
Guerra alla guerra. Ripoliticizzare la vita
Comune-info - Monday, August 31, 2026Ciò che anima i nuovi padroni del mondo è la convinzione di trovarsi all’inizio di una nuova storia, dove l’impetuoso sviluppo tecnologico non lascia più spazio alle letture etiche dell’agire politico, ma anche l’idea della guerra come mezzo di purificazione nei confronti del male. Per questo è diffuso il bisogno in basso di sostenere, in tanti modi diversi, la necessità di ripoliticizzare le relazioni, cioè il bisogno di ridefinire le priorità e i valori non in modo astratto ma sulla base di una contrapposizione allo stato di cose presenti. Che tipo di relazioni sociali proponiamo? Quale rapporto con la natura? Cosa significa sviluppo? Il mutualismo può offrire delle soluzioni?

In una recente intervista di Simone Pieranni a Wang Hui – probabilmente l’esponente più in vista della New Left cinese – l’influente pensatore politico dedica ampio spazio a due concetti: la “politica della depoliticizzazione” e la “ripoliticizzazione”.
Riprendendo per sommi capi ciò che Wang Hui dice, la depoliticizzazione non è, come sembrerebbe indicare il termine, l’assenza della politica tout court. È piuttosto la presentazione di atti, discorsi, strategie sulla base di protocolli di pretesa neutralizzazione, o tecnicizzazione, degli stessi, con lo scopo di sottrarli alla controversia politica, stigmatizzando e criminalizzando i suoi detrattori.
La neutralizzazione propone una universalità di valori basati sui concetti apparentemente indiscutibili di progresso tecnologico, predisposizione genetica, centralità del QI, fiducia nelle capacità dei migliori di produrre ciò di cui abbiamo bisogno, il diritto all’accesso a ciò che serve a qualunque costo, in nome di uno sviluppo che si presenta come infinito e inarrestabile. Dietro a tutto questo, come ha dimostrato Quinn Slobodan, c’è una scelta politica precisa, con obiettivi chiari. È la stessa, sembra, che Wang Hui riconduce alla politica della depoliticizzazione.
Ancora una volta, sono gli USA a definire le linee lungo le quali si articola questo nuovo corso. Non tutto è frutto della attuale amministrazione, anche se il trumpismo rappresenta la sua estremizzazione, sotto molti punti di vista. In termini generali, questa politica è, o si presenta come, la risposta allo stato di crisi in cui si trova l’Occidente, per lo meno a partire dal 2008.
La politica della depoliticizzazione va oltre le forme più consolidate di organizzazione neoliberalista del rapporto tra mercato e istituzioni, pubblico e privato. Spinge verso i nuovi scenari di cui, con gradi diversi di consapevolezza, siamo tutti testimoni. Sostenuta dall’impatto dell’IA sull’impalcatura istituzionale, sulle forme di organizzazione del lavoro, delle configurazioni sociali, della vita nella sua accezione biologica e sociale più ampia, la politica della depoliticizzazione si presenta oggi come l’antitesi dell’etica in politica.
Quello che stiamo vivendo non è appena un ulteriore passaggio nella lunga e lineare vita del capitalismo. Alla visione depoliticizzata dei nuovi padroni del mondo non basta più la definizione del modello capitalistico come “la fine della storia”. Ciò che li anima è la convinzione di trovarsi all’inizio di una nuova storia, dove l’impetuoso sviluppo tecnologico non lascia più spazio alle letture etiche dell’agire politico del XX secolo.
In quell’ambito si inseriscono la proiezione transumanista di superamento della morte, la ridefinizione escatologica del destino del mondo, l’individuazione con toni biblici dei nemici della loro idea di progresso. Conseguentemente, la guerra, declinata in molti modi differenti, assume la funzione purificatrice nei confronti del male, dell’Anticristo. Quest’ultimo è semplicemente tutto ciò che si frappone alla produzione del futuro definito dal loro “progetto teologico secolarizzato”, come lo chiama Rafael Azzi.
Che sia guerra all’ambiente, ai poveri, a quel che rimane dello stato sociale, in nome di uno “sviluppismo” che non fa prigionieri, o che la si consideri nel senso più stretto del termine, la politica della depoliticizzazione trova nella guerra la sua più coerente e elevata espressione. Per Wang Hui, anzi, la guerra non è altro che la continuazione della politica della depoliticizzazione. E su questo, sembra difficile trovare argomenti che confutino la sua tesi.
Il successo di questa politica sta nella capacità di penetrazione e condizionamento tanto della nostra vita attiva sempre più connessa, quanto del nostro inconscio offline. A questo proposito, un altro intellettuale cinese, Yuk Hui, preferisce, parlando del modello economico e culturale dominante, porre l’accento sui processi di disindividuazione come conseguenza di una prevalenza delle pulsioni, rispetto all’economia della libido. Da qui nasce la necessità di una nuova individuazione del pensiero, “per la cui realizzazione la tecnologia è fondamentale”, visto che proprio l’uso attuale della tecnologia è visto come la causa principale della disindividuazione. Una nuova individuazione corrisponde, quindi, alla declinazione a livello della vita del soggetto del concetto di ripoliticizzazione che Wang Hui analizza collocandosi su un piano relazionale più ampio.
Sostenere la necessità di ripoliticizzare le relazioni non significa misconoscere la molteplicità di azioni politiche che, nei più disparati ambiti, registrano livelli di partecipazione popolare molto elevati. Non è questo il punto, o, se vogliamo, questo è solo un aspetto del processo di ripoliticizzazione di cui si intende parlare e forse, o per fortuna, il meno problematico. Dall’Europa alle sue frontiere esterne (Albania e Serbia), a molti paesi del tricontinente, tra cui Kenya e India, senza dimenticare gli USA è un continuo diffondersi di proteste politicamente importanti ed efficaci. Il tema della ripoliticizzazione interessa tanto le azioni politiche specifiche, quanto il “politico”. Questo è da intendersi come il senso generale dell’agire che ridefinisce le priorità e i valori, sulla base di una contrapposizione antagonistica allo stato di cose presenti. La sua fondazione non è astratta, ma radicata nelle lotte politiche che a esso rimandano.
Il politico non è la sommatoria di quelle vertenze politiche, anche laddove queste nascono all’interno di uno stesso ambito e manifestano delle analogie, o punti di contatto. Rimanda al concetto di egemonia, intesa nel senso gramsciano di lotta culturale nella dimensione etico-politica, che Laclau ha tradotto nell’idea di catene equivalenti crescenti tra soggetti e azioni per la definizione di una democrazia radicale. Il politico, quindi, costituisce il quadro di riferimento antagonistico, a cui le diverse azioni politiche rimandano e che, allo stesso tempo, ognuna di esse contribuisce a formare. Esiste un processo di reciprocità tra i due elementi: è questo che definisce il percorso di costituzione dell’egemonia. È un percorso che va attivato, non è sempre e già esistente da qualche parte, che ha bisogno solo di essere portato alla superficie. Le catene equivalenti e le articolazioni tra i soggetti che producono azioni politiche antagoniste sono la nervatura e l’ossatura di quel percorso.
Sulla base di quanto è stato detto nelle righe precedenti, l’elemento che può costituirsi come quadro di riferimento della potenza collettiva delle azioni politiche che si fanno politico è “la guerra alla guerra”. Questo sembra essere oggi il significante in grado di mettere in moto un progetto egemonico di ampio raggio.
La guerra intesa nella sua accezione più ampia – si è detto – è la continuazione della politica della depoliticizzazione. Combattere quella politica con le armi della ripoliticizzazione significa fare di ogni azione che la contrasti un tassello del progetto egemonico che vogliamo condurre a termine. Per fare questo, abbiamo bisogno di produrre elementi convincenti, che non si limitino a contrastare. Abbiamo bisogno anche di nuovi nomi. La guerra che vogliamo muovere alla guerra all’ambiente deve poter dire che tipo di rapporto proponiamo tra la società umana e la natura, cosa significa sviluppo, produzione e consumo in prospettiva ecosocialista, come sostiene Sabrina Fernandes.
Lo stesso vale per la guerra contro la guerra ai soggetti marginali, alla sanità e alla scuola pubblica, al diritto a una vita degna, a una casa, a un reddito. Il mutualismo può offrire delle soluzioni? Aiuta a definire un modello societario in cui investire, proprio perché sottratto alla valorizzazione diretta del capitale?
Combattere le guerre genocide che usano le armi prodotte direttamente o indirettamente nelle nostre città e che transitano nei nostri porti ha bisogno di ulteriori alleanze per promuovere azioni efficaci e durevoli. Ciò che sta già avvenendo è importantissimo, ma non è sufficiente: la lotta deve trovare il modo di estendersi non solo in orizzontale, ma anche in verticale, lungo la catena di approvvigionamento.
I nuovi mezzi computazionali di organizzazione, produzione e controllo devono diventare un campo di battaglia, facendo della conoscenza un’arma da rivolgere contro i loro produttori. Anche questo passaggio rientra nella supply chain su cui è importante intervenire. Gli hacker, come li intende MacKenzie Wark, cioè i produttori di informazioni e metodi di utilizzo dei sistemi contro i loro padroni vettorialisti, sono, da questo punto di vista, un soggetto di importanza vitale.
La creazione di catene equivalenti, l’articolazione tra soggetti diversi, producono sapere, cura, solidarietà, consapevolezza e potenza. È lì dove il politico viene rafforzato da e rafforza l’espansione delle lotte in un ecosistema che non ha confini prestabiliti. La sua dimensione si definisce sulla base del funzionamento di un’ecologia, dove tutto co-evolve e dove la distribuzione delle azioni non è sinonimo di debolezza, ma di variabilità non totalizzabile di una rete.
La città si presenta come il laboratorio ideale dove la ripoliticizzazione può assumere concretezza e visibilità immediata, dove sperimentare un percorso che abbia come obiettivo la creazione di una nuova egemonia culturale e etico-politica. Questa trova sostegno e forza nell’idea di cittadinanza attivista, che ridefinisce le posizioni e le priorità di chi vive e trasforma gli spazi urbani quotidianamente, dentro e contro le trasformazioni imposte.
Le articolazioni, i punti di sutura tra le azioni distribuite dei soggetti, ognuno con la propria specificità, contribuiscono a definire e ampliare il significato di “Guerra alla guerra”.
Se questo significasse sottrarci, almeno in parte, all’asfissia opprimente e criminale che ci circonda, la guerra alla guerra potrebbe diventare allora il modo per ricominciare a respirare collettivamente.
È accaduto al tempo delle città ribelli, accade oggi con la New York di Mamdani. Le città, talvolta, ci sorprendono per la capacità di trasformazione che dimostrano, grazie all’autonomia, o sovranità, che le contraddistingue e che ha fatto sì che, in passato, fossero viste come ambiti “illegali”. Se la storia si ripetesse, non avremmo altra scelta che stare, senza alcun rimorso, dalla parte dell’illegalità.
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