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L’UAW diventa il primo grande sindacato statunitense a favore del disinvestimento dai titoli “Israel Bonds”
L’UAW diventa il primo grande sindacato statunitense a votare a favore del disinvestimento dai titoli “Israel Bonds” I delegati dell’UAW hanno votato a favore del disinvestimento dei 400.000 dollari in titoli “Israel Bonds” detenuti dal sindacato, rendendolo il primo grande sindacato statunitense a compiere tale scelta. Gli organizzatori affermano che si tratta di una vittoria per la solidarietà internazionale e di un segno del crescente rifiuto di Israele da parte della classe operaia. Il mese scorso, l’United Auto Workers (UAW) è stato il primo grande sindacato statunitense a votare a favore del disinvestimento dai titoli “Israel Bonds”. Redazione Italia
July 9, 2026
Pressenza
[Ora di buco] Fuori Leonardo, anzi Finmeccanica, dalle scuole! (1/2: trasmissione intera)
Trasmissione interamente dedicata all'analisi del dossier di BDS su "La scuola di Leonardo, Scuole e industria militare: forme e dispositivi della complicità con il genocidio. Il caso di Roma". "La campagna internazionale per l’embargo militare promossa dal movimento BDS (Boycott, Divestment and Sanctions) rappresenta oggi uno degli strumenti politici e civili più efficaci per contribuire a isolare politicamente ed economicamente il regime israeliano di occupazione coloniale, apartheid e genocidio in corso nei confronti del popolo palestinese. Il boicottaggio di "Leonardo" nelle scuole e nella formazione professionale si configura non come una vertenza settoriale, ma come un terreno di conflitto più ampio, volto a interrogare i rapporti tra educazione pubblica, produzione della violenza e complesso militare-industriale. Già nota come Finmeccanica, "Leonardo" coordina un ampio insieme di controllate e marchi, tra cui AgustaWestland, Alenia Aermacchi, DRS, Oto Melara, Selex ES e WASS, e rappresenta il principale produttore di armamenti in Italia e uno dei maggiori gruppi militari a livello globale. Nel 2022, la controllata statunitense Leonardo DRS si è inoltre fusa con l’azienda israeliana RADA Electronic Industries, specializzata nella produzione di radar militari, consolidando ulteriormente le relazioni industriali e tecnologiche con il settore bellico israeliano.  L’azienda, partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze italiano con una quota del 30,2%, opera nei settori della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza, producendo sistemi d’arma, tecnologie militari e dispositivi di sorveglianza impiegati in numerosi contesti bellici contemporanei. Attraverso programmi educativi, iniziative STEM, attività divulgative, premi scientifici e collaborazioni con scuole e università, la Fondazione contribuisce a presentare come naturali, desiderabili e socialmente benefiche tecnologie e settori industriali strettamente legati alle infrastrutture contemporanee della guerra e del controllo sociale. Dei 125 istituti esaminati, 19 presentano evidenze documentali di collaborazioni con Leonardo S.p.A. Le iniziative individuate riguardano prevalentemente percorsi di Formazione Scuola Lavoro (FSL, ex PCTO), attività legate alle discipline STEM, progetti di innovazione tecnologica e azioni di avvicinamento al mondo del lavoro. Ecco gli istituti: IIS Leopoldo Pirelli, IIS Von Neumann, IIS Giorgi-Woolf, IIS Matteucci, Liceo Scientifico Avogadro, Liceo Eugenio Montale, IIS Di Vittorio- Lattanzio, Liceo Scientifico Kennedy, IIS Pacinotti- Archimede, Liceo Pasteur, Liceo Democrito, ITIS Giancarlo Vallauri e IIS Via Salvo D'Acquisto 69 (Velletri), Liceo Volterra e IIS Amari-Mercuri (Ciampino), Liceo Artistico e Linguistico Pablo Picasso e IIS Via Copernico (Pomezia), IIS di Zagarolo, ITIS Cannizzaro (Colleferro). Particolarmente significativo appare il caso dell’IIS Carlo Matteucci che dal 2022 ha attivato il Liceo Scientifico delle Scienze Applicate, sperimentazione “Liceo Digitale”, sviluppato in collaborazione con Leonardo S.p.A. e Fondazione Leonardo ETS: la presenza dell’azienda si estende alla progettazione delle attività formative, alla realizzazione della didattica curricolare e all’accompagnamento degli studenti lungo l’intero ciclo di studi. La compresenza di esperti Leonardo nelle attività didattiche del biennio, l’affiancamento degli studenti da parte di professionisti dell’azienda nel triennio e la previsione di esperienze formative presso le sedi del gruppo configurano una relazione stabile che contribuisce direttamente alla costruzione del curricolo e delle competenze ritenute strategiche per il percorso formativo.   LA RIFORMA DEI TECNICI: ITS ACADEMY Permane un ulteriore profilo che richiede specifici approfondimenti analitici e politici. In particolare, alla luce della riforma degli Istituti Tecnici attualmente in fase di sperimentazione, che prevede la riduzione del percorso scolastico da cinque a quattro anni e il successivo completamento della formazione presso gli Istituti Tecnologici Superiori (ITS Academy), appare necessario interrogarsi sul ruolo assunto da Leonardo S.p.A. all’interno di tali strutture. Gli ITS Academy, infatti, pur operando nell’ambito dell’istruzione terziaria professionalizzante, si configurano complessivamente come enti di natura privata orientati alla formazione specialistica e all’integrazione diretta con il sistema produttivo. In questo contesto, risulta rilevante chiarire le modalità e l’estensione della partecipazione di Leonardo, sia in qualità di partner e soggetto collaboratore, sia come eventuale ente fondatore o promotore diretto di specifici istituti. Tra i casi emersi figurano, ad esempio, l’Istituto Tecnico Superiore Nuove Tecnologie per il Made in Italy, l’Istituto Tecnico Superiore Meccatronico del Lazio e l’Istituto Tecnico Superiore PRIME, nei quali Leonardo compare tra i soci fondatori.   INDAGINE SUI CENTRI DI FORMAZIONE PROFESSIONALE DI ROMA Un secondo ambito di indagine riguarda il settore della Formazione Professionale. Gli istituti presi in considerazione sono stati i 9 Centri di Formazione Professionale di Roma gestiti da Roma Capitale, i 6 Centri Metropolitani di Formazione Professionale di competenza della Città Metropolitana di Roma Capitale e 61 Centri paritari (ovvero privati ma parte del Sistema Nazionale d’Istruzione). In questo ambito (Tabella 3) è stata individuata, mediante la metodologia Systematic Web Document Analysis (SWDA), una collaborazione diretta tra Leonardo e il Centro Metropolitano di Formazione Professionale di Acilia, relativa alla progettazione e realizzazione di un corso triennale gratuito per Operatore informatico in ambiente Cybersecurity. Il corso è rivolto a ragazze e ragazzi tra i 14 e i 17 anni e prevede una struttura teorico- pratica costruita con il contributo diretto dell’azienda (teorico e pratico attraverso stage presso Leonardo). L’analisi successiva ha consentito di reperire il Decreto del Sindaco Metropolitano n. 7 del 22 gennaio 2024, quindi a genocidio in corso, della Città metropolitana di Roma Capitale, avente ad oggetto l’“Accordo di collaborazione tra la Città metropolitana di Roma Capitale e Leonardo S.p.A. per la realizzazione di percorsi formativi innovativi da effettuarsi presso i Centri metropolitani di Formazione Professionale”   FORMAZIONE SCUOLA LAVORO, LEONARDO S.P.A. E SERVIZI EDITORIALI PER LA SCUOLA Si segnala la collaborazione tra Fondazione Leonardo ETS e HUB Scuola, la piattaforma didattica digitale delle case editrici scolastiche del Gruppo Mondadori (Mondadori Education, Rizzoli Education e D Scuola), finalizzata alla realizzazione del progetto “A scuola di STEM”. L’iniziativa prevede la distribuzione gratuita di sessanta video-lezioni online rivolte a studenti e docenti dalla scuola primaria alla scuola secondaria di secondo grado, dedicate a temi quali intelligenza artificiale, cybersicurezza, robotica, aerospazio, tecnologie emergenti, fisica quantistica e “professioni del futuro”.   CHI HA IN MANO I DATI NATI NAZIONALI DELL* STUDENT*? Nel corso dell’inchiesta sulle relazioni tra Leonardo S.p.A. e le istituzioni scolastiche, è stato rinvenuto casualmente, all’interno del sito dell’Istituto Comprensivo Via Cassia, un documento pubblico del 2020 che ha successivamente condotto ad approfondire il tema della conservazione, del trattamento e della protezione dei dati relativi alla popolazione studentesca italiana. Dal documento, consultabile nell’archivio dati di questa ricerca [11], emergeva che Leonardo S.p.A., in raggruppamento temporaneo d’impresa con Enterprise Services Italia, risultava coinvolta nelle attività di archiviazione e trattamento dei dati dell’Anagrafe Nazionale degli Studenti non soltanto a livello del singolo istituto scolastico, bensì su scala ministeriale.   AZIONI DI RICERCA, MONITORAGGIO E DOCUMENTAZIONE Si propone un kit di attivazione territoriale rivolto a studenti, docenti, personale scolastico, famiglie, collettivi e reti sociali interessate a promuovere campagne di boicottaggio di Leonardo e più in generale delle imprese coinvolte nelle filiere della guerra, dell’occupazione e del genocidio in Palestina. Di seguito alcuni degli strumenti e delle risorse che possono essere utilizzati: Mappatura sistematica di: a.convenzioni; b.Percorsi di Formazione Scuola Lavoro (FSL); c.Filiera Formativa Tecnologico-Professionale (4+2), ITS Academy, enti di formazione professionale; d.progetti didattici, attività di orientamento; e.sponsorizzazioni, donazioni e collaborazioni tra scuole. Presentazione di richieste di accesso civico generalizzato (FOIA) e di accesso agli atti rivolte a dirigenti scolastici, uffici scolastici regionali, enti locali, università, ITS Academy e fondazioni, al fine di ottenere convenzioni, protocolli d'intesa, contratti, finanziamenti, accordi di partenariato, progetti FSL e documentazione relativa alle attività svolte con aziende del settore militare. Realizzazione di dossier territoriali finalizzati a documentare la presenza di Leonardo nei sistemi educativi locali, individuando istituti coinvolti, tipologie di attività svolte, soggetti finanziatori.
July 7, 2026
Radio Onda Rossa
[Ponte Radio] Libera la scuola, boicotta le banche complici del genocidio palestinese
Nell'ultimo anno scolastico appena concluso abbiamo assistito al consolidarsi e inasprirsi di tendenze già attive prima del governo Meloni di trasformazione della scuola pubblica in senso repressivo e autoritario. Abbiamo cercato di rintracciare alcuni nodi determinanti che individuiamo nelle Nuove Indicazioni ministeriali per il primo ciclo e per i licei, nella riforma dei tecnici e dei professionali, nell'approvazione del "consenso informato", in un clima generale di repressione del dissenso e del pensiero critico che colpisce studenti e lavoratrici e lavoratori della scuola. Il tema che ha reso estremamente visibile tutto questo è la solidarietà con la resistenza e la popolazione palestinese. Da qui, nella seconda parte, con una compagna di Bds Roma, abbiamo parlato della presenza di Leonardo Spa nelle scuole di Roma in particolare, che non è che uno dei campi dove è visibile la complicità al genocidio di Gaza: presentiamo così l'ultima in ordine di tempo della campagne di boicottaggio lanciata da BDS: Banche complici. Nella prima parte sentirete le voci di Alessandra Gissi, docente di storia contemporanea a L'Orientale di Napoli e membre della Società Italiana delle Storiche, di una operatrice dell'associazione Scosse, di studenti del Liceo Machiavelli di Firenze, Righi e Caravillani di Roma, di Mamme in piazza per la libertà di dissenso di Torino e dell'Osservatorio contro la militarizzazione e dell'università.  
July 3, 2026
Radio Onda Rossa
“TEVA NO GRAZIE”: IL PUNTO SULLA CAMPAGNA DI BOICOTTAGGIO DELLA MULTINAZIONALE DEL FARMACO ISRAELIANA
“Chi è TEVA? Che ruolo ha nell’attuale genocidio del popolo palestinese? È lecito e possibile boicottarla, tutelando al contempo la salute dei pazienti?”. Sono le domande poste da BDS Italia, Sanitari per Gaza e #DigiunoGaza che tra maggio e giugno hanno proposto sei webinar per offrire a medici, farmacisti e personale sanitario interessato una guida pratica per boicottare TEVA. A questo indirizzo sono disponibili le registrazioni degli incontri: https://bdsitalia.org/index.php/teva-notizie/3010-webinar-teva La campagna di sensibilizzazione e informazione di BDS Italia prosegue anche nei confronti di cittadini ed enti locali. “Chiediamo che i soldi pubblici non vengano impiegati per finanziare aziende che intrattengono rapporti con l’apparato militare e con l’esercito israeliano (IDF), o che traggono beneficio dal sistema di apartheid e occupazione imposto al popolo palestinese” sostengono da BDS. Per questo motivo “Sanitari per Gaza” e movimento BDS dell’Emilia-Romagna hanno realizzato una mappatura degli appalti pubblici nei quali Teva Italia è risultata aggiudicataria. L’obiettivo è quantificare l’entità economica dei rapporti tra l’Emilia-Romagna e l’azienda israeliana allo scopo di evidenziare le responsabilità materiali che legano la regione all’occupazione e al genocidio del popolo palestinese. Dai risultati della mappatura è emerso che, negli ultimi undici anni, le stazioni appaltanti dellʼEmilia-Romagna hanno impegnato complessivamente circa 115 milioni di euro di denaro pubblico a favore di Teva Italia. Di questi, circa 25 milioni di euro sono stati impegnati negli anni 2024 e 2025, in concomitanza con lʼapice della campagna militare genocidiaria israeliana a Gaza. Con Mario del BDS Italia abbiamo fatto il punto sulla campagna di boicottaggio di Teva con un focus anche a livello di quanto accade in alcuni comuni, come a Brescia, dove gruppi di cittadini stanno raccogliendo firme per chiedere la sospensione della vendita di prodotti Teva nelle farmacie comunali. Ascolta o scarica
June 19, 2026
Radio Onda d`Urto
Per il boicottaggio dell’Associazione Medica Israeliana
Varie organizzazioni sanitarie chiedono il boicottaggio dell’Associazione Medica Israeliana (Israeli Medical Association, IMA) a causa di quelle che definiscono violazioni dell’etica medica e del diritto internazionale umanitario nella guerra a Gaza. Il People’s Health Movement (PHM), Artsen voor Gaza (Medici per Gaza) e il Consiglio consultivo sanitario della Jewish Voice […] L'articolo Per il boicottaggio dell’Associazione Medica Israeliana su Contropiano.
June 16, 2026
Contropiano
Roma. L’Eni è complice del genocidio e dell’ecocidio, blitz all’Eur
Questa mattina a Roma gli attivisti di Extinction Rebellion hanno tinto di verde l’acqua del laghetto dell’Eur a Roma, di fronte alla sede di Eni, e hanno appeso al ponte sul lago un enorme striscione con il logo dell’azienda che brucia la bandiera della Palestina e la scritta ‘Stop Ecocidio […] L'articolo Roma. L’Eni è complice del genocidio e dell’ecocidio, blitz all’Eur su Contropiano.
May 30, 2026
Contropiano
La fortezza di sabbia
L’ECONOMIA ISRAELIANA HA UN’INFRASTRUTTURA TECNOLOGICA DI PRIM’ORDINE, UN IMPORTANTE SOSTEGNO PER IL SETTORE MILITARE DAL CONGRESSO USA, UN SISTEMA BANCARIO ROBUSTO E LA BORSA DI TEL AVIV IN SALUTE. MA LA REALTÀ DEI CONSUMI, DEI SALARI REALI, DEL DEBITO PUBBLICO E DELLA LEGITTIMITÀ INTERNAZIONALE RACCONTA DI UN’ECONOMIA CHE HA SMESSO DI CRESCERE. IN QUESTO CONTESTO CHI PARTECIPA ALLE CAMPAGNE DI BOICOTTAGGIO DELL’ECONOMIA DI GUERRA DI ISRAELE SI SENTE RISPONDERE CHE È INUTILE. MA QUELLA CRESCITA CHE NON C’È PIÙ DIMOSTRA ALTRO. NON CHE IL MOVIMENTO BDS ABBIA GIÀ VINTO, MA CHE L’ECONOMIA ISRAELIANA È STRUTTURALMENTE DIPENDENTE DA CONDIZIONI ESTERNE. CHE NON SONO IMMUTABILI. LA STORIA INSEGNA CHE LE ECONOMIE DI GUERRA NON CROLLANO PER UN SINGOLO SHOCK. “IL SUDAFRICA DELL’APARTHEID ERA CONSIDERATO, FINO AGLI ANNI ’80, UN’ECONOMIA SOLIDA. LA CAMPAGNA INTERNAZIONALE DI SANZIONI E BOICOTTAGGIO FU A LUNGO DERISA… ISRAELE NON È IL SUDAFRICA MA IL PRINCIPIO RIMANE: LE LOTTE CHE SEMBRANO IMPOTENTI DI FRONTE ALLA FORZA ACCUMULANO NEL TEMPO UNA PRESSIONE CHE I MODELLI ECONOMETRICI NON SANNO MISURARE… LE LOTTE NON CREANO IL PROBLEMA, LO RENDONO IRREVERSIBILE…” Ortona (Chieti), 17 maggio: 18.457 nomi scritti su pezzi di stoffa bianchi, cuciti assieme a ricordare i sudari con cui i corpi assassinati sono stati avvolti. Sono i nomi delle bambine e dei bambini uccisi a Gaza dal 07/10/23 al 31/07/2025. Foto di Bds Lanciano -------------------------------------------------------------------------------- Un paese con il PIL della Lombardia che sostiene il secondo budget militare al mondo in rapporto al PIL, dietro soltanto all’Ucraina. Un paese in guerra permanente che vede la propria borsa toccare massimi storici mentre i consumi privati crollano. Un paese che si definisce “startup nation” e dipende per oltre la metà delle proprie esportazioni da un solo settore, peraltro sempre più esposto al boicottaggio internazionale. L’economia israeliana è raccontata, spesso, come un miracolo di resilienza. Guardata da vicino, assomiglia piuttosto a una fortezza costruita sulla sabbia: solida in apparenza, vulnerabile nelle fondamenta. I fondamentali: la superficie del miracolo Prima di analizzarne le crepe, va riconosciuto il perimetro reale dell’economia israeliana. Nel 2025 il PIL ha raggiunto i 540 miliardi di dollari, con un reddito pro capite di oltre 41.800 dollari. La struttura è dominata dal terziario — quasi l’80% del prodotto interno — trainato da servizi tecnologici, finanziari e telecomunicazioni. Il secondario, circa il 19%, ospita nicchie di eccellenza nell’elettronica, nell’aerospazio e nell’industria della difesa. Il tasso di disoccupazione si è mantenuto intorno al 2,7%, uno dei più bassi tra i paesi OCSE. L’ecosistema tech è straordinario per scala relativa: oltre 7.000 startup attive, una ogni 1.400 abitanti — la densità più alta al mondo — 550 fondi di venture capital, 435 multinazionali con centri di ricerca e sviluppo insediati nel paese. Nel 2025, l’alta tecnologia rappresenta il 57% delle esportazioni totali. Le startup israeliane hanno raccolto circa 9,3 miliardi di dollari nella prima metà del 2025, con un aumento del 54% rispetto al semestre precedente. Questi numeri sono reali. Ma sono anche, in larga misura, la superficie di un sistema che ha accumulato contraddizioni strutturali difficilmente sostenibili nel medio periodo. La trappola fiscale: quando la guerra diventa bilancio Il punto di partenza di qualsiasi analisi onesta è il costo della guerra permanente. Prima dell’ottobre 2023 il bilancio militare israeliano ammontava a circa 17 miliardi di dollari. Nel 2024 è balzato a 47 miliardi, con un aumento del 65% in un solo anno — il salto più grande registrato al mondo secondo il SIPRI. Israele è diventato il secondo paese al mondo per quota di PIL destinata alla difesa, dietro soltanto all’Ucraina. Il risultato sui conti pubblici è devastante. Da un modesto avanzo dello 0,3% del PIL nel 2022, il deficit è sprofondato a -5% nel 2023 e -8,2% nel 2024, quasi ai livelli della crisi Covid. Il debito pubblico è aumentato di nove punti percentuali in soli due anni, sfiorando il 70% del PIL. Le proiezioni della Bank of Israel stimano un deficit al 5,3% nel 2026 e al 4,4% nel 2027, con un rapporto debito/PIL intorno al 70,5%. S&P, Moody’s e Fitch hanno tutte declassato il rating sovrano israeliano. Il bilancio 2025 è il più vasto della storia del paese — 203,5 miliardi di dollari — con un aumento del 21% rispetto all’anno precedente. Il solo ministero della Difesa assorbe 110 miliardi di shekel, e le operazioni militari comportano una spesa stimata di circa 1,6 miliardi di dollari a settimana tra mobilitazione delle forze armate, sistemi di difesa e gestione del fronte interno. La sola guerra a Gaza, stima la Banca d’Israele, ha comportato costi diretti superiori a 25 miliardi di dollari in un anno, espandibili fino a 400 miliardi sommando il rallentamento dell’attività produttiva e i costi futuri che il conflitto lascerà in eredità. Questo non è un problema congiunturale. È una trappola strutturale: un’economia di dimensioni regionali che sostiene una macchina da guerra di dimensioni globali, finanziandosi con deficit crescenti, debito in espansione e capitali esteri. La borsa sale. L’economia reale no. La differenza conta Uno degli equivoci più sistematici nel racconto dell’economia israeliana è l’uso della borsa di Tel Aviv come indicatore di salute. Il Tel Aviv Stock Exchange (TASE), dopo il crollo iniziale del 23% seguito agli attacchi del 7 ottobre 2023, ha guadagnato oltre il 200% rispetto ai minimi toccati. I volumi giornalieri nel primo trimestre del 2025 sono cresciuti del 35% rispetto all’anno precedente, trainati da investitori esteri e piccoli risparmiatori interni. Ma leggere questi numeri come segnale di benessere diffuso è un errore metodologico prima che politico. L’economia reale racconta una storia completamente diversa. I consumi privati — la componente che misura il benessere effettivo delle famiglie — sono calati del 5% su base annua nel primo trimestre del 2025, con un calo pro capite del 6,1%. Nel secondo trimestre, quando la guerra con l’Iran ha interrotto le attività per settimane, il PIL si è contratto del 3,5% annualizzato, trascinando con sé consumi (-4,1%), spesa pubblica civile (-1%) e investimenti fissi (-12,3%). La borsa sale perché sale il comparto tech e difesa — settori che beneficiano direttamente del contesto bellico — e perché il capitale estero, attraendo rendimenti elevati e scommettendo su una normalizzazione post-conflitto, continua a entrare. Non sale perché i lavoratori israeliani stiano meglio. In realtà, con un’inflazione al 3,8% a inizio 2025 alimentata dall’aumento dell’IVA al 18% e dalla dinamica dei prezzi immobiliari, i salari reali medi hanno registrato una contrazione. Il salario medio a gennaio 2025 era solo del 2% superiore a quello di gennaio 2024: in termini reali, una perdita. La dissociazione tra mercato finanziario e economia reale non è una specificità israeliana — è una caratteristica strutturale del capitalismo finanziario contemporaneo. Ma nel caso di Israele assume contorni particolarmente marcati, perché il rialzo borsistico è in buona parte alimentato dall’industria bellica e dall’afflusso di capitali speculativi, non dalla produttività o dal benessere della popolazione. Le disuguaglianze: il miracolo distribuito male La “startup nation” produce ricchezza concentrata. Il settore tecnologico — che occupa l’11,5% della forza lavoro — paga salari medi di 31.858 shekel al mese (circa 8.600 euro), oltre il doppio della media nazionale. Il salario medio generale si attesta attorno ai 14.000 shekel (circa 3.700 euro). La forbice è ampia, e ha una dimensione strutturale ben documentata. La peculiarità israeliana, segnalata da economisti come Momi Dahan, è che la disuguaglianza nei redditi di mercato è relativamente contenuta, ma quella nei redditi disponibili — dopo tasse e trasferimenti — è tra le più alte dell’OCSE. La causa non è il mercato del lavoro in sé, ma le scelte redistributive: un sistema fiscale che privilegia i sussidi alle famiglie ultraortodosse (che non lavorano e non prestano servizio militare) e riduce la pressione sulle imprese e sui redditi alti, scaricando il peso della crisi fiscale sui ceti medi. Il bilancio 2025 ha confermato questa impostazione: nessuna tassa aggiuntiva per i redditi più elevati, nessuna revisione delle esenzioni per le comunità haredi, compressione dei salari nel settore pubblico. A questo si aggiunge la questione della popolazione arabo-israeliana, circa il 20% del totale, storicamente segregata nei segmenti meno remunerati del mercato del lavoro e quasi assente dall’ecosistema tech. Una disuguaglianza etnica che si sovrappone a quella reddituale e che raramente compare nei dashboard economici internazionali. La dipendenza strutturale: quando la resilienza è un prestito Uno dei termini più abusati nel discorso sull’economia israeliana è “resilienza”. Ma una parte significativa di questa resilienza non è prodotta internamente: è finanziata dall’estero. La raccolta di fondi di venture capital locale è calata di circa il 40% nel 2024, esponendo le startup in fase iniziale a un rischio crescente. I capitali che alimentano il sistema vengono prevalentemente da fondi internazionali, multinazionali americane e investitori istituzionali che scommettono sul tech israeliano come asset class. Sul fronte del debito pubblico, tra la fine del 2023 e l’inizio del 2025 Israele ha collocato quasi 20 miliardi di dollari in titoli sovrani che nella sostanza costituiscono “war bonds” non dichiarati, sottoscritti da grandi banche d’affari internazionali. Il 20% circa del deficit viene coperto con debito collocato all’estero. A questo si aggiungono quasi 15 miliardi di dollari di sostegno militare diretto approvati dal Congresso statunitense nel 2024-2025. Senza questo flusso esterno — finanziario, militare, diplomatico — l’economia israeliana non potrebbe sostenere la propria postura bellica. Questo non è un giudizio politico. È un dato strutturale. La dipendenza dagli Stati Uniti non è una scelta tattica ma una condizione sistemica: togliete il sostegno di Washington e l’equazione fiscale israeliana non torna. Il fronte esterno: BDS, embargo e pressione dei governi C’è infine una variabile che i modelli econometrici tendono a sottovalutare ma che sta progressivamente acquistando peso reale: la pressione internazionale organizzata. Il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) ha finora prodotto impatti economici diretti limitati rispetto alla scala dell’economia israeliana. Ma i suoi effetti indiretti — in termini di reputazione, disinvestimento istituzionale e creazione di precedenti politici — sono tutt’altro che trascurabili. Più di una dozzina di banche ha disinvestito da Elbit Systems, la principale azienda di difesa israeliana. La Colombia ha deciso di sostituire gli aerei militari di fabbricazione israeliana. La Norvegia ha annunciato forme di embargo militare. Governi regionali negli Stati Uniti si sono impegnati a non rinnovare le obbligazioni sovrane israeliane. Ma è soprattutto la svolta europea a segnare una discontinuità politicamente rilevante. La Spagna ha cancellato contratti per centinaia di milioni di euro con aziende israeliane di difesa nel 2025, dichiarando un embargo sulle armi. Il premier spagnolo Sanchez ha formalmente chiesto agli stati membri dell’UE di adottare un embargo militare collettivo. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha votato a larga maggioranza a favore di misure punitive contro Israele, per la prima volta in 42 anni. Questo conta per l’economia israeliana perché il 65% della produzione di alcune aziende del comparto difesa è destinato all’estero. L’export militare è un pilastro dell’economia, non un settore marginale. Se la pressione degli embargo si consolidasse anche solo parzialmente tra i principali partner commerciali europei, colpirebbe un asse portante delle esportazioni. E poiché il comparto tech-difesa è intrecciato — tecnologie sviluppate per usi militari vengono commercializzate in ambito civile — il rischio reputazionale si estenderebbe all’intero ecosistema dell’innovazione. L’industria israeliana della cybersecurity, che attrae circa il 40% dei finanziamenti privati globali del settore, è già esposta: aziende come NSO Group e Candiru sono state inserite nella Entity List degli Stati Uniti per abusi documentati, e il governo israeliano ha dovuto imporre restrizioni alle esportazioni di spyware, riducendo il numero di paesi autorizzati all’acquisto. Conclusione: i conti che tornano potrebbero non tornare L’economia israeliana ha fondamentali tecnici di prim’ordine: capitale umano eccezionale, un ecosistema di innovazione senza eguali fuori dalla Silicon Valley, esportazioni tech solide e un sistema bancario robusto. Ma questi fondamentali reggono su un edificio fiscale e geopolitico che ha mostrato la propria insostenibilità strutturale. Un deficit persistente vicino al 5-8% del PIL. Un debito pubblico cresciuto di nove punti in due anni. Una spesa militare al 9% del PIL. Consumi interni in contrazione. Disuguaglianze tra le più alte dell’OCSE, mascherate da medie che nascondono la concentrazione della ricchezza nel 10% della forza lavoro tech. Una dipendenza sistemica dal sostegno finanziario e militare americano. E, sullo sfondo, una pressione internazionale — giuridica, politica, commerciale — destinata ad aumentare con il prolungarsi dei conflitti. La borsa di Tel Aviv può continuare a salire ancora a lungo. I mercati finanziari prezzano aspettative, non realtà. Ma la realtà — quella dei consumi, dei salari reali, del debito pubblico e della legittimità internazionale — racconta di un’economia che non sta crescendo: sta resistendo. E resistere, a costi così elevati, ha un limite che si avvicina, in un tempo non precisato ma si avvicina. Una nota finale: le lotte non sono inutili Chi partecipa a una campagna di boicottaggio, chi fa pressione su un’istituzione a disinvestire, chi chiede al proprio governo un embargo militare, si sente spesso rispondere che è tutto inutile: Israele è troppo forte, gli Stati Uniti troppo vicini, i mercati, finalizzate a rendita e profitto, troppo indifferenti alla politica. Questa modesta analisi economica dimostra, a mio avviso, il contrario. Non perché il BDS abbia già vinto. Non ha vinto. Ma perché l’economia israeliana, come abbiamo visto, è strutturalmente dipendente da condizioni esterne che non sono immutabili: la disponibilità dei mercati internazionali ad acquistare debito sovrano, la continuità del sostegno militare americano, l’accesso ai mercati europei per l’export di tecnologia e armamenti, la reputazione dell’ecosistema tech come ambiente affidabile per gli investitori globali. Sono tutte variabili sensibili alla pressione politica e sociale. Ogni embargo che si consolida restringe il mercato dell’export militare. Ogni disinvestimento istituzionale aumenta il costo del capitale. Ogni governo che si sottrae alla rete di complicità diplomatica riduce il margine di manovra di Tel Aviv. Ogni campagna universitaria che esclude un’azienda israeliana da una gara d’appalto o da una collaborazione scientifica erode la credibilità dell’ecosistema tech sul quale l’intera economia è costruita. La storia insegna che le economie di guerra non crollano per un singolo shock, ma si erodono per accumulo di pressioni. Il Sudafrica dell’apartheid era considerato, fino agli anni Ottanta, un’economia solida e resiliente. La campagna internazionale di sanzioni e boicottaggio fu a lungo derisa come simbolica. Non lo era: contribuì a rendere insostenibile, anche economicamente, un sistema che si credeva blindato. Israele non è il Sudafrica, e ogni analogia storica va maneggiata con cautela. Ma il principio rimane: le lotte che sembrano impotenti di fronte alla forza accumulano nel tempo una pressione che i modelli econometrici non sanno misurare, ma che i ministeri delle finanze imparano a temere. I dati che abbiamo analizzato mostrano un’economia già sotto stress. Le lotte non creano il problema, lo rendono irreversibile. -------------------------------------------------------------------------------- Riccardo Taddei ha oltre trent’anni di esperienza professionale nel campo dei diritti. È autore di L’ordine del Caos. Anatomia del conflitto tra Israele e Palestina (Ombre corte) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI LEA MELANDRI: > Privati di ogni dignità -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La fortezza di sabbia proviene da Comune-info.
May 23, 2026
Comune-info
Solidarietà Palestinese: mobilitazioni e boicottaggi in corso a Bergamo contro Israele
Il 1° aprile si sono dati appuntamento, a Bergamo, attivisti contro la guerra, ricercatori e studenti per contestare, ancora una volta, l’utilizzo da parte di Israele di materiali prodotti nel territorio bergamasco, per riaffermare la necessità di interrompere qualsivoglia accordo commerciale tra Italia ed Israele. Prosegue il boicottaggio attivo delle comunità locali, di realtà organizzate e no a sostegno delle istanze palestinesi per denunciare la complicità con Israele di stati ed imprese. La protesta di Bergamo, reiterata in altre città italiane, nasce contro l’uso, nei territori occupati e colonizzati da Israele, di gru provenienti dalla azienda Fassi Group che nel settore vanta una lunga tradizione accompagnata dalla realizzazione di prodotti tecnologicamente avanzati. I macchinari, prodotti in Italia, sono impiegati nella demolizione delle case palestinesi, utilizzati per la distruzione e confisca di edifici in Cisgiordania, per quel processo di annessione di aree palestinesi destinate al colonialismo da insediamento. Questo e molto altro si evince da un corposo dossier recentemente pubblicato: Clicca qui per leggere il dossier. La denuncia degli attivisti riguarda anche un’altra azienda locale, la Battaggion che, stando a quanto scrive il settimanale Altraeconomia (clicca qui per leggere l’articolo), produce macchine impastatrici “impiegate per la produzione di esplosivi”.   E gli attivisti locali anche a questa impresa, nata nel 1919, dedicano un ulteriore studio (clicca qui per leggere il dossier). Le mobilitazioni in corso nel territorio lombardo mirano direttamente a denunciare accordi e collaborazioni commerciali tra Italia e Israele costruendo documenti analitici dedicati alle esportazioni provenienti da aziende locali. La fine di ogni rapporto commerciale con paesi, come Israele, responsabili di orribili crimini, il boicottaggio attivo e le denunce della società civile (tra cui anche l’Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle università) rientrano nella campagna attiva di rifiuto della guerra e di ogni complicità con la stessa. E arrivano intanto notizie dalla Campagna Spazi Liberi dall’Apartheid Israeliana (SPLAI), con oltre 500 spazi protagonisti del rifiuto di ogni complicità con il genocidio e la pulizia etnica di Israele in atto contro i palestinesi e con il suo regime di colonialismo, occupazione e apartheid. Si tratta di un gruppo di collettivi, realtà variegate tra le quali bar, ristoranti, artisti, librerie, liberi professionisti e molti circoli ARCI che prendono una posizione netta. Una grandissima e variegata ondata di solidarietà dal basso, di resistenza in risposta anche agli attacchi che hanno subito i gestori della Taverna a Santa Chiara, ingiustamente accusati di antisemitismo dopo aver risposto alle provocazioni di due turisti israeliani che difendevano il genocidio del loro paese a Gaza. Il 19 luglio 2024 perfino la Corte Internazionale di Giustizia ha confermato la discriminazione sistemica e sistematica dei palestinesi rispetto agli ebrei israeliani. La stessa conferma la condanna di Israele per avere attuato politiche di apartheid portando avanti la occupazione militare della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est. Facendo seguito all’appello delle realtà di Bergamo, l’Osservatorio invita associazioni, sindacati, movimenti, attività produttive e commerciali, centri sociali e culturali, squadre di sport popolare e altri spazi a continuare con questa azione di boicottaggio contro la quale vanno orchestrando una campagna discriminatoria e denigratoria del tutto inaccettabile alla luce della quotidiana realtà Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle università --------------------------------------------------------------------------------
Boicottaggi, armi e finanza: democrazia sotto attacco
“Basta complicità!”. In Emilia-Romagna prende forma una carovana di eventi per denunciare come diritti civili, economia e politica siano sempre più intrecciati in un clima di crescente repressione e corsa al riarmo. Quattro fatti recenti mostrano quanto sia urgente agire; in fondo all’articolo sono indicate alcune petizioni da firmare. Libertà di espressione sotto accusa Una inchiesta della rivista Altreconomia ha rivelato che due corsi di formazione per forze di polizia italiane, disponibili sulla piattaforma Sisfor e finanziati dall’Unione europea con la collaborazione dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, definiscono il boicottaggio dei prodotti israeliani e l’incitamento ad esso come forme di “antisemitismo” e di “incitamento all’odio”. Questa impostazione costituisce una potenziale repressione del dissenso: in Europa vi sono crescenti preoccupazioni sul fatto che l’eccessiva criminalizzazione della protesta e l’equiparazione di critica politica a odio possano dissuadere dal dissentire in modo pacifico e legittimo. Rapporti di Amnesty International evidenziano come restrizioni e pratiche repressive producano un clima di paura che scoraggia la partecipazione a proteste e il sostegno alle popolazioni oppresse. Tali dinamiche possono avere un effetto restrittivo sulla libertà di espressione e di assemblea (chilling effect). La Corte europea dei diritti dell’uomo, con una sentenza dell’11 giugno 2020, ha invece affermato che l’appello al boicottaggio di prodotti di uno Stato accusato di gravi violazioni dei diritti umani rientra nella libertà di espressione tutelata dall’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Escalation normativa: pena di morte per palestinesi Il 30 marzo 2026, la Knesset ha approvato una legge che introduce in Israele la pena di morte per i palestinesi in determinate circostanze giudiziarie, sanzioni di atti definiti “terroristici”. La legge è entrata in vigore con 62 voti favorevoli e 48 contrari e consente alle corti militari e, in molti casi, a quelle civili di Israele di impiccare persone entro 90 giorni dalla sentenza, con limitate possibilità di appello o clemenza. Organizzazioni internazionali hanno espresso forte condanna, definendo la misura discriminatoria, contraria al diritto internazionale e suscettibile di violare i princìpi democratici fondamentali. Questo provvedimento si inserisce in un contesto già segnato da gravi violazioni del diritto internazionale: un’inchiesta di Al Jazeera (febbraio 2026) ha documentato l’impiego a Gaza di munizioni termiche e termobariche, il cui utilizzo in aree densamente popolate solleva rilevanti criticità in relazione al diritto umanitario, in particolare ai principi di distinzione e proporzionalità. Complicità industriale: porti, aziende e flussi militari Domenica 29 marzo a Roma, è stato presentato il dossier indipendente Made in Italy: le prove della collaborazione al genocidio, redatto da ricercatori palestinesi e civili. Il rapporto documenta il ruolo delle infrastrutture italiane – porti, aeroporti, catene logistiche – e l’operato di imprese italiane nell’invio di carburanti, materiali e componenti militari funzionali allo sforzo bellico di Israele. Tra le evidenze, emergono: * la funzione strategica dei porti italiani come nodi di passaggio per merci e carburanti legati al conflitto; * la continuità delle esportazioni militari italiane, anche in violazione di leggi come la 185/1990; * la complicità di grandi aziende e molte PMI italiane nelle catene di fornitura di armamenti e componenti; attraverso documenti di trasporto, manifesti di carico e fonti aperte che aggirano l’opacità istituzionale, rendono visibili dati finora nascosti. Secondo il rapporto, le esportazioni italiane di armi e componenti militari, formalmente sospese, continuano in forme indirette o ambigue. Sono documentati flussi di carburanti e materiali diretti verso aree di conflitto attraverso rotte mercantili strategiche. Tra le aziende citate vi è anche il gruppo Leonardo, già oggetto di azioni legali da parte di associazioni come Rete Pace Disarmo, ARCI e Movimento Nonviolento per presunte violazioni della legge 185/1990 sul commercio di armamenti. Finanza sotto accusa: Boicottaggi, Disinvestimento, Sanzioni Parallelamente alle responsabilità industriali e ai livelli politico ed economico, nasce la nuova campagna Banche Complici promossa da BDS Italia, presente anche alla presentazione del dossier. La campagna denuncia il ruolo del settore finanziario nel sostenere aziende implicate nell’occupazione militare e nelle violazioni del diritto internazionale, con tre obiettivi principali: * Trasparenza: chiedere alle banche di rendere pubblici gli investimenti e i servizi finanziari forniti a entità coinvolte nel conflitto; * Disinvestimento: fare pressione affinché istituti come Unicredit, Intesa Sanpaolo e BNL‑BNP Paribas cessino i rapporti con imprese collegate a pratiche di apartheid o operazioni militari; * Sensibilizzazione: educare correntisti e cittadini a scegliere istituti con politiche etiche e responsabili. Le risposte dei gruppi bancari si sono rivelate finora vaghe o inesistenti, evidenziando la distanza tra gli interessi delle grandi istituzioni finanziarie e i diritti umani universali. Questi quattro fatti – controllo civico e libertà di espressione, escalation penale e discriminatoria, complicità economica e responsabilità finanziaria – rappresentano un unico processo di erosione delle garanzie democratiche. In questo contesto, se lo Stato stesso viola la legge e manca di trasparenza, la mobilitazione civica è uno strumento concreto per resistere a derive autoritarie e riaffermare i diritti umani. Convergenza: il potere dei cittadini Tutto ha avuto inizio in Romagna: il 4 febbraio 2025, al porto di Ravenna, fu disposto un sequestro preventivo d’urgenza di circa 13 tonnellate di componenti metalliche dichiarate “a uso civile”, ma collegate all’industria militare israeliana. L’Agenzia delle Dogane, su disposizione del Tribunale di Ravenna, rilevò l’assenza delle autorizzazioni previste dalla legge italiana 185/1990, aprendo un procedimento penale e mettendo in luce criticità nel controllo delle esportazioni verso contesti di conflitto. L’azione di associazioni civiche e cittadini attivi fu fondamentale per sollecitare trasparenza e controlli, creando le basi per la mobilitazione successiva dei portuali. Il 6 febbraio 2026, si è svolto lo storico sciopero internazionale dei portuali, che ha coinvolto 21 scali tra Italia ed Europa: la prima mobilitazione unitaria su scala internazionale per motivi politici e umanitari. Questo lavoro in rete ha contribuito anche ai blocchi recenti di container contenenti armi e materiale bellico nei porti italiani, 11 a Cagliari e 8 a Gioia Tauro, sottoposti a ispezione negli ultimi giorni di marzo 2026. In questo contesto, campagne internazionali, associazioni (come GAP, BDS o GPI) e movimenti sociali (come GMG, MSH o DigiunoGaza) sono essenziali anche per tutelare lavoratori, whistleblowers, docenti e ricercatori minacciati di licenziamento, permettendo a chiunque di dare il proprio contributo o di segnalare il passaggio di armi in modo sicuro e anonimo. A livello regionale, la mobilitazione prende forma con la campagna 𝐁𝐀𝐒𝐓𝐀 𝐂𝐎𝐌𝐏𝐋𝐈𝐂𝐈𝐓𝐀’ – Rispettiamo il diritto internazionale: stop ai rapporti economici con Israele, promossa in Emilia-Romagna. L’iniziativa chiede alla Regione azioni concrete per interrompere le complicità locali con l’occupazione e le violazioni dei diritti dei palestinesi, intervenendo in ambiti come il porto di Ravenna, fiere, appalti pubblici, accordi con multinazionali delle armi e scuole. Le associazioni sollecitano anche l’attuazione dell’ODG del 23 dicembre 2025, che prevedeva entro 60 giorni un regolamento sulle clausole etiche negli appalti del SSR, ancora non emanato Sono previsti incontri aperti a tutte le realtà culturali, artistiche e politiche, oltre che a singoli cittadini interessati a informarsi. Dal primo incontro a Rimini il 1° aprile all’ultimo a Piacenza il 22 aprile, questi appuntamenti offrono a tutti l’opportunità di conoscere le complicità presenti nella regione e di unirsi ai movimenti. Circa 60 realtà locali e nazionali hanno già aderito. Partecipare significa agire concretamente per fermare complicità economiche e difendere i diritti umani. La mobilitazione civica e il volontariato sono strumenti essenziali per resistere a derive autoritarie. Chiunque può contribuire, anche da remoto o senza esperienza: informatevi e scrivete alle associazioni. Ogni contributo è prezioso, adesso più che mai. Per firmare le petizioni: * In Emilia Romagna: La petizione BASTA COMPLICITA * In Italia: La petizione FUORI LE ARMI DA PORTI, FERROVIE E AEROPORTI ITALIANI * In Europa: Iniziativa popolare sul sito della Commissione Europea: Richiesta di sospensione totale dell’accordo di associazione UE-Israele in considerazione delle violazioni dei diritti umani da parte di Israele Redazione Romagna
March 31, 2026
Pressenza
Israele finanzia la ricerca su cosa determina il successo del boicottaggio accademico. Semplice: il genocidio su Gaza!
Il MOST, Ministero dell’Innovazione, della Scienza e della Tecnologia israeliano, ha recentemente annunciato lo stanziamento di fondi di ricerca specifici per indagare le cause della crescente ondata di boicottaggio accademico contro le istituzioni del Paese. L’iniziativa punta a comprendere le dinamiche che alimentano il movimento BDS (Boycott, Divestment and Sanctions) nei campus globali, un fenomeno che nel 2025 è passato da proteste sporadiche a una sistematica esclusione di Israele da importanti programmi internazionali, come il network di ricerca europeo Horizon Europe.  LA STRATEGIA DI ISRAELE: COMPRENDERE PER CONTRASTARE Mentre l’accademia israeliana lancia l’allarme per un isolamento definito “senza precedenti”, il governo cerca risposte strutturali. I nuovi fondi mirano a mappare l’impatto del boicottaggio, particolarmente sentito nelle scienze umane e sociali e tra i giovani ricercatori, le cui collaborazioni internazionali sono crollate. Le autorità israeliane inquadrano spesso queste campagne come tentativi di “delegittimazione” dello Stato o come espressioni di pregiudizio, sostenendo che le università siano spazi che dovrebbero restare immuni dalle tensioni geopolitiche.  LA REPLICA DEL BDS: “LE RAGIONI SONO GIÀ NOTE” La risposta del comitato nazionale del BDS non si è fatta attendere. Attraverso i propri canali ufficiali, il movimento ha definito “ironica” e superflua la ricerca di fondi, offrendo quello che definiscono uno “spoiler”: le ragioni risiedono nel “regime di genocidio, apartheid e occupazione militare” esercitato contro il popolo palestinese.  Secondo i sostenitori del boicottaggio, le istituzioni accademiche israeliane non sono osservatori neutrali, ma attori complici che: – Forniscono supporto materiale alle operazioni militari a Gaza. – Ospitano basi militari o centri di ricerca congiunti con l’industria della difesa. – Sviluppano giustificazioni legali per le politiche di occupazione nei territori palestinesi.  UN SISTEMA UNIVERSITARIO “SULL’ORLO DEL BARATRO” L’efficacia del boicottaggio sta scuotendo le fondamenta della ricerca israeliana. Rapporti recenti indicano una drastica riduzione delle conferenze internazionali in Israele e una crescente difficoltà per i ricercatori locali nell’ottenere visti o pubblicazioni su riviste estere. Mentre Israele tenta di analizzare scientificamente il fenomeno per arginarlo, il movimento di solidarietà internazionale, sostenuto da organizzazioni come il BDS Movement, ribadisce che la fine dell’isolamento accademico è indissolubilmente legata alla cessazione delle operazioni militari e al rispetto del diritto internazionale. Giuseppe Curcio, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente