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Incontrarsi e ascoltarsi sono già atti di ribellione
-------------------------------------------------------------------------------- I margini sono da sempre al tempo stesso luoghi di repressione ma anche spazi di creazione di possibilità. Per bell hooks il margine è “un luogo capace di offrirci la possibilità di una prospettiva radicale da cui guardare, creare, immaginare alternative e nuovi mondi… in cui ritroviamo noi stessi e agiamo con solidarietà”. Un incontro promosso dall’8 al 10 maggio in un pezzetto di campagna di Selargius, dove si riconoscono a distanza i colli su cui è costruita Cagliari, sembra confermarlo. S’atobiu, “l’incontro” in lingua sarda, è molto di più di un piccolo festival dell’editoria indipendente che si svolge da cinque anni grazie ad Asce (Associazione sarda contro l’emarginazione). Dopo la tre giorni a Serlargius, il festival sarà a Tertenia (29, 30 maggio), nella Valle di Quirra, nota per la sua storia agro-pastorale e per essere la sede del più grande e odioso poligono sperimentale militare d’Europa. Un incontro di più giorni e in luoghi diversi, dunque, per cercare orizzonti di senso contro e oltre la guerra, ma anche contro e oltre il destino scritto per questo pezzo di terra che qualcuno vuole legato solo al turismo d’élite e alla speculazione energetica. Il cuore della prima parte di S’atobiu è stata l’iniziativa di domenica, la giornata cominciata con il mercato contadino. Difficile trovare in giro una tavola rotonda che in un paio di ore (in cui sono intervenuti Claudio Orrù, Filippo Taglieri di Nodo solidale, Simona Deidda e Marta Saba di Rete Kurdistan) sappia raccontare meglio e approfondire pochi ma assai significativi elementi di due luci contro l’oscurità del mondo: lo zapatismo e il confederalismo democratico. Dai luoghi collettivi dei poteri decisionali, passando per la ribellione delle donne, sono numerose le risonanze che legano due angoli “marginali” del mondo, il Chiapas e il Rojava. “Dopo l’arresto di Ocalan, si è rafforzata la critica allo Stato-nazione che riproduce capitalismo, patriarcato e gerarchie – dice Simona – Per questo l’obiettivo nelle comunità curde da tempo non è più prendere il potere ma trasformare la società”. Il legame con le comunità indigene zapatiste è evidente. Nel pomeriggio, la ricchezza emersa nella tavola rotonda ha accompagnato un world caffè, un modo di confrontarsi ispirato alla conversazioni informali in piccoli gruppi, organizzati attorno a tavoli tematici con un facilitatore, per far emergere idee e proposte, che in questo caso hanno riguardato i territori abitati dall’associazione Asce. L’idea non è stata di avere modelli da replicare con un paio di clic in Sardegna o in altri angoli del mondo, ma di riconoscere e ispirarsi alla straordinaria capacità di autorganizzarsi e ripensarsi continuamente di due complesse esperienze. Insomma, si tratta di pensarle come anticipazioni di mondi nuovi, come spinte contro e oltre, come sogni e ribellioni. Gli aspetti interessanti di questa giornata sono stati almeno due. Il primo: il world caffè sperimentato per la prima volta da Asce, è riuscito a favorire la partecipazione di chi nel grande gruppo prende meno facilmente parola, ma è anche stato in grado di individuare alcune scelte ecologiche e sociali già abbracciate da allargare (mercato contadino, gruppi di acquisto solidale, orto condiviso, microcredito e preacquisti di solidarietà internazionale come per il Caffè Tatawelo) e altre tutte da inventare (comunità energetiche, progetti collettivi per la riduzione dei rifiuti alla fonte, rimboschimenti, microcredito locale, esperienze di raccolta e smistamento di abiti su esempio del Guardaroba popolare di Cagliari, autocostruzioni di bioedilizia legata al sughero, all’argilla, alla lana… ma anche momenti di confronto su tanti temi, sulle parole, sulla memoria…) per cambiare in profondità le relazioni sociali. Il secondo aspetto interessante riguarda invece ciò che si può migliorare: un’assemblea diventa brillante non tanto per i tecnicismi di qualche metodologia, hanno detto alcuni dei partecipanti, ma perché le persone, poco a poco, accettano di dover imparare prima di tutto ad ascoltare. Ci sono stati altri momenti nei quali la spinta a riconoscere e creare mondi nuovi ha preso forma durante la tre giorni: i pasti condivisi. Pranzi e cene per circa un centinaio di persone hanno visto alcuni alle prese con i fornelli e altri trasformare velocemente i luoghi di discussione in lunghe tavolate, in modo che tutti potessero prendere piatti ricchi di cibo buono e stoviglie. Ovunque le mense autogestite (e senza plastica) sono occasioni per fare comunità in modo conviviale, per arricchire e favorire lo scambio almeno quanto un seminario o un world caffè. Di certo, il tema di come rafforzare l’autonomia in basso risuonerà molto nei prossimi mesi in tutte le diverse iniziative di una tenace associazione come Asce, che quarant’anni è nata grazie ad alcune iniziative promosse con la comunità rom e con i curdi, e che oggi si interroga su come contribuire a creare mondi nuovi e sulle sue difficoltà interne. Il tema dell’autonomia in basso è rimbalzato molto anche nella presentazione del libro Gridare, fare, pensare mondi nuovi (Eleuthera), occasione per ragionare di ribellarsi facendo, inclusi modi meno eroici (come suggerisce in qualche modo Johanna Hedva in La teoria della donna malata), mentre altre presentazioni hanno permesso di parlare di confini, di migrazioni e soprattutto di Palestina. “Per noi che ci occupiamo da molto tempo di migrazioni – ha detto Marco Memeo -, la conversazione con Carolina Meloni su esilio, memoria e migrazioni, raccolta in Gridare, fare, pensare mondi nuovi, dedicata all’idea che si possa appartenere a più terre e non sentirsi estranei in nessun luogo apre orizzonti nuovi”. Durante la presentazione del libro, Sara ha posto una di quelle domande che accompagnano in questo momento storico fatto di molti orrori tanti e tante: “Come possiamo trasformare la spinta individuale a desiderare e a costruire mondi diversi in una spinta collettiva?”. Forse accogliere insieme quella domanda, rafforzarla, è più importante della risposta. -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Incontrarsi e ascoltarsi sono già atti di ribellione proviene da Comune-info.
May 12, 2026
Comune-info
Uno sguardo critico sul quartiere d’Oriente. Ponticelli in Assemblea Pubblica
Ponticelli tra bellezza, conflitto e partecipazione: un’assemblea pubblica per interrogarsi sul futuro del quartiere A Ponticelli non solo papaveri e rose: mercoledì 13 maggio, dalle ore 17:30, presso il Centro Polifunzionale Ciro Colonna si incontreranno voci che ricordano drammi familiari e intimi, crimini implacabili e furti reiterati che, nello stesso luogo e senza indulgenza, spesso convivono con l’arte urbana per la pace e i diritti umani (vedi Obey street artist), con la mobilità sostenibile (il Fondo Europeo per la pista ciclabile) e con le attività educative e di sostegno psicologico che, instancabilmente, si occupano della vivibilità del quartiere. Tutto questo fare, però, sta esprimendo un’estesa macchia cieca: la difficoltà di costruire un vero spazio di bellezza e di cura in cui il gesto umano, solidale e arricchente, non sia percepito soltanto come “calato dall’alto”, messaggio, quest’ultimo, che veicolerebbe un sentimento di non appartenenza e per cui la scelta per il bene comune diventerebbe, perciò, impossibile per gli abitanti; la città finirebbe così per non essere destinata ai suoi stessi cittadini. Probabilmente, ciò che manca è il legame di conoscenza profondo e vivo tra la popolazione e l’istituzione pubblica, insieme al terzo settore dell’imprenditoria culturale indipendente. La comunità — come luogo di coscienza collettiva — rischia, quindi, ogni volta di tornare slegata da sé e animata soltanto dall’istinto di detenere il potere, diventando nuovamente un posto altamente distruttivo per chi sente di essere inascoltato e non protetto. Angelo Piro — istruttore di guida e scrittore — incontra tanti giovani di Ponticelli e, portando ad esempio la questione della pista ciclabile, parla di un “quartiere diviso a causa della pista della discordia che ha spaccato in due l’opinione pubblica. I cittadini, in corteo, reclamano un disagio per il traffico dovuto al restringimento della strada, ma anche per la difficoltà di parcheggiare l’auto, compito già arduo prima dei lavori”. Insomma, in un quartiere che ha sempre vissuto di bisogni e di urgenze, oggi sono in arrivo simboli nuovi ma ancora privi di significato. L’altro, nelle vesti istituzionali, è uno sconosciuto e diventa, perciò, estraneo e nemico: lo sono la pista ciclabile e tutte le altre buone e utili iniziative che restano, però, in questo modo soltanto cicatrici aperte, brucianti sull’impotenza di chi pensa, nel quartiere, di non avere diritto di scelta e che, addirittura, percepisce la minaccia che qualcun altro abbia già scelto al suo posto. Ecco l’invidia dell’uomo che, abbandonato nelle sue azioni, distrugge e opera una disobbedienza civile senza frutti. Come coinvolgere tutti, nessuno escluso? Il mondo sarà mai pronto alla pace e alla bellezza, alla rigenerazione del territorio, come dice Piro? Se i cittadini, come i fiori selvatici, riuscissero a crescere spontanei e liberi ma pure a restare vivi alle intemperie, forse sì: si creerebbe un sentire umano, equo e accessibile all’intera comunità. Antonella Musella
May 11, 2026
Pressenza
A Santa Marta le donne indicano la trasformazione oltre il fossile
Alla Conferenza internazionale per l’eliminazione dei combustibili fossili, in corso a Santa Marta, la transizione giusta ha preso la forma concreta delle voci delle donne. Donne indigene, afrodiscendenti, contadine, giovani attiviste, rappresentanti dei territori e dei movimenti per la giustizia ecologica e ambientale hanno riportato al centro del dibattito una questione politica essenziale: uscire dal carbone, dal petrolio e dal gas non può significare semplicemente cambiare tecnologia, sostituendo un modello estrattivo con un altro. Deve voler dire trasformare i rapporti di potere, restituire voce alle comunità e riconoscere che i territori non sono zone di sacrificio, ma luoghi di vita, memoria e futuro. Il punto di partenza del confronto è stato proprio l’allargamento del concetto di “transizione giusta”. Nato nel movimento sindacale per garantire diritti e lavoro nella riconversione energetica, oggi questo paradigma viene rivendicato dalle comunità più esposte sui territori come qualcosa di più profondo: non solo tutela occupazionale, ma giustizia climatica, di genere, diritti territoriali, autodeterminazione, cura, riparazione e democrazia energetica. Le comunità, è stato detto, non devono essere consultate a posteriori, quando i progetti sono già decisi, ma devono avere potere reale sulle scelte che riguardano energia, suolo, acqua e futuro dei territori in cui vivono. Yuvelis Morales Blanco, dell’Alianza Colombia Libre de Fracking, ha riportato il dibattito al Magdalena Medio, a Puerto Wilches, dove le comunità hanno resistito all’avanzata del fracking e hanno legato la giustizia energetica alla giustizia di genere e territoriale. La domanda posta dal territorio è semplice e radicale: perché ogni volta che arriva un progetto estrattivo i diritti sembrano diventare negoziabili? L’acqua, l’aria, la libertà delle donne, la possibilità di vivere in pace non possono essere il prezzo del cosiddetto sviluppo. In un Paese che produce petrolio, estrae carbone e gas, Santa Marta diventa così il luogo in cui affermare che un futuro post-fossile non è un’utopia astratta, ma una costruzione già in corso nelle comunità. Dal continente africano, Sabla Samuel, del Fossil Fuel Treaty, ha mostrato come questa stessa contraddizione attraversi altri territori del Sud globale. In Africa, ha ricordato, grandi compagnie straniere continuano a estrarre ricchezza ed energia mentre centinaia di milioni di persone non hanno accesso all’elettricità o a modalità sicure di cottura degli alimenti. Il modello fossile promette sviluppo, ma lascia debito, inquinamento, povertà energetica e servizi pubblici indeboliti. In questo ciclo, sono soprattutto le donne a sostenere il peso del collasso: quando lo Stato arretra, quando la sanità e l’istruzione si svuotano, il lavoro di cura gratuito e invisibile diventa l’ammortizzatore sociale di economie costruite sull’estrazione. La stessa critica attraversa la discussione sui minerali necessari alla transizione energetica. Le relatrici hanno messo in guardia dal rischio di usare la crisi climatica come nuova giustificazione per espandere miniere, infrastrutture e frontiere estrattive. La transizione non può diventare il volto verde della stessa economia coloniale, affermano. Per questo è necessario distinguere tra i minerali realmente necessari per garantire accesso universale all’energia rinnovabile e quelli destinati ad alimentare data center, militarizzazione, sovra-consumo e crescita illimitata. Riciclare, riparare, ridurre i consumi dei Paesi ricchi, costruire sistemi energetici decentrati e comunitari: qui si misura la differenza tra una riconversione giusta e un nuovo ciclo di saccheggio. La voce delle giovani generazioni ha portato nel dibattito un’altra parola: immaginazione. Xiye Bastida, del popolo Otomi-Toltec e cofondatrice della Re-Earth Initiative, ha parlato di “memorie del futuro”, cioè della capacità di immaginare e custodire visioni di un mondo diverso. Un futuro post-fossile è un fiume che torna ad avere pesci, una terra bonificata dalle miniere, una comunità che riprende il baratto, una vicina che offre la frutta del proprio albero. Non è nostalgia, ma politica: recuperare la possibilità di desiderare un mondo diverso in una generazione cresciuta spesso tra fiumi contaminati, miniere e promesse di collasso. Da questa prospettiva, il fracking è stato indicato come una falsa soluzione. Non è energia di transizione, ma ulteriore dipendenza dal gas fossile, con impatti pesanti su acqua, salute, sismicità e clima. Il messaggio emerso a Santa Marta è netto: carbone, petrolio e gas devono essere affrontati insieme, senza scorciatoie che rimandino l’uscita dal fossile o ne cambino soltanto il linguaggio. Le voci indigene hanno dato al confronto una profondità spirituale e politica. Casey Camp Hornick, della Ponca Nation, negli Stati Uniti, ha ricordato che i popoli indigeni non si presentano a questi tavoli come semplici parti interessate, ma come titolari di diritti. La Ponca Nation ha sostenuto il Trattato sui combustibili fossili come nazione sovrana e chiede di essere parte dei luoghi in cui si decidono politiche e accordi. Non è una richiesta simbolica, ma una condizione democratica: chi ha difeso la terra per generazioni deve poter decidere sul futuro della terra. Lo stesso principio è risuonato nel panel dedicato all’Amazzonia e ai territori indigeni. “Il sangue della Madre Terra deve rimanere sotto il suolo” non è uno slogan, ma una forma di conoscenza, ripetuta da decenni dai popoli che hanno visto arrivare imprese petrolifere, militari, promesse di ricchezza e devastazione. La difesa dell’Amazzonia è stata presentata non solo come tutela di un ecosistema, ma come difesa del cuore vivente del mondo. Dove i governi continuano a proporre nuove concessioni senza consenso, le comunità rispondono rivendicando territori liberi da estrazione e il diritto di decidere. Dora, Olivia, Abigail, Luane e Hani hanno portato testimonianze diverse ma convergenti. Dai territori U’wa alla nazione Chapra, da Sarayaku all’Amazzonia brasiliana e al Putumayo colombiano, il linguaggio cambia, ma la sostanza resta la stessa: non può esserci giustizia climatica senza partecipazione reale dei popoli indigeni, delle donne, dei giovani, delle comunità contadine. Le donne indigene non vogliono essere presenza decorativa nei processi internazionali. Rivendicano il ruolo di chi custodisce vita, memoria, conoscenza e soluzioni. Lo hanno detto con forza: i territori non sono risorse naturali, sono beni di vita. Chiamarli “risorse” significa già collocarli dentro una logica di consumo e sfruttamento. In queste parole, la transizione energetica smette di essere un’agenda tecnica e diventa una trasformazione del pensiero. Non basta cambiare fonte energetica se resta intatto il modo di guardare alla Terra come a un deposito da svuotare. Non basta installare rinnovabili se le comunità vengono escluse, se il consenso viene aggirato, se il potere resta nelle mani delle stesse imprese e degli stessi governi che hanno costruito l’economia fossile. La trasformazione richiesta a Santa Marta riguarda il rapporto tra esseri umani e natura, tra Stato e territori, tra economia e cura, tra memoria ancestrale e scienza. La conclusione politica è arrivata dalle parole di Susana Muhamad, che ha collocato questa discussione dentro un tempo segnato da paura, autoritarismo e privatizzazione del bene comune. Il capitalismo fossile, ha osservato, non produce solo emissioni: produce alienazione, solitudine, perdita di senso, soprattutto tra i giovani. Contro questa deriva non basta denunciare. Bisogna ricostruire speranza, comunità e potere popolare. Serve un potere diverso, capace di empatia, compassione, riconoscimento dell’altro e connessione con la vita. Per questo Santa Marta non è soltanto una conferenza sull’uscita dai combustibili fossili. È uno spazio in cui si prova a nominare il mondo che viene dopo: post-fossile, ma anche post-coloniale, post-estrattivo, post-capitalista. Un mondo che, come hanno ricordato le donne dei territori, non deve essere inventato da zero: esiste già nelle pratiche comunitarie, nei saperi indigeni, nelle resistenze contadine, nelle reti femministe, nei movimenti giovanili, nei popoli che continuano a difendere fiumi, foreste e montagne. La sfida politica, ora, è dare forza a queste esperienze, trasformarle in decisioni vincolanti e impedire che la transizione venga sequestrata da chi ha prodotto la crisi. Francesca Palmi, Gea – Scuola di Giustizia Ecologica e ambientale Link agli articoli precedenti: https://www.pressenza.com/it/2026/04/dal-24-al-29-aprile-si-terra-in-colombia-la-prima-conferenza-internazionale-per-labbandono-dei-combustibili-fossili/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/carovana-ecologista-emilia-romagna/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/la-conferenza-di-santa-marta-e-il-legame-tra-combustibili-fossili-armi-e-guerre/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/e-iniziata-a-santa-marta-in-colombia-la-conferenza-internazionale-per-leliminazione-dei-combustibili-fossili/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/conferenza-di-santa-marta-il-trattato-sui-combustibili-fossili-come-nuova-frontiera-politica-globale/     Redazione Italia
April 27, 2026
Pressenza
E’ iniziata a Santa Marta, in Colombia, la Conferenza Internazionale per l’eliminazione dei combustibili fossili
La storia di Yuvelis Morales Blanco viene raccontata durante la conferenza stampa che apre il lavoro della prima giornata della Conferenza Internazionale per l’eliminazione dei combustibili fossili che si sta svolgendo a Santa Marta in Colombia. La sua storia è quella di una giovane leader ambientale che ha trasformato la difesa del proprio territorio in una battaglia di rilevanza internazionale. Nata e cresciuta a Puerto Wilches, sulle rive del fiume Magdalena, in una comunità di pescatori, ha sviluppato fin da giovane un legame profondo con il territorio in cui vive. È proprio questo legame che, a soli 18 anni, la spinge a mobilitarsi contro i progetti di fracking previsti nella sua regione. Yuvelis Morales Blanco. https://x.com/EIAEnvironment Il fracking – una tecnica estrattiva che prevede la fratturazione delle rocce per liberare gas e petrolio – viene percepito da Yuvelis Morales Blanco e dalla sua comunità come una minaccia diretta all’acqua, alla salute e alla sopravvivenza stessa del territorio. Di fronte all’annuncio dei progetti pilota, guidati anche dalla compagnia statale Ecopetrol, la giovane attivista non si limita a protestare. Insieme ad altri giovani fonda il collettivo Aguawil e contribuisce a creare una rete di informazione e mobilitazione locale. Il suo impegno si inserisce in un contesto segnato da decenni di attività petrolifera nel Magdalena Medio, che ha già prodotto gravi impatti ambientali e sociali, inclusi sfollamenti e deterioramento degli ecosistemi. In questo scenario, la mobilitazione guidata da Morales Blanco riesce a sensibilizzare migliaia di persone e a rafforzare il movimento nazionale contro il fracking. Questa esposizione, però, ha un costo elevato. Diventa bersaglio di minacce e intimidazioni, fino a essere costretta a lasciare la sua casa e vivere un periodo di esilio, prima in altre zone della Colombia e poi in Francia. Nonostante ciò, continua a denunciare i rischi del fracking e a difendere il diritto delle comunità a decidere sul proprio territorio. Il suo lavoro ha contribuito concretamente a fermare l’avanzata dei progetti di fracking nella regione, segnando un precedente importante nella lotta contro i combustibili fossili in Colombia. Questo risultato le è valso nel 2026 il Premio Goldman per l’ambiente, considerato il “Nobel per l’ambiente”, che riconosce l’impegno di attiviste e attivisti di base capaci di generare cambiamenti reali. Ma per Morales Blanco il premio non è un punto di arrivo. È piuttosto uno strumento per dare visibilità a una lotta collettiva, quella delle comunità che resistono all’estrattivismo e chiedono una riconversione ecologica più giusta. In un Paese dove il dibattito sul fracking è ancora aperto e attraversato da forti tensioni politiche ed economiche, la sua voce rappresenta quella di una generazione che rivendica un futuro diverso. La sua storia dimostra come la difesa dell’ambiente non sia solo una questione tecnica o economica, ma anche profondamente sociale e politica. Difendere un fiume significa difendere la vita, la memoria e il diritto delle comunità a esistere. E in questo senso, la sua battaglia locale si trasforma in un simbolo globale: quello di una resistenza che, partendo dai territori, mette in discussione il modello energetico dominante e apre la strada a nuove possibilità. Questa dimensione internazionale della sua battaglia si è riflessa anche nella sua partecipazione alla conferenza internazionale di Santa Marta, dove Morales è stata invitata come ospite nella prima giornata dei lavori. In un contesto che riunisce accademici, rappresentanti politici e società civile per ripensare le strategie globali sulla crisi climatica, la sua testimonianza ha portato al centro del dibattito l’esperienza concreta dei territori. La sua presenza ha rappresentato un ponte tra le decisioni globali e le lotte locali, ricordando che la transizione energetica non può essere solo una questione di politiche, ma deve partire dalle comunità che ogni giorno difendono la terra. In questo senso, la voce di Yuvelis Morales si inserisce pienamente nello spirito della conferenza: costruire un cambiamento reale, radicato nella scienza, ma anche nella giustizia sociale, capace di trasformare le contraddizioni del presente in azioni concrete per il futuro. Francesca Palmi – gruppo comunicazione di Gea, Scuola di Giustizia Ecologica e Ambientale Redazione Italia
April 25, 2026
Pressenza
Manifesto per la gentilezza radicale
Il 1° aprile è stato pubblicato un manifesto in cui si afferma che, di fronte all’odio, “la gentilezza radicale è l’atto più pericoloso che possiamo compiere.” Ecco il link per firmarlo: Manifesto per la gentilezza radicale https://resist.es/peticiones/manifiesto-por-la-bondad-radical/ Noi di Resist.es e Spanish Revolution sosteniamo che la gentilezza non sia un’opzione estetica, né una qualità individuale. È una posizione politica consapevole di fronte a un sistema che ha bisogno della paura, della frammentazione e della violenza simbolica per sostenersi. La domanda non è più se l’odio esista. La domanda è chi lo produce, chi lo amplifica e chi ne trae beneficio. Perché l’odio non è spontaneo. È un’infrastruttura. Viene fabbricato nei laboratori mediatici, distribuito tramite algoritmi progettati per massimizzare la reazione emotiva e trasformato in redditività politica ed economica. Ogni bufala, ogni discorso disumanizzante, ogni narrativa basata sullo scontro svolge una funzione: spostare l’attenzione, dividere la società e proteggere le strutture che concentrano il potere. L’odio è un modello di business. E come ogni modello di business, ha bisogno di consumatori e consumatrici. Ha bisogno di clic, ha bisogno di indignazione indirizzata, ha bisogno che qualcuno creda a quella storia e la riproduca. Ha bisogno che tu, che chiunque, partecipi inconsapevolmente alla sua catena di valore. Ecco perché questo manifesto non fa appello alla morale individuale come rifugio, ma alla responsabilità collettiva come rottura. Tu, come persona, non sei irrilevante all’interno di questo sistema. Sei un nodo. Un punto di trasmissione. Uno spazio in cui si decide se l’odio circola o si ferma. Ogni volta che condividi senza verificare, alimenti una struttura. Ogni volta che reagisci sulla base di una rabbia indotta, sostieni una logica. Ogni volta che accetti una semplificazione interessata, legittimi una narrativa. Ma accade anche il contrario. Ogni volta che ti fermi, interrompi il flusso. Ogni volta che ti contrapponi, introduci un attrito. Ogni volta che scegli di non odiare, rompi una catena di redditività. In questo contesto la gentilezza radicale è una pratica di sabotaggio. Non è ingenuità. È consapevolezza di come operano i meccanismi di produzione dell’odio. È comprendere che la polarizzazione non è un incidente, ma uno strumento di governance. È ammettere che la paura è una risorsa politica e che c’è chi la gestisce come un bene. Rifiutare l’odio non significa ritirarsi dal conflitto. Significa riconfigurarlo. È rifiutarsi di accettare schemi che riducono la complessità a trincee. È disobbedire alle narrazioni che trasformano le altre persone in minacce. È smantellare discorsi che hanno bisogno di disumanizzare per funzionare. Non si tratta di essere neutrali. Si tratta di essere precisi. Denunciare l’ingiustizia senza amplificare l’odio. Denunciare l’abuso senza riprodurre la logica del nemico. Indicare le responsabilità senza cadere nella disumanizzazione. Perché il sistema ha bisogno che confondiamo la critica con l’odio e la giustizia con la vendetta. La gentilezza radicale stabilisce qualcos’altro: un’irriducibile etica della dignità. Anche quando è scomoda. Anche quando non genera applausi immediati. Anche quando non è redditizia. Da un punto di vista tecnico, ciò implica un’alfabetizzazione mediatica attiva. Capire come funzionano gli algoritmi di raccomandazione, come si costruiscono le bolle informative, come operano le campagne di disinformazione. Implica riconoscere schemi ricorrenti: l’estrema semplificazione, il costante ricorso alla paura, la creazione di nemici vaghi. Implica anche costruire alternative. Reti di informazione verificate. Spazi di conversazione non catturati dalla logica dello scontro. Comunità che privilegiano la cura rispetto alla reazione.  La gentilezza radicale non è passiva. È strutturale. Si organizza. Si protegge. Si difende. Non basta non odiare. Bisogna impedire che l’odio diventi la norma. Non basta non condividere bufale. Bisogna smantellare le condizioni che le rendono efficaci. Non basta non cadere nella polarizzazione. Bisogna segnalare chi la crea. Questo manifesto è un invito ad assumere quel ruolo. A capire che ogni gesto quotidiano ha una dimensione politica. A riconoscere che anche l’indifferenza è una forma di partecipazione. A scegliere consapevolmente quali dinamiche riprodurre e quali interrompere. Perché in un ecosistema progettato per trasformare l’odio in profitto, decidere di non odiare è una forma di insubordinazione. E in un mondo che ha bisogno che noi abbiamo paura per funzionare, la gentilezza radicale è l’atto più pericoloso che possiamo sostenere. Nota La fede nella “gentilezza radicale” fa parte del bellissimo messaggio di Rebecca, la vedova di Renee Good, uccisa dall’ICE, che Jane Fonda ha letto durante la manifestazione No Kings tenutasi a Minneapolis il 28 marzo. Dal minuto 3:06:35 del video. https://www.nokings.org/livestreams Redacción España
April 10, 2026
Pressenza
Partiti o movimenti?
UN ARTICOLO DI LEA MELANDRI, UNA MAGGIORANZA RUMOROSA FINORA INASCOLTATA, HA APERTO UNA DISCUSSIONE SU COMUNE. DOPO LA RISPOSTA DI ANDREA SEGRE, NUOVE COMUNITÀ DEMOCRATICHE E ANTIFASCISTE, SONO INTERVENUTI EMILIA DE RIENZO, COME RESTARE MOVIMENTO E RADICARSI NEI TERRITORI, E CLAUDIO TOSI, UNA GRAN VOGLIA DI UMANO. QUESTO INVECE L’ARTICOLO DI GUIDO VIALE Roma, 28 marzo: corteo No Kings. Foto di Riccardo Troisi per Comune -------------------------------------------------------------------------------- Il problema fondamentale di fronte al quale si trovano i “movimenti” di opposizione e contrasto allo stato di cose presente è la costruzione (e in alcuni casi la ricostruzione, o la difesa) di relazioni sociali basate sulla condivisione attraverso cui costituire una rete di comunità aperte; cioè di ambiti entro cui ciascun individuo possa formarsi e sviluppare la propria autonomia in un contesto di rapporti personali diretti. Una cosa che gli consenta di sottrarsi almeno in parte ai condizionamenti imposti dalle forme di dominio vigenti: patriarcato, razzismo, capitalismo, militarismo e che ha come conseguenza immediata quella di spostare l’attenzione dal futuro al presente: dall’attesa di una società a venire alla “felicità pubblica” – pur tra le difficoltà, il dolore e il lutto dei conflitti in corso – di una vita autonomamente vissuta, sottratta al dominio a cui è ormai sottoposta tutta la popolazione del nostro pianeta. Ma senza consolidarsi in comunità aperte i movimenti che agitano la superficie della società sembrano destinati a dissolversi o a essere assorbiti da qualche istituzione preesistente. Comunità aperte vuole dire non esclusive (l’appartenenza ad una non esclude l’appartenenza a una o più altre, purché non in aperto conflitto tra loro), orientate al proselitismo, impegnate a svilupparsi sia in estensione, con l’ingresso di nuovi associati o la fusione con altre comunità, sia in profondità, con l’aggiunta di nuovi punti di convergenza: ciò che le può accomunare a movimenti dalle origini diverse. Senza un supporto di questo tipo nessuno e nessuna di noi è in grado di crescere e di sviluppare una propria autonomia di pensiero e di azione: cioè di sottrarsi al deserto dell’individualismo, della solitudine, della competizione, della guerra di tutti contro tutti, che non è “lo stato di natura” dell’essere umano, ma la subalternità a cui ci ha ridotti e ridotte l’evoluzione delle diverse forme di dominio. Sono processi – quelli dei movimenti, della loro costituzione in comunità, ma anche del loro dissolvimento – che in momenti differenti della storia recente (su quelli remoti è utile ma non indispensabile indagare) hanno attraversato le vicende della vita, lunga, corta o cortissima, di molti e molte di noi; e senza i quali non è possibile immaginare una forza in grado di confrontarsi e misurarsi con i maggiori problemi che attanagliano, in modi e con intensità diverse, tutti e tutte: la crisi climatica e ambientale (cornice ineludibile di tutto quanto succede), le guerre, l’accoglienza dei migranti, le diseguaglianze, le povertà materiali e spirituali, il senso di impotenza, la disperazione. Il tema del rapporto tra movimenti e partiti, in discussione su alcune recenti pagine di Comune, andrebbe affrontato a partire da queste premesse apparentemente astratte e generiche, ma in realtà concrete e intime. Se il personale è politico, senza il personale, e la sua aperta tematizzazione, non c’è politica. O quella politica non è la nostra. Dunque, quanto hanno contributo i partiti in Italia – ma, per quello che ne possiamo sapere, in molti altri paesi e in tutto il mondo – a costruire relazioni e comunità? E quanto i movimenti? E quanto hanno contribuito gli uni e gli altri a dissolvere quel tanto o poco di comunità e di relazione sociale fondate sulla condivisione in cui ciascuno di noi si è per un certo tempo ritrovato o ancora si ritrova? A queste domande non c’è una risposta univoca e generale e ciascuno e ciascuna di noi può avere avuto o vissuto, avere o vivere, esperienze differenti. Con l’avvertenza, però, che i partiti – alcuni partiti – che in altri tempi possono aver avuto un ruolo nel costruire o costituirsi in comunità oggi si presentano ai movimenti in corso soprattutto come emanazioni dello Stato e delle sue articolazioni. Esistono in quanto tali – e le elezioni, ma soprattutto la legittimazione di chi è già insediato, sono i veicoli di accesso a questo status – e se perdono questo ruolo rischiano la dissoluzione o l’irrilevanza. Le loro scelte sono indissolubilmente legate a mantenere, consolidare o conquistare questo ruolo; il loro rapporto con i “movimenti”, con ciò che si agita nella società, è indissolubilmente finalizzato a valorizzare quel ruolo. Per questo è probabile che nelle manifestazioni di rifiuto o di rivolta contro l’esistente vedano più il fattore che mette a rischio la loro posizione che non un’occasione per costruirla o consolidarla. E viceversa: i giovani e giovanissimi che hanno alimentato le recenti mobilitazioni sono naturalmente esposti a percepire maggiormente questa estraneità. Nei “movimenti” il meccanismo è l’opposto: nascono, crescono e si consolidano nella misura in cui esprimono un sentire comune, più ancora e molto prima di condividere una “ideologia”, o anche solo una visione o un punto di vista – che è ciò che contribuiscono a creare – anche se anch’essi non sono immuni dai rischi di una sclerotizzazione burocratica. Ma la loro autonomia e la loro efficacia sono misurate della distanza che sanno prendere dal rischio di venir fagocitati (a piccoli pezzi, o anche uno o una alla volta) da uno o più partiti. Certo, per i “movimenti”, la possibilità di crescere in peso e dimensioni passa necessariamente per la capacità di coinvolgere sui propri obiettivi le istituzioni della Stato, ai suoi diversi livelli. E non c’è dubbio che in questo ambito il ruolo dei partiti si dimostri indispensabile. A condizione che sia un processo dal basso in alto e non viceversa. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Partiti o movimenti? proviene da Comune-info.
April 2, 2026
Comune-info
Noi tra gli alberi: a Bosco Futuro la rigenerazione ambientale diventa comunità
C’è un luogo, a Paderno Franciacorta, in provincia di Brescia dove la trasformazione ambientale non è un concetto astratto ma un processo visibile, misurabile, condiviso. Bosco Futuro nasce su un’area che fino a pochi anni fa era una discarica abusiva e oggi rappresenta un esempio concreto di rigenerazione del suolo e restituzione ecologica al territorio. La giornata “Noi tra gli alberi” di domenica ha segnato un nuovo passo in questo percorso. Tredici alberi sono stati messi a dimora, portando a circa 170 il totale delle piantumazioni. Un incremento che, oltre al valore simbolico, ha un impatto reale: più copertura vegetale, maggiore capacità di assorbimento di CO₂, miglioramento della biodiversità locale e della qualità del suolo. Quattro di queste nuove piante sono state dedicate a figure che hanno segnato la storia dell’ambientalismo globale — Jane Goodall, Chico Mendes, Wangari Maathai e Berta Cáceres — a sottolineare il legame tra le pratiche locali e una visione più ampia di tutela degli ecosistemi. Accanto all’intervento ambientale, la dimensione educativa resta centrale. Durante la mattinata, bambini e bambine hanno partecipato ad attività di semina attraverso il lancio di “seed balls”, piccole sfere di terra e semi che favoriscono la diffusione spontanea di fiori e piante mellifere. Una pratica semplice, ma efficace, che contribuisce alla creazione di micro-habitat utili agli insetti impollinatori e alla resilienza dell’ecosistema. Nel pomeriggio, la riflessione si è spostata sul piano culturale con la proiezione del docufilm Insieme possiamo, che documenta le attività di recupero e piantumazione realizzate tra i territori di Ome e Paderno Franciacorta. Un racconto per immagini che restituisce il valore di un lavoro collettivo, sostenuto anche dalle amministrazioni locali, presenti con i loro rappresentanti istituzionali. Il progetto Bosco Futuro si distingue infatti per la capacità di attivare una rete ampia: volontari, associazioni, enti pubblici e soggetti privati. Tra i contributi più recenti, le donazioni di piante da parte di realtà del territorio e la partecipazione di figure come il botanico Antonio De Matola, curatore degli orti botanici di Ome, che ha sottolineato l’importanza della gestione consapevole del patrimonio vegetale. Ma è soprattutto l’azione dell’associazione 5R Zero Sprechi a rappresentare il motore di questo cambiamento. Dal 2020 ha coordinato un intervento di bonifica che ha portato alla rimozione di tonnellate di rifiuti: materiali di risulta, amianto, plastiche, metalli. Un’operazione complessa, che ha richiesto competenze tecniche, continuità e una visione chiara: trasformare un’area degradata in uno spazio fruibile, educativo e attivo. «Bosco Futuro — ha ricordato Marco Migliorati di 5R Zero Sprechi — rappresenta in modo concreto la nostra idea di sostenibilità: recupero del suolo, riduzione degli sprechi, coinvolgimento della comunità e restituzione di valore alle nuove generazioni». Un approccio che integra dimensione ambientale e sociale, superando la logica dell’intervento puntuale per costruire un processo nel tempo. Oggi Bosco Futuro è un ecosistema in evoluzione. Non solo un’area verde, ma un dispositivo territoriale capace di generare consapevolezza, relazioni e nuove pratiche. Ogni albero piantato contribuisce a migliorare l’equilibrio ecologico, ma anche a rafforzare un’idea di comunità fondata sulla cura e sulla responsabilità condivisa. In un contesto in cui il consumo di suolo e la perdita di biodiversità rappresentano sfide sempre più urgenti, esperienze come questa dimostrano che la rigenerazione è possibile. E che può partire dal basso, con gesti concreti, continui, radicati nel territorio. Bosco Futuro non è, dunque, un punto di arrivo, ma un processo. Un cantiere aperto, in cui la sostenibilità smette di essere slogan e diventa pratica quotidiana. Gli eventi si susseguono, i progetti si moltiplicano, e il bosco continua a crescere — non solo in altezza, ma in significato. In un tempo in cui il rapporto tra uomo e ambiente appare spesso compromesso, esperienze come questa ricordano che un’alternativa è possibile. E che, a volte, basta piantare un albero per iniziare a cambiare il paesaggio — esteriore e interiore.   Per maggiori informazioni: https://www.5rzerosprechi.it/ Redazione Sebino Franciacorta
April 1, 2026
Pressenza