Incontrarsi e ascoltarsi sono già atti di ribellione
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I margini sono da sempre al tempo stesso luoghi di repressione ma anche spazi di
creazione di possibilità. Per bell hooks il margine è “un luogo capace di
offrirci la possibilità di una prospettiva radicale da cui guardare, creare,
immaginare alternative e nuovi mondi… in cui ritroviamo noi stessi e agiamo con
solidarietà”. Un incontro promosso dall’8 al 10 maggio in un pezzetto di
campagna di Selargius, dove si riconoscono a distanza i colli su cui è costruita
Cagliari, sembra confermarlo.
S’atobiu, “l’incontro” in lingua sarda, è molto di più di un piccolo festival
dell’editoria indipendente che si svolge da cinque anni grazie ad Asce
(Associazione sarda contro l’emarginazione). Dopo la tre giorni a Serlargius, il
festival sarà a Tertenia (29, 30 maggio), nella Valle di Quirra, nota per la sua
storia agro-pastorale e per essere la sede del più grande e odioso poligono
sperimentale militare d’Europa. Un incontro di più giorni e in luoghi diversi,
dunque, per cercare orizzonti di senso contro e oltre la guerra, ma anche contro
e oltre il destino scritto per questo pezzo di terra che qualcuno vuole legato
solo al turismo d’élite e alla speculazione energetica.
Il cuore della prima parte di S’atobiu è stata l’iniziativa di domenica, la
giornata cominciata con il mercato contadino. Difficile trovare in giro una
tavola rotonda che in un paio di ore (in cui sono intervenuti Claudio Orrù,
Filippo Taglieri di Nodo solidale, Simona Deidda e Marta Saba di Rete Kurdistan)
sappia raccontare meglio e approfondire pochi ma assai significativi elementi di
due luci contro l’oscurità del mondo: lo zapatismo e il confederalismo
democratico. Dai luoghi collettivi dei poteri decisionali, passando per la
ribellione delle donne, sono numerose le risonanze che legano due angoli
“marginali” del mondo, il Chiapas e il Rojava. “Dopo l’arresto di Ocalan, si è
rafforzata la critica allo Stato-nazione che riproduce capitalismo, patriarcato
e gerarchie – dice Simona – Per questo l’obiettivo nelle comunità curde da tempo
non è più prendere il potere ma trasformare la società”. Il legame con le
comunità indigene zapatiste è evidente. Nel pomeriggio, la ricchezza emersa
nella tavola rotonda ha accompagnato un world caffè, un modo di confrontarsi
ispirato alla conversazioni informali in piccoli gruppi, organizzati attorno a
tavoli tematici con un facilitatore, per far emergere idee e proposte, che in
questo caso hanno riguardato i territori abitati dall’associazione Asce. L’idea
non è stata di avere modelli da replicare con un paio di clic in Sardegna o in
altri angoli del mondo, ma di riconoscere e ispirarsi alla straordinaria
capacità di autorganizzarsi e ripensarsi continuamente di due complesse
esperienze. Insomma, si tratta di pensarle come anticipazioni di mondi nuovi,
come spinte contro e oltre, come sogni e ribellioni.
Gli aspetti interessanti di questa giornata sono stati almeno due.
Il primo: il world caffè sperimentato per la prima volta da Asce, è riuscito a
favorire la partecipazione di chi nel grande gruppo prende meno facilmente
parola, ma è anche stato in grado di individuare alcune scelte ecologiche e
sociali già abbracciate da allargare (mercato contadino, gruppi di acquisto
solidale, orto condiviso, microcredito e preacquisti di solidarietà
internazionale come per il Caffè Tatawelo) e altre tutte da inventare (comunità
energetiche, progetti collettivi per la riduzione dei rifiuti alla fonte,
rimboschimenti, microcredito locale, esperienze di raccolta e smistamento di
abiti su esempio del Guardaroba popolare di Cagliari, autocostruzioni di
bioedilizia legata al sughero, all’argilla, alla lana… ma anche momenti di
confronto su tanti temi, sulle parole, sulla memoria…) per cambiare in
profondità le relazioni sociali.
Il secondo aspetto interessante riguarda invece ciò che si può migliorare:
un’assemblea diventa brillante non tanto per i tecnicismi di qualche
metodologia, hanno detto alcuni dei partecipanti, ma perché le persone, poco a
poco, accettano di dover imparare prima di tutto ad ascoltare.
Ci sono stati altri momenti nei quali la spinta a riconoscere e creare mondi
nuovi ha preso forma durante la tre giorni: i pasti condivisi. Pranzi e cene per
circa un centinaio di persone hanno visto alcuni alle prese con i fornelli e
altri trasformare velocemente i luoghi di discussione in lunghe tavolate, in
modo che tutti potessero prendere piatti ricchi di cibo buono e stoviglie.
Ovunque le mense autogestite (e senza plastica) sono occasioni per fare comunità
in modo conviviale, per arricchire e favorire lo scambio almeno quanto un
seminario o un world caffè.
Di certo, il tema di come rafforzare l’autonomia in basso risuonerà molto nei
prossimi mesi in tutte le diverse iniziative di una tenace associazione come
Asce, che quarant’anni è nata grazie ad alcune iniziative promosse con la
comunità rom e con i curdi, e che oggi si interroga su come contribuire a creare
mondi nuovi e sulle sue difficoltà interne. Il tema dell’autonomia in basso è
rimbalzato molto anche nella presentazione del libro Gridare, fare, pensare
mondi nuovi (Eleuthera), occasione per ragionare di ribellarsi facendo, inclusi
modi meno eroici (come suggerisce in qualche modo Johanna Hedva in La teoria
della donna malata), mentre altre presentazioni hanno permesso di parlare di
confini, di migrazioni e soprattutto di Palestina. “Per noi che ci occupiamo da
molto tempo di migrazioni – ha detto Marco Memeo -, la conversazione con
Carolina Meloni su esilio, memoria e migrazioni, raccolta in Gridare, fare,
pensare mondi nuovi, dedicata all’idea che si possa appartenere a più terre e
non sentirsi estranei in nessun luogo apre orizzonti nuovi”. Durante la
presentazione del libro, Sara ha posto una di quelle domande che accompagnano in
questo momento storico fatto di molti orrori tanti e tante: “Come possiamo
trasformare la spinta individuale a desiderare e a costruire mondi diversi in
una spinta collettiva?”. Forse accogliere insieme quella domanda, rafforzarla, è
più importante della risposta.
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Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE
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