Incontrarsi e ascoltarsi sono già atti di ribellione

Comune-info - Tuesday, May 12, 2026

I margini sono da sempre al tempo stesso luoghi di repressione ma anche spazi di creazione di possibilità. Per bell hooks il margine è “un luogo capace di offrirci la possibilità di una prospettiva radicale da cui guardare, creare, immaginare alternative e nuovi mondi… in cui ritroviamo noi stessi e agiamo con solidarietà”. Un incontro promosso dall’8 al 10 maggio in un pezzetto di campagna di Selargius, dove si riconoscono a distanza i colli su cui è costruita Cagliari, sembra confermarlo.

S’atobiu, “l’incontro” in lingua sarda, è molto di più di un piccolo festival dell’editoria indipendente che si svolge da cinque anni grazie ad Asce (Associazione sarda contro l’emarginazione). Dopo la tre giorni a Serlargius, il festival sarà a Tertenia (29, 30 maggio), nella Valle di Quirra, nota per la sua storia agro-pastorale e per essere la sede del più grande e odioso poligono sperimentale militare d’Europa. Un incontro di più giorni e in luoghi diversi, dunque, per cercare orizzonti di senso contro e oltre la guerra, ma anche contro e oltre il destino scritto per questo pezzo di terra che qualcuno vuole legato solo al turismo d’élite e alla speculazione energetica.

Il cuore della prima parte di S’atobiu è stata l’iniziativa di domenica, la giornata cominciata con il mercato contadino. Difficile trovare in giro una tavola rotonda che in un paio di ore (in cui sono intervenuti Claudio Orrù, Filippo Taglieri di Nodo solidale, Simona Deidda e Marta Saba di Rete Kurdistan) sappia raccontare meglio e approfondire pochi ma assai significativi elementi di due luci contro l’oscurità del mondo: lo zapatismo e il confederalismo democratico. Dai luoghi collettivi dei poteri decisionali, passando per la ribellione delle donne, sono numerose le risonanze che legano due angoli “marginali” del mondo, il Chiapas e il Rojava. “Dopo l’arresto di Ocalan, si è rafforzata la critica allo Stato-nazione che riproduce capitalismo, patriarcato e gerarchie – dice Simona – Per questo l’obiettivo nelle comunità curde da tempo non è più prendere il potere ma trasformare la società”. Il legame con le comunità indigene zapatiste è evidente. Nel pomeriggio, la ricchezza emersa nella tavola rotonda ha accompagnato un world caffè, un modo di confrontarsi ispirato alla conversazioni informali in piccoli gruppi, organizzati attorno a tavoli tematici con un facilitatore, per far emergere idee e proposte, che in questo caso hanno riguardato i territori abitati dall’associazione Asce. L’idea non è stata di avere modelli da replicare con un paio di clic in Sardegna o in altri angoli del mondo, ma di riconoscere e ispirarsi alla straordinaria capacità di autorganizzarsi e ripensarsi continuamente di due complesse esperienze. Insomma, si tratta di pensarle come anticipazioni di mondi nuovi, come spinte contro e oltre, come sogni e ribellioni.

Gli aspetti interessanti di questa giornata sono stati almeno due.

Il primo: il world caffè sperimentato per la prima volta da Asce, è riuscito a favorire la partecipazione di chi nel grande gruppo prende meno facilmente parola, ma è anche stato in grado di individuare alcune scelte ecologiche e sociali già abbracciate da allargare (mercato contadino, gruppi di acquisto solidale, orto condiviso, microcredito e preacquisti di solidarietà internazionale come per il Caffè Tatawelo) e altre tutte da inventare (comunità energetiche, progetti collettivi per la riduzione dei rifiuti alla fonte, rimboschimenti, microcredito locale, esperienze di raccolta e smistamento di abiti su esempio del Guardaroba popolare di Cagliari, autocostruzioni di bioedilizia legata al sughero, all’argilla, alla lana… ma anche momenti di confronto su tanti temi, sulle parole, sulla memoria…) per cambiare in profondità le relazioni sociali.

Il secondo aspetto interessante riguarda invece ciò che si può migliorare: un’assemblea diventa brillante non tanto per i tecnicismi di qualche metodologia, hanno detto alcuni dei partecipanti, ma perché le persone, poco a poco, accettano di dover imparare prima di tutto ad ascoltare.

Ci sono stati altri momenti nei quali la spinta a riconoscere e creare mondi nuovi ha preso forma durante la tre giorni: i pasti condivisi. Pranzi e cene per circa un centinaio di persone hanno visto alcuni alle prese con i fornelli e altri trasformare velocemente i luoghi di discussione in lunghe tavolate, in modo che tutti potessero prendere piatti ricchi di cibo buono e stoviglie. Ovunque le mense autogestite (e senza plastica) sono occasioni per fare comunità in modo conviviale, per arricchire e favorire lo scambio almeno quanto un seminario o un world caffè.

Di certo, il tema di come rafforzare l’autonomia in basso risuonerà molto nei prossimi mesi in tutte le diverse iniziative di una tenace associazione come Asce, che quarant’anni è nata grazie ad alcune iniziative promosse con la comunità rom e con i curdi, e che oggi si interroga su come contribuire a creare mondi nuovi e sulle sue difficoltà interne. Il tema dell’autonomia in basso è rimbalzato molto anche nella presentazione del libro Gridare, fare, pensare mondi nuovi (Eleuthera), occasione per ragionare di ribellarsi facendo, inclusi modi meno eroici (come suggerisce in qualche modo Johanna Hedva in La teoria della donna malata), mentre altre presentazioni hanno permesso di parlare di confini, di migrazioni e soprattutto di Palestina. “Per noi che ci occupiamo da molto tempo di migrazioni – ha detto Marco Memeo -, la conversazione con Carolina Meloni su esilio, memoria e migrazioni, raccolta in Gridare, fare, pensare mondi nuovi, dedicata all’idea che si possa appartenere a più terre e non sentirsi estranei in nessun luogo apre orizzonti nuovi”. Durante la presentazione del libro, Sara ha posto una di quelle domande che accompagnano in questo momento storico fatto di molti orrori tanti e tante: “Come possiamo trasformare la spinta individuale a desiderare e a costruire mondi diversi in una spinta collettiva?”. Forse accogliere insieme quella domanda, rafforzarla, è più importante della risposta.

Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE

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