Far politica e vivere oggi coincidono

Comune-info - Saturday, August 29, 2026
Trieste, 21 agosto 2026: “Piazza del Mondo” si anima con una cena preparata da “Fornelli resistenti” di Rifredi (Fi), mentre passa il piccolo e odioso corteo autorizzato promosso da Forza Nuova

A “Piazza del Mondo” – così è chiamata Piazza delle Libertà di Trieste dalle persone che ogni pomeriggio incontrano i migranti in arrivo dalla Rotta Balcanica – stiamo vivendo un momento estremamente complesso fra dinamiche sociali minacciose in città e difficoltà interne nel gestire quotidianamente la piazza dalle sette di sera fin oltre mezzanotte. Il clima pre-elettorale si fa sentire, com’è ovvio. La questione “migranti” ne sarà al centro. Si accentueranno quindi diversi aspetti della vasta complessità sociale e politica di cui la piazza è il cuore pulsante, che riceve e che dà: cuore appunto di un corpo sociale che cerca di definirsi eticamente, politicamente ed intellettualmente a partire dalla “questione migranti”.

Il 21 agosto la manifestazione del gruppo fascista Forza Nuova ha segnato l’avvio di quest’intensificazione del tempo politico. Il permesso istituzionale di far passare ai bordi della piazza un corteo, di fatto ridicolo, di una quindicina di individui urlanti, è stato un segnale negativo delle istituzioni. Vi ha corrisposto la presenza di un gruppo un po’ più numeroso di antifascisti che hanno assunto comportamenti di troppo facile contrapposizione: incatenare la bicicletta di un giornalista del Piccolo non è un gran gesto politico.

Sui social di destra o analoghi compaiono da tempo sempre più numerosi messaggi che invitano all’azione. Pare che ci siano volantinaggi fascisti anche in piazza al mattino. Bisogna ricordare che, insieme alle elezioni nazionali, nella prossima primavera ci saranno anche quelle locali.

Vien fatta circolare la calunnia che la piazza sia intransitabile perché insicura, quando potremmo tranquillamente affermare che è la più sicura della città, almeno durante la nostra presenza. In verità, qui c’è un significativo paradosso, almeno dal punto di vista linguistico: se l’etimo di sicurezza è “sine cura”, questa piazza, al contrario, è il luogo della cura. Quindi, in effetti: non è una piazza “sicura”, perché è una piazza di cura. Anzi: è la piazza della cura. Questo è il punto: un luogo di cura, nel senso etico-politico della parola per l’attuale sistema di potere euro-italico – razzista, parafascista, trumpiano – è letteralmente un luogo osceno, fuori-scena. È questo che scandalizza fascisti di varia esibizione e giunta comunale e anche una parte della società triestina.

Tutto ciò rende più complesso il nostro impegno quotidiano di cui non bisogna mai perdere il senso: la direzione di questo cammino sociale e, quindi, politico, ormai da quasi sette anni, che consiste nell’incontrare un altro cammino di uomini e donne, giovani e giovanissimi, in fuga da violenze antiche e nuove per raccogliere il messaggio inciso nei loro corpi dalla violenza, dal razzismo degli Stati.

Qual è questo messaggio? Eccolo scritto da un profugo, perché questo è il nome autentico per i protagonisti di questo cammino di fuga e ricerca. E da un profugo che definirei tale “per eccellenza”: un palestinese nato in un campo profughi in Siria.

“Immagina di essere ancora in prigione… Immagina di avere ancora paura in tempo di guerra… Immagina di essere ancora vagabondo per le strade della Turchia o della Grecia, o di uno dei paesi che attraversano il Nord Europa… Immagina di essere ancora in uno di quei miserabili campi oscuri che praticano le peggiori forme di razzismo e odio contro di te… Il destino e le circostanze ti hanno costretto a vederti in un paese che non è il tuo paese, con un popolo che non è tuo, con lingue, usanze e culture, diverse per ritrovarti a trattare con persone che non conoscono che cosa significhi alienazione, bisogno d’asilo, guerra, che non conoscono il significato di essere soli in simili circostanze, con tutte le porte chiuse in faccia; non sanno che tutto ciò a cui pensi è un posto per dormire e un modo per poter mangiare… non vuoi attaccare nessuno o prendere il cibo, vuoi la pace… solamente pace… sei in fuga da situazioni indescrivibili… non potrai mai descriverle, qualunque cosa tu dica. Solo perché sei diverso, razzialmente e religiosamente, incontrerai la violenza più violenta e l’odio più atroce che una persona possa avere nei confronti di un altro, che può giungere sino a por fine a una vita… Siriano, palestinese, iracheno, yemenita, pakistano, afghano o chiunque abbia problemi nel suo paese e si ritrova con te… cosa dovrebbe fare? Cosa dovremmo fare? Ti scongiuro, dimmi cosa devo fare per vivere come chiunque nel tuo paese in sicurezza? Non basta affrontare ogni giorno povertà, paura, ingiustizia, uccisioni, senzatetto, freddo, umiliazione e insulti? Questo mondo è solo per alcune persone e non per tutti? È questo piccolo quaderno chiamato passaporto che definisce la personalità umana oggi? È ciò che determina se una persona merita di vivere in dignità o no?“.

Sono le domande radicali – letteralmente – dell’oggi in cui si lancia questo movimento umano dall’Africa, da tutta la fascia sud dell’Oriente asiatico e, più lontano, dal Sud e Centroamerica. Sappiamo che questo movimento è destinato a crescere esponenzialmente entro il secolo, insieme alla crisi dell’equilibrio ambientale della terra, quando si prospetterà un movimento di miliardi di persone: due facce della stessa domanda, storica, ma anche imposta dalla vita sulla terra in quanto tale. Sono le domande fondamentali: domande politiche e vitali. Oggi la politica è questa: il problema della convivenza, non solo umana. Mentre i sistemi economico-politici di potere stanno distruggendo la terra.

A queste domande dobbiamo cominciare a rispondere noi, cittadine e cittadini europei, occidentali, in cui governi e potentati economici, fin dal colonialismo fra XV°- XX° secolo e postcolonialismo attuale, hanno massacrato e stanno massacrando la terra trasformata in un pacco di merci, in denaro, in azioni. Ma noi cittadini siamo corresponsabili. Oggi far politica vuol dire cominciare a organizzarci dentro le nostre società, in basso, non in alto, di un’economia basata sullo sfruttamento cieco della vita e di una subalterna politica dei governi di violenza che ha superato ogni limite come si vede con Gaza.

È necessario cominciare a rompere l’assurdo di una società di individui e cominciare a costruire nuove forme comunitarie. La rete “Piazza del Mondo” ne è un tentativo. Un altro esempio è l’azione degli operai dell’ex GKN di Campi Bisenzio (Firenze) che con anni di lotta costruttiva alle spalle, all’insegna del motto “from working to caring class” propongono un nuovo modo di produzione dei beni necessari e utili per vivere insieme1. Altri esempi sparsi agiscono qua e là in Italia, in Europa, altrove (leggi anche Prima le comunità). Bisogna cominciare a costruire una polis dal luogo in cui viviamo e prendere possesso di noi stessi, togliendo la delega ai poteri. Far politica e vivere oggi coincidono.

1 V. info. collettivo di fabbrica ex GKN

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