Trauma e vergogna
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Lo stupore ha sempre qualcosa d’infantile. Incanta, affascina, attrae, soffia
nell’anima un sapore primordiale. L’origine, il sacro e il profano si mescolano.
Un turbinio, un caos di emozioni, disegnano l’orizzonte delle percezioni.
Il graffito è lì, è inciso, non lascia scampo. Non è su una roccia, ma su una
parete umana.
Il paesaggio non è quello di una grotta ma un “luogo” del corpo. Il colore, che
di solito è legato alla terra, qui è sfacciatamente rosso sangue. L’epidermide è
sfregiata con unghie di mastino tanto da disegnare un graffito perfetto. I
pensieri si volatilizzano, fluttuano scompigliati nell’aria densa. I rumori che
provengono muti da quel corpo violato, si contaminano con quelli di una piazza
assordante, in parte distratta, in parte attratta fino all’incredulità,
dall’abisso di quella violenza. Lo spazio del mondo circostante si fa invadente,
trasgressivo. Tutti vogliono sapere cosa è successo. Troppo difficile è
trasformare quella violenza cieca in qualcosa di pensabile. La paralisi prende
il sopravvento. Sentimenti come impotenza, sconforto, indignazione affollano il
bisbiglio che non trova asilo se non in una scomposta grammatica emotiva. Tutto
è concretamente vero: i cani che lo hanno azzannato, i poliziotti che li hanno
aizzati, i mastini che hanno attaccato lui e i suoi compagni inferocendosi sui
genitali. L’ospedale per le gravi ferite. Infine, gli otto giorni trascorsi in
una prigione con un solo pezzo di pane. “Ricevevamo una sola pagnotta di pane al
giorno in modo che rimanessimo cadaveri viventi”.
È il 7 agosto di una calda serata estiva: la quotidiana banale pratica del male
questa sera ha il muso dei mastini d’assalto e la maschera del trauma.
“La realtà è teatro di vita: un teatro senza immaginazione, senza illusione1”.
La scena, sottratta all’immaginazione, non ha nulla di onirico nonostante quel
graffito su pelle umana apra allo stupore. Porta invece in superficie ciò che è
occulto. Ai nostri confini di terra, da anni, si consuma la tortura. Non un
bosco è innocente; le mine della guerra ancora innescate su cui saltano corpi
umani, le fototrappole, i droni, le telecamere, sono gli strumenti di comuni
rappresaglie e push back ai danni di uomini, donne e bambini migranti.
La maschera del trauma, dunque, fa sorgere in noi sentimenti di odio e di
rabbia, soprattutto di indignazione. Nella declinazione delle reazioni manca la
vergogna: la nostra vergogna.
È stupefacente il contrasto tra noi e la pacatezza di quell’uomo assaltato dai
cani, dalla spalla, ai genitali. Dov’è finito, in lui, il trauma? Perché invece
si vergogna? C’è sicuramente uno scarto: lui avrebbe bisogno di essere “visto”,
riconosciuto, di percepire la nostra debolezza come qualità costitutiva di una
relazione empatica. Trova invece l’intrusività rapace, la curiosità invasiva,
l’accalcamento scomposto per vedere quel graffito quasi fosse un’attrazione. In
questo scarto fra noi e lui, sorge lo shock della vergogna. È lo shock d’essere
spogliato di qualsiasi valore, di essere ridotto o trasformato in una “cosa”.
Si copre il corpo che qualcun’altro gli ha scoperto per mostrarci la spalla
lacerata. Lui non vorrebbe mostrare, non intende farsi curare. La vergogna
rivela tutto il suo disagio d’essere colto nella propria nudità, nella propria
debolezza.
È una colpa che lo induce a coprirsi, quasi a sparire, come infatti avviene di
lì a poco. Il disprezzo subito dai suoi aguzzini, l’umiliazione d’essere stato
attaccato dai cani, lo porta a rendersi invisibile e ritrarsi dalla scena della
piazza, proteggendosi dagli sguardi intrusivi. Come in un accrocco familiare,
imperfetto quanto si vuole, si siede lontano da noi, in un cerchio chiuso con
“viaggiatori” improvvisati, suoi connazionali che, conoscendo bene quelle
violenze, sanno anche restituire un legame fatto di comprensione immediata, di
sentimenti reciproci e di cura affettiva.
Lui, come tutti loro, non può permettersi di cedere al trauma. Ha un mandato
familiare da onorare: vivi e salva-ci. Non c’è tempo per ascoltare il dolore
interiore. “Il trauma è il dolore degli impotenti” secondo Herman2. Un migrante
violentato dalla rotta di terra o di mare, non può cedere ai propri sentimenti.
L’intero suo villaggio ha raccolto i soldi affinché lui arrivasse in Europa e
potesse, un giorno, restituire un po’ di benessere a coloro che hanno investito
in lui come fosse un capitale umano.
Che fine hanno fatto, dunque, le emozioni traumatiche? Si può solo supporre che
esse vivano separate dalla parte orientata alla vita quotidiana, in questo caso
alla sopravvivenza, o bloccate in una modalità di difesa, comunque incapsulate.
La ferita più profonda che è anche la più viva, traspare da quel suo gesto
elusivo che lo porta a sottrarsi alla vista comune, simile a colui che non si
sente pienamente umano, che prova una sensazione di indegnità, quasi fosse, come
dice la Butler “non degno di vita”3. Il corpo azzannato da quei mastini è, prima
di tutto, un corpo destituito di valore in cui il cuore della violenza è
l’attacco all’identità.
Esso ci restituisce però, in modo potente, il nodo della nostra identità. Chi
siamo noi di fronte al male? Chi siamo noi, nella “Piazza del Mondo”, a Trieste,
(il luogo in cui ogni giorno alcune persone accolgono i migranti della rotta
balcanica, ndr), di fronte a un essere torturato? Le reazioni emotive fanno a
zuffa tra la rabbia e l’impotenza, mentre non proviamo quel sentimento basilare
che è la vergogna.
Nulla vogliamo conoscere dello straniero che è in noi stessi, che ci abita come
terra oscura e rimossa. Il fuori è lo spazio in cui tutto ciò che turba può
essere estromesso. Il disumano, il mostruoso, quella sorta di discarica che
trasforma l’altro in “cosa”, non può coincidere con noi stessi. L’area semantica
a cui rimanda quel graffito su pelle umana viene da fuori, è collocato altrove.
La piazza, popolata dall’incredulità, può comodamente scindere l’aspetto della
violenza dalla sua implicazione, e considerare la tortura una pratica che non ci
riguarda poiché noi siamo altro, noi accogliamo, noi curiamo. Con Abdelmalek
Sayad, autore de La doppia assenza, possiamo dire che il contatto con lo
straniero, specchio di noi stessi, ci mette in relazione con le nostre parti
traumatiche costringendoci a vedere qualcosa che è insopportabile, che eccede,
che abita ai confini dell’identità e quindi non è appropriabile.
Quello specchio che per noi è il volto del migrante, dovrebbe portarci allo
svelamento di aree comuni, di aree intrapsichiche abitate sì da emozioni
complesse e, proprio per questo, da esplorare. Dovrebbe farci provare quella
vergogna che lui stesso sente per la nudità della sua debolezza, che poi
diventa, usando Lévinas, la vergogna per “la nudità di un’esistenza incapace di
nascondersi”4.
Noi, però, non siamo nudi. Anzi, siamo esposti. Siamo immersi in una cultura
svergognata fatta di esibizionismo, di narcisismo, di sfacciataggine, dove tutto
è sovraesposto e, come diceva Baudrillard, dove non c’è “più nulla da vedere”
perché tutto è già stato mostrato. Guai non essere nessuno, non apparire, non
esibirsi. Quindi, con quella violenza, con quel graffito umano, noi non
c’entriamo, siamo altro, innanzitutto “siamo”. In quei morsi di cane, in
quell’assalto ai genitali, troviamo la morte della nostra vergogna. Lui
semplicemente “non è”.
È invece un corpo di dolore, una cosa da fotografare e da esporre come tutto,
appunto, si espone. Lui è invisibile ai nostri occhi. Dipende, in verità, con
quale occhio interno noi lo guardiamo, con quali parole lo accogliamo, con quale
ascolto interiore lo sentiamo. Quale grido interno risale a noi da quell’essere
torturato? Quella domanda che neppure Cristo ha saputo trattenere nella croce:
perché mi viene fatto del male? con cui Simone Weil5 ci interroga nel suo
scritto del 1943, è una domanda che riguarda tutti noi, privati ormai del pudore
e della vergogna in quanto complici, diretti o indiretti, di una violenza che
stiamo a guardare.
I pensieri cadono automaticamente fuori, in un altro regime, quello del non
pensato come da sempre sono le situazioni dell’emergenza, per fare di quella
stessa violenza una familiare estraneità.
Bisognerebbe invece passarci attraverso, lasciando che le aree psicosomatiche
arcaiche si mobilitino in un corpo a corpo capace di assumere la vergogna come
stigma della nostra umana disumanità.
Vivere in “intimità con l’orrore”, sostare nel disumano, ritrovare la nostra
ferita nello sguardo ferito dell’altro è, forse, l’unica area intermedia che
avvicina le nostre sponde allo spazio dell’incontro possibile. Consentire che il
perturbante irrompa con una frase, un gesto tutto da decifrare – come quello
dell’uomo dal graffito umano che si copre mentre qualcuno lo s-copre – per
ri-collocarlo, anziché fuori da noi, in noi, nel nostro apparato psichico
simbolizzante, sarebbe un modo per riconoscere il diritto ad essere estraneo,
straniero; il diritto di resistere e di mantenere un elemento inassimilabile.
Questo riconcilierebbe anche noi stessi alla nostra “umanità” abitata da quella
che ho definito una familiare estraneità.
Solo così il trauma può insegnare a noi stessi la via della cura permettendo che
la vergogna rientri nel nostro alfabeto emozionale in cui giocare il senso e lo
scacco della nostra umana esistenza.
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1 Resnik S., Sul fantastico, Bollati Boringhieri 1993, p.158
2 Herman J., Guarire dal trauma, Magi edizioni, 1992, p.51
3 Butler J., Vite precarie, 2004
4 Lèvinas E., Dell’evasione, Cronopio, Napoli, 2008, p. 32
5 Weil S., La persona e il sacro, Adelphi, Milano, 2012
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