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Un desiderio smisurato di amicizia: contro il mito della famiglia
Nel saggio di Hélène Giannecchini l’amicizia diventa pratica politica e forma di futuro, contro l’idea della famiglia come dato naturale. Un’intervista tra archivi… L'articolo Un desiderio smisurato di amicizia: contro il mito della famiglia sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
September 4, 2026
L'INDISCRETO
Pusher invisibili: dipendenze, algoritmi e la disciplina per restare svegli
Premessa È noto a tutti che l’economia capitalistica ha bisogno di un consumo continuo per evitare di implodere e collassare. Più che le singole nazioni è il mercato ormai la patria comune e il consumatore-cittadino, per non venir meno al suo compito principale, deve rimanere sempre insoddisfatto. L’insoddisfazione è quindi […] L'articolo Pusher invisibili: dipendenze, algoritmi e la disciplina per restare svegli su Contropiano.
September 3, 2026
Contropiano
Le perverse ecologie del Nucleocene
1. Luoghi e processi in-contaminati 1.1. Sedici luglio 1945. Esattamente oggi, ottantuno anni fa. Deserto di Alamogordo, New Mexico, in territorio Apache tra White Sands National Park e Mescalero Reservation. Trinity Test. Con la detonazione della prima bomba atomica – … Leggi tutto L'articolo Le perverse ecologie del Nucleocene sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Poli civici: comunità educanti per il diritto alla città
LA VICENDA DI SPIN TIME RIPORTA AL CENTRO UNA QUESTIONE DECISIVA: SENZA COMUNITÀ I QUARTIERI RESTANO INDIFESI DI FRONTE ALLA SPECULAZIONE E ALLA DESERTIFICAZIONE SOCIALE. RIPENSARE I POLI CIVICI COME COMUNITÀ EDUCANTI SULL’EREDITÀ DEI CONSIGLI SCOLASTICI DISTRETTUALI SIGNIFICA RESTITUIRE ALLA SCUOLA E AI TERRITORI LUOGHI STABILI DI PARTECIPAZIONE, CURA E TRASFORMAZIONE DEMOCRATICA Foto tratte dal “Centro Estivo-Casa Esquilino alla Di Donato” -------------------------------------------------------------------------------- Una delle cose che sta emergendo in questo periodo in seguito allo sgombero di Spin Time è l’importanza della comunità, del quartiere, per dirlo in termini pedagogici, della “comunità educante” nelle nostre città. I fondi immobiliari, la speculazione urbanistica, i palazzinari hanno accumulato un potere enorme a Roma. Un potere che ha radici lontane perché da sempre, se pensiamo al legame tra scandali finanziari e bancari e lo sviluppo urbanistico della città che costò il governo a Giolitti, questo intreccio ha determinato lo sviluppo economico della città. Ma anche tornando a periodo più recenti, ci accorgeremmo facilmente di come il quadro non sia cambiato. Dopo più di un secolo di battaglie, occupazioni, lotte, infatti, ci ritroviamo a fronteggiare di fatto dinamiche molto simili. Dove però esiste un rapporto, un legame, una rete di realtà che tra loro dialogano costantemente, la possibilità di difendere un territorio da questi processi e dalla desertificazione che determinano, aumenta. La posizione dalla quale lo difendi, se stai in queste reti, rimane una posizione di svantaggio, una posizione di debolezza, data la correlazione di forze sbilanciata in modo schiacciante dal lato del potere economico, eppure, anche da questa posizione, l’ambizione di poter fermare e condizionare gli interessi speculativi non è del tutto utopistica. Ad accorgersi del valore di questo patrimonio di relazioni, dovremmo essere in particolare noi insegnanti, lavoratori della scuola, genitori: la possibilità di costruire “comunità educanti” forti costituisce un ostacolo alla realizzazione dei processi di gentrificazione e sussunzione di un territorio agli interessi dominanti e per questo conservatori e reazionari, negli anni, queste esperienze di resistenza le hanno combattute. Per questo si sono sempre impegnati per far diventare praticamente impossibile, quasi ovunque, lo scenario che i decreti delegati approvati nel 1974 pensavano di voler perseguire nel nostro paese. L’orizzonte nel quale si muovevano i movimenti per la democratizzazione della scuola faceva si che essi avessero chiaro quanto fosse necessario costruire degli spazi di incontro nei quartieri all’interno dei quali ci potessero essere tutti, dai negozianti alle associazioni ai partiti e certamente la scuola e tutte le agenzie educative che affianco ai partiti cominciavano ad affacciarsi sulla scena sociale. L’educazione non doveva quindi più essere intesa come un perimetro limitato alla scuola, ma una preoccupazione diffusa e il futuro delle nuove generazioni un orizzonte di cui avere cura insieme. Ciò era, secondo la convinzione di tutti, possibile solo creando contesti di discussione e incontro allargati, che fungessero come organi intermedi tra la politica istituzionale e la società. Quei movimenti, in quegli anni, vedevano nella costruzione del “distretto scolastico” la ricaduta di un’idea di società diversa, in cui dire “politica” significava dire “educazione” e dire “educazione” volesse dire automaticamente dire “politica”. Il “consiglio scolastico distrettuale” era il tassello che avrebbe completato il percorso di democratizzazione interno alla scuola e rimesso finalmente la scuola stessa al centro di una rete di relazioni di cui doveva fare parte, spingendola a stabilire una relazione dialettica con le altre forze sociali a essa esterne. Riducendo le distanze, eliminando steccati, stabilendo invece dei ponti. Il “consiglio scolastico distrettuale” doveva essere il parlamento del quartiere: doveva essere il luogo dove tutte le forze sociali, una volta messa la pedagogia al centro dell’azione politica, dovevano incontrarsi perché a partire dalle preoccupazioni educative i territori diventassero effettivamente luoghi di trasformazione democratica della società nella sua interezza. Democratica e progressista Questo disegno fallì per varie ragioni e venne definitivamente e non casualmente derubricato in un drammatico ciclo di aggressione ai diritti dei lavoratori portato avanti dal governo Berlusconi nei primi anni di questo millennio. Oggi sembra utopistico di fronte al deserto sociale che in molti quartieri è avanzato radendo al suolo esperienze fondamentali dai comitati ai centri sociali alle associazioni e certo anche ai partiti. Territori nei quali le scuole, spesso isolate, non possono svolgere il loro ruolo né all’interno dei loro edifici, tantomeno concependosi come spazi in interazione con i luoghi nei quali si trovano. Eppure, la si può rilanciare. In fondo, ci è stata una stagione di lotte e battaglie in cui questa idea di democrazia, di partecipazione, di democrazia partecipativa, si stava di nuovo facendo largo. Poi si è arrestata. Ma è importante ricordarlo, non parliamo di due secoli fa. È stato, infatti, il movimento contro la globalizzazione economica a riprendere attraverso l’esperienza dei “social forum” alcune di quelle istanze. Dando vita a una stagione di mobilitazioni forse tra le più ambiziose del recente passato, e tra le più vicine alla esperienza della democratizzazione della scuola negli anni ‘70. L’importanza dei poli civici Oggi ci dovremmo impegnare perché in tutte le città, in tutti i quartieri la cittadinanza possa contare su reti forti, su “comunità educanti” forti, non necessariamente omogenee, ma forti come hanno dimostrato di esserlo quelle all’Esquilino, dove, a facilitare la comunicazione e l’interazione esiste da anni il “Polo civico”, la cui preziosa funzione è emersa in maniera lampante e andrebbe rafforzata. Ogni territorio dovrebbe avere un Polo civico e in qualche modo, al suo interno bisognerebbe fare in modo che vi confluissero tutte le realtà che compongono il variegato tessuto di un quartiere perché possano esercitare quella funzione di scambio e co-costruzione dei processi di cura rivolti ai più giovani (ma anche ai meno giovani) per cui era stato pensato il “consiglio scolastico distrettuale”. Solo intendendo in questo modo, politico ed educativo, pedagogico e politico, la funzione della “comunità educante”, immaginando che essa si possa configurare come un vero e proprio “polo civico”, per il quale agire politicamente significhi agire pedagogicamente e mettere pedagogia e cura al primo posto delle proprie linee strategiche. Solo così potremo nutrire l’ambiziosa, utopistica ma concreta, convinzione di poter ancora giocare questa partita, contrastare la speculazione e la voracità dei grandi gruppi economici e difendere le nostre città. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Poli civici: comunità educanti per il diritto alla città proviene da Comune-info.
August 31, 2026
Comune-info
Dentro l’apocalisse
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Hardingferrent su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Dal “tetto del mondo”, in Nepal, si è staccato un ghiacciaio e ha sommerso un’intera vallata, con le sue case, le sue strade, i suoi abitanti. Era già successo altre volte. Succederà ancora, sempre più spesso, ovunque: ai ghiacciai, alle terre congelate, alle calotte polari, alle banchise; che si scioglieranno e non si riformeranno più per millenni. Ha fatto un caldo insopportabile per tutta l’estate. Ne farà di più le prossime estati; sempre di più, per decenni, fino, forse, all’irreversibilità. Sta cambiando il regime delle acque: sempre meno regolare, alternano siccità e alluvioni. Il ghiaccio perduto farà aumentare il livello dei mari, inondando città e pianure costiere; e quei mari non si ritireranno più. Si moltiplicheranno gli incendi boschivi, senza acqua a disposizione per domarli. Cambieranno habitat flora e fauna in forme imprevedibili e con conseguenze incontrollabili. Decine di migliaia di abitanti della Terra oggi, milioni e miliardi domani, saranno costretti ad abbandonare le loro terre per cercare di sopravvivere in altri paesi, dove nessuno li vuole. Per questo si stanno preparando stragi e stermini di massa di cui oggi assistiamo solo alla sperimentazione. Questi sviluppi gli scienziati li hanno visti da tempo (forse non così precipitosi) e ce li hanno raccontati. Ma in molti non li hanno voluti ascoltare; e altri hanno fatto finta di farlo, senza mai adoperarsi per un cambio di rotta: troppo radicale per farsene carico. Meglio aspettare gli eventi… Eccoli. Quello che né gli scienziati, né i politici, né i media hanno cercato di fare è descrivere – se non per allusioni, senza mai dirlo in modo chiaro: troppo difficile e troppo impegnativo – le condizioni in cui si troveranno a svolgersi le nostre vite in quel contesto apocalittico. Ci sarà ancora acqua per tutti? A tutte le ore o solo ogni tanto? Che cosa si potrà ancora coltivare e mangiare? Si potrà ancora destinare il 70 per cento del suolo coltivabile agli allevamenti per produrre e mangiare carne? Ci si potrà ancora riscaldare tutti d’inverno e rinfrescare d’estate? Dove andranno ad abitare i milioni di famiglie la cui casa sarà stata distrutta dalle intemperie o dal fuoco o sommersa dalle acque? Chi si prenderà cura di loro? Ci si sposterà ancora tutti (10 miliardi) in auto, magari elettriche, o non sarà il caso di cercare di garantire la mobilità di tutti con mezzi condivisi? E il turismo verso mete diventate pericolose, sgradevoli, impraticabili continuerà a essere il settore portante di tante economie locali e nazionali? Che ne sarà degli sport invernali, della nautica da diporto, degli aerei manageriali? E si continuerà a sostenere che il pericolo maggiore è l’aggressività del “nemico”? Si continuerà a produrre sempre più armi, scannandoci a vicenda, invece di metterci al riparo dal collasso? Sono queste le cose di cui bisognerebbe discutere ogni giorno e ovunque. Se il Green Deal fosse stato fatto in modo serio, la prima misura da finanziare sarebbe stata un’informazione e un dibattito approfonditi, nelle fabbriche, nelle scuole, negli uffici, nei paesi e nei quartieri, su questi argomenti. Solo pensarli dà i brividi; si capisce la riluttanza generale ad affrontarli. Mettono in ridicolo le diatribe che monopolizzano i discorsi e i conflitti politici correnti; e soprattutto la grottesca autorità di tanti personaggi che oggi pontificano sul futuro geopolitico dell’Europa e del mondo senza nemmeno nominare – non dico rifletterci su – la crisi climatica: pifferai che guidano e trascinano interi popoli verso l’olocausto ambientale. È difficile dire queste cose, ma qualcuno deve pur cominciare a farlo. E a ricondurre, senza rinnegarla e anzi potenziandola alla luce di questo scenario, la rivendicazione di una giustizia sociale fatta di redditi decenti, salute, istruzione, cultura e dignità per tutti. È chiaro che per questo non si può contare sui governi nazionali, locali e sovranazionali, né su partiti, corporation e finanza. E nemmeno sulla religione, soprattutto da quando l’ecologia integrale di Francesco è stata messa da parte, riconducendola a una sacrosanta ma insufficiente campagna per la pace. Per reagire a tanta inerzia ci vuole un cambio generazionale. Molti tra le ultime generazioni denigrate da politici e media tronfi del proprio monopolio sulla parola hanno dimostrato di saper cogliere l’essenza del problema; ma si sono ritrovati disarmati di fronte a tanta pervicace inerzia. Per cambiare rotta occorre un rinnovamento intellettuale, morale, sociale ma soprattutto vitale, valorizzando la naturale generosità che la parte migliore delle ultime generazioni ha dimostrato di avere. I disastri a venire metteranno alla prova la capacità e la disponibilità ad affrontarli senza deleghe: con il mutuo soccorso, con la mobilitazione della parte più attiva della popolazione, e dunque dei giovani, per supplire a ciò che governi e partiti hanno dimostrato di non saper fare nemmeno a livello locale. È in queste attivazioni che si possono creare le condizioni di nuove realtà sociali, di nuove comunità, fondate sul reciproco riconoscimento, il mutuo sostegno, il rispetto del proprio territorio, della vita che lo abita, della Terra tutta. Comunità e comunità di comunità: l’embrione di una nuova formazione sociale attraverso cui realizzare non il “sole dell’avvenire”, ma una convivenza che permetta di attrezzarsi per far fronte al progredire del collasso. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dentro l’apocalisse proviene da Comune-info.
August 29, 2026
Comune-info
Dentro l’Apocalisse
Dal “tetto del mondo” si è staccato un ghiacciaio e ha sommerso un’intera vallata, con le sue case, le sue strade, i suoi abitanti. Era già successo altre volte. Succederà ancora, sempre più spesso, ovunque: ai ghiacciai, alle terre congelate, alle calotte polari, alle banchise, che si scioglieranno e non si riformeranno più per millenni. Ha fatto un caldo insopportabile per tutta l’estate. Ne farà di più le prossime estati; sempre di più, per decenni, fino, forse, all’irreversibilità. Sta cambiando il regime delle acque: sempre meno regolare, alternano siccità e alluvioni. Il ghiaccio perduto farà aumentare il livello dei mari, inondando città e pianure costiere e quei mari non si ritireranno più. Si moltiplicheranno gli incendi boschivi, senza acqua a disposizione per domarli. Cambieranno habitat flora e fauna in forme imprevedibili e con conseguenze incontrollabili. Decine di migliaia di abitanti della Terra oggi, milioni e miliardi domani, saranno costretti ad abbandonare le loro terre per cercare di sopravvivere in altri Paesi, dove nessuno li vuole. Per questo si stanno preparando stragi e stermini di massa di cui oggi assistiamo solo alla sperimentazione. Questi sviluppi gli scienziati li hanno visti da tempo (forse non così precipitosi) e ce li hanno raccontati, ma in molti non li hanno voluti ascoltare e altri hanno fatto finta di farlo, senza mai adoperarsi per un cambio di rotta, troppo radicale per farsene carico. Meglio aspettare gli eventi… Eccoli! Quello che né gli scienziati, né i politici, né i media hanno cercato di fare è descrivere – se non per allusioni, senza mai dirlo in modo chiaro: troppo difficile e troppo impegnativo! – le condizioni in cui si troveranno a svolgersi le nostre vite in quel contesto apocalittico. Ci sarà ancora acqua per tutti? A tutte le ore o solo ogni tanto? Che cosa si potrà ancora coltivare e mangiare? Si potrà ancora destinare il 70 % del suolo coltivabile agli allevamenti per produrre e mangiare carne? Ci si potrà ancora riscaldare tutti d’inverno e rinfrescare d’estate? Dove andranno ad abitare i milioni di famiglie la cui casa sarà stata distrutta dalle intemperie o dal fuoco o sommersa dalle acque? Chi si prenderà cura di loro? Ci si sposterà ancora tutti (10 miliardi) in auto, magari elettriche, o non sarà il caso di cercare di garantire la mobilità di tutti con mezzi condivisi? E il turismo verso mete diventate pericolose, sgradevoli, impraticabili continuerà a essere il settore portante di tante economie locali e nazionali? Che ne sarà degli sport invernali, della nautica da diporto, degli aerei manageriali? E si continuerà a sostenere che il pericolo maggiore è l’aggressività del “nemico”? Si continuerà a produrre sempre più armi, scannandoci a vicenda, invece di metterci al riparo dal collasso? Sono queste le cose di cui bisognerebbe discutere ogni giorno e ovunque. Se il Green Deal fosse stato fatto in modo serio, la prima misura da finanziare sarebbe stata un’informazione e un dibattito approfonditi su questi argomenti nelle fabbriche, nelle scuole, negli uffici, nei paesi e nei quartieri. Solo pensarli dà i brividi; si capisce la riluttanza generale ad affrontarli. Mettono in ridicolo le diatribe che monopolizzano i discorsi e i conflitti politici correnti e soprattutto la grottesca autorità di tanti personaggi che oggi pontificano sul futuro geopolitico dell’Europa e del mondo senza nemmeno nominare – non dico rifletterci su – la crisi climatica: pifferai che guidano e trascinano interi popoli verso l’olocausto ambientale. E’ difficile dire queste cose, ma qualcuno deve pur cominciare a farlo e a riprendere, senza rinnegarla e anzi potenziandola alla luce di questo scenario, la rivendicazione di una giustizia sociale fatta di redditi decenti, salute, istruzione, cultura e dignità per tutti. E’ chiaro che per questo non si può contare sui governi nazionali, locali e sovranazionali, né su partiti, corporation e finanza. E nemmeno sulla religione, soprattutto da quando l’ecologia integrale di Francesco è stata messa da parte, riconducendola a una sacrosanta ma insufficiente campagna per la pace. Per reagire a tanta inerzia ci vuole un cambio generazionale. Molti tra le ultime generazioni denigrate da politici e media tronfi del proprio monopolio sulla parola hanno dimostrato di saper cogliere l’essenza del problema, ma si sono ritrovati disarmati di fronte a tanta pervicace inerzia. Per cambiare rotta occorre un rinnovamento intellettuale, morale, sociale ma soprattutto vitale, valorizzando la naturale generosità che la parte migliore delle ultime generazioni ha dimostrato di avere. I disastri a venire metteranno alla prova la capacità e la disponibilità ad affrontarli senza deleghe: con il mutuo soccorso, con la mobilitazione della parte più attiva della popolazione e dunque dei giovani, per supplire a ciò che governi e partiti hanno dimostrato di non saper fare nemmeno a livello locale. E’ in queste attivazioni che si possono creare le condizioni di nuove realtà sociali, di nuove comunità, fondate sul reciproco riconoscimento, il mutuo sostegno, il rispetto del proprio territorio, della vita che lo abita, della Terra tutta. Comunità e comunità di comunità: l’embrione di una nuova formazione sociale attraverso cui realizzare non il “sole dell’avvenire”, ma una convivenza che permetta di attrezzarsi per far fronte al progredire del collasso.   Guido Viale
August 29, 2026
Pressenza
Far politica e vivere oggi coincidono
TRIESTE OGGI È UN OSSERVATORIO PRIVILEGIATO DEL TEMPO CHE VIVIAMO, TRA DELIRI DA CLIMA PREELETTORALE E CORTEI NEOFASCISTI, MA ANCHE OSTINATE PRATICHE DI CURA. SCRIVE GIAN ANDREA FRANCHI: “OGGI FAR POLITICA VUOL DIRE COMINCIARE A ORGANIZZARCI DENTRO LE NOSTRE SOCIETÀ, IN BASSO…” Trieste, 21 agosto 2026: “Piazza del Mondo” si anima con una cena preparata da “Fornelli resistenti” di Rifredi (Fi), mentre passa il piccolo e odioso corteo autorizzato promosso da Forza Nuova -------------------------------------------------------------------------------- A “Piazza del Mondo” – così è chiamata Piazza delle Libertà di Trieste dalle persone che ogni pomeriggio incontrano i migranti in arrivo dalla Rotta Balcanica – stiamo vivendo un momento estremamente complesso fra dinamiche sociali minacciose in città e difficoltà interne nel gestire quotidianamente la piazza dalle sette di sera fin oltre mezzanotte. Il clima pre-elettorale si fa sentire, com’è ovvio. La questione “migranti” ne sarà al centro. Si accentueranno quindi diversi aspetti della vasta complessità sociale e politica di cui la piazza è il cuore pulsante, che riceve e che dà: cuore appunto di un corpo sociale che cerca di definirsi eticamente, politicamente ed intellettualmente a partire dalla “questione migranti”. Il 21 agosto la manifestazione del gruppo fascista Forza Nuova ha segnato l’avvio di quest’intensificazione del tempo politico. Il permesso istituzionale di far passare ai bordi della piazza un corteo, di fatto ridicolo, di una quindicina di individui urlanti, è stato un segnale negativo delle istituzioni. Vi ha corrisposto la presenza di un gruppo un po’ più numeroso di antifascisti che hanno assunto comportamenti di troppo facile contrapposizione: incatenare la bicicletta di un giornalista del Piccolo non è un gran gesto politico. Sui social di destra o analoghi compaiono da tempo sempre più numerosi messaggi che invitano all’azione. Pare che ci siano volantinaggi fascisti anche in piazza al mattino. Bisogna ricordare che, insieme alle elezioni nazionali, nella prossima primavera ci saranno anche quelle locali. Vien fatta circolare la calunnia che la piazza sia intransitabile perché insicura, quando potremmo tranquillamente affermare che è la più sicura della città, almeno durante la nostra presenza. In verità, qui c’è un significativo paradosso, almeno dal punto di vista linguistico: se l’etimo di sicurezza è “sine cura”, questa piazza, al contrario, è il luogo della cura. Quindi, in effetti: non è una piazza “sicura”, perché è una piazza di cura. Anzi: è la piazza della cura. Questo è il punto: un luogo di cura, nel senso etico-politico della parola per l’attuale sistema di potere euro-italico – razzista, parafascista, trumpiano – è letteralmente un luogo osceno, fuori-scena. È questo che scandalizza fascisti di varia esibizione e giunta comunale e anche una parte della società triestina. Tutto ciò rende più complesso il nostro impegno quotidiano di cui non bisogna mai perdere il senso: la direzione di questo cammino sociale e, quindi, politico, ormai da quasi sette anni, che consiste nell’incontrare un altro cammino di uomini e donne, giovani e giovanissimi, in fuga da violenze antiche e nuove per raccogliere il messaggio inciso nei loro corpi dalla violenza, dal razzismo degli Stati. Qual è questo messaggio? Eccolo scritto da un profugo, perché questo è il nome autentico per i protagonisti di questo cammino di fuga e ricerca. E da un profugo che definirei tale “per eccellenza”: un palestinese nato in un campo profughi in Siria. “Immagina di essere ancora in prigione… Immagina di avere ancora paura in tempo di guerra… Immagina di essere ancora vagabondo per le strade della Turchia o della Grecia, o di uno dei paesi che attraversano il Nord Europa… Immagina di essere ancora in uno di quei miserabili campi oscuri che praticano le peggiori forme di razzismo e odio contro di te… Il destino e le circostanze ti hanno costretto a vederti in un paese che non è il tuo paese, con un popolo che non è tuo, con lingue, usanze e culture, diverse per ritrovarti a trattare con persone che non conoscono che cosa significhi alienazione, bisogno d’asilo, guerra, che non conoscono il significato di essere soli in simili circostanze, con tutte le porte chiuse in faccia; non sanno che tutto ciò a cui pensi è un posto per dormire e un modo per poter mangiare… non vuoi attaccare nessuno o prendere il cibo, vuoi la pace… solamente pace… sei in fuga da situazioni indescrivibili… non potrai mai descriverle, qualunque cosa tu dica. Solo perché sei diverso, razzialmente e religiosamente, incontrerai la violenza più violenta e l’odio più atroce che una persona possa avere nei confronti di un altro, che può giungere sino a por fine a una vita… Siriano, palestinese, iracheno, yemenita, pakistano, afghano o chiunque abbia problemi nel suo paese e si ritrova con te… cosa dovrebbe fare? Cosa dovremmo fare? Ti scongiuro, dimmi cosa devo fare per vivere come chiunque nel tuo paese in sicurezza? Non basta affrontare ogni giorno povertà, paura, ingiustizia, uccisioni, senzatetto, freddo, umiliazione e insulti? Questo mondo è solo per alcune persone e non per tutti? È questo piccolo quaderno chiamato passaporto che definisce la personalità umana oggi? È ciò che determina se una persona merita di vivere in dignità o no?“. Sono le domande radicali – letteralmente – dell’oggi in cui si lancia questo movimento umano dall’Africa, da tutta la fascia sud dell’Oriente asiatico e, più lontano, dal Sud e Centroamerica. Sappiamo che questo movimento è destinato a crescere esponenzialmente entro il secolo, insieme alla crisi dell’equilibrio ambientale della terra, quando si prospetterà un movimento di miliardi di persone: due facce della stessa domanda, storica, ma anche imposta dalla vita sulla terra in quanto tale. Sono le domande fondamentali: domande politiche e vitali. Oggi la politica è questa: il problema della convivenza, non solo umana. Mentre i sistemi economico-politici di potere stanno distruggendo la terra. A queste domande dobbiamo cominciare a rispondere noi, cittadine e cittadini europei, occidentali, in cui governi e potentati economici, fin dal colonialismo fra XV°- XX° secolo e postcolonialismo attuale, hanno massacrato e stanno massacrando la terra trasformata in un pacco di merci, in denaro, in azioni. Ma noi cittadini siamo corresponsabili. Oggi far politica vuol dire cominciare a organizzarci dentro le nostre società, in basso, non in alto, di un’economia basata sullo sfruttamento cieco della vita e di una subalterna politica dei governi di violenza che ha superato ogni limite come si vede con Gaza. È necessario cominciare a rompere l’assurdo di una società di individui e cominciare a costruire nuove forme comunitarie. La rete “Piazza del Mondo” ne è un tentativo. Un altro esempio è l’azione degli operai dell’ex GKN di Campi Bisenzio (Firenze) che con anni di lotta costruttiva alle spalle, all’insegna del motto “from working to caring class” propongono un nuovo modo di produzione dei beni necessari e utili per vivere insieme1. Altri esempi sparsi agiscono qua e là in Italia, in Europa, altrove (leggi anche Prima le comunità). Bisogna cominciare a costruire una polis dal luogo in cui viviamo e prendere possesso di noi stessi, togliendo la delega ai poteri. Far politica e vivere oggi coincidono. -------------------------------------------------------------------------------- 1 V. info. collettivo di fabbrica ex GKN -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Far politica e vivere oggi coincidono proviene da Comune-info.
August 29, 2026
Comune-info
Coltivare la terra è un atto di pace
DAL 29 AL 31 AGOSTO CASTIGLIONE D’OTRANTO OSPITA LA QUINDICESIMA EDIZIONE DELLA NOTTE VERDE: INCONTRI, LABORATORI, ARTE E MUSICA PER METTERE IN RELAZIONE GIUSTIZIA AMBIENTALE, DIRITTI DEL LAVORO, GUERRA E MODELLI ECONOMICI ESTRATTIVI. L’EDIZIONE È DEDICATA A SACKO BAKARI, LAVORATORE AGRICOLO UCCISO A TARANTO La terra non è soltanto il suolo che coltiviamo. È il luogo nel quale diventano visibili le disuguaglianze, lo sfruttamento del lavoro, la crisi climatica, l’appropriazione delle risorse e le conseguenze delle guerre. Ma è anche lo spazio concreto dal quale possono nascere relazioni diverse, economie fondate sulla cura e comunità capaci di sottrarsi alla violenza. Da questa consapevolezza prende forma la quindicesima edizione della Notte Verde di Castiglione d’Otranto, in programma da sabato 29 a lunedì 31 agosto. La manifestazione, promossa da Casa delle Agriculture, attraverserà il paese con incontri pubblici, laboratori, mostre, percorsi formativi, spettacoli, libri e concerti. Al centro del programma ci sono la pace e la giustizia sociale, ecologica e climatica, considerate non come questioni separate, ma come dimensioni inseparabili della stessa crisi. «Abitare la terra con coscienza non è un atto neutrale: è una scelta politica e partigiana», spiegano le persone che animano Casa delle Agriculture. In un tempo segnato dalle guerre, dalla distruzione di Gaza, dal collasso climatico e dallo sfruttamento sistematico di corpi e risorse, il silenzio non può essere considerato una posizione neutrale. «La terra è il principale luogo in cui queste contraddizioni diventano visibili, ma è anche lo spazio da cui costruire un’alternativa: opporre la cura alla violenza, la comunità al razzismo, la vita alla guerra. Coltivare la terra è un atto di pace, difenderla è un atto di libertà». L’edizione del 2026 è dedicata a Sacko Bakari, bracciante agricolo ucciso a Taranto, vittima del razzismo e di una condizione di marginalità che continua a caratterizzare la vita di molte persone impiegate nell’agricoltura. Ricordarlo significa ricondurre il discorso sulla sostenibilità alla sua dimensione sociale: non può esserci agricoltura ecologica se il lavoro resta privo di diritti, né tutela della terra quando chi la coltiva è esposto allo sfruttamento, alla precarietà e alla violenza. Per Casa delle Agriculture, dedicare la Notte Verde a Sacko Bakari significa rivendicare dignità e libertà per tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori della terra, ma anche ribadire la natura antifascista, pacifista e antirazzista del proprio impegno agroecologico e culturale. La terra come terreno di conflitto La prima giornata comincerà alle 7 del mattino con The Spine, laboratorio partecipativo dell’artista cileno-belga Isabel Burr Raty. Le persone coinvolte scaveranno collettivamente nella terra un canale sensoriale, esplorando il rapporto tra corpo, memoria e territorio. Alle 9.30, nella Fucina delle Culture del Parco Renata Fonte, inizierà la seconda edizione del Corso di alta formazione in Giornalismo di pace, intitolata “Non c’è futuro senza giustizia ambientale”. Il corso è organizzato dal Gruppo Umana Solidarietà in collaborazione con Casa delle Agriculture, la Scuola di Giurisprudenza dell’Università di Camerino e il Centro interdisciplinare Scienze per la Pace dell’Università di Pisa. La prima sessione, con Serena Fasiello, Federico Oliveri e Giuseppe Putignano, affronterà il tema dell’ambiente come terreno di conflitto. Nel pomeriggio Tiziana Colluto, Antonio Ciniero e Angelo Cleopazzo discuteranno invece dell’agricoltura come questione politica. Un passaggio importante, perché la produzione del cibo viene ancora troppo spesso descritta come un’attività esclusivamente tecnica, separata dalle forme di proprietà, dai rapporti di lavoro, dalle politiche pubbliche e dalla distribuzione del potere. Nel pomeriggio il paese diventerà uno spazio diffuso di confronto e apprendimento. In via Pisanelli torneranno i Parlamenti rurali, realizzati insieme alla Scuola di reportage narrativo “Alessandro Leogrande”. La prima assemblea sarà costruita intorno a una domanda essenziale: “Di chi è la terra?”. Con Marianna Lentini, Valeria Cagnazzo e Celeste Luciano si parlerà di accesso alla terra, proprietà, recinzioni, abbandono, usi collettivi e conflitti. Il confronto metterà in relazione quanto accade nel territorio pugliese con le lotte palestinesi, mostrando come il controllo della terra non sia mai una questione astratta: stabilisce chi può abitare un luogo, coltivarlo, attraversarlo e costruirvi il proprio futuro. La Scuola di Agriculture proporrà, nello stesso pomeriggio, un laboratorio sui bisogni educativi emergenti e sull’educazione in natura, condotto da Ezio Del Gottardo, docente di Pedagogia generale e sociale dell’Università del Salento. Sabrina Puzzovio guiderà invece un incontro sulla fermentazione degli alimenti, intesa non soltanto come tecnica di conservazione, ma anche come pratica ecologica e strumento di contrasto allo spreco. Bambine e bambini raccontano Gaza Una parte importante della Notte Verde è dedicata alle bambine e ai bambini. Presso l’ex scuola elementare si svolgerà il laboratorio di ecoprinting “Io sono foglia, noi siamo pace”, seguito dallo spettacolo di burattini “L’orco poeta e le galline presuntuose” e dalla “Parata dei buoni frutti”. La parata raggiungerà Piazza della Libertà per inaugurare HeArt FOR GAZA, una mostra composta da sessanta disegni realizzati da bambine e bambini palestinesi nella Tenda degli Artisti di Deir-Al-Balah. Le opere, nate grazie all’impegno di Mohammed Timraz e Féile Butler, non presentano l’infanzia palestinese come una categoria astratta o come una semplice vittima da osservare a distanza. Consentono invece ai bambini di raccontare direttamente, attraverso il disegno, ciò che vivono, ricordano, temono e desiderano. Alla mostra è collegata anche una raccolta di fondi. Al Giardino della Pace Attiva, alle 19, l’artista palestinese Lina Issa presenterà “3 Canzoni da ricordare: un albero, un frutto, un seme”, una performance di narrazione, danza e musica realizzata con Massimiliano De Salvatore. Il lavoro attraversa la perdita della terra, la memoria familiare e la trasmissione dell’eredità palestinese come forma di resistenza alla cancellazione. Il legame tra guerra e distruzione della vita sarà presente anche nell’installazione tessile “5,7 chilometri di grida nel silenzio”, realizzata da Cristina Pedrocco ed Elena Gradara. Un nastro lungo cinque chilometri e settecento metri, cucito da centinaia di mani, prova a restituire una presenza e una voce alle migliaia di bambini palestinesi uccisi a Gaza. Nel centro storico saranno inoltre esposte le opere dell’artista punk e antifascista russo Nikolai Oleynikov, compreso un nuovo stendardo dedicato a Hussam Abu Safiya, medico palestinese detenuto nelle carceri israeliane. Disarmare il capitalismo, liberare la terra La sera del 29 agosto il cortile di Palazzo Mellacqua ospiterà la presentazione del libro “Perché fermare i nuovi Ogm?”, con l’autore Francesco Paniè ed Eleonora Migno di Cospe. L’incontro entrerà nel conflitto politico che accompagna le nuove tecniche genomiche, spesso presentate come soluzione inevitabile ai problemi dell’agricoltura senza interrogare adeguatamente la concentrazione economica, i brevetti, la dipendenza degli agricoltori e il controllo delle sementi. Alle 21, in Piazza della Libertà, il sociologo Antonio Ciniero ricorderà Sacko Bakari e introdurrà una riflessione sul lavoro agricolo, il razzismo e i processi di marginalizzazione. A seguire, il direttore di Altreconomia Duccio Facchini e la giornalista Marzia Baldari dialogheranno sul tema “Disarmare il capitalismo, liberare la terra”. Al centro dell’incontro ci saranno le connessioni fra sfruttamento dei territori, modelli economici estrattivi e pratiche di resistenza, con particolare attenzione a quanto accade tra Albania e Salento. La giornata terminerà con il concerto del Claudio Prima Zakor Quintet, un percorso musicale tra le due sponde dell’Adriatico, le influenze balcaniche, l’improvvisazione e le sonorità orientali. Pensare la pace nella fatica del presente Domenica 30 agosto proseguiranno il corso di Giornalismo di pace, il laboratorio The Spine, la Scuola di Agriculture e i Parlamenti rurali. La domanda della seconda assemblea sarà “Chi nutre la terra?”: un interrogativo che capovolge l’idea della terra come semplice risorsa a disposizione degli esseri umani e invita a riconoscere i rapporti di reciprocità dai quali dipende la vita. Tra gli incontri della giornata ci saranno i laboratori sull’educazione in natura e sulla produzione naturale del formaggio, le attività sui diritti umani rivolte ai più piccoli e lo spettacolo “Le buone stelle”, con Michela Marrazzi e Giorgio Distante. In serata Paolo Bosca e Rosita Ronzini presenteranno il libro “Fare Utopia”. Il critico e filosofo Marco Gatto terrà poi una lezione sul passaggio dalla questione meridionale a un “meridionalismo inquieto”, mettendo in relazione il pensiero di Antonio Gramsci e il lavoro di Alessandro Leogrande. Il dialogo “La fatica della pace” riunirà il filosofo Federico Oliveri, la vicedirettrice del manifesto Chiara Cruciati e Tuzlanska Amica, associazione bosniaca nata durante le guerre jugoslave. Il titolo evita ogni retorica consolatoria: costruire la pace non significa invocare genericamente l’assenza di conflitto, ma affrontare le ingiustizie, riconoscere le responsabilità e ricostruire relazioni sociali distrutte dalla violenza. Il concerto “Sita” di Alessia Tondo concluderà il secondo preludio. Il cibo è politica Lunedì 31 agosto la grande festa finale comincerà alle 20,15 in Piazza della Libertà. Il giornalista e scrittore Christian Elia terrà un intervento intitolato “Guerra alla terra. L’ecocidio a Gaza e la guerra come crimine contro ogni forma di vita”. La guerra sarà osservata anche nelle sue conseguenze ambientali: distruzione dei suoli e delle risorse idriche, contaminazione, abbattimento degli alberi, cancellazione delle colture e impossibilità per le comunità di continuare ad abitare i propri territori. Seguirà un collegamento con Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, per un intervento dedicato alla Palestina e alla negazione dei diritti. Alle 22, la presidente di Slow Food Italia Barbara Nappini e la giornalista Sara Manisera dialogheranno intorno a un’affermazione che attraversa l’intera manifestazione: “Il cibo è politica, la terra è futuro”. Il confronto prenderà le mosse dall’eredità di Carlo Petrini per discutere il rapporto fra produzione alimentare, comunità, biodiversità, potere economico e trasformazione sociale. Il concerto “Reduci” di Stefano “Cisco” Bellotti con la Grande Famiglia chiuderà i tre giorni. Accanto agli incontri, Castiglione d’Otranto ospiterà mostre e installazioni diffuse. Oltre ai lavori dedicati a Gaza, il Giardino della Pace Attiva accoglierà “Hydrocene. Fiumi selvaggi d’Europa”, esposizione dedicata alla biodiversità fluviale dei Balcani e alle mobilitazioni nate per difenderla. Al Mulino di Comunità sarà visitabile la mostra fotografica e artzine “Produzione propria: storie sull’uscio di casa”, curata da Francesca Casaluci e Clara Zanoni. La Notte Verde si propone come una festa ecologica a ridotto impatto ambientale, inclusiva e accessibile. Tutti gli incontri e i laboratori sono gratuiti. Non si tratta di un dettaglio organizzativo, ma di una scelta coerente con l’idea che il sapere necessario a comprendere e trasformare il presente non debba essere riservato a pochi. La manifestazione è curata da Casa delle Agriculture con il patrocinio del Comune di Andrano e la collaborazione di numerose organizzazioni sociali, culturali e ambientaliste. Il progetto grafico della quindicesima edizione è firmato da Mauro Bubbico. Perché, mentre la terra viene ridotta a merce, frontiera da occupare o risorsa da consumare, tornare a coltivarla insieme può diventare un modo per ricostruire libertà. E per ricordare che non esiste giustizia ambientale senza giustizia sociale, né pace senza il diritto di ogni comunità ad abitare la propria terra. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Coltivare la terra è un atto di pace proviene da Comune-info.
August 28, 2026
Comune-info
Prima le comunità
ABBIAMO NUMEROSI CASI DI CREAZIONE IN BASSO DI FORZE SOCIALI, POLITICHE E CULTURALI A PROVA DI TENUTA, FONDATE IN VIA PRIORITARIA SU RELAZIONI DI FIDUCIA RECIPROCA. DALLE COMUNITÀ NO TAV, IN VAL SUSA, PASSANDO PER IL COLLETTIVO DI LAVORATORI DELLA EX-GKN DI FIRENZE, FINO AL CASO DI SPIN TIME, A ROMA, SOLO PER FARE ALCUNI ESEMPI. I CAMBIAMENTI PROFONDI DI CUI ABBIAMO BISOGNO – CONTRO LA GUERRA, CONTRO IL RAZZISMO ISTITUZIONALE E POPOLARE, CONTRO IL COLLASSO CLIMATICO E AMBIENTALE – POSSONO NASCERE SOLTANTO IN COMUNITÀ APERTE DI QUESTO TIPO. SCRIVE GUIDO VIALE: “UNA COMUNITÀ DI LOTTA COSTITUITA PER RISPONDERE AD ALCUNE ESIGENZE DEI SUOI MEMBRI NON VA PENSATA COME UNA CELLULA SOCIALE, CON UN TERRITORIO E UNA POPOLAZIONE CHIUSI NEI PROPRI CONFINI… CONFLITTO E PARTECIPAZIONE SONO L’ANIMA DI OGNI COMUNITÀ E CRESCONO CONTESTUALMENTE: NON SI DÀ L’UNO SENZA L’ALTRA…” Foto SPIN TIME LABS -------------------------------------------------------------------------------- Dobbiamo imparare a valorizzare le esperienze in corso. Una comunità di lotta costituita per rispondere ad alcune esigenze dei suoi membri non va pensata come una “cellula sociale”, con un territorio e una popolazione chiusi nei propri confini. Va pensata piuttosto come un addensamento dinamico di relazioni di reciprocità, di riconoscimento e di mutuo sostegno, tendenzialmente estensibili a una moltitudine di attori diversi. Una comunità orientata alla sostenibilità del proprio territorio non può evitare di includere tra gli agenti dei processi che la coinvolgono la vita che lo popola, con tutto quello che esige per essere salvaguardata e quello che può offrire in termini di sostentamento, qualità della vita, bellezza, insegnamento. Conflitto e partecipazione sono l’anima di ogni comunità e crescono contestualmente: non si dà l’uno senza l’altra; e viceversa. Ma è sempre la qualità delle relazioni di reciproca fiducia, con la loro ineludibile componente personale, emozionale e affettiva, a tenerla in vita, a costituirne la forza, l’attrattività e la capacità di durare nel tempo. Mano a mano che la crisi climatica e ambientale renderà più ostiche le condizioni della vita quotidiana, comunità con queste caratteristiche dovranno – e in parte già lo fanno – giocare un ruolo insostituibile nel conflitto sociale. Abbiamo ormai numerosi casi di creazione “dal basso” di forze sociali, politiche e culturali a prova di tenuta, fondate in via prioritaria su relazioni di fiducia reciproca. L’ultimo caso è quello di Spin Time, un’esperienza costruita su una perfetta combinazione di tre elementi: la risposta ai bisogni abitativi di un insieme altamente disomogeneo di occupanti, famiglie e single, di svariate nazionalità e culture, che hanno trovato in quell’edificio l’ambito di una forma avanzata di convivenza e di reciproca acculturazione; una serie di servizi – “ristorante”, palestra, asilo, scuola, laboratori, rivista – funzionali alla costruzione di un legame con il territorio; un centro di elaborazione politica e culturale di valenza internazionale anche grazie alla disponibilità di un ampio anfiteatro e di diversi locali per riunioni e convegni. Il primo di questi casi, per importanza e durata nel tempo, è quello delle comunità NoTav della Valle di Susa: un faro puntato sull’incapacità di comprenderne le ragioni e gli sviluppi dimostrata da tutte le forze istituzionali impegnate nel tentativo di stroncarlo e ben sintetizzata dall’esclamazione stupita e stupida di Luigi Bersani di fronte alla pervasività e alla durata di quella mobilitazione: “Ma è solo un treno!”. No, non è solo un treno: è una comunità di lotta per la difesa del proprio territorio dalla devastazione e dalla speculazione, ma soprattutto di costruzione e di autoaffermazione di una propria autonomia sociale, politica e culturale, che si è andata costituendo nella contrapposizione frontale all’insensata quanto compatta ostinazione di tutto l’establishment nazionale ed europeo. Poi c’è la vicenda della ex-Gkn, in lotta da cinque anni contro lo smantellamento della fabbrica e della sua forza operaia; un’esperienza che ha visto espandersi a livello locale, nazionale e internazionale la sua influenza e il suo impegno su un numero enorme di temi: produzioni alternative ed ecologiche, studenti, clima, altre fabbriche in crisi, guerre, armi, Palestina, fino all’invenzione geniale del festival della letteratura working class. L’asse portante di quegli sviluppi è una semplice domanda, rivolta a tutti i possibili alleati, che non chiede astratte “solidarietà”, ma offre la prospettiva concreta del mutuo sostegno nell’affrontare le difficoltà di ciascuno: “E tu, come stai?”. L’approccio che vede nella costruzione di comunità aperte, fondate su fiducia, mutuo sostegno, replicabilità e adattabilità delle pratiche a contesti differenti apre la strada a una duplice prospettiva: la pratica dell’obiettivo con la creazione di aggregati politico-sociali forti, capaci di imporsi o di non soccombere nel conflitto che li contrappone alle rispettive controparti; e lo sviluppo, combinando conflittualità e partecipazione, di una consapevolezza diffusa dell’interconnessione di tutti i problemi più importanti che la specie umana – e soprattutto la parte di essa che subisce le decisioni dei pochissimi “padroni del mondo” – si trova a dover affrontare. Con una risposta “dal basso”, adeguata sia in termini di mitigazione che di adattamento, al collasso climatico e ambientale; e con il ripudio generalizzato della guerra e del ricorso alle armi: non solo nella risoluzione delle vertenze internazionali tra Stati, ma innanzitutto nella gestione della più grande questione sociale dei decenni a venire: abbandonare la vana, dispendiosa e crudele guerra ai migranti. Con l’accoglienza, il riconoscimento e la valorizzazione delle decine di migliaia, oggi, e dei milioni, domani, delle “persone”, ciascuna con la propria storia, la propria cultura, i propri bisogni, che sono alla ricerca di contesti che solo una comunità aperta può offrire; dove potersi costruire una vita diversa, ma anche dove trovare condizioni per poter fare volontariamente ritorno – dove ancora è possibile, e in molte regioni lo è – nelle loro terre di origine per lavorare al loro risanamento materiale e sociale; con la libertà di movimento, i mezzi materiali e tecnici e, soprattutto, il “mutuo appoggio” delle comunità ospiti. Dunque, comunità, e comunità di comunità, sia come pratica dell’obiettivo che come “visione” di un orizzonte comune da perseguire insieme. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MASSIMO DE ANGELIS: > Quella capacità di decidere insieme sulle condizioni di vita -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > Create due, tre, molte arche -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Prima le comunità proviene da Comune-info.
August 23, 2026
Comune-info
Prima le comunità
Dobbiamo imparare a valorizzare le esperienze in corso. Una comunità di lotta costituita per rispondere ad alcune esigenze dei suoi membri non va pensata come una “cellula sociale”, con un territorio e una popolazione chiusi nei propri confini. Va pensata piuttosto come un addensamento dinamico di relazioni di reciprocità, di riconoscimento e di mutuo sostegno, tendenzialmente estensibili a una moltitudine di attori diversi. Una comunità orientata alla sostenibilità del proprio territorio non può evitare di includere tra gli agenti dei processi che la coinvolgono la vita che lo popola, con tutto quello che esige per essere salvaguardata e quello che può offrire in termini di sostentamento, qualità della vita, bellezza, insegnamento. Conflitto e partecipazione sono l’anima di ogni comunità e crescono contestualmente: non si dà l’uno senza l’altra; e viceversa. Ma è sempre la qualità delle relazioni di reciproca fiducia, con la loro ineludibile componente personale, emozionale e affettiva, a tenerla in vita, a costituirne la forza, l’attrattività e la capacità di durare nel tempo. Mano a mano che la crisi climatica e ambientale renderà più ostiche le condizioni della vita quotidiana comunità con queste caratteristiche dovranno – e in parte già lo fanno – giocare un ruolo insostituibile nel conflitto sociale. Abbiamo ormai numerosi casi di creazione “dal basso” di forze sociali, politiche e culturali a prova di tenuta, fondate in via prioritaria su relazioni di fiducia reciproca. L’ultimo caso è quello di Spin Time, un’esperienza costruita su una perfetta combinazione di tre elementi: la risposta ai bisogni abitativi di un insieme altamente disomogeneo di occupanti, famiglie e single, di svariate nazionalità e culture, che hanno trovato in quell’edificio l’ambito di una forma avanzata di convivenza e di reciproca acculturazione; una serie di servizi – ristorante, palestra, asilo, scuola, laboratori, rivista – funzionali alla costruzione di un legame con il territorio; un centro di elaborazione politica e culturale di valenza internazionale anche grazie alla disponibilità di un ampio anfiteatro e di diversi locali per riunioni e convegni. Il primo di questi casi, per importanza e durata nel tempo, è quello delle comunità No Tav della Valle di Susa: un faro puntato sull’incapacità di comprenderne le ragioni e gli sviluppi dimostrata da tutte le forze istituzionali impegnate nel tentativo di stroncarlo e ben sintetizzata dall’esclamazione stupìta e stupida di Pier Luigi Bersani di fronte alla pervasività e alla durata di quella mobilitazione: “Ma è solo un treno!”. No, non è solo un treno: è una comunità di lotta per la difesa del proprio territorio dalla devastazione e dalla speculazione, ma soprattutto di costruzione e di autoaffermazione di una propria autonomia sociale, politica e culturale, che si è andata costituendo nella contrapposizione frontale all’insensata quanto compatta ostinazione di tutto l’establishment nazionale ed europeo. Poi c’è la vicenda della ex-Gkn, in lotta da cinque anni contro lo smantellamento della fabbrica e della sua forza operaia; un’esperienza che ha visto espandersi a livello locale, nazionale e internazionale la sua influenza e il suo impegno su un numero enorme di temi: produzioni alternative ed ecologiche, studenti, clima, altre fabbriche in crisi, guerre, armi, Palestina, fino all’invenzione geniale del festival della letteratura working class. L’asse portante di quegli sviluppi è una semplice domanda, rivolta a tutti i possibili alleati, che non chiede un’astratta “solidarietà”, ma offre la prospettiva concreta del mutuo sostegno nell’affrontare le difficoltà di ciascuno: “E tu, come stai?” L’approccio che vede nella costruzione di comunità aperte, fondate su fiducia, mutuo sostegno, replicabilità e adattabilità delle pratiche a contesti differenti apre la strada a una duplice prospettiva: la pratica dell’obiettivo con la creazione di aggregati politico-sociali forti, capaci di imporsi o di non soccombere nel conflitto che li contrappone alle rispettive controparti e lo sviluppo, combinando conflittualità e partecipazione, di una consapevolezza diffusa dell’interconnessione di tutti i problemi più importanti che la specie umana – e soprattutto la parte di essa che subisce le decisioni dei pochissimi “padroni del mondo” – si trova a dover affrontare. Con una risposta “dal basso”, adeguata sia in termini di mitigazione che di adattamento, al collasso climatico e ambientale e con il ripudio generalizzato della guerra e del ricorso alle armi: non solo nella risoluzione delle vertenze internazionali tra Stati, ma innanzitutto nella gestione della più grande questione sociale dei decenni a venire: abbandonare la vana, dispendiosa e crudele guerra ai migranti. Con l’accoglienza, il riconoscimento e la valorizzazione delle decine di migliaia, oggi, e dei milioni, domani, delle “persone”, ciascuna con la propria storia, la propria cultura, i propri bisogni, che sono alla ricerca di contesti che solo una comunità aperta può offrire. Una comunità dove potersi costruire una vita diversa, ma anche dove trovare condizioni per poter fare volontariamente  ritorno – dove ancora è possibile, e in molte regioni lo è – nelle loro terre di origine per lavorare al loro risanamento materiale e sociale; con la libertà di movimento, i mezzi materiali e tecnici e soprattutto il “mutuo appoggio” delle comunità ospiti. Dunque, comunità e comunità di comunità, sia come pratica dell’obiettivo che come “visione” di un orizzonte comune da perseguire insieme.       Guido Viale
August 17, 2026
Pressenza