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Trieste non un’emergenza, ma una violazione strutturale dei diritti
KHANDWALARM 1 Da più di un anno decine di persone in movimento trascorrono settimane davanti alla Questura di Trieste per manifestare la volontà di richiedere protezione internazionale. L’accesso alla Questura viene sistematicamente ostacolato attraverso una serie di pratiche illegittime, già documentate nel report Accesso Negato 2. A Trieste, però, le criticità si stratificano: alla cronica carenza di posti nel sistema di accoglienza e alla costante gestione emergenziale e securitaria della situazione migratoria, si sono aggiunti negli ultimi mesi una crescente militarizzazione di Piazza della Libertà, importante presidio solidale cittadino, e numerosi sgomberi nell’area di Porto Vecchio. Qui, diversi magazzini abbandonati vengono utilizzati da persone in movimento e richiedenti asilo come rifugi temporanei, in attesa di accedere all’accoglienza; così, la sopravvivenza delle persone che li occupano entra in conflitto con il progetto istituzionale di riqualificazione immobiliare dell’intera zona. Con questa serie di articoli, il gruppo KhandwAlarm tenta di far luce sulle prassi illegittime e sulle violazioni che si consumano quotidianamente, proponendo un’analisi sociale, politica e giuridica, della situazione cittadina. Negli ultimi anni la situazione davanti alla Questura di Trieste e negli spazi informali sorti attorno a Porto Vecchio è stata spesso raccontata come un problema di pressione migratoria, di emergenza urbana o di ordine pubblico. Ma ciò che accade a Trieste non può essere iscritto in un quadro di eccezionalità; dietro agli sgomberi ripetuti, alle persone costrette a dormire all’aperto per settimane o mesi, esiste una precisa responsabilità istituzionale. Da oltre dieci anni, tribunali ordinari e TAR di tutta Italia ribadiscono gli stessi principi: il diritto di chiedere asilo deve essere garantito immediatamente; le questure non possono introdurre ostacoli arbitrari o pratiche dilatorie; la mancanza di organizzazione amministrativa non può ricadere sulle persone richiedenti asilo. Attraverso una rassegna 2– necessariamente parziale rispetto all’enorme quantità di contenzioso esistente – l’articolo richiama sentenze e ordinanze emesse negli ultimi anni, le quali mostrano un quadro coerente e consolidato, evidente anche a Trieste. Cambiano le città, cambiano gli uffici coinvolti, ma il meccanismo resta identico: file interminabili, appuntamenti rinviati per mesi, persone lasciate senza documenti, senza accoglienza e senza alcun riconoscimento giuridico. LA QUESTURA DEVE ATTENERSI ALLA LEGGE: RICEVERE LE DOMANDE E FORMALIZZARE NEI TEMPI Il ruolo della Questura nella procedura di protezione internazionale è definito in modo preciso dalla normativa nazionale ed europea. La normativa sancisce infatti che; la Questura riceve 3 la domanda, procede alla verbalizzazione 4, rilascia il permesso provvisorio 5 e trasmette gli atti alla Commissione territoriale 6, unico organo competente a decidere nel merito della richiesta di protezione internazionale. La registrazione della domanda deve avvenire rapidamente dopo la manifestazione della volontà: entro tre giorni lavorativi, sei in caso di città di frontiera o entro dieci giorni in caso di elevato numero di domande 7. La rapidità della registrazione e formalizzazione della domanda di protezione internazionale è fondamentale in quanto passaggio fondamentale affinché le persona richiedenti asilo possano avere accesso alle tutele fondamentali di cui hanno diritto (diritto all’accoglienza alle cure sanitarie). I ritardi e i comportamenti discrezionali posti in essere dalla questure ostano pertanto gravemente la tutela dei diritti fondamentali degli interessati stessi. Nonostante la normativa sia estremamente chiara, in molte città italiane continuano ad essere adottate pratiche discrezionali e illegittime come documentato attraverso un anno di monitoraggi da parte delle associazioni e di liberi cittadini 8. Le persone si radunano nelle prime ore del mattino senza che esista una fila formalizzata, poiché è ormai evidente che l’ordine di arrivo non costituisce un criterio reale di accesso. La “selezione” dei futuri richiedenti asilo appare del tutto discrezionale, sprovvista di criteri trasparenti e di una logica organizzativa chiaramente identificabile. Queste modalità di filtraggio risultano in contrasto con un orientamento giurisprudenziale ormai consolidato. Il Tribunale di Roma già nel 2018 affermava chiaramente che la Questura: “non ha alcun potere di filtro decisionale sulle istanze di protezione internazionale” 9 ricordando come il diritto d’asilo garantito dall’articolo 10 della Costituzione imponga all’amministrazione un obbligo di ricezione della domanda per tutti coloro che la pongono 10. Dopo solo un anno, nuovamente il Tribunale di Roma – con l’ordinanza del 27 febbraio 2019 – dichiarava illegittima la prassi di consentire la formalizzazione della domanda solo ad alcune categorie di persone selezionate arbitrariamente, ribadendo che l’accesso alla procedura d’asilo non può dipendere da criteri discrezionali fissati dagli uffici di polizia 11. “La decisione “verbale” della Questura di non accettare la formalizzazione della domanda di Asilo […] è illegittima ed immotivata.” Molte delle persone in fila davanti alla Questura di Trieste hanno con sé la copia della PEC con la quale hanno già manifestato la volontà di richiedere la protezione internazionale. Ai sensi della normativa vigente, esse sono già considerate richiedenti asilo, in attesa della formalizzazione della domanda. Nonostante ciò, vengono costrette a presentarsi quotidianamente presso la Questura, talvolta per settimane consecutive, senza essere mai convocate. «Siamo a Trieste da un mese quasi, veniamo davanti alla Questura tutti i giorni da tre settimane, ma non veniamo mai selezionati. Dopo le prime volte che ci hanno mandato via, siamo andati ad uno sportello per farci aiutare e loro hanno inviato la richiesta asilo per nostro conto via e-mail. Pensavamo cambiasse qualcosa, ma nelle due settimane successive, ancora tutti i giorni davanti alla questura, sventolando questo foglio, ma niente». Testimonianza da tre richiedenti asilo, Trieste. Il Tribunale di Torino in due sentenze (06.04.2020 12 e 03.12.2021 13) ha ribadito come la manifestazione di volontà non sia soggetta a particolari vincoli di forma. I termini previsti dalla legge risultano sistematicamente violati, lasciando le persone in una condizione di sospensione giuridica e privandole concretamente dei diritti connessi alla richiesta di protezione internazionale. A Trieste la difficoltà di poter registrare le propria domanda di protezione internazionale in tempi utili ha portato, come in altre città, l’attivazione di varie realtà del terzo settore le quali hanno per mesi segnalato via pec le persone che dichiaravano la volontà di richiedete protezione internazionali senza riuscirci. Nonostante ciò anche le segnalazioni via pec, aventi chiara rilevanza giuridica come anche affermato dalla giurisprudenza di legittimità (c. Cass 21910/2020 e 20070/2023) non hanno spesso portato a una presa in carico della domanda. A fronte di un numero tra le cinquanta e cento persone presenti ogni giorno davanti alla Questura, generalmente solo una quindicina viene ammessa all’interno. I selezionatori chiamano diverse nazionalità – o presunte tali, come quando viene genericamente usata la categoria “arabi” – e, all’interno di ciascun gruppo, scelgono alcune persone. Talvolta una o due, talvolta nessuna. Per lunghi periodi, ad esempio, le persone nepalesi venivano sistematicamente escluse dalla selezione. Nel 2025 il Tribunale di Torino, a fronte di una simile situazione di ritardi nell’accesso alla procedura, ha condannato la Questura della città per discriminazione diretta, individuale e collettiva nei confronti delle persone richiedenti asilo, riconoscendo come le prassi adottate producessero un trattamento differenziato e lesivo dei diritti fondamentali 14. “le procedure adottate dalla Questura di Torino Ufficio immigrazione sono illegittime […] in quanto ostacolano, ritardano e rendono eccessivamente difficile l’esercizio dei diritti conferiti dall’ordinamento giuridico […] dette prassi costituiscono una discriminazione, ai sensi dell’art. 43 d.lgs. n. 286/1998”. Più in generale, i ritardi nella formalizzazione delle domande di protezione internazionale, le lungaggini amministrative e le conseguenze lesive che ne derivano sono stati oggetto di numerose pronunce da parte dei tribunali italiani negli ultimi anni. Il Tribunale di Napoli, con ordinanza del 29 aprile 2019, ha accolto il ricorso d’urgenza ex art. 700 c.p.c., accertando il comportamento contra legem della questura e ordinando il rispetto della direttiva n. 2013/32/UE che impone alle autorità nazionali di ricevere la domanda di protezione internazionale nel più breve tempo possibile e comunque entro un termine massimo di sei giorni 15. Poco dopo, con ordinanza del 26 luglio 2019 16, il Giudice riconosce i disservizi della questura di Napoli e ordina in via d’urgenza di ricevere la domanda di protezione internazionale del cittadino straniero: “la presentazione della domanda di protezione internazionale, rientra tra i diritti fondamentali tutelato dagli artt. 2 e 10 Cost , art. 18 CDFUE ed art. 3 CEDU, per cui, non vi è spazio in questa materia per una discrezionalità dell’amministrazione.Pertanto, la domanda va registrata nei tempi congrui previsti dall’art. 6 della direttiva 2013/32 UE, riconosciuto in via piena anche dalla normativa nazionale […]con il d.lgs 25/2008.” 17 Anche il Tribunale di Roma con la sentenza del 28 maggio 2024, accerta l’illegittimità del comportamento della Questura, e ordina di procedere all’effettiva formalizzazione della domanda di protezione internazionale; vale a dire foto segnalamento dattiloscopico, compilazione e registrazione del modello c3 nel sistema Vestanet e rilascio del permesso temporaneo di soggiorno. Riferimenti più recenti si ritrovano in due ricorsi collettivi depositati il 7 marzo 2025 al TAR del Veneto contro le Questure di Venezia e Vicenza, accusate di ostacolare con ritardi sistematici la registrazione delle domande d’asilo proprio a causa dei tempi di attesa inaccettabili 18. Con le sentenze nn. 616 e 617 del 18 marzo 2026, il TAR Veneto ha accolto la prima class action pubblica promossa esclusivamente da soggetti associativi contro le Questure di Venezia e Vicenza, riconoscendo l’esistenza di un’inefficienza organizzativa strutturale nell’accesso alla procedura di protezione internazionale e condannando l’amministrazione a ripristinare tempi di gestione conformi al dettato normativo 19. La giurisprudenza si è pronunciata anche in riferimento ad altri percorsi di regolarizzazione e altre fasi del processo di protezione. Particolarmente significativa è la class action sulla protezione speciale, presentata al TAR Marche 20 nel 2025, che ha condannato i gravi ritardi della Questura e della Commissione territoriale, riconoscendo come il protrarsi ingiustificato delle procedure amministrative producesse effetti gravemente lesivi sui diritti delle persone straniere e violasse i principi di buon andamento ed effettività della tutela giuridica. Ancora una volta, i giudici hanno ribadito un principio ormai consolidato: le inefficienze delle amministrazioni non possono ricadere sulle persone migranti né violare diritti fondamentali garantiti dall’ordinamento nazionale ed europeo. L’INCAPACITÀ LOGISTICA NON PUÒ GIUSTIFICARE UNA LESIONE DEI DIRITTI A Trieste le persone richiedenti asilo restano bloccate per settimane o mesi in attesa di accedere alla procedura, continuando nel frattempo a vivere in strada, senza documenti, senza accoglienza e senza alcuna garanzia effettiva di tutela. Le amministrazioni pubbliche cittadine hanno più volte giustificato le criticità nell’accesso alla procedura d’asilo con carenze di personale, difficoltà organizzative degli uffici e l’elevato numero di arrivi lungo la rotta balcanica. La gestione della procedura viene così rappresentata come una situazione emergenziale, rispetto alla quale la Questura non disporrebbe di risorse sufficienti per garantire un accesso rapido alla formalizzazione delle domande. Dopo la pubblicazione del report Accesso Negato, il 18 dicembre 2025 si è svolto un incontro tra le associazioni del territorio e la Questura di Trieste. Nel corso dell’incontro la Questura ha più volte ricondotto la discussione alle difficoltà organizzative degli uffici e ai tentativi di riorganizzare l’accesso alla procedura, facendo riferimento anche a un progetto – non ancora condiviso pubblicamente – per l’implementazione di un sistema informatizzato su modello di quello sperimentato a Milano. Queste giustificazioni, oltre ad alimentare una narrazione emergenziale legata ai cosiddetti “grandi numeri” – spesso smentita dagli stessi dati ufficiali sugli arrivi e sulle presenze – non hanno alcuna validità dal punto di vista giuridico. In più occasioni i giudici hanno infatti affermato che la pubblica amministrazione non può giustificare l’inerzia invocando suddetti motivi. Il Tribunale di Roma, con decreto del 30 gennaio 2020, ha stabilito che l’incapacità logistica della Questura non può impedire la formalizzazione della domanda d’asilo, chiarendo che le inefficienze organizzative dell’amministrazione non possono ricadere sulla persona richiedente protezione internazionale 21 . Nonostante la normativa nazionale ed europea preveda che la richiesta di protezione internazionale debba essere registrata rapidamente, in molte città italiane le Questure hanno costruito nel tempo sistemi paralleli che trasformano questo passaggio in una lunga attesa priva di garanzie effettive. Emblematico è il caso di Milano, dove il sistema “Prenota Facile” – richiamato anche dalla Questura di Trieste come possibile modello organizzativo – è stato più volte contestato sul piano giuridico. Con ordinanza del 9 maggio 2023 22, il Tribunale di Milano ha infatti ordinato alla Questura di formalizzare immediatamente la domanda di asilo del ricorrente, ritenendo inadeguato un sistema che, nei fatti, impediva l’accesso tempestivo alla procedura. In un ulteriore ricorso collettivo depositato il 10 ottobre 2025 al TAR Lombardia contro la Questura di Milano 23 si documentano ritardi sistematici e incompatibili con i termini previsti dalla normativa europea e nazionale: complessivamente, oltre cinque mesi di attesa per poter semplicemente accedere alla procedura di protezione internazionale. È evidente come, in un contesto come quello triestino, il possibile inserimento di un sistema “Prenota Facile” – presentato come strumento per migliorare l’organizzazione degli accessi – sollevi forti perplessità. Esperienze già documentate altrove dimostrano come questi sistemi rischino di trasformarsi in un ulteriore ostacolo burocratico, aggiungendo nuovi passaggi amministrativi e aumentando i tempi di attesa invece di garantire un accesso immediato alla procedura d’asilo. Resta quindi da vedere se tale modello verrà effettivamente introdotto anche a Trieste, con quali modalità sarà gestito e soprattutto quali effetti concreti produrrà sul rispetto dei diritti delle persone richiedenti protezione internazionale. LE RICHIESTE E LE PRASSI INFORMALI SONO ILLEGITTIME A Trieste le testimonianze raccontano continui rinvii nella presa in carico delle persone richiedenti asilo, appuntamenti informali, accessi rimandati di settimana in settimana e persone costrette a presentarsi quotidianamente davanti alla Questura senza alcuna certezza sui tempi della formalizzazione. Il Tribunale di Ancona, con ordinanza del 14 gennaio 2023 24, ha dichiarato illegittimi i rinvii reiterati della formalizzazione della domanda e dell’accesso all’accoglienza, riconoscendo come tali condotte ledano concretamente dei diritti fondamentali della persona richiedente asilo. Nello stesso senso l’ordinanza del Tribunale di Campobasso del gennaio 2026 25, che ha ordinato alla Questura di procedere immediatamente alla formalizzazione della domanda di asilo di una persona in attesa da oltre un anno per effetto di continui “appuntamenti verbali”, privi di qualsiasi garanzia formale. La direttiva 2013/33/UE – recepita in Italia dal D.lgs. 142/2015 – stabilisce in modo chiaro che l’accesso alla procedura di protezione internazionale non può essere ostacolato da requisiti amministrativi arbitrari o sproporzionati. L’articolo 6, paragrafo 6 prevede infatti che gli Stati membri «Non possano imporre documenti inutili, requisiti amministrativi ulteriori o ostacoli burocratici ai richiedenti asilo per il solo fatto di aver chiesto protezione internazionale». La Questura di Trieste sembra però muoversi in direzione opposta rispetto a questi principi. Diverse persone riferiscono di essere state respinte o di aver subito ritardi nella presa in carico a causa della mancanza di documenti, del passaporto o di ulteriori requisiti informali richiesti. Questo nonostante la normativa sia estremamente chiara nel prevedere che: “la volontà di chiedere asilo può essere espressa oralmente e indipendentemente dalla disponibilità di documenti di identità” (art. 6 D.lgs. 25/2008; art. 8 Direttiva 2013/32/UE).” Si tratta di un orientamento ormai consolidato nella giurisprudenza italiana, che ha ripetutamente dichiarato illegittimi i comportamenti delle amministrazioni diretti a ritardare o ostacolare l’accesso alla procedura di protezione internazionale mediante la richiesta di documentazione o requisiti privi di fondamento normativo: “Non è dunque legittimo l’operato della Questura di Alessandria che non ha proceduto alla registrazione della domanda sulla base dell’omessa produzione di documentazione non prevista da alcuna normativa.” (Trib. Torino 06.05.2020). “È illegittimo ogni comportamento tenuto dalla pubblica amministrazione diretto a ritardare/impedire la formalizzazione dell’istanza di protezione sull’assunto dell’insussistenza di requisiti, invero neppure rilevanti.” (Trib. Bologna 18.01.2023). Il Tribunale di Palermo (ordinanza del 21 dicembre 2017 26) ha precisato inoltre che la Questura non può pretendere il passaporto ai fini del rilascio o del rinnovo del permesso di soggiorno, ribadendo che l’assenza del documento non può impedire il riconoscimento dei diritti dello straniero. Anche il Tribunale di Milano, nella causa civile iscritta al n.r.g. 36446/2019, si espresso in merito con estrema chiarezza: “Non trova invece riscontro, nella normativa vigente, l’obbligo del ricorrente, a pena di irricevibilità della domanda di protezione, di corredarla con un documento che ne dimostri la residenza del luogo dove ha sede la Questura, ovvero la disponibilità di un domicilio. L’art. 6 D.lgs. n.25/2008 prevede che “la domanda di protezione internazionale è presentata personalmente dal ricorrente presso l’ufficio di polizia di frontiera all’atto dell’ingresso nel territorio nazionale o presso l’ufficio della questura competente in base al luogo del dimora del ricorrente”. […] Solo l’art. 11 comma 2, stabilisce tra gli obblighi del richiedente, quello di informare l’autorità competente “in ordine ad ogni suo mutamento di residenza o domicilio”, obbligo che sorge una volta avviata la procedura di protezione, il che implica che una domanda sia stata in precedenza ricevuta dalla PA e tale obbligo si concreta nel dovere di indicare alla PA un luogo di reperibilità dove ricevere tutte le comunicazioni del procedimento, ma che non è invece previsto come presupposto indefettibile per la ricevibilità della domanda.” Il Tribunale di Firenze, con ordinanza del 21 dicembre 2020, si è invece pronunciato sulla prassi di subordinare la presentazione della domanda di protezione internazionale alla produzione di una dichiarazione di ospitalità, al fine di accertare la competenza territoriale della Questura, affermando che tale requisito è privo di qualsiasi fondamento normativo. “quand’anche la Questura a cui il richiedente asilo sirivolge ritenga di non avere gli elementi sufficienti per verificare la sua competenza a ricevere l’istanza di registrazione […]non e legittimata ad opporre un rifiuto protratto a ricevere tale domandama deve comunque rispettare la norma europea e la norma interna laddove prevede che “la registrazione sia effettuata.” (Trib. Firenze 21.12.2020). Analogamente il Tribunale di Venezia, con ordinanza del 21 luglio 2021 27. Tra le altre prassi documentate a Trieste figurano inoltre controlli informali dei telefoni cellulari e dei loro contenuti, suscettibili di incidere sul diritto alla privacy e alla corrispondenza digitale, rispetto ai quali la Corte di Cassazione ha già affermato la necessità di specifiche garanzie procedurali. È stato inoltre osservato un utilizzo del Regolamento Dublino III come motivo per ritardare ed eludere la formalizzazione della domanda di asilo mantenendo le persone in una situazione di sospensione giuridica. In molti casi vengono fornite indicazioni informali sulla competenza di altri Stati o di altre città italiane, senza però attivare alcuna procedura prevista dalla normativa. La legge stabilisce invece che la Questura deve ricevere la domanda di protezione internazionale e, solo successivamente, avviare l’eventuale procedura Dublino per determinare lo Stato competente (art. 26, co. 3, D.lgs. 25/2008; Regolamento UE 604/2013). Rispetto all’obbligo della Questura di ricevere la domanda anche laddove si ritenga incompetente, si è espresso ad esempio il Tribunale di Roma, 30.01.2023: “Deve, comunque, essere evidenziata la modifica apportata con la direttiva 2013/32/UE che all’art. 6 §3 prevede: “Se la domanda di protezione internazionale è presentata ad altre autorità preposte a ricevere tali domande ma non competenti per la registrazione a norma del diritto nazionale, gli Stati membri provvedono affinché la registrazione sia effettuata entro sei giorni lavorativi dopo la presentazione della domanda”. Dunque, è possibile desumere come, anche se la Questura di Roma si fosse ritenuta incompetente, sarebbe stata comunque tenuta a provvedere alla ricezione della domanda di protezione avanzata dal ricorrente entro i sei giorni lavorativi successivi, in osservanza di quanto disposto dalla suddetta direttiva […] In caso contrario si priverebbe completamente lo straniero del diritto di presentare domanda di protezione internazionale” 28. La mancata presa in carico della domanda viene talvolta giustificata dalla presunta competenza di un’altra Questura, sulla base di elementi che suggerirebbero un precedente transito o soggiorno del richiedente altrove. In alcuni casi, persino un biglietto ferroviario, uno scontrino o una fotografia vengono ritenuti sufficienti per rinviare o negare la formalizzazione della domanda a Trieste. Questo nonostante la giurisprudenza abbia chiarito che né il transito né la precedente dimora in un altro comune possano giustificare il rifiuto della ricezione della domanda di protezione internazionale. Il Tribunale di Milano, con le decisioni del 21.08.2019 e del 28.03.2023, ha affermato che la Questura è comunque tenuta a ricevere e formalizzare la domanda, rinviando a una fase successiva ogni valutazione relativa alla competenza territoriale. Tutte queste modalità informali e opache di applicazione – o, più propriamente, di disapplicazione – del diritto comportano il grave rischio di esposizione a provvedimenti di espulsione prima ancora che la domanda di protezione internazionale venga formalizzata, registrata e presa in carico dalle autorità competenti. Si realizza così il paradosso di un’amministrazione che, anziché garantire l’effettività del diritto d’asilo, finisce per comprometterne l’esercizio. Anche a Trieste, diverse persone riferiscono di aver ricevuto provvedimenti di espulsione o di essere rimaste prive di qualsiasi tutela pur avendo già manifestato la volontà di chiedere protezione internazionale. Si tratta di una situazione particolarmente grave, poiché inefficienze e ritardi amministrativi non possono tradursi nella concreta negazione del diritto d’asilo né esporre le persone al rischio di allontanamento dal territorio dello Stato. Il Tribunale di Milano, con ordinanza del maggio 2024 29, ha accolto un ricorso d’urgenza contro la Questura affermando che l’amministrazione non può ostacolare la formalizzazione della domanda di asilo fino al punto da consentire l’avvio di procedure espulsive nei confronti di una persona che aveva già manifestato la volontà di chiedere protezione internazionale. E’ stato anche affermato dalla Corte di Cassazione (cfr. Sez. 6, Ordinanza n. 11309 del 26/04/2019) il principio secondo cui la proposizione della domanda di protezione internazionale legittima lo straniero richiedente a permanere nel territorio dello Stato sino alla decisione della Commissione territoriale sulla stessa, […] con l’ulteriore conseguenza che l’autorità di pubblica sicurezza – avanti alla quale lo straniero si presenti per proporre la domanda – non è autorizzata a valutarla nel merito ed in ipotesi di delibazione di infondatezza ad attivare il procedimento di espulsione del cittadino straniero. LA MANIFESTAZIONE DELLA VOLONTÀ PRODUCE EFFETTI GIURIDICI: STATUS DI RICHIEDENTE ASILO E DIRITTO ALL’ACCOGLIENZA Le persone in arrivo dalla rotta balcanica spesso restano bloccate per mesi in una condizione di sospensione: hanno espresso la volontà di chiedere protezione internazionale, ma non riescono ad accedere alla formalizzazione. Nel frattempo, non ricevono documenti, non accedono all’accoglienza, non possono lavorare regolarmente, non possono iscriversi pienamente ai servizi e rimangono esposte a continui controlli e sgomberi. Si crea così una zona grigia prodotta dai ritardi amministrativi, e dalle inadempienze delle istituzioni. Molte Questure continuano a trattare le persone come “irregolari” fino alla formalizzazione completa della domanda, anche quando la volontà di chiedere protezione è stata chiaramente espressa. La persona è “richiedente asilo” già dal momento in cui manifesta la volontà di chiedere protezione. D.lgs. 142/2015art. 2, comma 1, lett. a. La Cassazione, nella sentenza del 21910/2020, si esprime sull’assenza di requisito di formalità per la manifestazione di volontà e lo status di richiedente asilo: “lo straniero […] richiedente la protezione internazionale è, per definizione, da considerarsi soggetto debole al quale le convenzioni internazionali, le Direttive dell’U.E. (da ultimo la Dir. 2004/83/CE recepita con il D.Lgs. n. 251 del 2007) e la sopra richiamata legislazione nazionale riconoscono incontestabilmente il diritto a presentare la domanda di protezione ed a ottenerne una celere e corretta valutazione […]. L’assenza di alcuna formalità nella proposizione della istanza e di alcun obbligo della allegazione di documentazione a sostegno, determinano nell’autorità esaminante l’obbligo di svolgere un ruolo attivo nella istruzione della domanda […] Con pronuncia del gennaio 2024 30, il Giudice di Pace di Napoli, ha affermato che la volontà di chiedere asilo produce effetti giuridici immediati e che l’inerzia amministrativa non può tradursi in una compressione dei diritti della persona straniera. Il ritardo nella formalizzazione imputabile alla Questura non può quindi determinare una condizione di irregolarità. Si tratta di un principio fondamentale, poiché smonta uno degli effetti principali delle prassi dilatorie: la creazione artificiale di una condizione di invisibilità giuridica. A Trieste, come in altre città, il ritardo tra la manifestazione della volontà e la formalizzazione della domanda ha prodotto situazioni analoghe. Persone che, per legge, hanno già acquisito lo status di richiedenti asilo vengono di fatto trattate come soggetti privi di diritti. L’accesso alla procedura frequentemente è stato condizionato da appuntamenti fissati a distanza di molti mesi, da ostacoli organizzativi interni all’amministrazione o dalla carenza di posti nel sistema d’accoglienza. Il Tribunale di Ancona, con sentenza del 14.01.2023, afferma come la formalizzazione della domanda di protezione internazionale non può essere negata per assenza di posti in accoglienza. “Risulta provato […] il comportamento omissivo della Questura di Ancona che, una volta ricevuta la dichiarazione del sig.XXXXXXX di voler presentare la domanda di protezione internazionale, avrebbe dovuto, […] provvedere a formalizzare la domanda. L’autorità di pubblica sicurezza, invece, ha ripetutamente invitato, per un arco temporale di circa cinque mesi, il sig. a presentarsi presso i propri uffici in ragione dell’asserita indisponibilità di posti. […] L’inserimento nel sistema di accoglienza non è discrezionale, ma costituisce un obbligo imposto dalla normativa europea in capo agli Stati membri (cfr. art. 17 della già citata Direttiva 2013/33/UE). […] a seguito di tale dichiarazione di volontà, il soggetto acquisisce la qualità di “richiedente” e, qualora non abbia la possibilità di provvedere in autonomia alle proprie esigenze, viene immesso nel sistema di accoglienza, puntualmente delineato dal D.lgs. n. 142/2015. In altri termini, […] non può mai venirsi a creare l’opzione tra accoglienza e abbandono, […] L’obbligo di consentire allo straniero l’accesso alle condizioni materiali di assistenza, peraltro, non può dirsi neppure vincolato alla formalizzazione della domanda da parte della Questura. […]la sostanziale impossibilità di formalizzare la richiesta di protezione internazionale […] ha, pertanto, determinato la lesione del diritto assoluto riconosciuto dall’art. 10, comma terzo, della Costituzione oltre che dalla normativa che disciplina l’accesso alla protezione internazionale.” (Trib. Ancona 14.01.2023). Il Tribunale di Torino (Trib. Torino 01.03.2023, Trib. Torino 05.05.2022) e il Tribunale di Roma (Trib. Roma 21.11.2018, Trib. Roma 31.03.2023) hanno ribadito che la formalizzazione della domanda di protezione internazionale, dopo la manifestazione della volontà (art. 2 d.lgs. 142/2015), deve avvenire nel termine indicato dalla legge (artt. 3 e 26 d.lgs. 25/2008), con l’obbligo dell’amministrazione di rilasciare una ricevuta che costituisce permesso provvisorio. La giurisprudenza più recente converge dunque su un principio chiaro: tra manifestazione della volontà e formalizzazione della domanda non può esistere alcun “limbo” giuridico. La persona è richiedente asilo fin dal momento in cui esprime la volontà di chiedere protezione internazionale. Da quel momento, deve poter accedere senza ritardi all’accoglienza, alla documentazione provvisoria e alle garanzie previste dall’ordinamento. LA LESIONE DEI DIRITTI PRODUCE IL PERICULUM IN MORA NELL’ESSERE IRREGOLARE SUL TERRITORIO A Trieste il mancato accesso alla procedura di asilo non si traduce in una semplice irregolarità amministrativa, ma produce conseguenze immediate e concrete sulla vita delle persone. Chi non riesce a formalizzare la domanda di protezione internazionale resta infatti privo dello status di richiedente asilo e dei diritti ad esso connessi. Ne consegue l’esclusione dal sistema di accoglienza, dal Servizio sanitario nazionale, di accedere al lavoro, all’iscrizione anagrafica e alle altre misure di assistenza previste dall’ordinamento. In molti casi questa situazione costringe le persone a vivere per settimane o mesi in condizioni di grave marginalità, negli spazi del Porto Vecchio e senza adeguate tutele. L’assenza di accoglienza si traduce così nell’esposizione al freddo, a malattie e a condizioni di estrema vulnerabilità. Non si tratta di rischi meramente ipotetici: solo nell’ultimo anno tre persone hanno perso la vita mentre vivevano in condizioni di grave esclusione sul territorio triestino. La mancata formalizzazione della domanda impedisce inoltre l’accesso a una procedura destinata ad accertare l’esistenza di un diritto fondamentale quale il diritto d’asilo, lasciando il richiedente in una situazione di invisibilità giuridica. Proprio tali conseguenze sono state individuate dalla giurisprudenza come elementi idonei a integrare il periculum in mora. Sebbene le pronunce non siano del tutto uniformi nell’individuazione del pregiudizio rilevante, appare ormai consolidato il principio secondo cui il mancato accesso alla procedura determina un grave danno che giustifica la tutela cautelare. In particolare, diversi tribunali (Torino 06.05.2020 e 01.03.2023 31, Ancona 14.01.2023, Bologna 18.01.2023 32) hanno riconosciuto che il periculum deriva dalla privazione dei diritti connessi alla condizione di richiedente asilo. Il Tribunale di Ancona ha evidenziato come tale situazione esponga il cittadino straniero, costretto a vivere in una condizione di irregolarità: «al rischio potenzialmente irreparabile di un rinvio nel Paese di provenienza, oltre a impedire l’accesso a forme minime di assistenza e a qualsiasi opportunità di integrazione sul territorio» Trib. Ancona, 14 gennaio 2023 Nello stesso senso si è espresso il Tribunale di Venezia (21 febbraio 2024), precisando che la mancata formalizzazione della domanda impedisce il rilascio del permesso provvisorio e preclude l’accesso a una pluralità di servizi pubblici e diritti connessi alla vita familiare e lavorativa. Il Tribunale di Napoli (29 luglio 2019) ha invece individuato il pregiudizio nel rischio di espulsione e nelle conseguenze che il richiedente potrebbe subire in caso di rimpatrio. Particolarmente significativa è infine la pronuncia del Tribunale di Roma (31 marzo 2023), che ha riconosciuto la sussistenza del periculum in mora anche nel caso in cui la Questura avesse già fissato un appuntamento per formalizzare la domanda, in quanto la temporanea protezione dall’espulsione non è sufficiente a escludere il danno, poiché il richiedente continua a essere privato dei diritti fondamentali connessi al proprio status, a partire dall’accesso al sistema di accoglienza. Alla luce di questo orientamento, le conseguenze prodotte a Trieste dal mancato accesso alla procedura di asilo coincidono con quelle che la giurisprudenza ha già ripetutamente ritenuto sufficienti a integrare il periculum in mora. La situazione triestina si presenta quindi non come un fenomeno eccezionale o diverso da quelli esaminati dai tribunali, ma come una delle manifestazioni più evidenti e gravi dei pregiudizi che la tutela cautelare è chiamata a prevenire.  È stato inoltre chiarito come, nei casi di mancato accesso alla procedura, sussiste la giurisdizione del giudice ordinario, poiché l’interesse del richiedente alla formalizzazione della domanda rientra direttamente nell’ambito del diritto alla protezione internazionale. Come affermato dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (Sent. n. 8236/2020), il rapporto che si instaura tra la persona che manifesta la volontà di chiedere asilo e la Questura costituisce un “contatto sociale qualificato”, indispensabile per l’esercizio del diritto di asilo. Per questa ragione il Tribunale di Bologna (26.01.2023 33) ha riconosciuto che, nell’ambito del giudizio cautelare volto a ottenere l’accesso alla procedura, il giudice può pronunciarsi anche sulle misure di accoglienza, trattandosi di una conseguenza strettamente connessa al diritto alla formalizzazione della domanda. Anche sotto questo profilo, dunque, la situazione triestina non rappresenta una zona grigia del diritto né una questione ancora priva di risposta giurisprudenziale: i tribunali hanno già chiarito, in numerose occasioni, che ostacolare l’accesso alla procedura di asilo e lasciare le persone prive di accoglienza integra una lesione attuale e grave di diritti fondamentali. CONCLUSIONE: TRIESTE COME SPECCHIO DI UNA CRISI STRUTTURALE, LA PRODUZIONE ISTITUZIONALE DELL’IRREGOLARITÀ L’esperienza di Trieste può essere meglio compresa se collocata all’interno del più ampio contesto nazionale. Dal 2016 ad oggi, le numerose denunce provenienti da associazioni, sportelli legali e organizzazioni della società civile in città come Roma 34, Milano 35, Verona 36, Padova 37, Torino 38, Bologna 39, Firenze 40 e Napoli 41, insieme alle molte pronunce emesse dai tribunali italiani, consentono infatti di leggere quanto accade oggi sul confine orientale come un’evidente manifestazione di dinamiche amministrative illecite già documentate e condannate in altri contesti. Emerge così una continuità nelle modalità con cui l’accesso ai diritti viene ostacolato. Trieste, infatti, rappresenta uno dei luoghi in cui tali dinamiche si manifestano con forza e sistematicità. Le associazioni del territorio da anni denunciano la situazione cittadina: la precarietà che caratterizza la vita delle persone in movimento sul territorio triestino, non è il semplice effetto della migrazione, ma il risultato concreto di procedure amministrative che impediscono o ritardano l’effettivo esercizio delle tutele previste dalla legge. Come riconosciuto da numerosi tribunali italiani, la formazione di code notturne, l’assenza di sistemi di prenotazione accessibili, la mancanza di informazioni chiare e il rinvio indefinito degli appuntamenti non costituiscono semplici disfunzioni burocratiche, ma veri e propri ostacoli all’esercizio di un diritto fondamentale. La giurisprudenza ha chiarito che tali omissioni sono imputabili all’amministrazione e riguardano il rispetto di obblighi giuridici precisi, non scelte discrezionali o valutazioni politiche. In questa prospettiva, l’organizzazione amministrativa rappresenta il luogo concreto in cui i diritti vengono resi effettivi oppure svuotati di contenuto. Quando una Questura rinvia per mesi la formalizzazione della domanda, non rilascia alcuna attestazione della volontà manifestata o quando una Prefettura non garantisce l’accesso all’accoglienza, l’irregolarità non precede l’intervento delle istituzioni, ma ne diventa una conseguenza. In altre parole, l’amministrazione contribuisce direttamente alla produzione di quella marginalità che successivamente viene rappresentata come un problema di ordine pubblico. La gravità della situazione osservata a Trieste emerge proprio alla luce di questo consolidato orientamento giurisprudenziale. Non siamo di fronte a un vuoto normativo o a una questione ancora controversa. Le immagini delle tende nel Silos prima e successivamente nell’area del Porto Vecchio, gli sgomberi ripetuti, le persone costrette a dormire all’aperto e l’aumento della tensione sociale vengono spesso presentati come conseguenze inevitabili della presenza di migranti sul territorio. La giurisprudenza degli ultimi anni suggerisce però una lettura differente: il problema non è l’esistenza del diritto d’asilo, il problema è la sua sistematica disapplicazione, in una organizzazione regionale e statale in cui la politica ha la meglio sul diritto. Le tensioni degli ultimi mesi hanno riportato al centro del dibattito pubblico la gestione degli arrivi lungo la rotta balcanica a Trieste. Ridurre tale fenomeno a una mera questione emergenziale significa trascurare il ruolo svolto dalle amministrazioni e dalle prassi che incidono concretamente sull’accesso ai diritti. Risulta evidente che è la distanza tra il diritto formalmente garantito e la sua concreta attuazione a produrre il limbo vissuto da molte persone a Trieste: un limbo in cui la domanda d’asilo non viene formalizzata tempestivamente, il riconoscimento giuridico del richiedente viene ritardato, l’accesso all’accoglienza è rinviato o negato e la sopravvivenza in strada sostituisce la tutela prevista dall’ordinamento. In tale contesto assumono particolare rilievo alcune pronunce che hanno ribadito gli obblighi delle amministrazioni. Il TAR Puglia, con la sentenza n. 1536 del 31 dicembre 2020, ha affermato che la Questura deve collaborare con il cittadino straniero e non ostacolare l’ottenimento del titolo di soggiorno, richiamando il principio di leale cooperazione amministrativa e il dovere di garantire l’effettività dei diritti fondamentali. Il TAR Lombardia, con la sentenza n. 3041 del 2024, ha ribadito che «senza dubbio è obbligo dello Stato porre lo straniero in condizione di formalizzare la domanda quanto prima». Ancora più chiaramente, l’ordinanza n. 5059 del 28 febbraio 2017 delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione ricorda che: «la situazione giuridica soggettiva dello straniero ha natura di diritto soggettivo, da annoverarsi tra i diritti umani fondamentali garantiti dagli artt. 2 Cost. e 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e, pertanto, non degradabile ad interesse legittimo per effetto di valutazioni discrezionali affidate al potere amministrativo». La necessità di continuare a denunciare tali pratiche dimostra l’assenza di cambiamenti strutturali. In questo contesto, il lavoro di monitoraggio e denuncia svolto dalla società civile rappresenta un fondamentale presidio democratico contro la normalizzazione dell’illegalità amministrativa. Per questo motivo, ogni tentativo di occultare tali prassi deve essere contrastato riaffermando un principio essenziale: il diritto d’asilo non può essere limitato o sospeso attraverso procedure arbitrarie, informali o discriminatorie. 1. KhandwAlarm prende il nome dal termine pashto khandwala – «casa rotta» – con cui vengono comunemente indicati i magazzini del Porto Vecchio di Trieste, strutture adiacenti alla stazione da anni abitate da persone in movimento e richiedenti asilo in attesa di un’accoglienza dignitosa. Nato come risposta alle falle strutturali del sistema di accoglienza italiano e alle lungaggini burocratiche per l’ottenimento del permesso di soggiorno, KhandwAlarm vuole lanciare un allarme sulla sistematica violazione dei diritti umani e sulla quotidiana disumanizzazione delle persone in movimento. Contatto email: silos@riseup.net ↩︎ 2. Rassegna che riprende decisioni e vicende già ampiamente discusse pubblicamente negli anni da associazioni giuridiche, sportelli legali e realtà di monitoraggio indipendente. Gran parte delle sentenze e delle pratiche richiamate in questo articolo sono infatti già state analizzate e documentate attraverso articoli e approfondimenti, in particolare dal lavoro di Melting Pot Europa, utilizzato come una delle principali fonti per la stesura di questo testo, avendo seguito e pubblicato negli anni gran parte delle decisioni giudiziarie qui richiamate ↩︎ 3. D.lgs. 25/2008, art. 3, comma 2 e art. 26, comma 1 ↩︎ 4. D.lgs. 25/2008, art. 26, comma 2 ↩︎ 5. D.lgs. 142/2015, art. 4, comma 1 ↩︎ 6. D.lgs. 25/2008, art. 3, comma 1; art. 4; art. 26 ↩︎ 7. D.lgs. 25/2008, art. 26, comma 2-bis. ↩︎ 8. Acesso negato – Rapporto sugli ostacoli nell’accesso alla procedura per il riconoscimento della protezione internazionale e alle misure di accoglienza a Trieste, IRC (dicembre 2025) ↩︎ 9. Consulta la sentenza ↩︎ 10. La Questura non ha alcun potere di filtro o decisionale per le istanze di protezione internazionale: è chiamata semplicemente a ricevere la richiesta di protezione – Tribunale di Roma, decreto del 21 novembre 2018 ↩︎ 11. La Questura non può consentire la formalizzazione della domanda di asilo solo ad alcune categorie di persone scelte del tutto arbitrariamente – Tribunale di Roma, ordinanza del 27 febbraio 2019 ↩︎ 12. Consulta la sentenza ↩︎ 13. Consulta la sentenza ↩︎ 14. Richiedenti asilo: condannata la Questura di Torino per discriminazione diretta, individuale e collettiva. ASGI: «Un’importante vittoria, la Questura dovrà anche strutturare un nuovo modello organizzativo» ↩︎ 15. La questura di Napoli ha di fatto reso impossibile richiedere asilo: il Tribunale ordina di ricevere e formalizzare l’istanza di protezione internazionale entro 6 giorni – Tribunale di Napoli, ordinanza del 29 aprile 2019 ↩︎ 16. Disservizi della Questura di Napoli: Il Giudice ordina in via d’urgenza di ricevere la domanda di protezione internazionale del cittadino straniero – Tribunale di Napoli, ordinanza del 26 luglio 2019 ↩︎ 17. Consulta la sentenza ↩︎ 18. Asilo impossibile: due class action contro le Questure di Venezia e Vicenza per ritardi sistematici – Progetto Melting Pot Europa ↩︎ 19. Asilo impossibile: il TAR Veneto condanna la strutturale inaccessibilità al diritto di asilo nelle Questure di Vicenza e Venezia – ASGI (marzo 2026) ↩︎ 20. Class action sulla protezione speciale: il Tar Marche condanna i gravi ritardi di Questura e Commissione – T.A.R. per le Marche, sentenza n. 932 del 21 novembre 2025 ↩︎ 21. Tribunale di Roma, decreto del 30 gennaio 2020, La Questura di Roma non può impedire per incapacità logistiche la formalizzazione della domanda di asilo. Nella motivazione del ricorso viene inoltre richiamata la giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, in particolare la sentenza Evelyn Danqua (C-429/15), secondo cui, in assenza di una disciplina procedurale uniforme prevista dal diritto dell’Unione per la presentazione e l’esame delle domande di protezione internazionale, spetta agli Stati membri regolamentare tali procedure. Tali modalità, tuttavia, non possono ostacolare l’esercizio dei diritti riconosciuti dal diritto dell’Unione europea. ↩︎ 22. Tribunale di Milano, ordinanza del 9 maggio 2023: ordina alla Questura di formalizzare la richiesta di asilo del richiedente ↩︎ 23. Asilo impossibile a Milano. Una class action contro la Questura ↩︎ 24. Rinnovare tante volte l’appuntamento: Tribunale di Ancona, ordinanza del 14 gennaio 2023 – Formalizzazione della richiesta di protezione e accoglienza del richiedente: illegittime le prassi dilatorie di Questura e Prefettura ↩︎ 25. Il Tribunale ordina alla Questura di Campobasso di procedere immediatamente con la formalizzazione della domanda di asilo – Appuntamento verbale prassi illecita ↩︎ 26. Tribunale di Palermo, ordinanza del 21 dicembre 2017. La Questura non può chiedere il passaporto per il rilascio e il rinnovo del permesso di soggiorno per motivi umanitari ↩︎ 27. Tribunale di Venezia, ordinanza del 21 luglio 2021, E’ illegittima la prassi della Questura di richiedere la dichiarazione di ospitalità: ↩︎ 28. Contrastare le prassi illegittime di Questura e Prefettura: giurisprudenza e formazioni – ASGI ↩︎ 29. Ricorso 700 accolto dal tribunale di Milano – ESPULSIONE SENZA FARLO FORMALIZZARE: ↩︎ 30. Pronuncia del Giudice di Pace di Napoli: Il ritardo nella formalizzazione della domanda d’asilo ascrivibile alla Questura non può determinare l’irregolarità del richiedente ↩︎ 31. Trib. Torino 01.03.2023 ↩︎ 32. Trib. Bologna 18.01.2023 ↩︎ 33. Trib. Bologna 26.01.2023 ↩︎ 34. A Roma, ASGI, A Buon Diritto e altre associazioni hanno documentato negli anni file di giorni davanti alla Questura, accampamenti notturni, liste informali, appuntamenti rinviati per mesi e pratiche arbitrarie che impedivano la formalizzazione della domanda d’asilo; sono stati promossi appelli pubblici, diffide legali e ricorsi contro la mancata ricezione immediata delle domande e contro disposizioni interne ritenute in contrasto con la normativa nazionale ed europea. Melting Pot Europa – CodE: ritardi e prassi illegittime in Questura a Roma; Melting Pot Europa – La Questura deve ricevere la domanda di protezione internazionale; Melting Pot Europa – Roma: appello per l’accesso alla domanda di asilo; Melting Pot Europa – Accesso immediato alla procedura di asilo; Melting Pot Europa – Questura di Roma e accesso alla procedura di asilo; Melting Pot Europa – La Questura di Roma viola il diritto d’asilo ↩︎ 35. A Milano, una delle situazioni più gravi e documentate, ASGI e NAGA hanno denunciato per anni il fenomeno dei “richiedenti asilo fantasma”, esclusi dall’accesso alla procedura per ostacoli burocratici, code interminabili e selezioni arbitrarie; nel 2023 la polizia ha utilizzato lacrimogeni per disperdere centinaia di persone in fila davanti alla Questura di via Cagni, mentre già negli anni precedenti erano stati contestati sistemi di contingentamento informale, multe alle persone in coda e prassi assimilate a un “hotspot” amministrativo illegittimo. Melting Pot Europa – Lacrimogeni davanti alla Questura di Milano; Melting Pot Europa – Diritto di asilo ostacolato a Milano; Melting Pot Europa – Richiedenti asilo fantasma a Milano; Melting Pot Europa – La Questura deve ricevere la richiesta di asilo; Melting Pot Europa – Nuove prassi a Milano: la Questura diventa un hotspot. ↩︎ 36. A Verona, il progetto “Limite Invalicabile” e diverse realtà territoriali hanno accusato la Questura di rendere di fatto impossibile l’accesso alla procedura, denunciando esclusioni arbitrarie, ritardi e assenza di informazioni chiare; nel 2021 si sono svolti presìdi davanti a Questura e Prefettura per contestare la gestione delle pratiche migratorie e dell’accoglienza. Melting Pot Europa – Limite invalicabile mette sotto accusa la Questura di Verona; Melting Pot Europa – Presidio davanti a Questura e Prefettura di Verona. ↩︎ 37. A Padova sono state denunciate prassi vessatorie e umilianti nell’Ufficio immigrazione, con persone costrette ad attese prolungate, appuntamenti irraggiungibili e continui rinvii, in una situazione descritta come ordinaria amministrazione. Melting Pot Europa – L’Ufficio immigrazione della Questura di Padova ↩︎ 38. A Torino, associazioni e collettivi hanno organizzato un presidio contro “usi e abusi” della Questura, denunciando pratiche illegittime nella gestione delle domande di asilo e ostacoli sistematici all’accesso ai diritti. Melting Pot Europa – Presidio contro le pratiche illegittime della Questura di Torino ↩︎ 39. A Bologna, ASGI ha formalmente diffidato la Questura a interrompere pratiche considerate illegittime, in particolare la mancata immediata ricezione delle domande di protezione internazionale e i rinvii incompatibili con il diritto d’asilo. Melting Pot Europa – ASGI contro le prassi illegittime della Questura di Bologna ↩︎ 40. A Firenze, associazioni e operatori legali hanno chiesto a Prefettura e Questura di assicurare concretamente l’accesso all’asilo e all’accoglienza, denunciando ritardi e mancate verbalizzazioni delle domande. Melting Pot Europa – Firenze: accesso all’asilo e all’accoglienza ↩︎ 41. A Napoli, dopo le denunce delle associazioni, è stato aperto un tavolo di confronto istituzionale per superare le prassi illegittime della Questura e garantire un accesso effettivo alla procedura d’asilo. Melting Pot Europa – Tavolo di confronto sulle prassi della Questura di Napoli ↩︎
Ministri israeliani con “politici” italiani a Trieste: vergognose convergenze
Venuti a sapere dell’incontro del 9 luglio a Trieste tra ministri dello Stato di Israele, accusato di genocidio e che continua a praticare pulizia etnica, e autorità politiche triestine, tra cui il sindaco della città e il presidente della Regione FVG, come Rifondazione Comunista esprimiamo la più totale condanna per un incontro che ha il sapore della legittimazione del crimine. Accogliendo in una sede istituzionale ministri dell’osceno governo Netanyahu, gli organizzatori si portano dietro una responsabilità pesante. Mentre i vènti di guerra sono sempre più forti, i nostri “politici” cercano di ricevere lustro e legittimazione dalla legittimazione del genocidio. Il tutto travestito da un evento culturale di riconciliazione. Una beffa, uno schiaffo che si aggiunge ai tanti crimini commessi contro il popolo palestinese. E dispiace che il rabbino della città si presti a questo atto di pura propaganda. Altro è l’ebraismo che amiamo ed è quello che sa distinguere i carnefici dalle vittime, schierandosi per queste ultime e perché prevalgano giustizia e libertà, per tutti i popoli. Siamo certi che domani, in città, non ci saranno “problemi di ordine pubblico”, proprio perché l’ordine pubblico è violato dallo stesso evento. Chi volantinerà contro, lo farà per chiedere il ripristino di una normalità democratica rotta dalle maggiori autorità politiche della nostra città e della Regione, omaggianti ministri che non dovrebbero essere accolti nel nostro Paese.  Gianluca Paciucci PRC-Federazione di Trieste Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
July 9, 2026
Pressenza
“Fuori rotta. Indagine sul sistema di abbandono e isolamento da Trieste alla Sardegna”
Le associazioni No Name Kitchen e il Consorzio Italiano di Solidarietà pubblicano un report 1che analizza il sistema dei trasferimenti tra Trieste e la Sardegna e le condizioni di alcuni CAS nel territorio sardo. Trieste, città sul confine tra Italia e Slovenia, rappresenta uno snodo centrale lungo la cosiddetta Rotta Balcanica. Negli anni, la città è diventata uno dei principali punti di accesso al territorio italiano per persone in movimento in arrivo dalla rotta. La gestione degli arrivi si inserisce in un contesto caratterizzato da cronica insufficienza dei posti in accoglienza, tempi prolungati di registrazione delle domande di asilo in Questura e frequenti trasferimenti verso altre regioni italiane. Tra febbraio e settembre 2025, circa l’85% dei richiedenti asilo trasferiti dopo l’ingresso nel sistema di accoglienza triestino è stato destinato alla Sardegna. Tale dato sembra indicare l’esistenza di una strategia di gestione programmata e di un canale di redistribuzione consolidato tra i due territori. I TRASFERIMENTI TRA TRIESTE E LA SARDEGNA E LE CONDIZIONI DEL SISTEMA DI ACCOGLIENZA SARDO La Sardegna, chiamata “Jazeera” dai richiedenti asilo, dall’arabo “isola”, è diventata nei mesi una delle destinazioni più temute dai richiedenti asilo. I centri di accoglienza sardi sono infatti spesso situati in aree geograficamente isolate, rendendo ancora più complesso l’inserimento in reti sociali, territoriali e nel mercato lavorativo, acuendo il senso di abbandono nei richiedenti asilo. In questo contesto, gli ospiti rimangono bloccati in strutture periferiche in attesa del rilascio dei documenti, una procedura che può protrarsi da alcuni mesi fino a diversi anni. I richiedenti cadono in un limbo di attesa, subendo un processo di passivizzazione, dopo essere stati sradicati da contesti in cui avevano iniziato a costruire una rete di supporto, come più volte è successo a Trieste. Le criticità del sistema di accoglienza in Sardegna sono emerse in modo ricorrente dalle denunce delle persone trasferite, raccolte dagli operatori presenti a Trieste. È proprio a partire da queste segnalazioni che, nell’ottobre 2025, un gruppo di ricerca composto da tre persone ha svolto una missione in Sardegna per verificare le condizioni riportate. Grazie alle visite di diversi CAS, alle interviste e ai focus group svolti con richiedenti asilo accolti sull’isola, sono emerse una serie di problematiche legate alla lentezza del rilascio dei documenti, alle condizioni dei centri, con particolare riferimento alla tutela legale, medica e sanitaria, e alle difficoltà di inserimento lavorativo, che spesso spingono ad accettare condizioni di lavoro irregolari, soprattutto nel settore agricolo. Emerge con chiarezza un meccanismo di redistribuzione dei richiedenti asilo tanto semplice quanto efficace. A fronte degli obblighi internazionali di accoglienza, dai quali lo Stato non può sottrarsi, viene istituzionalizzato un sistema di trasferimenti e ricollocazioni che, pur garantendo formalmente l’accesso all’accoglienza, produce spesso effetti di marginalizzazione sulle persone coinvolte. L’allontanamento dai luoghi di arrivo e dalle reti sociali costruite durante il percorso migratorio interrompe in alcuni casi percorsi di inserimento già avviati. In molti casi, questi trasferimenti finiscono per incentivare l’abbandono dei centri di accoglienza o spingono a vivere in condizioni non accettabili, alimentando precarietà, vulnerabilità e, talvolta, irregolarità. FUORI ROTTA: LA MARGINALIZZAZIONE DEI RICHIEDENTI ASILO > Qui abbiamo pensato di diventare pazzi. Con questa frase il team di ricerca è stato accolto da un ragazzo trasferito da Trieste in un campo di accoglienza sardo, isolato nella campagna. Ciò che emerge con forza è il profondo senso di abbandono e stallo vissuto quotidianamente dai richiedenti asilo. Il report evidenzia con chiarezza la volontà di marginalizzare persone in movimento e richiedenti asilo. Sradicare le persone dai contesti e collocarle ai margini del territorio nazionale provoca spesso un’ulteriore precarizzazione delle condizioni di vita degli accolti. Esistono eccezioni, ma la realtà del sistema di accoglienza porta a un’oggettificazione e a una disumanizzazione del richiedente asilo. “Makes you also wonder about the welcoming system or reception system. Are they really just about beds or are they actually welcoming people? Not turning them into numbers and keeping them away in camps far far away from cities, making them numbers even literally when you have to sign in and out with a number not even with your name”. Queste le parole che dovremmo tutti tenere a mente, pronunciate da un attivista di No Name Kitchen un anno fa, in occasione di una giornata organizzata per ricordare lo sgombero del Silos avvenuto a Trieste il 21 giugno 2024. Notizie/A proposito di Accoglienza TRIESTE. UN CONTRO-EVENTO ARTISTICO E POLITICO RIACCENDE LA MEMORIA DEL SILOS Spazio pubblico, arte e memoria si intrecciano per contrastare l'oblio e riaffermare diritti negati Arianna Locatelli 8 Agosto 2025 Quando si parla di viaggi migratori, si evocano di solito le frontiere balcaniche, il Mar Mediterraneo, le violenze delle polizie di frontiera, il gelo delle foreste o il caldo torrido del deserto. Eppure, sappiamo bene che il viaggio non finisce una volta messo piede sul territorio italiano, francese o tedesco. Perché a quel punto si apre una seconda fase: lo scontro quotidiano con un sistema d’asilo respingente, con la minaccia costante del Regolamento Dublino, con le frontiere interne alla società, con una lingua sconosciuta, con un sistema di accoglienza che riduce l’individualità alla collettività, trasformando le persone in numeri. A molti, essere trasferiti in Sardegna potrà non sembrare la cosa peggiore che possa accadere lungo una rotta migratoria. Ma attraversando l’entroterra sardo, visitando centri raggiungibili solo percorrendo stradine sterrate, si comprendono le parole di A., che guardandoci ha detto: «Qui abbiamo pensato di diventare pazzi». Il sistema di accoglienza non dovrebbe limitarsi a fornire un posto letto. Dovrebbe costruire percorsi di inserimento territoriale, garantire rispetto del singolo, tutelare le fragilità. Dovrebbe radicare, non isolare; costruire, non distruggere sistematicamente le reti sociali che le persone in movimento cercano di creare con fatica. Non si può pensare che fornire un letto sia l’obiettivo ultimo. Perché la disumanità inizia nel momento in cui non si riconoscono più le persone che si hanno davanti come tali, ma come numeri, spostati di centro in centro, abbandonati in un CAS isolato, lontano da tutto e da tutti. Anche alla luce dei recenti avvenimenti, occorre aprire una riflessione sul sistema di accoglienza italiano, facendo emergere le responsabilità istituzionali di un sistema che rende estremamente difficile il percorso di regolarizzazione dei richiedenti. 1. NNK – No Name Kitchen (2026), Fuori Rotta ↩︎
Quando si arriva davvero?
A Trieste si aspetta per entrare in Questura. Si aspetta per formalizzare la domanda di asilo. Si aspetta per un posto in accoglienza 1. E poi si aspetta ancora, spesso lontano centinaia di chilometri, in centri isolati dove il tempo si dilata e i diritti si assottigliano. Come documenta il report Fuori Rotta di No Name Kitchen, dalla frontiera nord-orientale alla Sardegna il percorso della protezione internazionale si rivela come una macchina di dispersione che prolunga l’incertezza e produce nuove forme di esclusione. Sono le sette del mattino, piove e davanti alla questura di Trieste c’è già una fila infinita da almeno un’ora. Saranno una cinquantina di uomini, con i volti stanchi, che cercano di ripararsi dalla pioggia. Verso le 8:30 escono due poliziotti, una donna e un uomo. La poliziotta alza la voce e urla: “Passport!”. Tutti si guardano tra loro; timidamente qualcuno prova a mostrare il proprio passaporto, sapendo benissimo che ormai è scaduto e non vale nulla. Subito dopo urla: “Afghanistan”. Improvvisamente una ventina di uomini alza la mano. Li conta, poi continua: “Pakistan”, e va avanti così, finché, senza alcun criterio apparente, ne sceglie due o tre per nazionalità. Tutti gli altri possono andarsene. A casa, o meglio, in strada, dove vivono. Approfondimenti LA ROTTA BALCANICA: L’ISTITUZIONALIZZAZIONE DELLA VIOLENZA NELLA GOVERNANCE EUROPEA DELLE FRONTIERE Quando la deterrenza diventa metodo Camilla Della Vida 10 Giugno 2026 Oggi però è una buona giornata per Y., che dopo essersi presentato ogni giorno per un mese davanti alla questura viene finalmente scelto. Con un sorriso a 32 denti si mette in fila con le altre quattordici persone selezionate. Lo salutiamo e ce ne andiamo insieme agli altri. Più tardi, nel pomeriggio, rivediamo Y., ma non è più felice come qualche ora prima: è arrabbiato, giù di morale, e vuole raccontarci cosa è successo. Decidiamo quindi di intervistarlo per capire meglio come funziona il sistema di accoglienza e la richiesta di asilo qui in Italia. Gli chiedo perché ha deciso di lasciare il Pakistan per affrontare un viaggio così lungo e faticoso. Mi risponde che pensava di essere più al sicuro, e che, come molti altri, sognava un futuro migliore, con più possibilità. Il suo sogno è sempre stata l’Italia. Molti ragazzi come lui provano a chiedere asilo in Turchia o in Grecia, ma spesso finiscono deportati nei loro paesi di origine o detenuti in condizioni difficili. “Almeno qui ti danno la speranza di ottenere l’asilo”, dice. O almeno, così sembra. Y. è stato chiamato due volte dalla polizia in un mese per mettersi in fila. La procedura è sempre la stessa: tre mediatori culturali che traducono in modo impreciso e tre poliziotti che, mentre fanno domande sui suoi spostamenti, controllano il telefono, chat private di WhatsApp, galleria, cronologia di Google e Google Maps. Entrambe le volte gli è stato detto di andare a Gorizia, perché sarebbe quella la prima città italiana in cui è entrato dalla Slovenia. Gli spiego che non dovrebbe funzionare così: può richiedere asilo dove vuole e, in teoria, non dovrebbero volerci più di tre giorni per rilevare le impronte e inserirlo nel sistema d’accoglienza. Y., racconta di avere un amico all’Aquila e che lì il sistema funziona meglio. “Lì almeno i computer della questura funzionano”, dice ridendo. Gli passo un bicchiere di Chai, perché so che sto per fargli una domanda difficile. Gli chiedo se si è pentito della sua scelta di partire per l’Italia. Mi risponde di sì: potesse tornare indietro, non lo rifarebbe. Arriva persino a dire che, se la situazione non cambia, preferirebbe essere deportato in Pakistan. > Conclude dicendo: “I’d rather die in my country than sleep one more night > here.” Immaginate di camminare per mesi, attraversare il deserto e le foreste, scappare dalla polizia di confine, per poi arrivare a destinazione e non trovare alcun tipo di accoglienza: nessun posto dove dormire, nessun pasto caldo. A Trieste, uno dei principali punti di arrivo della rotta balcanica, l’accesso alla procedura di asilo può richiedere settimane. Y. non è l’unico in questa situazione. Secondo i dati raccolti da NNK (No Name Kitchen) e altre associazioni che lavorano con i migranti a Trieste, tra le 70 e le 140 persone richiedenti asilo si presentano ogni giorno presso la questura di Trieste nei quattro giorni di apertura dell’Ufficio immigrazione. Di queste, solo una dozzina riesce ad accedere fisicamente all’ufficio; tuttavia, spesso circa la metà non riesce a formalizzare la domanda di asilo neppure dopo l’ingresso 2. Le difficoltà non si esauriscono all’accesso alla procedura di asilo. Anzi, per molte persone rappresentano soltanto l’inizio di un nuovo percorso di incertezza. Come emerge dal report Fuori Rotta, pubblicato da No Name Kitchen nell’aprile 2026 3, dopo la formalizzazione della domanda di protezione internazionale molti richiedenti asilo vengono trasferiti dalla frontiera nord-orientale verso altre regioni italiane, con la Sardegna che rappresenta una delle destinazioni più frequenti. In teoria, una volta presentata la domanda, chi non dispone di risorse economiche dovrebbe essere inserito nel sistema di accoglienza. Nella pratica, però, la pressione esercitata dai continui arrivi nelle aree di confine porta le autorità a redistribuire rapidamente le persone verso strutture situate in altre parti del Paese, spesso molto lontane dal luogo in cui avevano iniziato il proprio percorso. Approfondimenti LA QUESTURA DI TRIESTE OSTACOLA L’ACCESSO ALLA PROCEDURA D’ASILO La denuncia nel rapporto «Accesso Negato» 29 Dicembre 2025 La comunicazione del trasferimento arriva generalmente con pochissimo preavviso. Ai richiedenti viene notificato che il mattino successivo dovranno lasciare il centro di accoglienza per raggiungere, in pullman, il porto di Livorno e da lì imbarcarsi verso la Sardegna. Sebbene, il provvedimento preveda formalmente la possibilità di presentare osservazioni o opporsi alla decisione, i tempi estremamente ridotti e la documentazione disponibile esclusivamente in italiano rendono questo diritto, nella maggior parte dei casi, puramente teorico. Una volta arrivati sull’isola, le persone vengono sottoposte a un rapido controllo sanitario prima di essere assegnate ai rispettivi centri di accoglienza. La Sardegna è bella, sì, ma se ci vai in vacanza, non se ci arrivi per aspettare, senza sapere per quanto tempo, la convocazione davanti alla Commissione territoriale. Qui l’isolamento non è soltanto geografico. Molti centri sorgono lontano dai principali centri abitati, sono difficili da raggiungere con i mezzi pubblici e offrono poche possibilità di costruire relazioni, trovare un lavoro o iniziare un reale percorso di integrazione. L’isolamento, però, è solo una parte del problema. Le testimonianze raccolte nel report raccontano di pasti spesso insufficienti o di qualità così scarsa da spingere molti residenti a organizzarsi autonomamente per cucinare insieme, di nascosto, in una khandwala (una casa abbandonata, in pashto) trasformando un gesto quotidiano in una forma di resistenza alle regole imposte dal centro. Anche le condizioni materiali destano preoccupazione. Le persone intervistate descrivono problemi legati all’igiene degli ambienti, alla manutenzione delle strutture e all’accesso ai servizi sanitari. A questo si aggiungono frequenti episodi di sfruttamento lavorativo: molti trovano impiego nel settore agricolo stagionale, dove vengono riferiti turni di dieci o dodici ore per retribuzioni comprese tra i quattro e i cinque euro all’ora. Il risultato è una forma di violenza che raramente lascia segni visibili ma che incide profondamente sulla vita quotidiana. L’attesa si trasforma in sospensione, l’isolamento geografico diventa isolamento sociale e psicologico, e l’assenza di prospettive alimenta un progressivo senso di abbandono. Dormire finisce per diventare uno dei pochi modi per far scorrere il tempo, mentre la speranza si consuma lentamente. Alla fine, la domanda che attraversa tutto questo percorso resta la stessa: quando si arriva davvero? Non dopo tutti i chilometri fatti. Non dopo tutti i confini superati. Non dopo settimane passate davanti alla Questura. Non dopo la domanda di asilo. Non dopo il trasferimento in un centro di accoglienza. Per molte persone in movimento l’arrivo continua a essere rimandato, trasformando la protezione internazionale in un’attesa senza fine. 1. Su questo argomento leggi gli articoli del gruppo KhandwAlarm: Trieste, gli sgomberi che non risolvono nulla; La stretta su piazza della Libertà: militarizzazione e recinzione contro un presidio di solidarietà ↩︎ 2. ICS – Consorzio Italiano di Solidarietà – Ufficio Rifugiati Onlus (2025), Accesso negato – Trieste ↩︎ 3. NNK – No Name Kitchen (2026), Fuori Rotta ↩︎
Giornata Mondiale del Rifugiato 2026: la situazione del diritto di asilo a Trieste
Il quadro generale: più arrivi, meno tutele Gianfranco Schiavone, presidente di ICS, ha aperto la conferenza inquadrando la situazione nel contesto internazionale: «La situazione del diritto di asilo peggiora di anno in anno, e Trieste, come area conclusiva della rotta balcanica, ne risente in modo particolare». Nei primi mesi del 2026 si registra un netto aumento degli arrivi, che tuttavia non corrisponde a un aumento delle presenze in città: «Aumentano le persone in transito. Questo dato smentisce le sciocchezze dette dalla politica locale sugli effetti di contenimento ottenuti dal ripristino dei controlli alla frontiera». Controlli che Schiavone definisce illegittimi: «La Commissione Europea ha già richiamato l’Italia su questo. Si tratta di una misura illegittima che ha dissipato enormi risorse pubbliche ed è al tempo stesso inefficace: le domande di asilo devono essere registrate, sia che ci siano i controlli alla frontiera interna, sia che non ci siano». Di fronte a un flusso gestibile – con una media di 8 persone al giorno che presentano domanda di asilo a Trieste – la risposta istituzionale appare del tutto sproporzionata: «Non si giustificano le incredibili code alla Questura, le persone abbandonate in strada per settimane. Siamo davanti a una mala gestione del fenomeno che ha assunto rilievi patologici». Sul fronte normativo, Schiavone segnala un ulteriore elemento di crisi: con l’entrata in vigore del Patto europeo su migrazione e asilo, il governo italiano si è fatto trovare impreparato. «La sera del 12 giugno è apparso in Gazzetta Ufficiale un decreto legge che recepisce in modo raffazzonato solo alcune parti dei nuovi regolamenti. Ci aspettiamo, a Trieste come altrove, un periodo di totale confusione». Schiavone precisa inoltre che Trieste non è frontiera esterna, e dunque non può essere applicata alcuna procedura accelerata di frontiera. I numeri del monitoraggio: +46% di arrivi, diritti negati Marta Pacor, operatrice di Diaconia Valdese, ha presentato i dati raccolti tra gennaio e maggio 2026 nell’ambito delle attività di monitoraggio svolte con IRC nella zona della stazione: 4.348 persone incontrate, pari a una media di 870 al mese e 30 al giorno. «Si tratta di un aumento del 46% rispetto allo stesso periodo del 2025. Un primo dato che ci mostra come la chiusura di Schengen e l’aumento dei controlli alle frontiere non abbia, nel lungo termine, modificato la spinta delle persone a migrare, determinata da cause strutturali più profonde». A questo aumento degli arrivi si accompagna però un calo netto di chi intende fermarsi a Trieste: «Nel 2025, nei primi cinque mesi dell’anno, il 51% delle persone incontrate aveva dichiarato di voler rimanere a Trieste. Nel 2026 quella percentuale è scesa al 28%, ovvero 1.218 persone – circa 8 al giorno». Eppure, nonostante questa domanda relativamente contenuta, le persone si sono ritrovate a dormire nei magazzini di Porto Vecchio. La ragione, spiega Pacor, è nelle prassi della Questura: «Tra le 60 e le 80 persone ogni giorno – con picchi di 120 – si trovavano in attesa davanti all’Ufficio Immigrazione alle 7.45 di mattina. Le persone si sono ritrovate nella concreta impossibilità di registrare la propria domanda d’asilo, o di riuscirci in maniera totalmente casuale e su basi arbitrarie». Pacor descrive un meccanismo che produce invisibilità: «Vengono rese invisibili, si fa finta che non esistano. Non possono accedere ai centri di accoglienza perché non sono registrate come richiedenti asilo, nonostante ci siano posti liberi nelle strutture di primissima accoglienza». Sul fronte delle nazionalità, il dato principale resta invariato: l’Afghanistan rappresenta il 40% delle persone incontrate, seguita da Kurdistan turco e Turchia, Nepal, Bangladesh e Pakistan. Cresce il numero delle donne sole – da circa 105 nei primi cinque mesi del 2025 a 165 nello stesso periodo del 2026 –, spesso vittime di tratta o sfruttamento lavorativo: «Questo gruppo richiederebbe una presa in carico ancora più tutelante da parte delle istituzioni. Invece nel corso degli ultimi mesi sono state tante le esperienze di donne sole, vittime di tratta, che hanno dovuto subire trattamenti illegittimi da parte degli operatori della Questura al momento della richiesta asilo». Pacor segnala infine un dato allarmante riguardo ai minori stranieri non accompagnati: a fronte di 584 MSNA totali, solo 18 risultano essere state registrati a Trieste (36 in altre città italiane), contro gli 88 registrati nello stesso periodo del 2025. «Probabile conseguenza di prassi illegittime delle Questure che impediscono alle persone di registrare la domanda d’asilo, prassi che hanno coinvolto anche i minori». Lo sguardo operativo: nuovi ostacoli da giugno Maddalena Avon, operatrice legale di ICS, ha illustrato le ricadute concrete sul lavoro quotidiano di tutela. Da giugno si è aggiunto un nuovo ostacolo: «Alle persone che si presentano in Questura per fare domanda di asilo non viene chiesto nulla. Vengono raccolti i documenti originali, e dopo un quarto d’ora alla persona viene dato un foglio che non dice né quando è stato rilasciato né per che cosa. A detta della Prefettura, da noi interpellata, quella persona non risulta essere richiedente asilo e di conseguenza non viene fatta entrare in accoglienza, come suo diritto. Questa è una chiara violazione del diritto d’asilo». I trasferimenti verso altre regioni procedono con regolarità – «dai 40 ai 60 a settimana, costanti e fluidi rispetto ai numeri degli arrivi» – ma continuiamo ad avere persone abbandonate in strada per settimane. ICS ha inviato segnalazioni tramite PEC per 312 persone tra gennaio e maggio: «Le risposte non sono mai arrivate. Le persone continuano ad andare in Questura anche con la PEC, venendo costantemente ignorate». Sono state inviate inoltre 88 segnalazioni alla Prefettura per la richiesta di accoglienza di 267 persone vulnerabili – donne sole, nuclei familiari, persone con vulnerabilità medica o psicologica. Dalla piazza: militarizzazione e abbandono Lorena Fornasir di Linea d’Ombra ha chiuso la conferenza portando la testimonianza diretta di Piazza Libertà: «L’esperienza della piazza conferma i dati appena esposti». Fornasir descrive una piazza militarizzata, presidiata quotidianamente. Una presenza che produce diffidenza: «le nuove persone migranti non si presentano più in piazza, le ritroviamo la notte, dopo che le forze dell’ordine se ne sono andate». Ogni mercoledì un funzionario della DIGOS seleziona tra le dieci e le quindici persone da portare in Questura per presentare la domanda di protezione internazionale: «Quando i ragazzi si accorgono di questa procedura, accorrono tutti e chiedono di fare domanda. Ma ne prendono solo dieci o quindici, gli altri tornano in piazza». Chi riesce a passare, torna con in mano un foglio che non dà accesso immediato all’accoglienza. Fornasir segnala anche la chiusura progressiva dei magazzini di Porto Vecchio: «Le persone migrano di volta in volta più lontano. In questo momento almeno 150 persone sono abbandonate completamente a se stesse in Porto Vecchio, in condizioni di degrado intollerabile». Un degrado che ha già avuto conseguenze letali: «A Trieste abbiamo avuto due morti lo scorso inverno, che potevano essere evitate». A due anni dallo sgombero del Silos – avvenuto il 21 giugno 2024 senza che siano mai state fornite alternative adeguate – Fornasir conclude: «L’abbandono continua». Redazione Friuli Venezia Giulia
June 26, 2026
Pressenza
Trieste, gli sgomberi che non risolvono nulla
KHANDWALARM 1 Da più di un anno decine di persone in movimento trascorrono settimane davanti alla Questura di Trieste per manifestare la volontà di richiedere protezione internazionale. L’accesso alla Questura viene sistematicamente ostacolato attraverso una serie di pratiche illegittime, già documentate nel report Accesso Negato 2. A Trieste, però, le criticità si stratificano: alla cronica carenza di posti nel sistema di accoglienza e alla costante gestione emergenziale e securitaria della situazione migratoria, si sono aggiunti negli ultimi mesi una crescente militarizzazione di Piazza della Libertà, importante presidio solidale cittadino, e numerosi sgomberi nell’area di Porto Vecchio. Qui, diversi magazzini abbandonati vengono utilizzati da persone in movimento e richiedenti asilo come rifugi temporanei, in attesa di accedere all’accoglienza; così, la sopravvivenza delle persone che li occupano entra in conflitto con il progetto istituzionale di riqualificazione immobiliare dell’intera zona. Con questa serie di articoli, il gruppo KhandwAlarm tenta di far luce sulle prassi illegittime e sulle violazioni che si consumano quotidianamente, proponendo un’analisi sociale, politica e giuridica, della situazione cittadina. Approfondimenti/A proposito di Accoglienza LA STRETTA SU PIAZZA DELLA LIBERTÀ: MILITARIZZAZIONE E RECINZIONE CONTRO UN PRESIDIO DI SOLIDARIETÀ Il primo di una serie di articoli del gruppo KhandwAlarm su quanto accade a Trieste 18 Giugno 2026 Nel disinteresse pressoché generale, in queste ultime settimane stanno continuando gli sgomberi delle persone in movimento e richiedenti asilo dai magazzini del Porto Vecchio di Trieste. Uno dopo l’altro, gli hangar vengono “bonificati” e poi sigillati con mattoni, cemento e pannelli di compensato. Le persone che vi avevano trovato riparo, però, non spariscono: costrette ad accamparsi in questi ricoveri di fortuna in attesa di accedere all’accoglienza a cui avrebbero diritto (un’attesa che può durare mesi), ogni sgombero non fa che spostare di qualche metro una condizione di abbandono che le istituzioni continuano a trattare come un problema di ordine pubblico, anziché come una responsabilità politica e umanitaria. Negli ultimi mesi Comune e Regione hanno progressivamente chiuso una lunga serie di strutture nell’area di Porto Vecchio: dai magazzini 2, 2A, 4, 6, 7 e 10 fino agli edifici 116, 118, 119 e 120. L’ultimo edificio a essere sgomberato – il 21 maggio – è stato il magazzino 19, dove vivevano circa settanta persone. In questo caso, probabilmente anche a causa del numero elevato di persone presenti, per circa sessanta di loro è stato predisposto l’ingresso nel sistema di accoglienza. Le restanti, però, sono rimaste nuovamente senza alcuna alternativa, confermando ancora una volta il carattere puramente emergenziale e parziale di queste operazioni. Gli sgomberi procedono parallelamente all’avanzamento dei cantieri di riqualificazione dell’antico scalo, che il sindaco Roberto Dipiazza immagina trasformato in una sorta di nuova Montecarlo sul mare; e così, agli ingressi dei magazzini, compaiono cartelli che vietano l’accesso, tradotti in sette di lingue. Ma mentre i lavori procedono, continua a mancare qualsiasi intervento strutturale capace di affrontare il nodo centrale: l’abbandono umanitario delle persone escluse dal sistema di accoglienza. È questo, fra i tanti, l’aspetto maggiormente inquietante dell’intero quadro: le autorità sono consapevoli della presenza di persone a cui bisognerebbe garantire, per legge, un’accoglienza dignitosa, eppure sembrano ignorare il problema. E se – formalmente – l’accesso alla domanda di asilo è sempre possibile, nella pratica viene ostacolato dalle prassi illegittime della Questura, come denunciato dalle organizzazioni umanitarie nel rapporto “Accesso negato” 3, pubblicato lo scorso dicembre. LE PERSONE NON SPARISCONO: LO SGOMBERO COME SPOSTAMENTO DELL’ABBANDONO Come denunciato a seguito dell’ultimo sgombero dall’ICS, consorzio che a Trieste si occupa dell’accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati, «a Trieste permangono disfunzioni sistemiche gravi nella gestione delle domande di asilo. La Questura non ha adottato alcuna modalità organizzativa che consenta la registrazione tempestiva delle domande, che la legge impone avvenga entro tre giorni dall’arrivo. I tempi di attesa si attestano invece intorno a un mese. Durante questo periodo, la Prefettura non attiva alcuna misura di accoglienza, nonostante la normativa vigente imponga che sia garantito immediatamente almeno l’accesso alle misure minime di accoglienza materiale. A ciò si aggiunge un numero del tutto insufficiente di trasferimenti settimanali verso il resto del territorio nazionale, che causa un effetto imbuto strutturale. È questa colpevole inerzia, che si perpetua da anni, a costringere le persone a cercare riparo nelle strutture fatiscenti e pericolose del Porto Vecchio». Una lettura condivisa da Marta Pacor, operatrice di Diaconia Valdese, secondo cui gli sgomberi «sono parte di un meccanismo istituzionale che propone la risoluzione di problemi le cui cause, sistemiche, sono riconducibili alle istituzioni stesse». Pacor sottolinea come la grande maggioranza delle persone presenti nei magazzini fossero richiedenti asilo impossibilitati a formalizzare la propria domanda proprio a causa delle prassi illegittime adottate dalla Questura di Trieste: «in assenza della registrazione formale della domanda di protezione internazionale – spiega – non è possibile essere inseriti all’interno del sistema di accoglienza istituzionale, e dunque la strada rimane l’unica soluzione». Questo ha portato, nel corso dell’inverno, a un paradosso: «i centri di prima accoglienza in città avevano posti disponibili e, ciò nonostante, le persone erano costrette a rimanere in strada, esposte a temperature rigidissime». Secondo Pacor le operazioni di sgombero vengono così utilizzate unicamente per liberare un’area interessata dai progetti di riqualificazione urbana, senza affrontare le cause strutturali dell’emarginazione. «Non si può parlare semplicemente di inadeguatezza istituzionale nella gestione del fenomeno: risulta ormai chiaro che si tratta di scelte operative ben precise», afferma Pacor, ricordando inoltre come durante l’ultimo inverno due persone siano state trovate morte nei magazzini di Porto Vecchio. Finora buona parte delle persone sgomberate dai magazzini, escludendo quelle che nel frattempo sono riuscite a formalizzare la propria domanda di asilo, si sono semplicemente spostate nei palazzi ancora accessibili, ma con il procedere dei lavori questa non sarà più una strada percorribile. Considerando l’aumento, proprio del periodo estivo, di arrivi dalla rotta balcanica, si intuisce come la situazione potrebbe diventare potenzialmente critica una volta che gli edifici saranno stati tutti chiusi. Le realtà umanitarie, insieme alle forze di opposizione di centro-sinistra, avrebbero una soluzione: l’apertura di un centro di bassa soglia ad alta rotazione nell’ex mercato di via Gioia, edificio di proprietà comunale attualmente inutilizzato. Con una spesa di poche centinaia di migliaia di euro si risolverebbe il problema dell’abbandono delle persone migranti in strada, ma la giunta Dipiazza è contraria, preferendo invece impiegare 1,2 milioni di euro del bilancio comunale per la recinzione di piazza Libertà, il luogo dove le associazioni umanitarie danno supporto alle persone migranti. Una scelta che chiarisce fin troppo l’intenzione del primo cittadino: alimentare la propaganda xenofoba senza risolvere nulla. 1. KhandwAlarm prende il nome dal termine pashto khandwala – «casa rotta» – con cui vengono comunemente indicati i magazzini del Porto Vecchio di Trieste, strutture adiacenti alla stazione da anni abitate da persone in movimento e richiedenti asilo in attesa di un’accoglienza dignitosa. Nato come risposta alle falle strutturali del sistema di accoglienza italiano e alle lungaggini burocratiche per l’ottenimento del permesso di soggiorno, KhandwAlarm vuole lanciare un allarme sulla sistematica violazione dei diritti umani e sulla quotidiana disumanizzazione delle persone in movimento. Contatto email: silos@riseup.net ↩︎ 2. Scarica il rapporto ↩︎ 3. Scarica il rapporto ↩︎
Sulla propulsione nucleare navale di Fincantieri
Sui media di sabato 20 giugno 2026 è comparso un servizio sulla costruzione di navi a propulsione nucleare da parte di Fincantieri  ove si promuove la capacità della multinazionale cantieristica triestina, di dotare di piccole centrali nucleari “pulite e sicure” le navi che andranno in produzione nel prossimo decennio. Spiace constatare come i reattori per la propulsione navale nulla abbiano a che fare coi nuovi e decantati “mini” reattori modulari, essendo nella realtà di altro tipo la cui tecnologia è soggetta per larga parte a procedure militari. Nessuno al mondo doterebbe di propulsione nucleare navi portacontainer o petroliere; nave ed equipaggio sarebbero soggetti a controlli e collaudi sotto il controllo dell’Autorità nucleare internazionale. Assolvere questo imprescindibile compito comporterebbe spese considerevoli che nessuno si sentirebbe di sostenere. Non a caso gli unici navigli a propulsione nucleare in circolazione sono militari, come in USA in Francia nel Regno Unito e in Russia, dove anche i prestigiosi rompighiaccio artici dipendono dalla marina militare. I reattori navali sono infatti delle bombe galleggianti, in cui il combustibile viene arricchito dal 60 al 90% avvicinandosi al grado in uso per le armi nucleari. Inoltre le dimensioni del reattore devono essere compatte per occupare poco spazio pur fornendo grande potenza. Il tipo di reattore più diffuso e affidabile in questo senso non è il cosiddetto modulare ma il PWR, costituito da un impianto ad acqua in pressione che muove una turbina. Il problema sicurezza peraltro sussiste. Trieste e Capodistria ad esempio sono porti nucleari militari di transito e devono dotarsi di piani di emergenza, in caso di incidente in presenza di portaerei incrociatori o sommergibili a propulsione nucleare. Incidenti avvenuti nel corso del tempo anche nei nostri mari. L’accesso continuo al porto da parte di naviglio nucleare in un territorio sede del più grande terminal petrolifero del Mediterraneo – già oggetto di un terrificante attentato nel 1972 – e in prossimità della base nucleare di Aviano sarebbe ingestibile sotto il profilo della sicurezza; tanto più in questo periodo storico, di rischio bellico conclamato.  Per Tavola Pace FVG  Alessandro Capuzzo Redazione Italia
June 24, 2026
Pressenza
La Trieste resistente e inclusiva si prende le strade contro vecchi e nuovi fascismi, nonostante un attentato razzista
A distanza di un mese dalla contestazione al rito del presente per il picchiatore Grilz e dall’aggressione armata neonazista, più di un migliaio di persone ha attraversato il centro cittadino per ribadire che Trieste è solo Antifascista. Un corteo giovane, determinato ed ampio, che ha affrontato numerose tematiche, grazie all’adesione e agli interventi di decine di realtà cittadine e regionali. Alcuni degli argomenti trattati spaziavano dal commercio di armi dal porto verso “Israele”, alla turistificazione della città di Trieste, al ruolo del giornalismo nella legittimazione del clima di odio e intolleranza fino ad arrivare ai nuovi fascismi di strada supportati dalla copertura istituzionale postfascista. Una presenza di piazza pacifica e gioiosa, nonostante le numerose provocazioni che ha dimostrato con una manifestazione durata ore, e conclusasi con una festa in largo Santos, che l’unica violenza è quella fascista. La criminalizzazione avvenuta per mezzo stampa e attraverso le 11 denunce arrivate ai manifestanti antifascisti per i fatti del 19 maggio, fa parte di una strategia di delegittimazione più ampia, volta a minare un fronte inclusivo e solidale che vuole agire su temi cruciali per la cittadinanza. Ieri lo abbiamo dimostrato. Su questa scia la segreteria provinciale di Fratelli d’Italia ha attaccato il corteo e le realtà istituzionali che vi hanno partecipato, accusandole di favorire una crescente radicalizzazione della sinistra cittadina. Alcuni gravissimi fatti accaduti al margine del corteo fanno cadere questo castello di carte: non solo alcuni neofascisti armati di caschi e passamontagna hanno provato ad avvicinarsi al corteo ma si è verificato anche un tentato omicidio plurimo di matrice razzista verso alcuni manifestanti. Infatti, tra corso Italia e via Imbriani un passante, dopo aver proferito epiteti razzisti ad un gruppo di ragazzi distaccarsi da poco dalla manifestazione, è salito su un furgone bianco lanciandosi verso di loro cercando a più riprese di travolgerli. Coinvolgendo in queste manovre anche in contromano una moto della polizia locale. Dopo essere stato fermato solo grazie all’intervento tardivo della polizia, mentre veniva arrestato, questo urlava le parole “Viva Mussolini”. Questo potenziale omicidio è stata reso possibile dalla gestione colpevole della piazza da parte di Questura e Prefettura, e dalla copertura mediatica e politica che viene garantita a certi gruppi, insignificanti dal punto di vista numerico, ma che soffiano pericolosamente sull’odio e sulle divisioni. Una presa di posizione su questi fatti da parte degli enti preposti al garantire l’Ordine pubblico è obbligatoria e necessaria. Nel mentre, invitiamo chiunque abbia testimonianze o materiale video o audio a contattarci alla mail: controvecchienuovifascismi@gmail.com Queste violenze sono la dimostrazione concreta che il 19 maggio, come ieri, scendere in piazza per una Trieste inclusiva e solidale è quanto mai urgente. Smrt fašizmu, svoboda narodu! Redazione Friuli Venezia Giulia
June 23, 2026
Pressenza
Khandwala: fanno il deserto, lo chiamano decoro
A due anni dallo sgombero del Silos di Trieste, KhandwAlarm convoca una giornata pubblica di memoria e condivisione. Sabato 21 giugno, a partire dalle ore 16:00 in Piazza Libertà, si terrà l’iniziativa “Khandwala: fanno il deserto, lo chiamano decoro”, aperta a tutta la città. La logica che ha prodotto lo sgombero del Silos non si è esaurita con quell’episodio. Dal Silos ai magazzini del Porto Vecchio, dalle attese davanti alla Questura alla recinzione di Piazza Libertà, il trattamento riservato alle persone in movimento a Trieste segue una linea di continuità: renderne invisibile la presenza, trattarla come un problema di ordine pubblico e di decoro, sottraendola ai percorsi che dovrebbero invece garantire tutela e diritti. Gli sgomberi non risolvono l’abbandono. Quando una persona viene allontanata da un edificio resta comunque senza un posto sicuro, senza risposte, senza accesso effettivo alle procedure che la legge prevede. Nel 2025 gli spazi del Silos sono stati occupati dal Cirque du Soleil, nel 2026 si moltiplicano gli sgomberi dei magazzini del Porto Vecchio, ma continuano a non venir date alternative. La giornata sarà occasione per ricordare cosa è stato il Silos e cosa ha rappresentato, per nominare le responsabilità politiche e istituzionali, per condividere pratiche di lotta e ribadire con chiarezza che nessuno sgombero può essere una soluzione. Il programma del 21 giugno Ore 16:00 – Interventi di Linea d’Ombra, ICS, Fornelli Resistenti, KhandwAlarmOre 17:00 – Attività ludiche e artistiche: capoeira e danze resistentiA seguire – Musica e merenda condivisa Cos’è KhandwAlarm? KhandwAlarm prende il nome dal termine pashto khandwala – “casa rotta” – con cui vengono comunemente indicati i magazzini del Porto Vecchio di Trieste, strutture adiacenti alla stazione da anni abitate da persone in movimento e richiedenti asilo in attesa di un’accoglienza dignitosa. Nato come risposta alle falle strutturali del sistema di accoglienza italiano e alle lungaggini burocratiche per l’ottenimento del permesso di soggiorno, KhandwAlarm vuole lanciare un allarme sulla sistematica violazione dei diritti umani e sulla quotidiana disumanizzazione delle persone in movimento. Contatti: ig: @khandwalarm mail: silos@riseup.net Redazione Friuli Venezia Giulia
June 20, 2026
Pressenza
La stretta su piazza della Libertà: militarizzazione e recinzione contro un presidio di solidarietà
KHANDWALARM 1 Da più di un anno decine di persone in movimento trascorrono settimane davanti alla Questura di Trieste per manifestare la volontà di richiedere protezione internazionale. L’accesso alla Questura viene sistematicamente ostacolato attraverso una serie di pratiche illegittime, già documentate nel report Accesso Negato. A Trieste, però, le criticità si stratificano: alla cronica carenza di posti nel sistema di accoglienza e alla costante gestione emergenziale e securitaria della situazione migratoria, si sono aggiunti negli ultimi mesi una crescente militarizzazione di Piazza della Libertà, importante presidio solidale cittadino, e numerosi sgomberi nell’area di Porto Vecchio. Qui, diversi magazzini abbandonati vengono utilizzati da persone in movimento e richiedenti asilo come rifugi temporanei, in attesa di accedere all’accoglienza; così, la sopravvivenza delle persone che li occupano entra in conflitto con il progetto istituzionale di riqualificazione immobiliare dell’intera zona. Con questa serie di articoli, il gruppo KhandwAlarm tenta di far luce sulle prassi illegittime e sulle violazioni che si consumano quotidianamente, proponendo un’analisi sociale, politica e giuridica, della situazione cittadina. INTRODUZIONE Piazza della Libertà, luogo che storicamente funge da presidio solidale per persone in movimento e richiedenti asilo nella città di Trieste, da mesi è al centro di una battaglia politica che coinvolge la giunta comunale triestina. Da anni qui, associazioni come Linea d’ombra, Fornelli Resistenti, ICS e Diaconia Valdese, portano supporto quotidiano a chi arriva dalla Rotta Balcanica o alle persone escluse dal circuito dell’accoglienza presenti nel territorio cittadino. Distribuzione dei pasti, supporto medico e legale sono tra i principali servizi messi a disposizione. La piazza è diventata negli anni un luogo di riferimento per la popolazione migrante ma anche per attiviste, attivisti, volontarie e volontari che quotidianamente presidiano questo spazio che negli anni è diventato uno dei pochi luoghi che cerca di sopperire alle carenze del sistema di accoglienza e asilo cittadino. Non è un caso che Linea d’Ombra abbia ribattezzato Piazza della Libertà la “Piazza del Mondo”: perché è uno spazio di tutti e per tutti, un luogo in cui la provenienza non determina il diritto a esserci. In una città che spesso respinge e marginalizza, la piazza è diventata il simbolo concreto della possibilità di condividere lo spazio urbano al di là dei confini, delle nazionalità e dei documenti posseduti. ESCALATION DELLE TENSIONI: UNA RETORICA CRIMINALIZZANTE CHE NON CONSIDERA LE RESPONSABILITÀ ISTITUZIONALI Negli ultimi mesi quelli che vengono definiti gli “episodi violenti” di Piazza della Libertà hanno occupato con continuità le pagine della stampa cittadina, contribuendo ad alimentare un clima di allarme pubblico senza però interrogarsi davvero sulle cause che stanno a monte di questi avvenimenti. Il 7 aprile due cittadini nepalesi rimangono feriti da arma da taglio a seguito di una lite con un ragazzo pakistano. Ecco come la notizia viene raccontata: «Rissa in piazza Libertà, due persone accoltellate!». TriestePrima «Piazza Libertà, tensione alle stelle in pieno giorno: maxi rissa con accoltellamenti, ci sono feriti». TriestePrima Un mese dopo, l’8 maggio, un altro episodio di violenza coinvolge un giovane afghano ferito con un coltello a seguito di una disputa con alcuni connazionali. Ancora una volta il racconto mediatico segue lo stesso schema: «Ancora sangue in piazza Libertà: accoltellato mentre dorme, ventenne grave a Cattinara». TriestePrima «Caos in Piazza Libertà: coltellate, grida, sangue. Un immigrato ferito da più fendenti a metà pomeriggio. Choc tra i turisti di passaggio con i trolley». Il Piccolo Naturalmente questi fatti non devono essere minimizzati né giustificati, si tratta di episodi gravi che meritano attenzione. Il problema è che la loro rappresentazione pubblica si ferma quasi sempre alla cronaca nera, alimentando una retorica allarmistica e criminalizzante nei confronti delle persone migranti che ogni giorno vivono e attraversano quella piazza. In alcuni casi vengono riportati particolari imprecisi o non verificati – come nel caso del giovane afghano che, contrariamente a quanto riportato da alcuni articoli, non stava dormendo su una panchina – contribuendo a costruire una narrazione che rafforza stereotipi e paure più che favorire una comprensione dei fatti. Nessuno si è mai veramente interrogato sul perché proprio Piazza della Libertà è diventata il luogo in cui queste tensioni emergono? Ridurre la risposta alla presunta criminalità dei migranti significa ignorare la responsabilità delle istituzioni nella produzione delle condizioni di marginalità che caratterizzano questo spazio. LA PROPOSTA COMUNALE DELLA RECINZIONE: PIAZZA DELLA LIBERTÀ E TRIESTE TRA MILITARIZZAZIONE E INFRAZIONE DEI DIRITTI In seguito all’accoltellamento del 7 aprile, il sindaco Roberto Dipiazza aveva rilasciato una serie di dichiarazioni dove manifestava la volontà di recintare Piazza della Libertà: «Non posso più tollerare all’ingresso della mia città assolutamente alla sera sono in duecento lì, che fanno di tutto e di più le associazioni gli portano di tutto. Ho detto basta. […] Non possiamo correre più dietro, mancano le leggi no? Perché se fanno dei reati mandiamoli a casa loro è il minimo che possiamo chiedere». Da quel momento è partita una spirale di militarizzazione attorno alla piazza. Ormai da due mesi un blindato della polizia o dei carabinieri presidia costantemente la piazza e ciclicamente vengono fatti controlli a tappeto dei documenti delle persone presenti. La situazione è precipitata nella mattinata del 9 giugno, quando nel consiglio comunale è stata definitivamente approvata la variazione di bilancio per la chiusura di Piazza della Libertà. L’intenzione è quella di destinare 1,2 milioni di euro per la costruzione di una recinzione attorno alla piazza, fondi che le forze di maggioranza hanno già dichiarato che chiederanno alla Regione non appena verrà aperto il bando. Nel frattempo, nonostante le proteste delle forze di opposizione, la delibera per la costruzione e lo stanziamento dei fondi è stata approvata in consiglio comunale. «Sembra che incominci l’inizio della fine per la condizione di porto franco della piazza del Mondo di Trieste […] Dal 2019 la piazza godeva di un’ambigua libertà […] Il sindaco ogni tanto lanciava urla giornalistiche, faceva dispetti come chiudere per mesi l’unica fontanella e, definitivamente, il sottopassaggio, rifugio degli abitatori della piazza nelle sere di maltempo. Ma tutto finiva lì. Ora sembra iniziata una nuova fase. Da oltre un mese furgoni di polizia e carabinieri stazionano ai margini della piazza, con due interventi massicci dentro la piazza anche con cani antidroga […]. Lunedì 8 giugno il consiglio comunale ha approvato una somma enorme – un milione duecentomila euro! – per recintare la piazza, somma peraltro ancora non stanziata: ciò che dimostra l’esigenza politica di avviare un processo di chiusura che potrebbe iniziare semplicemente con la dichiarazione di lavori in suolo pubblico, rendendo quindi inagibile la piazza ben prima dell’inizio effettivo dei lavori. È evidente la sproporzione fra la condizione materiale della piazza e la somma prevista: con molto di meno sarebbe possibile sistemare l’ex supermercato di via Gioia, vicinissimo alla stazione, chiuso da anni, di proprietà del Comune, richiesto per i migranti persino da un prefetto tre anni fa. Sta cominciando da lontano la campagna elettorale per l’anno prossimo e la maggioranza comunale si prepara per sfruttare politicamente il passaggio migratorio.» Linea d’Ombra La domanda sorge spontanea: com’è possibile che si faccia di tutto per trovare più di un milione di euro per recintare Piazza della Libertà mentre le richieste da parte delle associazioni per l’apertura di un centro per l’accoglienza di bassa soglia rimangono inascoltate? L’edificio di Via Gioia Portare sgomberi e recinzioni come “soluzioni” alla situazione migratoria in città rivela la natura di queste azioni. La volontà è quella di portare avanti con una retorica populista e violenta, una marginalizzazione di persone che vivono già contesti di fragilità creati dalle politiche migratorie e dalle istituzioni cittadine. Come attiviste e attivisti hanno denunciato più volte, chiudere il Silos, sgomberare gli edifici di Porto Vecchio non fa altro che spostare il “problema” più in là, precarizzando persone i cui diritti vengono sistematicamente infranti. Richieste come quella di aprire lo spazio di via Gioia, edificio a una manciata di metri dalla Piazza pronto ad essere impiegato come centro di prima accoglienza, cadono nel vuoto. Su uno striscione fatto calare dal Silos durante uno dei momenti di collettività che si creavano al suo interno si legge “From abandoned to welcoming places”. La volontà di rendere invece Trieste sempre meno accogliente è diventata sempre più chiara negli ultimi mesi e la proposta di chiudere Piazza della Libertà è l’apice di questa politica portata avanti in maniera sempre più spregiudicata da una giunta cittadina razzista e fascista a un anno dalle nuove elezioni amministrative. L’ingente mobilitazione di forze della polizia, gli atti intimidatori nei confronti delle associazioni, i controlli a tappeto senza prese in carico alimentano un clima di tensione in un luogo che dovrebbe essere esclusivamente di supporto, nutrendo una retorica criminalizzante che punta a cancellare le responsabilità. Come si legge in un comunicato stampa pubblicato da ICS in seguito alle dichiarazioni di Dipiazza di aprile: «In mancanza di politiche efficaci, il discorso pubblico si è progressivamente spostato verso toni sempre più aggressivi, che colpiscono persone vulnerabili lasciate senza alternative e delegittimano il lavoro di chi, nel territorio, prova a colmare le lacune dell’intervento pubblico. Una deriva che non aumenta la sicurezza, ma contribuisce a deteriorare ulteriormente il tessuto sociale della città». Infine, il 22 maggio 2026 i consiglieri della IV Circoscrizione di Trieste appartenenti a Lista Dipiazza, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega hanno presentato un’interrogazione sulla distribuzione di cibo e assistenza in Piazza Libertà, chiedendo verifiche su autorizzazioni, requisiti sanitari e gestione dell’ordine pubblico. Pur senza citare direttamente Linea d’ombra, l’interrogazione appare come un ulteriore attacco alle associazioni che da anni supportano le persone in movimento in transito a Trieste. Questa ultima azione si inserisce all’interno di un’ottica repressiva nei confronti anche delle realtà solidali, con l’intento sempre più chiaro di andare a smantellare il presidio di Piazza della Libertà. CONCLUSIONI Le persone che oggi vivono Piazza della Libertà sono in larga parte richiedenti asilo o titolari di protezione internazionale che si trovano a subire una continua lesione dei propri diritti fondamentali. Nonostante la normativa europea e italiana garantisca l’accesso alle misure di accoglienza fin dal momento della manifestazione della volontà di chiedere protezione internazionale e imponga agli Stati membri di assicurare condizioni di vita dignitose, a Trieste questo diritto viene spesso disatteso. Le difficoltà nell’accesso alla procedura di asilo e l’insufficienza delle misure di accoglienza lasciano molte persone senza un alloggio e senza supporto, costringendole a vivere in condizioni gravemente precarie. In questo contesto, le tensioni che emergono nello spazio pubblico non possono essere separate dalle condizioni di esclusione e vulnerabilità prodotte dalla mancata garanzia di accoglienza e diritti. Gli episodi di violenza raccontati come eventi eccezionali non possono quindi essere separati dalla violenza istituzionale che, al contrario, è quotidiana, silenziosa e sistematica. Una violenza che colpisce attraverso la negazione dell’accesso ai diritti, all’accoglienza, alla salute, al lavoro e all’abitare. L’antropologo Paul Farmer definiva la “violenza strutturale” come una forma di violenza prodotta dalle istituzioni e dalle disuguaglianze sociali, capace di costringere alcune persone a vivere in condizioni di sofferenza e vulnerabilità estreme. Se la sofferenza è prodotta socialmente, allora anche i conflitti che emergono in questi contesti non possono essere letti esclusivamente come problemi di ordine pubblico. Di fronte a questa situazione, la risposta delle istituzioni è stata ancora una volta securitaria: recintare la piazza. Spendere 1,2 milioni di euro per un intervento vuoto che ha come unico effetto quello di sottrarre spazio alle persone migranti, alle attività solidali e all’accesso ai diritti, per dare spazio ad un mondo che si riempie sempre di più di confini, di fili spinati. -------------------------------------------------------------------------------- A due anni dallo sgombero del Silos di Trieste, KhandwAlarm convoca una giornata pubblica di memoria e condivisione. Sabato 21 giugno, a partire dalle ore 16:00 in Piazza Libertà, si terrà l’iniziativa “Khandwala: fanno il deserto, lo chiamano decoro”, aperta a tutta la città. La logica che ha prodotto lo sgombero del Silos non si è esaurita con quell’episodio. Dal Silos ai magazzini del Porto Vecchio, dalle attese davanti alla Questura alla recinzione di Piazza Libertà, il trattamento riservato alle persone in movimento a Trieste segue una linea di continuità: renderne invisibile la presenza, trattarla come un problema di ordine pubblico e di decoro, sottraendola ai percorsi che dovrebbero invece garantire tutela e diritti. Gli sgomberi non risolvono l’abbandono. Quando una persona viene allontanata da un edificio resta comunque senza un posto sicuro, senza risposte, senza accesso effettivo alle procedure che la legge prevede. Nel 2025 gli spazi del Silos sono stati occupati dal Cirque du Soleil, nel 2026 si moltiplicano gli sgomberi dei magazzini del Porto Vecchio, ma continuano a non venir date alternative. La giornata sarà occasione per ricordare cosa è stato il Silos e cosa ha rappresentato, per nominare le responsabilità politiche e istituzionali, per condividere pratiche di lotta e ribadire con chiarezza che nessuno sgombero può essere una soluzione. Il programma del 21 giugno Ore 16:00 – Interventi di Linea d’Ombra, ICS, Fornelli Resistenti, KhandwAlarm Ore 17:00 – Attività ludiche e artistiche: capoeira e danze resistenti A seguire – Musica e merenda condivisa 1. KhandwAlarm prende il nome dal termine pashto khandwala – «casa rotta» – con cui vengono comunemente indicati i magazzini del Porto Vecchio di Trieste, strutture adiacenti alla stazione da anni abitate da persone in movimento e richiedenti asilo in attesa di un’accoglienza dignitosa. Nato come risposta alle falle strutturali del sistema di accoglienza italiano e alle lungaggini burocratiche per l’ottenimento del permesso di soggiorno, KhandwAlarm vuole lanciare un allarme sulla sistematica violazione dei diritti umani e sulla quotidiana disumanizzazione delle persone in movimento. Contatto email: silos@riseup.net ↩︎