul posto di lavoro, la sicurezza di avere una vita almeno dignitosa: questa è la sicurezza che dobbiamo perseguire se vogliamo essere degni della Costituzione e di chi la scrisse. Un’ultima cosa, la più importante, con la quale vorrei non celebrare ma dare un senso ai miei 25 anni di sopravvissuto all’irruzione alla scuola Diaz, per usare la definizione di Mark Covell, “survivors”. In tutti questi anni Io non ho mai dimenticato, neanche per un minuto, che cosa facevo qui. Ero a Genova perché avevo letto i comunicati e i testi dell’Ezln e del subcomandante Marcos, perché ero stato al primo Forum sociale mondiale di Porto Alegre, perché sentivo che un movimento pieno di competenza, di slancio, di creatività stava conquistando i pensieri e i desideri di tanta gente, di sempre più gente, e stava lavorando per rendere possibile la trasformazione di questo mondo verso la giustizia sociale. Se ne sono accorti anche nei palazzi del potere, si sono spaventati e hanno agito di conseguenza, con la violenza e con il preciso intento di criminalizzarci. Ma non mi hanno e non ci hanno cambiati: continuiamo a lottare per un mondo di giustizia, di conciliazione con Madre Terra, per un mondo disarmato e nel quale chiunque possa muoversi liberamente, perché il movimento fa parte della natura umana. Ci dicono che è impossibile, che è un’illusione, che nulla può essere davvero cambiato, ma noi sappiamo, perché conosciamo la storia e la memoria dei movimenti sociali, che questo non è vero. La storia è fatta di sorprese, di imprevisti e di rivoluzioni. Alla scuola Diaz ci hanno umiliati e offesi ma non ci hanno cambiati e perciò questa scuola è un luogo della memoria non solo per noi che abbiamo subito le violenze, o per chi partecipò alle giornate del luglio 2001, ma anche per chi è venuto dopo: è un luogo nel quale il dolore si è trasformato in desiderio e in azione. Non siamo qui per fare le vittime; siamo qui ma per riprendere il filo del discorso e condividere, più che passare, il testimone: un altro mondo era e continua a essere possibile. La scuola Diaz è un luogo della memoria e un luogo del futuro. -------------------------------------------------------------------------------- . Testo dell’intervento alla fiaccolata promossa a Genova il 21 luglio 2026. L’ultimo libro di Lorenzo Guadagnucci è Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova (Altreconomia) . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La scuola Diaz è un luogo del futuro proviene da Comune-info.
July 22, 2026
Comune-info
2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: bilancio di un venticinquennale molto speciale.
25. Solo un numero, una convenzione… E’ così importante che questo anniversario del g8 di Genova sia quello dei cinque lustri?… 24, 26, in fondo, che differenza fa? Eppure questo anniversario è diverso. Forse perché per questa scadenza convenzionalmente “speciale” si è voluta riprendere in mano con maggiore impegno una delle caratteristiche trascurate del g8 del 2001: il tentativo di argomentare e di fare proposte alternative. O forse perché il momento del confronto, dell’elaborazione e del ragionamento quest’anno si è svolto proprio nel Palazzo in cui gli otto “grandi” volevano ribadire che loro erano i padroni e noi i sudditi. O sarà stata l’indignazione per il genocidio a Gaza? L’esempio dei partecipanti alla Flotilla? La tracotanza dei fascisti? Le “nuove“ leggi repressive? Probabilmente tutte queste, e tante altre cose assieme. Ma è accaduto che domenica 19, sotto un sole che invitava ad andare ovunque, tranne che a camminare sull’asfalto di una città, migliaia di giovani si siano ripresi le strade di Genova. Il 19 luglio del 2001 si era svolta a Genova la marcia dei migranti, una delle prime volte in cui nuovi e vecchi italiani si erano allegramente mescolati in manifestazione, ignorando tutte le appartenenze. Nessun incidente di rilievo, tranne qualche faccia un po’ inquietante; ma l’allegria per le mutande stese dai genovesi per fare dispetto a Berlusconi avevano prevalso. Forse sono state le migliaia di giovani che il 19 luglio hanno attraversato le strade di Genova a rendere “speciale” anche il 20 in Piazza Alimonda. Non più solo l’incontro, giusto e doveroso, da parte di chi c’era; ma un ideale passaggio di testimone verso chi c’è oggi. E c’è rivendicando non solo i propri diritti, ma i diritti di quei sei miliardi (che ormai sono diventati otto miliardi) che cercarono allora di esprimere la propria indignazione verso i pre-potenti. “Anche se allora vi siete assolti, siete per sempre coinvolti”: il verso della Canzone del Maggio di De Andrè era solo una delle frasi più significative che i presenti in piazza Alimonda si portavano scritte addosso. Coinvolti con il genocidio di Gaza e con i tre morti al giorno sul lavoro; coinvolti contro le leggi sui migranti e contro i bassi salari; coinvolti contro la guerra. E poi la famosa “insicurezza”. Siamo insicuri, siamo insicure, dicevano e scrivevano i presenti in Piazza Alimonda. Se abbiamo un posto di lavoro, non siamo per niente sicuri di poterlo conservare. Dopo il “job act” chi viene licenziato/a senza giusta causa non ha diritto a riprendere il proprio posto di lavoro, ma riceverà una manciata di spiccioli. Se ci ammaliamo e non siamo ricchi, non siamo per niente sicuri di poterci curare. Le liste di attesa in sanità durano mesi, se non anni. Per chi ha soldi c’è la medicina privata. Per chi ne ha un po’ meno c’è l’intramoenia. Per chi è povero: “arrangiati”. Se andiamo al lavoro non siamo per niente sicur di tornare a casa la sera. In Italia muoiono ogni anno mille persone sul posto di lavoro. E fanno notizia solo se muoiono “in gruppo”, o se sono giovani donne, o sa le morte è particolarmente raccapricciante. Per gli altri, c’è il solito aggettivo: “inaccettabile”. Ogni tanto un’ora di sciopero. Ma l’indomani si torna al lavoro, e zitti. Se viviamo in zone a rischio sismico o idrogeologico, abbiamo ottimi motivi per sentirci insicuri. Le ultime frane sono state quelle di Niscemi, ma… saranno proprio le ultime? Quando respiriamo, non siamo per niente sicuri di respirare qualcosa di compatibile con la “salute”. Se è estate, i motivi di insicurezza sono legati al caldo anomalo, da anni, anche se esiste ancora qualcuno che si ostina a negare l’evidenza dei cambiamenti climatici. Non esistono piani di conversione dei combustibili fossili, accertati responsabili dei cambiamenti climatici. Ma si moltiplicano le iniziative repressive contro chi protesta. Sembra una beffa che ad ogni fermata d’autobus i display ci ricordino affettuosamente che è meglio che gli anziani e le anziane non escano nelle ore calde. Però si può lavorare fino a 70 anni… Se siamo giovani, l’insicurezza è il timore di non aver scelto il corso di studi “giusto” in grado diu garantire un posto di lavoro. Una volta ottenuto, l’insicurezza è mantenerlo, anche a danno della solidarietà e della collaborazione tra colleghi e colleghe Se siamo donne, il maggior motivo di insicurezza è statisticamente la persona che vive con noi, e che magari giura di amarci. Ma secondo le destre di tutte le sfumature, dal nero al grigio, l’insicurezza nasce dall’immigrazione. Secondo loro chi ci rende insicuri e insicure non sono il capitalismo, il patriarcato e i padroni. Sono le persone che stanno ancor peggio degli italiani che stanno peggio. E la soluzione non è “almeno un po’“ di giustizia sociale. E’ l’odio, il razzismo e la repressione. Piazza Alimonda è annualmente il luogo dove si ricordano le vittime della repressione: anche quella di uno stato che invoca la grazia per il gioielliere due volte assassino ma continua a torturare Alfredo Cospito, che non ha ammazzato nessuno ma non può tenere in cella nemmeno le foto dei suoi genitori. E a nessuno è sfuggito il collegamento tra la dignità dell’intervento dal palco delle figlie di Giuseppe Pinelli e la richiesta di verità e giustizia per l’ultima vittima della Repressioni di Stato, Abderrahim Fakir. Ormai è sempre più frequente che donne velate chiedano verità e giustizia accanto alle “nostre” madri e sorelle: ma l’ingiustizia rimane la stessa. Così, nell’esatto istante in cui Carlo è stato ammazzato, in una piazza ammutolita e commossa, si è aperto un enorme sudario con 18457 (diciottomilaquattrocentocinquantasette) nomi, rigorosamente scritti a mano: quelli dei bambini e delle bambine, ancora più piccoli di Carlo, assassinati da Israele a Gaza. Diciottomilaquattrocentocinquantasette, non diciottomila come a volte diciamo frettolosamente. Con nomi, cognomi e sogni che non diventeranno mai nomi, cognomi e sogni di persone adulte. di Norma Bertullacelli Redazione Italia
July 22, 2026
Pressenza
Genova 2001: le domande che non abbiamo ancora smesso di porci
-------------------------------------------------------------------------------- Genova, 20 luglio 2026. Foto di Marco Trotta -------------------------------------------------------------------------------- Le manifestazioni contro il G8 di Genova non nacquero principalmente come protesta contro uno specifico vertice, ma come espressione di un movimento internazionale che, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila, si era sviluppato attraverso Seattle (1999), Praga (2000), Québec (2001) e aveva trovato nel primo Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, nel gennaio 2001, uno spazio di incontro e di elaborazione comune. Lo slogan che lo accompagnava – «Un altro mondo è possibile» – non indicava un programma unitario già definito, ma l’apertura di un processo collettivo di ricerca. Era uno slogan mutuato da un altro, emerso nel 1997 al secondo incontro di ispirazione Zapatista per l’umanità e contro il neoliberalismo in Spagna: “Un no, molti si”. Quel movimento non era un soggetto omogeneo: era un laboratorio politico nel quale esperienze, culture e pratiche molto diverse cercavano di riconoscersi reciprocamente e di costruire un terreno comune. Un altro mondo era possibile Al centro vi era una critica della globalizzazione neoliberista, non della globalizzazione in quanto tale. Ciò che veniva contestato era una particolare configurazione del capitalismo mondiale, fondata sulla crescente libertà di movimento dei capitali, sulla deregolamentazione dei mercati, sulle privatizzazioni e sulla subordinazione dei diritti sociali e ambientali alla competizione economica. Si denunciava il potere crescente delle grandi imprese multinazionali, la compressione dei salari, la precarizzazione del lavoro e l’aumento delle disuguaglianze. Fu per questa ragione che il primo grande corteo di Genova, il 19 luglio, non fu dedicato al G8 in senso stretto, ma ai migranti. Lo slogan «Libertà di movimento, libertà senza confini» esprimeva una contraddizione che il movimento aveva già colto con grande lucidità: il capitale poteva attraversare il pianeta quasi senza ostacoli, mentre le persone incontravano frontiere sempre più dure. La globalizzazione non eliminava i confini; li selezionava. Apriva quelli necessari alla circolazione delle merci, della finanza e degli investimenti, e rafforzava quelli contro chi fuggiva da guerre, povertà o processi di espropriazione spesso prodotti dallo stesso ordine economico globale. La questione migratoria non era dunque una rivendicazione separata, ma attraversava tutte le altre. Parlare di debito, di libero commercio, di guerre, di beni comuni o di diritti del lavoro significava anche interrogarsi sulle cause strutturali delle migrazioni e sulle forme di cittadinanza che un altro ordine globale avrebbe dovuto costruire. Oggi quel quadro è profondamente cambiato. Il neoliberismo della libera circolazione incontra ovunque nuove forme di protezionismo, guerre commerciali e dazi. Ma sarebbe un errore leggere questo cambiamento come il semplice passaggio da un capitalismo “cattivo” a uno “buono”. Tanto il libero scambio quanto i dazi sono strumenti attraverso cui il capitale regola i propri processi di accumulazione in differenti congiunture storiche. I primi hanno accompagnato la costruzione delle catene globali del valore; i secondi ne accompagnano oggi la frammentazione geopolitica e la competizione tra blocchi economici. Il problema non era allora il libero scambio in sé, così come oggi non sono i dazi in sé: il problema è il modo in cui questi strumenti vengono impiegati per organizzare rapporti di potere, redistribuire costi sociali e ambientali e ridefinire i rapporti di forza tra capitale, lavoro e territori. La stessa contraddizione attraversa oggi la questione migratoria. Nel 2001 la critica era rivolta a un capitalismo che sembrava fondarsi sull’espansione continua dei flussi globali. Oggi viviamo in un mondo attraversato da guerre, muri, esternalizzazione delle frontiere, accordi con paesi terzi, deportazioni e competizione geopolitica. Eppure la contraddizione di fondo resta sorprendentemente simile: la mobilità continua a essere distribuita in modo profondamente diseguale. Il capitale conserva un’elevata capacità di muoversi, di delocalizzare, di riorganizzare le filiere e di spostare investimenti; la mobilità delle persone, invece, viene continuamente selezionata, gerarchizzata e criminalizzata. Alcuni corpi attraversano facilmente i confini, altri vi trovano muri, campi di detenzione o il mare come frontiera mortale. Chi governa il mondo? Questa critica si estendeva alle istituzioni della governance economica globale – Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Organizzazione Mondiale del Commercio – accusate di imporre programmi di aggiustamento strutturale, privatizzazioni e austerità, restringendo gli spazi della democrazia e subordinando le politiche pubbliche agli interessi dei mercati finanziari. A distanza di oltre vent’anni quelle istituzioni non occupano più da sole il centro della scena, ma la questione della governance globale è tutt’altro che scomparsa. Si è piuttosto spostata verso nuove forme di potere: grandi piattaforme digitali, fondi finanziari, catene logistiche globali, regimi di proprietà intellettuale, organismi tecnocratici e nuovi complessi industriali legati alla sicurezza e alla tecnologia. La domanda politica rimane sostanzialmente la stessa: chi decide le condizioni della riproduzione della vita e secondo quali criteri? Tra le richieste più condivise vi era la cancellazione del debito dei paesi impoveriti. Si sosteneva che gran parte di quel debito fosse ormai impagabile, che il suo servizio impedisse investimenti in sanità, istruzione e servizi essenziali e che il Nord globale avesse responsabilità storiche nei confronti del Sud del mondo. Oggi quella questione resta aperta, ma si intreccia con nuove forme di indebitamento: il debito climatico, il debito ecologico, l’indebitamento privato delle famiglie, il peso crescente della finanza sulle politiche pubbliche e i nuovi meccanismi attraverso cui il credito disciplina intere società. Anche le migrazioni si collocano dentro questa trama: non come effetto meccanico di una singola causa, ma come parte di processi nei quali indebitamento, espropriazione, distruzione dei mezzi di sussistenza, crisi ecologiche e guerre concorrono a rendere invivibili interi territori. Già allora il movimento parlava di beni comuni: acqua, semi, conoscenza, salute, biodiversità. L’idea fondamentale era che esistessero ambiti della vita che non dovessero essere interamente subordinati alla logica del profitto. Nel frattempo questa intuizione si è ampliata. Oggi la questione dei commons riguarda anche i dati, le infrastrutture digitali, gli algoritmi, le reti energetiche, la cura, la riproduzione sociale e gli ecosistemi planetari. Non si tratta semplicemente di difendere beni esistenti dalla privatizzazione, ma di costruire istituzioni e pratiche capaci di riprodurre collettivamente le condizioni della vita. Anche la possibilità di abitare un territorio, di attraversarlo e di costruirvi relazioni sociali appartiene a questa più ampia questione delle condizioni comuni dell’esistenza. Una componente importante del movimento era costituita dal lavoro. Sindacati, reti di lavoratori e movimenti sociali denunciavano il dumping sociale, la perdita di diritti, la precarizzazione e la compressione salariale prodotte dalla competizione globale. Quelle rivendicazioni acquistano oggi un significato ancora più ampio, perché il lavoro salariato convive con il lavoro di piattaforma, con nuove forme di lavoro cognitivo, con la centralità del lavoro di cura e con i processi di automazione e di intelligenza artificiale. La questione non riguarda più soltanto il posto di lavoro, ma l’intera organizzazione della riproduzione sociale. La condizione dei migranti mostrava già allora che la segmentazione della forza lavoro era uno dei dispositivi fondamentali del capitalismo globale. Le frontiere non servivano semplicemente a escludere, ma anche a produrre differenti gradi di vulnerabilità, ricattabilità e accesso ai diritti. La stessa persona poteva essere indispensabile come lavoratore e indesiderabile come soggetto politico, necessaria alla produzione e alla cura ma mantenuta in una condizione giuridica precaria. Per questo la libertà di movimento era inseparabile dalla lotta contro lo sfruttamento: la gerarchia dei permessi di soggiorno, delle cittadinanze e dei diritti contribuiva a dividere il lavoro e a disciplinarlo. La giustizia ambientale era già presente, sebbene la crisi climatica non occupasse ancora il centro del dibattito pubblico. Si parlava di foreste, biodiversità, agricoltura sostenibile, organismi geneticamente modificati e principio di precauzione. Oggi sappiamo che quelle rivendicazioni anticipavano soltanto una parte della questione. La crisi ecologica è diventata una crisi sistemica che investe energia, alimentazione, acqua, clima, migrazioni e guerra, rendendo ancora più evidente quanto fossero intrecciate le dimensioni ambientali e quelle economiche. Anche qui occorre evitare determinismi semplicistici: il cambiamento climatico non produce automaticamente migrazioni, ma aggrava disuguaglianze, conflitti e processi di espulsione già esistenti, mentre le responsabilità e le possibilità di proteggersi restano distribuite in modo profondamente ineguale. Vi era inoltre una critica radicale alla governance mondiale rappresentata dal G8. Otto governi pretendevano di decidere questioni che riguardavano miliardi di persone senza alcuna effettiva partecipazione democratica. Quel problema non è scomparso; ha semplicemente assunto nuove forme. Le grandi decisioni che incidono sulla vita collettiva vengono oggi prese entro reti molto più complesse, nelle quali si intrecciano Stati, imprese multinazionali, organismi sovranazionali, finanza globale e grandi piattaforme tecnologiche. Le politiche migratorie mostrano con particolare chiarezza questa trasformazione: il controllo delle frontiere viene affidato a una combinazione di governi, agenzie sovranazionali, accordi con Stati terzi, apparati militari, tecnologie di sorveglianza e imprese private. La frontiera non coincide più soltanto con una linea geografica, ma si estende lungo le rotte, nei centri di detenzione, nelle procedure amministrative, negli algoritmi di identificazione e nelle condizioni di accesso ai diritti. Dalla globalizzazione alla guerra Anche la questione della pace assume oggi un significato diverso. È importante ricordare che Genova si svolse prima dell’11 settembre. Il movimento denunciava l’aumento delle spese militari, criticava la NATO, il commercio delle armi e la crescente militarizzazione delle relazioni internazionali in un momento in cui la cosiddetta globalizzazione appariva ancora prevalentemente organizzata attorno all’espansione dei mercati. Si comprendevano già, però, i legami tra guerre, impoverimento, distruzione dei territori e spostamenti forzati delle popolazioni. La libertà di movimento non significava soltanto rivendicare il diritto di chi migrava ad attraversare le frontiere, ma anche contestare un ordine mondiale che costringeva milioni di persone a partire e poi le criminalizzava per averlo fatto. Pochi mesi dopo, gli attentati dell’11 settembre inaugurarono una nuova fase storica. La “guerra al terrorismo” divenne il paradigma dominante della politica internazionale, ridefinendo profondamente i rapporti tra sicurezza, libertà, controllo sociale e politica economica. Da allora siamo progressivamente entrati in un capitalismo sempre più attraversato dalla guerra, nel quale la militarizzazione non rappresenta soltanto una risposta alle crisi, ma una componente strutturale dei processi di accumulazione e di riorganizzazione geopolitica. In questo nuovo regime, la figura del migrante venne sempre più sovrapposta a quelle della minaccia, del clandestino e del possibile nemico interno. La guerra esterna e il controllo interno delle popolazioni si svilupparono così come dimensioni complementari di una stessa trasformazione. Oggi siamo arrivati con Trump a definire “terrorista” chiunque si opponga al fascismo o ponga in essere un’agenda moderatamente social democratica di redistribuzione del reddito. La forza della trasversalità La forza del movimento alter-globalizzazione non consisteva tuttavia soltanto nelle singole rivendicazioni. Il suo tratto forse più innovativo era il tentativo di costruire trasversalità. Seattle, Praga, Québec, Porto Alegre e infine Genova furono laboratori nei quali sindacati, movimenti contadini, reti femministe, ambientalisti, associazioni cattoliche, centri sociali, ONG, gruppi per i diritti umani, reti di migranti, cooperative e molte altre soggettività cercavano di elaborare linguaggi comuni senza rinunciare alle proprie differenze. La domanda politica fondamentale non era come eliminare l’eterogeneità, ma come mantenerla viva dentro un percorso condiviso. Come articolare lotte differenti senza ridurle a un’unica identità. Come costruire un processo di ricomposizione capace di aumentare la potenza collettiva senza cancellare le differenze. È probabilmente proprio questa ricerca di trasversalità ad aver rappresentato il tratto più pericoloso agli occhi dei poteri costituiti. Una società attraversata da conflitti separati è più facilmente governabile; una società nella quale soggetti diversi iniziano a riconoscere le proprie interdipendenze e a costruire pratiche comuni apre invece possibilità di trasformazione molto più profonde. In questa prospettiva, la repressione di Genova non può essere letta soltanto come risposta agli scontri di piazza. Le violenze della repressione della piazza culminata con la morte di Carlo Giuliani, la macelleria sociale della Diaz e le torture di Bolzaneto colpirono il cuore organizzativo di quel processo di ricomposizione, cercando di interromperlo attraverso il trauma, la paura e la criminalizzazione dell’intero movimento. Pochi mesi dopo, l’11 settembre inaugurò un nuovo regime storico. La “guerra al terrorismo” trasformò profondamente il contesto politico internazionale, restringendo gli spazi del dissenso e spostando il baricentro della politica mondiale dalla promessa della globalizzazione alla gestione permanente della sicurezza. Oggi viviamo pienamente dentro quell’orizzonte: un mondo nel quale guerra, riarmo, controllo delle frontiere, sorveglianza e competizione geopolitica non costituiscono più risposte eccezionali alle crisi, ma elementi strutturali del capitalismo contemporaneo. La radicalizzazione di questa logica è oggi evidente nella tendenza a trasformare ogni conflitto sociale in un problema di ordine pubblico o di sicurezza, fino a equiparare, nella retorica di Donald Trump e di altri leader della destra autoritaria, l’antifascismo di piazza e perfino moderate politiche redistributive a minacce per l’ordine costituito, mentre la ricchezza continua a concentrarsi come mai prima. Le domande che restano A distanza di oltre vent’anni, molte delle questioni sollevate allora sono entrate nel dibattito pubblico, spesso in forme molto diverse da quelle immaginate dal movimento. Altre restano aperte. Ma forse l’eredità più importante di Genova non consiste nell’aver anticipato singole crisi o singole rivendicazioni. Consiste nell’aver mostrato che problemi apparentemente separati – lavoro, ambiente, debito, migrazioni, pace, beni comuni, democrazia e riproduzione sociale – possono essere pensati come parti di una stessa totalità. Più in generale, rileggendo oggi Genova, mi sembra che le grandi domande del movimento fossero profondamente intrecciate: la libertà di movimento delle persone, la libertà della riproduzione dei commons dalla mercificazione, la libertà del lavoro dallo sfruttamento e la libertà dei popoli dalla guerra. Ma quella libertà non era intesa soltanto come liberazione da vincoli, dominazioni o forme di espropriazione. Era anche libertà di costruire istituzioni comuni, di cooperare, di prendersi cura della riproduzione della vita, di decidere collettivamente il proprio futuro e di sperimentare nuove forme di convivenza oltre la logica del profitto e della guerra. Tutte nascevano dalla stessa critica a un ordine globale che organizzava la mobilità, l’accesso alle risorse, il lavoro e la sicurezza secondo le esigenze dell’accumulazione capitalistica. È questa coerenza profonda, più ancora delle singole rivendicazioni, che vale la pena recuperare oggi. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI HAIDI GIULIANI: > C’era un ragazzo sull’asfalto -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Genova 2001: le domande che non abbiamo ancora smesso di porci proviene da Comune-info.
July 20, 2026
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