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Il caso del Villaggio delle rose: appello per un progetto di abitare comunitario
Effimera condivide e sottoscrive l'appello contro lo sgombero del Villaggio delle Rose, realtà urbana presente da oltre 25 anni nel contesto metropolitano milanese. Mercoledì 1° luglio si terranno una serie di iniziative in sostegno. Siete tutte e tutti invitati/e in Via Chiesa Rossa 351, a Milano, a partire dalle ore 18.00.   *****   [...]
June 29, 2026
Effimera
Terra e cielo devastati. E noi in mezzo
Il clima è praticamente scomparso dalle agende dei governi, dei media, delle istituzioni internazionali e in gran parte anche delle nostre comunità di lotta. Lo hanno soffocato le guerre in corso che, insieme alla produzione di armi – che ormai, con l’uso doppio (il dual use), coinvolge l’intero sistema produttivo del pianeta – sono il fattore che contribuisce di più ad alimentare la catastrofe climatica che stiamo vivendo. La guerra è devastazione della Terra, del cielo e di chi ci vive sopra e sotto. Guerra e salvaguardia del clima sono incompatibili. Scegliere – sostenere in qualsiasi forma – la prima significa condannare l’altra. E viceversa. Per questo l’alternativa alla guerra non è la pace, l’assenza di guerre, ma la lotta per la salvaguardia del pianeta. D’altronde il clima, anche se ne rappresenta il fattore più urgente, non è che una metafora di un processo più generale di degrado che accomuna in un unico destino le condizioni materiali del nostro pianeta e la convivenza tra gli umani messa in forse dalle diseguaglianze e dalla violenza diffusa che la stanno minando alla radice. Era – e rimane – questo il messaggio fondamentale dell’enciclica Laudato sì di papa Francesco, che Leone XIV non ha saputo o voluto approfondire o sviluppare nell’enciclica Magnifica Humanitas: la consonanza tra il “grido della Terra” offesa dalle forme assunte dallo sviluppo economico e tecnologico del nostro tempo e la crescente insostenibilità delle condizioni degli umili, degli sfruttati e degli oppressi. Una consonanza che sgorga dall’interdipendenza, diretta o indiretta, tra tutto ciò che è vita e tra gli esseri umani e la Terra, “il creato”. In essa Francesco aveva individuato la regola di una reciprocità – ripagare la Terra per ciò che essa ci dona perché anche tutti gli esseri che la abitano possano vivere meglio tra di loro – che dovrebbe presiedere tanto ai rapporti tra le comunità umane quanto a quelli che ciascuno intrattiene con il “proprio” territorio: il contesto fisico di una comunità aperta, effettiva o potenziale, entro cui realizzarsi. Troppo poco si è fatto finora per tradurre in misure pratiche quelle regole dettate dall’interdipendenza di tutte le forme di vita; regole che definiscono una “visione” del mondo e del suo divenire che potrebbero costituire l’orizzonte entro cui cercare la ricomposizione – la convergenza? – dell’agire di tutti o di gran parte di coloro che lavorano al superamento dello stato di cose presente. Viviamo un’epoca di cambiamenti rapidi e sempre meno controllati e controllabili. La crisi climatica e ambientale di cui in tanti ci stiamo dimenticando, insieme alle ripercussioni di guerre vicine e lontane, moltiplicheranno purtroppo le emergenze a cui si dovrà fare fronte: con salvataggi, sgomberi, ospitalità, ricostruzioni, opere e attività di prevenzione. Sono circostanze che sollecitano al massimo la solidarietà, il mutuo appoggio, la costituzione di embrioni di comunità (che rischiano però la dissoluzione quando l’emergenza si attenua), ma anche la tendenza a delegare quei compiti ai governi nazionali o locali o ad altre istituzioni che tendono a emarginare la partecipazione come un’indebita interferenza. Prepararsi per tempo ad affrontare le emergenze, climatiche o di altro genere, e offrire una prospettiva per consolidare le relazioni che si creano in esse, può fare la differenza. Anche per questo è così importante affrontare in modo radicale la “normalità” di tutti i giorni. Abbiamo bisogno di un orientamento generale comune che ci guidi in ogni singola scelta: sia nella molteplicità dei comportamenti quotidiani che in tutte le iniziative di ordine sociale o politico che intraprendiamo per cercare di trasformare in meglio la realtà in cui siamo immersi. Di ognuna di quelle scelte – soprattutto quando sono in gioco questioni al centro delle politiche sociali, come lavoro, salute, istruzione, servizi, consumi, mobilità, cultura e simili – dovremmo sempre chiederci: ci avvicina o ci allontana dalla salvaguardia del pianeta? E di quanto in più o in meno delle altre alternative che sono alla nostra portata? E’ un esercizio che bisognerebbe imparare a svolgere quasi quotidianamente: ovviamente, tanto meglio quanto più attraverso un confronto o una discussione collettiva con chi condivide gli stessi obiettivi di fondo, ma anche, e forse soprattutto, con chi ne contesta rilevanza o urgenza, ma è comunque disponibile a un confronto. Instaura con chi ci sta vicino un rapporto di reciprocità che può essere il primo passo nella costruzione di una vera comunità: la cosa di cui abbiamo massimamente bisogno tutti. Non è cosa facile, sopraffatti come siamo dalle incombenze della vita quotidiana, dagli attacchi alle condizioni di vita, dalle urgenze imposte dal proliferare di guerre, violenza, razzismo, ipocrisia e cinismo. Lo sforzo per sviscerare sia il danno ambientale comportato da ognuna delle nostre scelte, attività o abitudini che le possibilità effettive di evitarlo che abbiamo a disposizione è ancora maggiore quando sono in campo questioni vitali come la difesa dei posti di lavoro in settori – e sono tantissimi – che producono danni ai lavoratori coinvolti, al territorio e alle comunità che ne subiscono gli impatti diretti, ma anche alla generalità dei consumatori, degli utenti o dei destinatari di ciò che si produce. Un dilemma che diventa evidente nel caso della produzione di armi che, come si è detto, non risparmia quasi più alcun settore industriale. E’ evidente che non si può rivendicare la chiusura di certe produzioni senza che i lavoratori interessati ne siano coinvolti mettendo in campo proposte alternative di produzione, o di impiego, o di supporto del reddito; anche quando – ed è il caso più frequente nelle vertenze di questo tipo – la possibilità di tenere in vita le produzioni in questione è scarsa o nulla. Ma la soluzione di queste vertenze è troppo spesso delegata a finte trattative tra governo e parti sociali (leggi padroni e sindacati) che hanno il solo scopo di perdere tempo per allentare la tensione sociale. Le maestranze della ex Gkn di Firenze, in lotta da cinque anni contro lo smantellamento del loro stabilimento hanno tenuto in vita per così tanto tempo le loro iniziative non solo grazie al coinvolgimento di tante comunità e alla costruzione di nuove e sempre più ampie reti di solidarietà, ma soprattutto – e le cose sono legate – grazie alla messa a punto di un progetto di conversione della loro fabbrica a produzioni alternative ecocompatibili e di socializzazione della sua gestione. Come nella lotta trentennale delle genti della Val di Susa il processo e le sue realizzazioni sono già un grande risultato e un insegnamento per tutti.       Guido Viale
June 18, 2026
Pressenza
Costruire arche ai piedi delle Alpi
-------------------------------------------------------------------------------- «Il presente è percepibile solo in superficie È lavorato in profondità da solchi sotterranei, da invisibili correnti sotto un terreno apparentemente fermo e solido…» (Edgar Morin, «La via») A volte per ritrovare i sogni di imprese tremendamente difficili o il senso di quello che pazientemente facciamo creando oggi i mondi differenti che vorremmo vivere basta mettere lo zaino in spalla. “Transizioni fest”, quest’anno dedicato al tema della convivialità, è nato tra i boschi della Brianza da un’idea della cooperativa Liberi sogni, ma è stato presto condiviso con tanti altri e per il 2026 ha fatto tappa in Val Cavallina, ospite della cooperativa L’innesto: qui, a piedi delle Alpi, 200 persone diverse per età, passioni, saperi, provenienza (12 regioni) si sono incontrate dal 30 maggio al 2 giugno. Chi ha partecipato sapeva bene che non sarebbero bastate le parole per comporre i disegni collettivi in grado di mostrare ciò che spesso nella vita di ogni giorno ci sfugge: per questo tutti hanno contribuito in diversi modi a realizzare questo atipico festival. Qualcuno, ad esempio, ha caricato su un furgone frutta e verdura di agricoltura contadina per i pasti del festival, malgrado non potesse fermarsi per ragioni familiari. I. è un cuoco e ha chiamato invece da Firenze: da ragazzo aveva vissuto un campo in natura con Liberi sogni di cui ha sempre conservato un ricordo meraviglioso e per contraccambiare oggi si è reso disponibile in cucina. A. invece è un ragazzo che ha attraversato un periodo difficile, rinchiudendosi in casa: ha accettato di dare una mano prima nei progetti di agricoltura sociale e ora al festival per le tante questioni logistiche a cui far fronte. Già, la logistica e l’accoglienza: punto di riferimento fondamentale per tutti e tutte è stata Nicole, vent’anni ma lucidità e cordialità a palate. Naturalmente tutti i partecipanti sono stati coinvolti a dare una mano: dalle pulizie al lavaggio dei piatti passando per il montaggio e lo smontaggio delle tende. Dopo gli incontri e i laboratori, puntuale rimbalzava una voce dalla cucina: “Qualcuno può dare una mano ad apparecchiare?”. Per far emergere uno spirito comunitario sono stati importanti i pasti condivisi sotto un’accogliente tettoia, ma anche i giochi di gruppo della prima serata. Già nel pomeriggio, il giocare ha mostrato tutto il suo potente collante sociale capace di abbattere barriere di qualsiasi tipo tra i più grandi, quando la cooperativa L’Innesto ha presentato il Pirlì, antica trottola in legno di origine medievale, di fatto il progenitore comunitario del flipper, di cui si trovano versioni simili nei Paesi bassi come nel bergamasco. Le giornate hanno intrecciato in modo splendido discussioni e laboratori su temi diversi (immaginazione e narrazione, comunità, democrazia, tecnologie e pratiche conviviali, abitare condiviso, intelligenza collettiva e cambiamenti climatici…), con tanti ospiti (che hanno saputo mettersi in cerchio), ma anche uno spettacolo Rosmarino, per la rimembranza, ti prego amore, ricorda di e con Candelaria Romero, attrice e scrittrice argentina (vissuta in esilio in Bolivia e in Svezia). Difficile raccontare tutta la ricchezza condivisa. Costruire arche per le comunità zapatiste significa creare spazi di autonomia e reti di resistenza comunitaria per proteggersi dalla crescente violenza delle crisi che sono inevitabilmente locali e globali. Ecco, Transizioni fest è stato prima di tutto un grande cantiere messo su per costruire arche e per essere più consapevoli che in realtà tanti e tante ovunque sono già un cantiere sociale di questo tipo. Che inevitabilmente è spesso alle prese con l’impatto devastante di norme che definiscono l’abitare, l’educazione, la salute, la socialità e soffocano il coraggio di tanti gruppi: anche per questo un laboratorio di grande interesse è stato dedicato alla critica al sistema normativo e alle possibili forme di resistenza e liberazione dal basso. Per la redazione di Comune, la presentazione del libro Gridare, fare, pensare mondi nuovi (Eleuthera), che raccoglie testi di Marco Calabria, è stato uno scambio di rara intensità con oltre cinquanta persone. Si è discusso di come fare mondi nuovi significa non delegare ma cominciare dal qui e ora, di quanto qualsiasi processo di cambiamento profondo sia necessariamente limitato e contraddittorio ma non per questo futile, dell’importanza di partire dalla vita di ogni giorno delle persone comuni senza rincorrere modelli eroici e spesso macisti del cambiamento. Si è ragionato insieme anche del non-fare per imparare a prendere sul serio le proprie vulnerabilità e a proteggersi a vicenda. E di come la costruzione di mondi nuovi e multipli passi per la ricomposizioni delle relazioni sociali e della fiducia. “Per Ernesto De Martino il mondo è prima di tutto un contesto affidabile, cioè fatto di fiducia tra le persone – ha detto Stefania Consigliere durante la presentazione del libro – Il problema oggi è che siamo costretti a fare molta fatica ogni mattina a costruire il mondo… In un mondo di fiducia, ad esempio, nessuno muore da solo. Ma sappiamo anche che la fiducia non basta, servono la giustizia e la nostra capacità di non delegare ad altri, neanche a macchine o a ideologie. Ci può aiutare una domanda: e se ipotizzassimo che il mondo è costruito sulla collaborazione?“. Probabilmente la creazione di relazioni di fiducia oggi ha a che fare con il bisogno di imparare ad ascoltare e con un’idea del tempo diversa da quella dell’orologio capitalista di cui ha parlato Claudio Orrù, che ha dedicato molte attenzioni al pensiero di Ivan Illich e all’Università della terra nata in Chiapas da due amici e collaboratori di Illich come Gustavo Esteva e Sergio Beltràn. «Nella lingua tojolabal, parlata da alcune comunità indigene zapatiste – ha detto Claudio – non esiste quello che noi traduciamo come “io parlo”, ma esistono verbi che implicano sempre sia l’azione di chi parla sia quella di chi ascolta, ci sono dunque sempre due soggetti agenti, sia l’io che il tu, e non un soggetto e un oggetto». Pensare alla costruzione delle arche, per le comunità zapatiste significa favorire cambiamenti profondi e complessi che hanno bisogno di “120 anni”. Insomma, è urgente uno sguardo diverso che punti al tempo lungo. La tormenta in corso sarà lunga e difficile, come dimostra il tempo di guerra che viviamo. Un orizzonte di senso, ha aggiunto Daniele, No tav accolto più volte in Rojava, resta il “facciamo quello che diciamo” abbracciato del movimento di liberazione curdo. Si tratta anche di non cadere nella frustrazione perché costretti a misurare i processi di cambiamento con le griglie dei bilanci aziendali o con quelli dei bandi pubblici. «Non dobbiamo mai dimenticare che costruiamo cornici altre – ha detto Matteo di Liberi sogni – Non siamo chiamati a prevedere tutto, ma a creare fiducia, collaborazione e liberare liberandoci. Perfino a fare nostra una certa disciplina intesa come fatica di attenzione all’altro e ai tempi lunghi». Dopo numerosi interventi, la presentazione di questo libro dedicato alla capacità di immaginare, riconoscere e creare mondi nuovi si è conclusa prima con le parole e con l’emozione di Licia – «Incontri come questo ti fanno sentire parte di una collettività diffusa, anche se, come nel mio caso, sono alla prese con il mondo della scuola e con la vita di un paese dove è facile sentirsi soli…» -, poi con la lettura di un verso di una poesia di Marco Calabria: «Siate incapaci di accettare la realtà! Vi prego». L’arca dei sogni liberi che rifiuta le logiche di guerra prende forma ai piedi delle Alpi, qualcuno ha già voglia di progettare l’edizione 2027. Come la Flotilla, quell’arca ha iniziato a consegnare ovunque senso e aiuti. Un momento della presentazione di Gridare, fare, pensare mondi nuovi (Eleuthera) con Gianluca Carmosino, Stefania Consigliere e Claudio Orrù Si chiama Valle delle sorgenti, il “Centro di conoscenza e fruizione della biodiversità della Val Cavallina” che ha ospitato Transizioni fest 2026 Ad accogliere i partecipanti del Transizioni fest, in un panorama naturalistico meraviglioso, la prima sera è arrivata anche la luna. La terza sera invece è stato un temporale a portare il suo saluto Alla storia di un gioco comunitario come il Pirlì, la cooperativa L’Innesto ha dedicato una ricerca promossa con l’Associazione Giochi Antichi e l’Università di Bergamo: Il Pirlì c’era una volta e c’è ancora Fare colazione, pranzare e cenare insieme: difficile trovare un modo migliore per costruire relazioni di fiducia tra persone che non si conoscono Uno dei laboratori promosso lunedì 1 giugno sul tema delle energie Anche i bambini e le bambine hanno voluto dare una mano all’autogestione del piccolo grande festival dedicato alla convivialità Un momento dell’incontro Immaginario e libertà che ha aperto il Transizioni fest -------------------------------------------------------------------------------- Il comitato promotore di Transizioni fest 2026: -------------------------------------------------------------------------------- . . . . . . . . . . . -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Costruire arche ai piedi delle Alpi proviene da Comune-info.
June 2, 2026
Comune-info
Società del lavoro o società della cura?
I termini delle lingue europee che traducono la parola lavoro sono tradizionalmente legati a concetti come fatica (labour), tortura (travail), servitù (arbeit e rabota, da cui robot, lavoro meccanico per eccellenza, e forse anche work): per tutti una condanna esistenziale di sapore biblico (“Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”) contrapposta alla condizione (otium: tranquillità per perseguire il proprio perfezionamento) di chi dal lavoro era esentato; la sua negazione (negotium: affari, economici, politici, religiosi, culturali) non precipitava il soggetto nel mondo del lavoro, ma rappresentava solo una temporanea e parziale variante di un’esistenza privilegiata decretata “dalla natura”. Con la rivoluzione industriale e l’assetto sociale a cui aveva dato origine, la rappresentazione che i suoi primi teorici ne diedero con l’economia politica ha trasformato il lavoro in mero “fattore della produzione” accanto al capitale e alla terra, a cui corrispondevano le tre classi fondamentali della società: lavoratori, capitalisti e proprietari terrieri e le tre forme di reddito in cui si ripartiva la produzione della nazione (grosso modo, quello che noi oggi chiamiamo PIL): salari, profitti e rendite. Ne è nato un equivoco che ci trasciniamo fino ai giorni nostri: con il termine lavoro, prima il linguaggio economico, poi quello sindacale e quello politico hanno preso a indicare indifferentemente sia il fattore della produzione che i lavoratori come classe, gruppo o categoria sociale. Espressioni come “le lotte del lavoro” o “la partecipazione del lavoro” a qualcosa sono diventate correnti. Ma il lavoro è per il capitale solo una “risorsa” da spingere al massimo rendimento, mentre i lavoratori sono “persone” immerse in una rete di relazioni che non può e non deve essere ridotta al loro contributo alla produzione. Il lavoro come fattore della produzione capitalistica è intercambiabile (se una “risorsa” non funziona, se ne trova un’altra), astratto (nessuna relazione con quel che produce, anche se fa danno a chi lavora, al territorio, a chi userà quel prodotto, alla Terra tutta), subordinato (anche quando si presenta come “lavoro autonomo”), competitivo (spinge ad asservirsi non solo per “andare avanti”, ma anche per non essere scartato). La vita del lavoratore inteso come persona è invece fatta di relazioni basate, quando scelte volontariamente (e non solo nelle coalizioni tra lavoratori in lotta) sulla reciprocità, che è la base di ogni comunità; sul mutuo appoggio non solo tra persone, ma anche con il territorio, il vivente, la Terra. Tra le due cose – risorsa produttiva e persona – c’è una contraddizione irriducibile. Quell’equivoco – approdato nell’art. 1 della nostra Costituzione: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” – ha trovato la sua prima legittimazione nella dottrina sociale della chiesa cattolica, che ha “santificato” la condanna biblica al lavoro attribuendogli una dignità (a prescindere da ciò a cui mette capo, cioè produce, che sia cibo, salute, inquinamento o armi) che spetta invece solo ai lavoratori, ai loro sforzi per tenere in vita se stessi e le loro famiglie e alle coalizioni e alle lotte sviluppate nel corso del tempo per emanciparsi dagli aspetti più brutali della loro condizione. Anche la recente enciclica di papa Leone XIV, riprendendo considerazioni consolidate nella dottrina cattolica, finisce per riprodurre quell’equivoco: “In esso – cioè nel lavoro, che Leone considera “un bene fondamentale per la persona” – l’essere umano mette in gioco la propria libertà, la propria creatività e la capacità di cooperare, contribuendo all’elevazione culturale e morale della società” (MH, 37). Ora, quanti lavoratori, non solo tra quelli ancora inchiodati a una catena di montaggio o al computer di un call-center, ma anche tra quelli dediti a lavori cosiddetti “creativi”, come per esempio un pubblicitario – che cerca di far comprare a uno sconosciuto un prodotto di cui sa benissimo che non ha alcun bisogno – possono riconoscersi in quella rappresentazione del loro lavoro? Il lavoro è una galassia che va scomposta. La prima distinzione, propria dell’economia classica (e su cui si sono affaticati migliaia di teorici marxisti) è quella tra lavoro produttivo (di plusvalore, di profitto, ma anche di salario) e lavoro improduttivo (che non produce plusvalore, ma consuma salario: è quello del personale al servizio dei ricchi e quello del pubblico impiego). Oggi distinguerli (individuare da dove nasce il valore aggiunto) è sempre più difficile e inutile. La seconda distinzione è tra lavoro retribuito (quello del breadwinner, il “capofamiglia”) e lavoro riproduttivo (il lavoro domestico, affidato alle donne, non retribuito e non considerato nel calcolo economico della produzione nazionale). A parte l’orrore del termine “lavoro riproduttivo” che abbina un’attività di cura con un’elevata componente affettiva a una condizione che in molti casi sconfina nello schiavismo, la sua problematicità deriva dal fatto che in vari modi si è cercato di promuovere l’emancipazione di coloro che lo svolgono portandolo entro il perimetro del lavoro retribuito. L’obiettivo del salario al lavoro domestico e il movimento che lo sosteneva sono stati la principale manifestazione di questo approccio. Ma così non si propone la liberazione delle donne dalla schiavitù del “lavoro domestico”; se ne sancisce la perpetuazione, pur riconoscendo e retribuendo il suo contributo al funzionamento e al benessere della società che le sfrutta. Il termine “lavoro riproduttivo” finisce poi per ricondurre entro confini “domestici” anche una serie di attività di cura, in gran parte affidate alla componente femminile di ogni società, che sono fondamentali nel creare relazioni di reciprocità, di mutuo appoggio, e con ciò stesso comunità: una serie molto ampia di attività poco studiate e di difficile individuazione che sono il collante della vita associata. Un esempio: diversi processi migratori concentrati in zone ristrette di emigrazione prevalentemente femminile (come quella delle badanti, costrette ad abbandonare la propria famiglia per andare a occuparsi di quelle di altri) hanno mostrato che senza quelle donne quel poco o tanto di comunità preesistente si disgrega: gli uomini, spesso disoccupati e mantenuti dalle rimesse delle mogli, non sono in grado di tenerla in vita. Ma al di là della ripartizione di genere del lavoro retribuito e delle attività non retribuite e non riconosciute, occorre prendere atto del fatto che in molti lavori retribuiti (non tutti), dal medico al netturbino, dall’insegnante all’agricoltore, ecc., c’è una componente di cura, effettiva o potenziale, che è inclusa nel mansionario e che può venir potenziata, trascurata o ignorata per iniziativa o decisione del lavoratore o della lavoratrice, ma che rientra a pieno titolo tra quelle che concorrono o possono concorrere alla riproduzione, al miglioramento o al peggioramento della convivenza sia con la comunità, che con il territorio e il vivente tutto. Un obiettivo da perseguire può essere allora quello di potenziare e allargare questa componente – ed è un’impresa collettiva, che non può essere abbandonata alla pur indispensabile discrezione individuale – a scapito di quella su cui viene misurata in genere la produttività del lavoro. Invece di ampliare l’area del “lavoro produttivo”, facendovi rientrare in tutto o in parte il lavoro domestico, forse è meglio cercare di ampliare l’area delle attività di cura, lasciando ad altri strumenti, come il reddito di base, il compito di garantire l’indipendenza economica della persona. E’ chiaro, per venire al nostro tema, che le attività di cura sono la base della costruzione di comunità fondate sulla reciprocità e sul mutuo appoggio e che queste sono l’ingrediente indispensabile di una democrazia sostanziale, fondata sulla partecipazione e aperta al conflitto. Mentre la democrazia rappresentativa – che non è necessariamente alternativa, e può essere complementare, a una strutturazione della società su basi comunitarie e convivere con essa – non richiede un tale supporto; può rappresentare i lavoro, qualsiasi cosa si intenda con questo termine, anche nelle forme subordinate in cui si presenta oggi quasi ovunque, anche e soprattutto quando la rappresentanza si allontana sempre più dalle istanze dei rappresentati. Nell’affrontare problemi e obiettivi di questa portata, che hanno sempre al centro il modo in cui conflitto e partecipazione si integrano e bilanciano tra loro, si incontrano quasi sempre due approcci, non sempre complementari; un modello statutario e un modello processuale. Il primo fissa in termini generali i principi e le regole del modello di società, o di qualche sua componente, che si persegue e promuove la partecipazione “per adesione” ad esso. Il secondo affida al conflitto, sempre caotico e refrattario a uno sviluppo lineare, sia la promozione del coinvolgimento di sempre nuovi partecipanti che la progressiva precisazione o l’ampliamento dei suoi obiettivi. L’uno non esclude l’altro, ma occorre evitare che un accento eccessivo o esclusivo sulle regole finisca per allontanare o escludere da un loro coinvolgimento le componenti più marginali dei suoi potenziali protagonisti. Tratto dalla relazione presentata all’incontro “Democrazia della cura e cura della democrazia” del 24 maggio 2026 alla quinta Festa dell’economia solidale, SOLIDALIA 2026 Guido Viale
June 2, 2026
Pressenza
CURAMI – PRIMA DI TUTTO LA SALUTE: “CASE DI COMUNITÀ, UN MODELLO POSSIBILE DI INTEGRAZIONE SANITARIA?”
Raisa Labaran, delegata alla sanità del Comune di Brescia e Silvia Chiari, vicepresidente dell’ordine degli infermieri di Brescia sono le due ospiti della puntata odierna di Curami. Il titolo della puntata di oggi è “Case di comunità, un modello possibile di integrazione sanitaria?” Conduce la puntata Antonino Cimino. “Curami. Prima di tutto la salute” è una trasmissione in onda il sabato mattina dalle 12.00 alle 12.30, di Donatella Albini, medica del centro studi e informazione sulla medicina di genere, già delegata alla sanità del Comune di Brescia, e di Antonino Cimino, medico e referente di Medicina Democratica – Movimento di lotta per la salute – di Brescia. La trasmissione viene replicata il mercoledì alle ore 12.30. La puntata di sabato 30 maggio. Ascolta o scarica
May 30, 2026
Radio Onda d`Urto
Incontrarsi e ascoltarsi sono già atti di ribellione
-------------------------------------------------------------------------------- I margini sono da sempre al tempo stesso luoghi di repressione ma anche spazi di creazione di possibilità. Per bell hooks il margine è “un luogo capace di offrirci la possibilità di una prospettiva radicale da cui guardare, creare, immaginare alternative e nuovi mondi… in cui ritroviamo noi stessi e agiamo con solidarietà”. Un incontro promosso dall’8 al 10 maggio in un pezzetto di campagna di Selargius, dove si riconoscono a distanza i colli su cui è costruita Cagliari, sembra confermarlo. S’atobiu, “l’incontro” in lingua sarda, è molto di più di un piccolo festival dell’editoria indipendente che si svolge da cinque anni grazie ad Asce (Associazione sarda contro l’emarginazione). Dopo la tre giorni a Serlargius, il festival sarà a Tertenia (29, 30 maggio), nella Valle di Quirra, nota per la sua storia agro-pastorale e per essere la sede del più grande e odioso poligono sperimentale militare d’Europa. Un incontro di più giorni e in luoghi diversi, dunque, per cercare orizzonti di senso contro e oltre la guerra, ma anche contro e oltre il destino scritto per questo pezzo di terra che qualcuno vuole legato solo al turismo d’élite e alla speculazione energetica. Il cuore della prima parte di S’atobiu è stata l’iniziativa di domenica, la giornata cominciata con il mercato contadino. Difficile trovare in giro una tavola rotonda che in un paio di ore (in cui sono intervenuti Claudio Orrù, Filippo Taglieri di Nodo solidale, Simona Deidda e Marta Saba di Rete Kurdistan) sappia raccontare meglio e approfondire pochi ma assai significativi elementi di due luci contro l’oscurità del mondo: lo zapatismo e il confederalismo democratico. Dai luoghi collettivi dei poteri decisionali, passando per la ribellione delle donne, sono numerose le risonanze che legano due angoli “marginali” del mondo, il Chiapas e il Rojava. “Dopo l’arresto di Ocalan, si è rafforzata la critica allo Stato-nazione che riproduce capitalismo, patriarcato e gerarchie – dice Simona – Per questo l’obiettivo nelle comunità curde da tempo non è più prendere il potere ma trasformare la società”. Il legame con le comunità indigene zapatiste è evidente. Nel pomeriggio, la ricchezza emersa nella tavola rotonda ha accompagnato un world caffè, un modo di confrontarsi ispirato alla conversazioni informali in piccoli gruppi, organizzati attorno a tavoli tematici con un facilitatore, per far emergere idee e proposte, che in questo caso hanno riguardato i territori abitati dall’associazione Asce. L’idea non è stata di avere modelli da replicare con un paio di clic in Sardegna o in altri angoli del mondo, ma di riconoscere e ispirarsi alla straordinaria capacità di autorganizzarsi e ripensarsi continuamente di due complesse esperienze. Insomma, si tratta di pensarle come anticipazioni di mondi nuovi, come spinte contro e oltre, come sogni e ribellioni. Gli aspetti interessanti di questa giornata sono stati almeno due. Il primo: il world caffè sperimentato per la prima volta da Asce, è riuscito a favorire la partecipazione di chi nel grande gruppo prende meno facilmente parola, ma è anche stato in grado di individuare alcune scelte ecologiche e sociali già abbracciate da allargare (mercato contadino, gruppi di acquisto solidale, orto condiviso, microcredito e preacquisti di solidarietà internazionale come per il Caffè Tatawelo) e altre tutte da inventare (comunità energetiche, progetti collettivi per la riduzione dei rifiuti alla fonte, rimboschimenti, microcredito locale, esperienze di raccolta e smistamento di abiti su esempio del Guardaroba popolare di Cagliari, autocostruzioni di bioedilizia legata al sughero, all’argilla, alla lana… ma anche momenti di confronto su tanti temi, sulle parole, sulla memoria…) per cambiare in profondità le relazioni sociali. Il secondo aspetto interessante riguarda invece ciò che si può migliorare: un’assemblea diventa brillante non tanto per i tecnicismi di qualche metodologia, hanno detto alcuni dei partecipanti, ma perché le persone, poco a poco, accettano di dover imparare prima di tutto ad ascoltare. Ci sono stati altri momenti nei quali la spinta a riconoscere e creare mondi nuovi ha preso forma durante la tre giorni: i pasti condivisi. Pranzi e cene per circa un centinaio di persone hanno visto alcuni alle prese con i fornelli e altri trasformare velocemente i luoghi di discussione in lunghe tavolate, in modo che tutti potessero prendere piatti ricchi di cibo buono e stoviglie. Ovunque le mense autogestite (e senza plastica) sono occasioni per fare comunità in modo conviviale, per arricchire e favorire lo scambio almeno quanto un seminario o un world caffè. Di certo, il tema di come rafforzare l’autonomia in basso risuonerà molto nei prossimi mesi in tutte le diverse iniziative di una tenace associazione come Asce, che quarant’anni è nata grazie ad alcune iniziative promosse con la comunità rom e con i curdi, e che oggi si interroga su come contribuire a creare mondi nuovi e sulle sue difficoltà interne. Il tema dell’autonomia in basso è rimbalzato molto anche nella presentazione del libro Gridare, fare, pensare mondi nuovi (Eleuthera), occasione per ragionare di ribellarsi facendo, inclusi modi meno eroici (come suggerisce in qualche modo Johanna Hedva in La teoria della donna malata), mentre altre presentazioni hanno permesso di parlare di confini, di migrazioni e soprattutto di Palestina. “Per noi che ci occupiamo da molto tempo di migrazioni – ha detto Marco Memeo -, la conversazione con Carolina Meloni su esilio, memoria e migrazioni, raccolta in Gridare, fare, pensare mondi nuovi, dedicata all’idea che si possa appartenere a più terre e non sentirsi estranei in nessun luogo apre orizzonti nuovi”. Durante la presentazione del libro, Sara ha posto una di quelle domande che accompagnano in questo momento storico fatto di molti orrori tanti e tante: “Come possiamo trasformare la spinta individuale a desiderare e a costruire mondi diversi in una spinta collettiva?”. Forse accogliere insieme quella domanda, rafforzarla, è più importante della risposta. -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Incontrarsi e ascoltarsi sono già atti di ribellione proviene da Comune-info.
May 12, 2026
Comune-info