Guerra alla guerra. Ripoliticizzare la vitaCIÒ CHE ANIMA I NUOVI PADRONI DEL MONDO È LA CONVINZIONE DI TROVARSI ALL’INIZIO
DI UNA NUOVA STORIA, DOVE L’IMPETUOSO SVILUPPO TECNOLOGICO NON LASCIA PIÙ SPAZIO
ALLE LETTURE ETICHE DELL’AGIRE POLITICO, MA ANCHE L’IDEA DELLA GUERRA COME MEZZO
DI PURIFICAZIONE NEI CONFRONTI DEL MALE. PER QUESTO È DIFFUSO IL BISOGNO IN
BASSO DI SOSTENERE, IN TANTI MODI DIVERSI, LA NECESSITÀ DI RIPOLITICIZZARE LE
RELAZIONI, CIOÈ IL BISOGNO DI RIDEFINIRE LE PRIORITÀ E I VALORI NON IN MODO
ASTRATTO MA SULLA BASE DI UNA CONTRAPPOSIZIONE ALLO STATO DI COSE PRESENTI. CHE
TIPO DI RELAZIONI SOCIALI PROPONIAMO? QUALE RAPPORTO CON LA NATURA? COSA
SIGNIFICA SVILUPPO? IL MUTUALISMO PUÒ OFFRIRE DELLE SOLUZIONI?
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In una recente intervista di Simone Pieranni a Wang Hui – probabilmente
l’esponente più in vista della New Left cinese – l’influente pensatore politico
dedica ampio spazio a due concetti: la “politica della depoliticizzazione” e la
“ripoliticizzazione”.
Riprendendo per sommi capi ciò che Wang Hui dice, la depoliticizzazione non è,
come sembrerebbe indicare il termine, l’assenza della politica tout court. È
piuttosto la presentazione di atti, discorsi, strategie sulla base di protocolli
di pretesa neutralizzazione, o tecnicizzazione, degli stessi, con lo scopo di
sottrarli alla controversia politica, stigmatizzando e criminalizzando i suoi
detrattori.
La neutralizzazione propone una universalità di valori basati sui concetti
apparentemente indiscutibili di progresso tecnologico, predisposizione genetica,
centralità del QI, fiducia nelle capacità dei migliori di produrre ciò di cui
abbiamo bisogno, il diritto all’accesso a ciò che serve a qualunque costo, in
nome di uno sviluppo che si presenta come infinito e inarrestabile. Dietro a
tutto questo, come ha dimostrato Quinn Slobodan, c’è una scelta politica
precisa, con obiettivi chiari. È la stessa, sembra, che Wang Hui riconduce alla
politica della depoliticizzazione.
Ancora una volta, sono gli USA a definire le linee lungo le quali si articola
questo nuovo corso. Non tutto è frutto della attuale amministrazione, anche se
il trumpismo rappresenta la sua estremizzazione, sotto molti punti di vista. In
termini generali, questa politica è, o si presenta come, la risposta allo stato
di crisi in cui si trova l’Occidente, per lo meno a partire dal 2008.
La politica della depoliticizzazione va oltre le forme più consolidate di
organizzazione neoliberalista del rapporto tra mercato e istituzioni, pubblico e
privato. Spinge verso i nuovi scenari di cui, con gradi diversi di
consapevolezza, siamo tutti testimoni. Sostenuta dall’impatto dell’IA
sull’impalcatura istituzionale, sulle forme di organizzazione del lavoro, delle
configurazioni sociali, della vita nella sua accezione biologica e sociale più
ampia, la politica della depoliticizzazione si presenta oggi come l’antitesi
dell’etica in politica.
Quello che stiamo vivendo non è appena un ulteriore passaggio nella lunga e
lineare vita del capitalismo. Alla visione depoliticizzata dei nuovi padroni del
mondo non basta più la definizione del modello capitalistico come “la fine della
storia”. Ciò che li anima è la convinzione di trovarsi all’inizio di una nuova
storia, dove l’impetuoso sviluppo tecnologico non lascia più spazio alle letture
etiche dell’agire politico del XX secolo.
In quell’ambito si inseriscono la proiezione transumanista di superamento della
morte, la ridefinizione escatologica del destino del mondo, l’individuazione con
toni biblici dei nemici della loro idea di progresso. Conseguentemente, la
guerra, declinata in molti modi differenti, assume la funzione purificatrice nei
confronti del male, dell’Anticristo. Quest’ultimo è semplicemente tutto ciò che
si frappone alla produzione del futuro definito dal loro “progetto teologico
secolarizzato”, come lo chiama Rafael Azzi.
Che sia guerra all’ambiente, ai poveri, a quel che rimane dello stato sociale,
in nome di uno “sviluppismo” che non fa prigionieri, o che la si consideri nel
senso più stretto del termine, la politica della depoliticizzazione trova nella
guerra la sua più coerente e elevata espressione. Per Wang Hui, anzi, la guerra
non è altro che la continuazione della politica della depoliticizzazione. E su
questo, sembra difficile trovare argomenti che confutino la sua tesi.
Il successo di questa politica sta nella capacità di penetrazione e
condizionamento tanto della nostra vita attiva sempre più connessa, quanto del
nostro inconscio offline. A questo proposito, un altro intellettuale cinese, Yuk
Hui, preferisce, parlando del modello economico e culturale dominante, porre
l’accento sui processi di disindividuazione come conseguenza di una prevalenza
delle pulsioni, rispetto all’economia della libido. Da qui nasce la necessità di
una nuova individuazione del pensiero, “per la cui realizzazione la tecnologia è
fondamentale”, visto che proprio l’uso attuale della tecnologia è visto come la
causa principale della disindividuazione. Una nuova individuazione corrisponde,
quindi, alla declinazione a livello della vita del soggetto del concetto di
ripoliticizzazione che Wang Hui analizza collocandosi su un piano relazionale
più ampio.
Sostenere la necessità di ripoliticizzare le relazioni non significa
misconoscere la molteplicità di azioni politiche che, nei più disparati ambiti,
registrano livelli di partecipazione popolare molto elevati. Non è questo il
punto, o, se vogliamo, questo è solo un aspetto del processo di
ripoliticizzazione di cui si intende parlare e forse, o per fortuna, il meno
problematico. Dall’Europa alle sue frontiere esterne (Albania e Serbia), a molti
paesi del tricontinente, tra cui Kenya e India, senza dimenticare gli USA è un
continuo diffondersi di proteste politicamente importanti ed efficaci. Il tema
della ripoliticizzazione interessa tanto le azioni politiche specifiche, quanto
il “politico”. Questo è da intendersi come il senso generale dell’agire che
ridefinisce le priorità e i valori, sulla base di una contrapposizione
antagonistica allo stato di cose presenti. La sua fondazione non è astratta, ma
radicata nelle lotte politiche che a esso rimandano.
Il politico non è la sommatoria di quelle vertenze politiche, anche laddove
queste nascono all’interno di uno stesso ambito e manifestano delle analogie, o
punti di contatto. Rimanda al concetto di egemonia, intesa nel senso gramsciano
di lotta culturale nella dimensione etico-politica, che Laclau ha tradotto
nell’idea di catene equivalenti crescenti tra soggetti e azioni per la
definizione di una democrazia radicale. Il politico, quindi, costituisce il
quadro di riferimento antagonistico, a cui le diverse azioni politiche rimandano
e che, allo stesso tempo, ognuna di esse contribuisce a formare. Esiste un
processo di reciprocità tra i due elementi: è questo che definisce il percorso
di costituzione dell’egemonia. È un percorso che va attivato, non è sempre e già
esistente da qualche parte, che ha bisogno solo di essere portato alla
superficie. Le catene equivalenti e le articolazioni tra i soggetti che
producono azioni politiche antagoniste sono la nervatura e l’ossatura di quel
percorso.
Sulla base di quanto è stato detto nelle righe precedenti, l’elemento che può
costituirsi come quadro di riferimento della potenza collettiva delle azioni
politiche che si fanno politico è “la guerra alla guerra”. Questo sembra essere
oggi il significante in grado di mettere in moto un progetto egemonico di ampio
raggio.
La guerra intesa nella sua accezione più ampia – si è detto – è la continuazione
della politica della depoliticizzazione. Combattere quella politica con le armi
della ripoliticizzazione significa fare di ogni azione che la contrasti un
tassello del progetto egemonico che vogliamo condurre a termine. Per fare
questo, abbiamo bisogno di produrre elementi convincenti, che non si limitino a
contrastare. Abbiamo bisogno anche di nuovi nomi. La guerra che vogliamo muovere
alla guerra all’ambiente deve poter dire che tipo di rapporto proponiamo tra la
società umana e la natura, cosa significa sviluppo, produzione e consumo in
prospettiva ecosocialista, come sostiene Sabrina Fernandes.
Lo stesso vale per la guerra contro la guerra ai soggetti marginali, alla sanità
e alla scuola pubblica, al diritto a una vita degna, a una casa, a un reddito.
Il mutualismo può offrire delle soluzioni? Aiuta a definire un modello
societario in cui investire, proprio perché sottratto alla valorizzazione
diretta del capitale?
Combattere le guerre genocide che usano le armi prodotte direttamente o
indirettamente nelle nostre città e che transitano nei nostri porti ha bisogno
di ulteriori alleanze per promuovere azioni efficaci e durevoli. Ciò che sta già
avvenendo è importantissimo, ma non è sufficiente: la lotta deve trovare il modo
di estendersi non solo in orizzontale, ma anche in verticale, lungo la catena di
approvvigionamento.
I nuovi mezzi computazionali di organizzazione, produzione e controllo devono
diventare un campo di battaglia, facendo della conoscenza un’arma da rivolgere
contro i loro produttori. Anche questo passaggio rientra nella supply chain su
cui è importante intervenire. Gli hacker, come li intende MacKenzie Wark, cioè i
produttori di informazioni e metodi di utilizzo dei sistemi contro i loro
padroni vettorialisti, sono, da questo punto di vista, un soggetto di importanza
vitale.
La creazione di catene equivalenti, l’articolazione tra soggetti diversi,
producono sapere, cura, solidarietà, consapevolezza e potenza. È lì dove il
politico viene rafforzato da e rafforza l’espansione delle lotte in un
ecosistema che non ha confini prestabiliti. La sua dimensione si definisce sulla
base del funzionamento di un’ecologia, dove tutto co-evolve e dove la
distribuzione delle azioni non è sinonimo di debolezza, ma di variabilità non
totalizzabile di una rete.
La città si presenta come il laboratorio ideale dove la ripoliticizzazione può
assumere concretezza e visibilità immediata, dove sperimentare un percorso che
abbia come obiettivo la creazione di una nuova egemonia culturale e
etico-politica. Questa trova sostegno e forza nell’idea di cittadinanza
attivista, che ridefinisce le posizioni e le priorità di chi vive e trasforma
gli spazi urbani quotidianamente, dentro e contro le trasformazioni imposte.
Le articolazioni, i punti di sutura tra le azioni distribuite dei soggetti,
ognuno con la propria specificità, contribuiscono a definire e ampliare il
significato di “Guerra alla guerra”.
Se questo significasse sottrarci, almeno in parte, all’asfissia opprimente e
criminale che ci circonda, la guerra alla guerra potrebbe diventare allora il
modo per ricominciare a respirare collettivamente.
È accaduto al tempo delle città ribelli, accade oggi con la New York di Mamdani.
Le città, talvolta, ci sorprendono per la capacità di trasformazione che
dimostrano, grazie all’autonomia, o sovranità, che le contraddistingue e che ha
fatto sì che, in passato, fossero viste come ambiti “illegali”. Se la storia si
ripetesse, non avremmo altra scelta che stare, senza alcun rimorso, dalla parte
dell’illegalità.
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