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Trauma e vergogna
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Lo stupore ha sempre qualcosa d’infantile. Incanta, affascina, attrae, soffia nell’anima un sapore primordiale. L’origine, il sacro e il profano si mescolano. Un turbinio, un caos di emozioni, disegnano l’orizzonte delle percezioni. Il graffito è lì, è inciso, non lascia scampo. Non è su una roccia, ma su una parete umana. Il paesaggio non è quello di una grotta ma un “luogo” del corpo. Il colore, che di solito è legato alla terra, qui è sfacciatamente rosso sangue. L’epidermide è sfregiata con unghie di mastino tanto da disegnare un graffito perfetto. I pensieri si volatilizzano, fluttuano scompigliati nell’aria densa. I rumori che provengono muti da quel corpo violato, si contaminano con quelli di una piazza assordante, in parte distratta, in parte attratta fino all’incredulità, dall’abisso di quella violenza. Lo spazio del mondo circostante si fa invadente, trasgressivo. Tutti vogliono sapere cosa è successo. Troppo difficile è trasformare quella violenza cieca in qualcosa di pensabile. La paralisi prende il sopravvento. Sentimenti come impotenza, sconforto, indignazione affollano il bisbiglio che non trova asilo se non in una scomposta grammatica emotiva. Tutto è concretamente vero: i cani che lo hanno azzannato, i poliziotti che li hanno aizzati, i mastini che hanno attaccato lui e i suoi compagni inferocendosi sui genitali. L’ospedale per le gravi ferite. Infine, gli otto giorni trascorsi in una prigione con un solo pezzo di pane. “Ricevevamo una sola pagnotta di pane al giorno in modo che rimanessimo cadaveri viventi”. È il 7 agosto di una calda serata estiva: la quotidiana banale pratica del male questa sera ha il muso dei mastini d’assalto e la maschera del trauma. “La realtà è teatro di vita: un teatro senza immaginazione, senza illusione1”. La scena, sottratta all’immaginazione, non ha nulla di onirico nonostante quel graffito su pelle umana apra allo stupore. Porta invece in superficie ciò che è occulto. Ai nostri confini di terra, da anni, si consuma la tortura. Non un bosco è innocente; le mine della guerra ancora innescate su cui saltano corpi umani, le fototrappole, i droni, le telecamere, sono gli strumenti di comuni rappresaglie e push back ai danni di uomini, donne e bambini migranti. La maschera del trauma, dunque, fa sorgere in noi sentimenti di odio e di rabbia, soprattutto di indignazione. Nella declinazione delle reazioni manca la vergogna: la nostra vergogna. È stupefacente il contrasto tra noi e la pacatezza di quell’uomo assaltato dai cani, dalla spalla, ai genitali. Dov’è finito, in lui, il trauma? Perché invece si vergogna? C’è sicuramente uno scarto: lui avrebbe bisogno di essere “visto”, riconosciuto, di percepire la nostra debolezza come qualità costitutiva di una relazione empatica. Trova invece l’intrusività rapace, la curiosità invasiva, l’accalcamento scomposto per vedere quel graffito quasi fosse un’attrazione. In questo scarto fra noi e lui, sorge lo shock della vergogna. È lo shock d’essere spogliato di qualsiasi valore, di essere ridotto o trasformato in una “cosa”. Si copre il corpo che qualcun’altro gli ha scoperto per mostrarci la spalla lacerata. Lui non vorrebbe mostrare, non intende farsi curare. La vergogna rivela tutto il suo disagio d’essere colto nella propria nudità, nella propria debolezza. È una colpa che lo induce a coprirsi, quasi a sparire, come infatti avviene di lì a poco. Il disprezzo subito dai suoi aguzzini, l’umiliazione d’essere stato attaccato dai cani, lo porta a rendersi invisibile e ritrarsi dalla scena della piazza, proteggendosi dagli sguardi intrusivi. Come in un accrocco familiare, imperfetto quanto si vuole, si siede lontano da noi, in un cerchio chiuso con “viaggiatori” improvvisati, suoi connazionali che, conoscendo bene quelle violenze, sanno anche restituire un legame fatto di comprensione immediata, di sentimenti reciproci e di cura affettiva. Lui, come tutti loro, non può permettersi di cedere al trauma. Ha un mandato familiare da onorare: vivi e salva-ci. Non c’è tempo per ascoltare il dolore interiore. “Il trauma è il dolore degli impotenti” secondo Herman2. Un migrante violentato dalla rotta di terra o di mare, non può cedere ai propri sentimenti. L’intero suo villaggio ha raccolto i soldi affinché lui arrivasse in Europa e potesse, un giorno, restituire un po’ di benessere a coloro che hanno investito in lui come fosse un capitale umano. Che fine hanno fatto, dunque, le emozioni traumatiche? Si può solo supporre che esse vivano separate dalla parte orientata alla vita quotidiana, in questo caso alla sopravvivenza, o bloccate in una modalità di difesa, comunque incapsulate. La ferita più profonda che è anche la più viva, traspare da quel suo gesto elusivo che lo porta a sottrarsi alla vista comune, simile a colui che non si sente pienamente umano, che prova una sensazione di indegnità, quasi fosse, come dice la Butler “non degno di vita”3. Il corpo azzannato da quei mastini è, prima di tutto, un corpo destituito di valore in cui il cuore della violenza è l’attacco all’identità. Esso ci restituisce però, in modo potente, il nodo della nostra identità. Chi siamo noi di fronte al male? Chi siamo noi, nella “Piazza del Mondo”, a Trieste, (il luogo in cui ogni giorno alcune persone accolgono i migranti della rotta balcanica, ndr), di fronte a un essere torturato? Le reazioni emotive fanno a zuffa tra la rabbia e l’impotenza, mentre non proviamo quel sentimento basilare che è la vergogna. Nulla vogliamo conoscere dello straniero che è in noi stessi, che ci abita come terra oscura e rimossa. Il fuori è lo spazio in cui tutto ciò che turba può essere estromesso. Il disumano, il mostruoso, quella sorta di discarica che trasforma l’altro in “cosa”, non può coincidere con noi stessi. L’area semantica a cui rimanda quel graffito su pelle umana viene da fuori, è collocato altrove. La piazza, popolata dall’incredulità, può comodamente scindere l’aspetto della violenza dalla sua implicazione, e considerare la tortura una pratica che non ci riguarda poiché noi siamo altro, noi accogliamo, noi curiamo. Con Abdelmalek Sayad, autore de La doppia assenza, possiamo dire che il contatto con lo straniero, specchio di noi stessi, ci mette in relazione con le nostre parti traumatiche costringendoci a vedere qualcosa che è insopportabile, che eccede, che abita ai confini dell’identità e quindi non è appropriabile. Quello specchio che per noi è il volto del migrante, dovrebbe portarci allo svelamento di aree comuni, di aree intrapsichiche abitate sì da emozioni complesse e, proprio per questo, da esplorare. Dovrebbe farci provare quella vergogna che lui stesso sente per la nudità della sua debolezza, che poi diventa, usando Lévinas, la vergogna per “la nudità di un’esistenza incapace di nascondersi”4. Noi, però, non siamo nudi. Anzi, siamo esposti. Siamo immersi in una cultura svergognata fatta di esibizionismo, di narcisismo, di sfacciataggine, dove tutto è sovraesposto e, come diceva Baudrillard, dove non c’è “più nulla da vedere” perché tutto è già stato mostrato. Guai non essere nessuno, non apparire, non esibirsi. Quindi, con quella violenza, con quel graffito umano, noi non c’entriamo, siamo altro, innanzitutto “siamo”. In quei morsi di cane, in quell’assalto ai genitali, troviamo la morte della nostra vergogna. Lui semplicemente “non è”. È invece un corpo di dolore, una cosa da fotografare e da esporre come tutto, appunto, si espone. Lui è invisibile ai nostri occhi. Dipende, in verità, con quale occhio interno noi lo guardiamo, con quali parole lo accogliamo, con quale ascolto interiore lo sentiamo. Quale grido interno risale a noi da quell’essere torturato? Quella domanda che neppure Cristo ha saputo trattenere nella croce: perché mi viene fatto del male? con cui Simone Weil5 ci interroga nel suo scritto del 1943, è una domanda che riguarda tutti noi, privati ormai del pudore e della vergogna in quanto complici, diretti o indiretti, di una violenza che stiamo a guardare. I pensieri cadono automaticamente fuori, in un altro regime, quello del non pensato come da sempre sono le situazioni dell’emergenza, per fare di quella stessa violenza una familiare estraneità. Bisognerebbe invece passarci attraverso, lasciando che le aree psicosomatiche arcaiche si mobilitino in un corpo a corpo capace di assumere la vergogna come stigma della nostra umana disumanità. Vivere in “intimità con l’orrore”, sostare nel disumano, ritrovare la nostra ferita nello sguardo ferito dell’altro è, forse, l’unica area intermedia che avvicina le nostre sponde allo spazio dell’incontro possibile. Consentire che il perturbante irrompa con una frase, un gesto tutto da decifrare – come quello dell’uomo dal graffito umano che si copre mentre qualcuno lo s-copre – per ri-collocarlo, anziché fuori da noi, in noi, nel nostro apparato psichico simbolizzante, sarebbe un modo per riconoscere il diritto ad essere estraneo, straniero; il diritto di resistere e di mantenere un elemento inassimilabile. Questo riconcilierebbe anche noi stessi alla nostra “umanità” abitata da quella che ho definito una familiare estraneità. Solo così il trauma può insegnare a noi stessi la via della cura permettendo che la vergogna rientri nel nostro alfabeto emozionale in cui giocare il senso e lo scacco della nostra umana esistenza. -------------------------------------------------------------------------------- 1 Resnik S., Sul fantastico, Bollati Boringhieri 1993, p.158 2 Herman J., Guarire dal trauma, Magi edizioni, 1992, p.51 3 Butler J., Vite precarie, 2004 4 Lèvinas E., Dell’evasione, Cronopio, Napoli, 2008, p. 32 5 Weil S., La persona e il sacro, Adelphi, Milano, 2012 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Trauma e vergogna proviene da Comune-info.
September 6, 2026
Comune-info
Gli alberi “in scatola”, mal riuscita propaganda con soldi pubblici
Mentre le nostre città annegano nella cementificazione e subiscono gli effetti sempre più devastanti della crisi climatica, la giunta comunale di Trieste regala ai cittadini un’ennesima dimostrazione di come la destra intenda il verde urbano. Un contentino scenografico e costoso. La recente e grottesca comparsa dei cosiddetti “alberi in scatola” è infatti un altro fallimento dell’attuale giunta. Un progetto assurdo, venduto dall’amministrazione come un’efficace soluzione contro le isole di calore. La realtà, purtroppo, è assai diversa: cinquantamila euro di soldi pubblici spesi per un arredo precario, trasformatosi in poche settimane in una triste presa in giro. Alberi striminziti, molti dei quali rinsecchiti, soffocati in contenitori inadeguati sotto il sole cocente hanno svelato la fragilità di un progetto tirato su in fretta e furia solo a scopo di propaganda. Questa non è politica ambientale. Invece di pianificare una reale rigenerazione urbana, basata sulla decementificazione / deasfaltizzazione e sullo sviluppo di nuove aree verdi, capaci di produrre ombra e restituire respiro ai quartieri, soprattutto a quelli popolari, e alle piazze soffocate da temperature costantemente sopra la media, la giunta sceglie di seguire la strada della più inutile propaganda.  Non si capisce come, se le risorse per i servizi sociali, la casa, la sanità e i trasporti scarseggiano, si trovano con facilità decine di migliaia di euro per assurdi cassettoni di legno. Trieste merita una visione ecologica seria, democratica e duratura basata su un complessivo progetto di rigenerazione urbana, non un assurdo progetto di mal riuscito ambientalismo di facciata pagato dai cittadini. Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
September 5, 2026
Pressenza
Porto Vecchio, ICS: «Stop ai trasferimenti e procedure irregolari hanno riportato le persone in strada»
Il piccolo sgombero effettuato nell’area del Porto Vecchio il 3 settembre 2026 è conseguenza della decisione irrazionale di sospendere, dalla fine di giugno, tutti i trasferimenti periodici da Trieste verso il resto del territorio nazionale che avevano caratterizzato l’ultimo biennio: circa 60 persone a settimana, in media, nel corso dell’ultima annualità. Parallelamente, sono state lasciate in strada le persone in attesa della registrazione della domanda di asilo presso la Questura, con tempi di attesa che hanno superato anche i due mesi, mentre quasi tutti i richiedenti asilo sono stati sottoposti alla procedura accelerata di frontiera. Questa strategia era probabilmente fondata sull’idea che, applicando procedure sommarie e velocissime di esame delle domande di asilo e confidando nell’impossibilità per le persone ricorrenti di impugnare i provvedimenti di rigetto entro i brevissimi termini previsti dalle nuove normative (5 giorni), si sarebbe prodotto una sorta di eliminazione dell’utenza. Dopo essere passate rapidamente attraverso un sistema di confinamento presso l’ex caserma di Fernetti, le persone la cui domanda veniva respinta sarebbero tornate in strada, ma senza più alcun diritto di soggiornare in Italia, finendo così per disperdersi. Eppure, l’applicazione della procedura accelerata di frontiera è possibile, secondo il diritto dell’Ue, solo in caso di domande di asilo presentate alla frontiera esterna, tra cui gli sbarchi, e non a una frontiera interna come quella italo-slovena. Si è così prodotto, alla vigilia della stagione autunnale e delle problematiche che essa inevitabilmente porrà, l’ennesimo corto circuito derivante dal mancato rispetto delle normative e dalla caparbia volontà di non strutturare un sistema di protezione capace di riconoscere l’esistenza della realtà degli arrivi di persone rifugiate lungo la rotta balcanica. Il (non) sistema istituzionale di gestione delle domande di asilo e della prima accoglienza rimane dunque sempre a zero: genera enormi disagi sociali, aumenta l’insicurezza sul territorio e dissipa risorse pubbliche. È inderogabile riprendere un regolare sistema di trasferimenti da Trieste verso tutto il territorio italiano e attuare con rigore, senza forzature e nel rispetto dei diritti fondamentali delle persone, le normative vigenti. Redazione Friuli Venezia Giulia
September 5, 2026
Pressenza
3 settembre 2026: da Scoccimarro propositi inaccettabili sulle persone migranti
Le dichiarazioni di Scoccimarro, assessore regionale alla Difesa dell’ambiente, a proposito delle persone migranti che avevano trovato un tetto precario in Porto vecchio, sono inaccettabili e testimoniano di una cultura politica che pensavamo fosse stata sepolta per sempre. Secondo l’esponente di FdI, Porto vecchio “era diventato un mini club vacanze con i clandestini che facevano tuffi in quella improvvisata piscina, griglie, prendevano il sole e praticavano arti marziali…” Ci interessa poco come continui l’esponente politico, ma la sua indifferenza al dolore e a vite costrette ai margini sarebbe aberrante per qualsiasi ideologia, se non per quelle ispirate al razzismo e alla sopraffazione come mezzi per regolare le faccende umane. Nelle sue parole leggiamo irrisione e parodia, che squalificano l’importante carica rivestita da Scoccimarro. Rifondazione Comunista continua a sostenere che il tema delle persone migranti e transitanti dovrebbe essere affrontato con ben altra umanità e visione politica: un dormitorio adeguato con servizi igienici funzionanti e assistenza non sarebbe niente di utopistico ma di facilmente, doverosamente realizzabile. Ma con questa classe politica per ora al governo di città e regione c’è proprio poco da fare. Se non avesse ancora fatto le vacanze, potrebbe andare l’assessore a far tuffi e grigliate in riva a quella “piscina”, a dormire e poi a fare i bisogni nelle aree attorno, rovine a cinque stelle. C’è tutta una classe politica da “riqualificare”, non solo Porto vecchio…   Gianluca Paciucci PRC-Federazione di Trieste Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
September 5, 2026
Pressenza
Peace Walk to Jerusalem: camminare fino a primavera
Ha fatto tappa a Trieste, nei giorni scorsi, la carovana per la pace Peace Walk to Jerusalem. Si tratta di un cammino, partito da Finisterre in Spagna e da altre città europee a gennaio, che attraverso 24 Paesi punta ad arrivare a Gerusalemme nella primavera del 2027. Ad accogliere i camminatori oggi in città, alcuni provenienti da Olanda e Germania e altri da svariate parti d’Italia, il Comitato per la Pace Danilo Dolci. Il Comitato ha proposto un itinerario per ricordare le vittime del nazifascismo in città. Quindi la carovana si è spostata in Piazza Libertà, detta anche Piazza del Mondo dagli attivisti dell’associazione Linea d’Ombra. Qui si sono portate la vicinanza e la solidarietà a Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi che da anni, con la loro associazione, curano e accolgono i migranti che provengono dalla rotta balcanica, con i loro piedi feriti dalla lunga marcia, le loro attese, i loro spesso dolorosi vissuti. Trieste, Italy. Volunteers dress the wounds of migrants who just crossed the border on the Western Balkan Route. Credit:MLBARIONA La Peace Walk to Jerusalem da domani proseguirà per Capodistria e in seguito attraverserà la Croazia, la Serbia e la Bosnia per cercare di arrivare a Sarajevo in ottobre, lungo quei confini in cui è stato versato tanto sangue innocente sull’altare dei diversi nazionalismi. Drammi rievocati dalla recente morte e dai funerali d’onore tributati al generale Rakto Mladic, criminale di guerra a Sebrenica e non solo. La carovana di pace, proseguirà poi per la Grecia, la Turchia, la Siria, il Libano e infine speriamo, Al Quds (Gerusalemme). Ho fatto solo un piccolo pezzetto di marcia da Venezia a Caorle con gli altri camminatori, una sessantina, che arrivavano da Vicenza, e poi proseguivano appunto, per Trieste. A ogni tappa si può aggiungere qualcuno/a e magari altri/e vanno via. Ci sono persone che hanno fatto tanti giorni, altri di meno ma ciò che conta è che la carovana nel suo insieme e nelle sue tappe prosegua il suo lungo percorso complessivo. Nelle varie località, ci sono gruppi, associazioni, istituzioni ad accogliere i camminatori, si partecipa a incontri tematici e a racconti di testimonianze. A Venezia per esempio abbiamo ascoltato in una piazza il racconto toccante di un’anziana donna di Gaza che ha visto uccisi 47 membri della sua famiglia. Abbiamo partecipato a un incontro con Emergency e con l’Anpi di Venezia vicino alla scultura in laguna della partigiana morente. A Cavallino Treporti abbiamo incontrato l’amministrazione comunale e la popolazione, tra cui 5 ragazzi di Gaza in vacanza in quel luogo e provenienti da Bologna, la città che li ha accolti per i loro studi. Questo è molto altro è la Peace Walk to Jerusalem: tanti passi, incontro tra persone, confronto tra posizioni differenti, incontro con le popolazioni locali, disponibilità di volontari del posto che cucinano, offrono informazioni e servizi; parrocchie e talvolta amministrazioni comunali che mettono a disposizione i loro saloni per fare riposare i camminanti. La marcia è fare silenzio perché alcuni tratti li si è fatti in silenzio, è parlare ai passanti con il microfono di pace, giustizia e del senso del camminare per la pace. La marcia è cantare o ascoltare chi si avvicina per portare il loro apprezzamento o la loro distanza. Una sorta di pellegrinaggio collettivo di 15 mesi circa. Si cammina mettendo in azione il proprio corpo, come forma di resistenza nonviolenta, per sensibilizzare gli altri, come presa di responsabilità personale e collettiva. Peace Walk to Jerusalem Le guerre, il riarmo, il genocidio e la pulizia etnica in atto in Palestina, le tante guerre e situazioni di oppressione attive nel pianeta: Sudan, Congo, Iran, Libano, Afghanistan… richiedono un cambiamento personale e un cambiamento collettivo affinché si ripristini il diritto internazione oggi spesso calpestato, venga rispettata la dignità umana ovunque, vengano valorizzate le voci di chi ogni giorno lavora per la riconciliazione, l’uguaglianza e il diritto dei popoli a vivere in pace. «Il futuro è pace», riprendo dal volantino di presentazione della Peace walk, sono le parole di Mooz Inon e Aziz Abu Sarah, un israeliano e un palestinese che hanno perso familiari, e si rifiutano tuttavia di diventare nemici. Noi ci mettiamo sulle loro orme. Concludo con David Le Breton che nel suo libro, Il mondo a piedi, ci ricorda che «l’esperienza della marcia decentra da sé e ripristina il mondo, inscrivendo l’uomo nei limiti che lo richiamano alla sua fragilità e alla sua forza. È attività antropologica per eccellenza, perché stimola continuamente nell’uomo il desiderio di       comprendere, di individuare il suo posto nella trama del mondo, di interrogarsi su ciò che stabilisce il legame con gli altri». E perciò, buona continuazione di cammino, alla Peace Walk to Jerusalem e a tutti noi nei diversi contesti in cui viviamo. Centro Sereno Regis
September 4, 2026
Pressenza
Trauma e Vergogna
LORENA FORNASIR 1, LINEA D’OMBRA Lo stupore ha sempre qualcosa d’infantile. Incanta, affascina, attrae, soffia nell’anima un sapore primordiale. L’origine, il sacro e il profano si mescolano. Un turbinio, un caos di emozioni, disegnano l’orizzonte delle percezioni. Il graffito è lì, è inciso, non lascia scampo. Non è su una roccia, ma su una parete umana. Il paesaggio non è quello di una grotta ma un “luogo” del corpo. Il colore, che di solito è legato alla terra, qui è sfacciatamente rosso sangue. L’epidermide è sfregiata con unghie di mastino tanto da disegnare un graffito perfetto. I pensieri si volatilizzano, fluttuano scompigliati nell’aria densa. I rumori che provengono muti da quel corpo violato, si contaminano con quelli di una piazza assordante, in parte distratta, in parte attratta fino all’incredulità, dall’abisso di quella violenza. Approfondimenti/Racconti di vita IL PIEDE DI CARTONE Un corpo ferito, un viaggio attraverso i confini, il desiderio ostinato di restare in piedi 25 Agosto 2026 Lo spazio del mondo circostante si fa invadente, trasgressivo. Tutti vogliono sapere cosa è successo. Troppo difficile è trasformare quella violenza cieca in qualcosa di pensabile. La paralisi prende il sopravvento. Sentimenti come impotenza, sconforto, indignazione affollano il bisbiglio che non trova asilo se non in una scomposta grammatica emotiva. Tutto è concretamente vero: i cani che lo hanno azzannato, i poliziotti che li hanno aizzati, i mastini che hanno attaccato lui e i suoi compagni inferocendosi sui genitali. L’ospedale per le gravi ferite! Infine, gli otto giorni trascorsi in una prigione con un solo pezzo di pane. “Ricevevamo una sola pagnotta di pane al giorno in modo che rimanessimo cadaveri viventi” È il 7 agosto di una calda serata estiva: la quotidiana banale pratica del male questa sera ha il muso dei mastini d’assalto e la maschera del trauma. “La realtà è teatro di vita: un teatro senza immaginazione, senza illusione” 2. La scena, sottratta all’immaginazione, non ha nulla di onirico nonostante quel graffito su pelle umana apra allo stupore. Porta invece in superficie ciò che è occulto. Ai nostri confini di terra, da anni, si consuma la tortura. Non un bosco è innocente; le mine della guerra ancora innescate su cui saltano corpi umani, le fototrappole, i droni, le telecamere, sono gli strumenti di comuni rappresaglie e push back ai danni di uomini, donne e bambini migranti. La maschera del trauma, dunque, fa sorgere in noi sentimenti di odio e di rabbia, soprattutto di indignazione. Nella declinazione delle reazioni manca la Vergogna: la nostra vergogna. È stupefacente il contrasto tra noi e la pacatezza di quell’uomo assaltato dai cani, dalla spalla ai genitali. Dov’è finito, in lui, il trauma? Perché invece si vergogna? C’è sicuramente uno scarto: lui avrebbe bisogno di essere ‘visto’, riconosciuto, di percepire la nostra debolezza come qualità costitutiva di una relazione empatica. Trova invece l’intrusività rapace, la curiosità invasiva, l’accalcamento scomposto per vedere quel graffito quasi fosse un’attrazione. In questo scarto fra noi e lui, sorge lo shock della vergogna. È lo shock d’essere spogliato di qualsiasi valore, di essere ridotto o trasformato in una “cosa”. Si copre il corpo che qualcun altro gli ha scoperto per mostrarci la spalla lacerata. Lui non vorrebbe mostrare, non intende farsi curare. La vergogna rivela tutto il suo disagio d’essere colto nella propria nudità, nella propria debolezza. E’ una colpa che lo induce a coprirsi, quasi a sparire, come infatti avviene di lì a poco. Il disprezzo subito dai suoi aguzzini, l’umiliazione d’essere stato attaccato dai cani, lo porta a rendersi invisibile e ritrarsi dalla scena della piazza, proteggendosi dagli sguardi intrusivi. Come in un accrocco familiare, imperfetto quanto si vuole, si siede lontano da noi, in un cerchio chiuso con “viaggiatori” improvvisati, suoi connazionali che, conoscendo bene quelle violenze, sanno anche restituire un legame fatto di comprensione immediata, di sentimenti reciproci e di cura affettiva. Lui, come tutti loro, non può permettersi di cedere al trauma. Ha un mandato familiare da onorare: vivi e salva-ci. Non c’è tempo per ascoltare il dolore interiore. “Il trauma è il dolore degli impotenti” secondo Herman 3. Un migrante violentato dalla rotta di terra o di mare, non può cedere ai propri sentimenti. L’intero suo villaggio ha raccolto i soldi affinché lui arrivasse in Europa e potesse, un giorno, restituire un po’ di benessere a coloro che hanno investito in lui come fosse un capitale umano. Che fine hanno fatto, dunque, le emozioni traumatiche? Si può solo supporre che esse vivano separate dalla parte orientata alla vita quotidiana, in questo caso alla sopravvivenza, o bloccate in una modalità di difesa, comunque incapsulate. La ferita più profonda che è anche la più viva, traspare da quel suo gesto elusivo che lo porta a sottrarsi alla vista comune, simile a colui che non si sente pienamente umano, che prova una sensazione di indegnità, quasi fosse, come dice la Butler “non degno di vita” 4. Il corpo azzannato da quei mastini è, prima di tutto, un corpo destituito di valore in cui il cuore della violenza è l’attacco all’identità. Esso ci restituisce però, in modo potente, il nodo della nostra identità. Chi siamo noi di fronte al Male? Chi siamo noi, nella piazza del Mondo, di fronte a un essere torturato? Le reazioni emotive fanno a zuffa tra la rabbia e l’impotenza, mentre non proviamo quel sentimento basilare che è la vergogna. Nulla vogliamo conoscere dello straniero che è in noi stessi, che ci abita come terra oscura e rimossa. Il fuori è lo spazio in cui tutto ciò che turba può essere estromesso. Il disumano, il mostruoso, quella sorta di discarica che trasforma l’altro in ‘cosa’, non può coincidere con noi stessi. L’area semantica a cui rimanda quel graffito su pelle umana viene da fuori, è collocato altrove. La piazza, popolata dall’incredulità. Può comodamente scindere l’aspetto della violenza dalla sua implicazione, e considerare la tortura una pratica che non ci riguarda poiché noi siamo altro, noi accogliamo, noi curiamo. Con Abdelmalek Sayad, autore de La doppia assenza, possiamo dire che il contatto con lo straniero, specchio di noi stessi, ci mette in relazione con le nostre parti traumatiche costringendoci a vedere qualcosa che è insopportabile, che eccede, che abita ai confini dell’identità e quindi non è appropriabile. Quello specchio che per noi è il volto del migrante, dovrebbe portarci allo svelamento di aree comuni, di aree intrapsichiche abitate sì da emozioni complesse e, proprio per questo, da esplorare. Dovrebbe farci provare quella Vergogna che lui stesso sente per la nudità della sua debolezza, che poi diventa, usando Lévinas, la vergogna per “la nudità di un’esistenza incapace di nascondersi” 5. Noi, però, non siamo nudi. Anzi, siamo esposti. Siamo immersi in una cultura svergognata fatta di esibizionismo, di narcisismo, di sfacciataggine, dove tutto è sovraesposto e, come diceva Baudrillard, dove non c’è “più nulla da vedere” perché tutto è già stato mostrato. Guai non essere nessuno, non apparire, non esibirsi. Quindi, con quella violenza, con quel graffito umano, noi non c’entriamo, siamo altro, innanzitutto ‘siamo’. In quei morsi di cane, in quell’assalto ai genitali, troviamo la morte della nostra vergogna. Lui semplicemente ‘non è’. È invece un corpo di dolore, una cosa da fotografare e da esporre come tutto, appunto, si espone. Lui è invisibile ai nostri occhi. Dipende, in verità, con quale occhio interno noi lo guardiamo, con quali parole lo accogliamo, con quale ascolto interiore lo sentiamo. Quale grido interno risale a noi da quell’essere torturato? Quella domanda che neppure Cristo ha saputo trattenere nella croce: perché mi viene fatto del male? con cui Simone Weil 6 ci interroga nel suo scritto del 1943, è una domanda che riguarda tutti noi, privati ormai del pudore e della vergogna in quanto complici, diretti o indiretti, di una violenza che stiamo a guardare. I pensieri cadono automaticamente fuori, in un altro regime, quello del non pensato come da sempre sono le situazioni dell’emergenza, per fare di quella stessa violenza una familiare estraneità. Bisognerebbe invece passarci attraverso, lasciando che le aree psicosomatiche arcaiche si mobilitino in un corpo a corpo capace di assumere la Vergogna come stigma della nostra umana disumanità. Vivere in ‘intimità con l’orrore’, sostare nel disumano, ritrovare la nostra ferita nello sguardo ferito dell’altro è, forse, l’unica area intermedia che avvicina le nostre sponde allo spazio dell’incontro possibile. Consentire che il perturbante irrompa con una frase, un gesto tutto da decifrare – come quello dell’uomo dal graffito umano che si copre mentre qualcuno lo s-copre – per ri-collocarlo, anziché fuori da noi, in noi, nel nostro apparato psichico simbolizzante, sarebbe un modo per riconoscere il diritto ad essere estraneo, straniero; il diritto di resistere e di mantenere un elemento inassimilabile. Questo riconcilierebbe anche noi stessi alla nostra ‘umanità’ abitata da quella che ho definito una familiare estraneità. Solo così il trauma può insegnare a noi stessi la via della cura permettendo che la vergogna rientri nel nostro alfabeto emozionale in cui giocare il senso e lo scacco della nostra umana esistenza. 1. Lorena Fornasir, di Linea d’Ombra, da anni si prende cura delle persone in movimento che arrivano stremate dalla rotta balcanica nella «Piazza del Mondo» di Trieste, come viene chiamata piazza della Libertà. Lo fa attraverso la cura dei corpi feriti, ma anche attraverso l’ascolto e la restituzione di dignità a chi attraversa il confine ↩︎ 2. Resnik S., Sul fantastico, Bollati Boringhieri 1993, p.158 ↩︎ 3. Herman J., Guarire dal trauma, Magi edizioni, 1992, p.51 ↩︎ 4. Butler J., Vite precarie, 2004 ↩︎ 5. Lèvinas E., Dell’evasione, Cronopio, Napoli, 2008, p. 32 ↩︎ 6. Weil S.,La persona e il sacro, Adelphi, Milano, 2012 ↩︎
Accoglimento cautelare sull’autorizzazione a risiedere del soggetto vulnerabile
Il Tribunale di Trieste accoglie inaudita altera parte il ricorso ex art 700 c.p.c. instaurato contestualmente al reclamo ex art. 5 quinquies d.lgs 142/2015. Il procedimento è relativo alla domanda di protezione internazionale di una donna potenziale vittima di tratta, che era stata segnalata dall’Ente attuatore di Trieste alla Commissione territoriale per la p.i. di Trieste prima dell’applicazione della PAF (procedura accelerata di frontiera). Il Tribunale prende posizione su diversi aspetti, si riportano succintamente quelli rilevanti nel caso di specie. Sull’autorizzazione a risiedere durante la procedura PAF il giudice, richiamati gli art. 54 par. 1 Regolamento 2024/1348/UE e l’art. 5-ter comma 1 D.lgs. 142/2015, esplicita che tali disposizioni “non legittimano alcuna limitazione della libertà personale dei richiedenti la protezione internazionale da parte dell’autorità amministrativa. Fanno infatti espresso riferimento ai concetti di «soggiorno» e di «residenza», il cui campo semantico è infinitamente più ampio rispetto a quello di «detenzione» o «trattenimento», situazione – quest’ultima – peraltro letteralmente esclusa dalla seconda delle norme citate. È dunque importante anzitutto chiarire che la lettera delle disposizioni citate non si pone in contrasto con la previsione di riserva di giurisdizione di cui all’art. 13 Cost.”. Rispetto all’applicazione della PAF nel territorio di Trieste, il Tribunale ribadisce la posizione già assunta in altri provvedimenti, negando che la frontiera giuliano slovena sia frontiera esterna. Infine, in accoglimento del 700 c.p.c. inaudita altera parte perché trattasi di domanda di protezione proposta da soggetto vulnerabile, il Giudice così motiva: “Dalla segnalazione dell’Ente citato, in combinazione con i dati relativi allo stato di salute rilevati in sede di screening, emerge dunque un quadro in cui la ricorrente potrebbe effettivamente qualificarsi come soggetto vulnerabile in quanto potenziale vittima di tratta. Ebbene, la segnalazione di un ente come la ONLUS in questione che indichi un richiedente come potenziale vittima di tratta fa scattare l’obbligo di valutare se attivare la procedura di referral, e impone alla Commissione di riesaminare la scelta procedurale. Nel caso di specie, la Commissione, nonostante la segnalazione, ha però proseguito con l’adozione della procedura accelerata di frontiera, e – soprattutto – non ha motivato tale scelta nel provvedimento che determina l’applicabilità della procedura in questione (…omissis…). Nel fare ciò, essa ha violato l’art. 21 del Regolamento 2024/1348/UE, e altresì l’articolo 8 commi 3 e 3-bis D.lgs. 25/2008 sul dovere di esame individuale e obiettivo e sulla necessità di approfondimenti istruttori di natura medica. Per tali ragioni, il requisito del fumus boni iuris può dirsi, anche sotto il profilo in questione, integrato. Per quanto riguarda il periculum in mora, bisogna rilevare come la situazione in cui si trova … consista in un pregiudizio che limita la sua libertà (anche se trattasi della libertà di circolazione e non della libertà personale), con la conseguenza che la sua condizione di vulnerabilità (che si è detto sussistere quantomeno sotto il profilo del fumus) viene aggravata quotidianamente, ed ella non ha accesso ai canali di protezione e al programma di assistenza previsto dal Meccanismo Nazionale di Referral. (…omissis…) nel caso di specie, il pregiudizio si consuma giorno per giorno, e proprio per la delicatezza di queste situazioni è imposta una certa celerità nell’attivazione del meccanismo di referral succitato. (…omissis…) Pertanto, conclude il giudice: (…omissis…) la domanda di pronuncia cautelare inaudita altera parte è fondata”. Tribunale di Trieste, decreto dell’8 agosto 2026 Si ringrazia l’Avv. Dora Zappia per la segnalazione e il commento.
Far politica e vivere oggi coincidono
TRIESTE OGGI È UN OSSERVATORIO PRIVILEGIATO DEL TEMPO CHE VIVIAMO, TRA DELIRI DA CLIMA PREELETTORALE E CORTEI NEOFASCISTI, MA ANCHE OSTINATE PRATICHE DI CURA. SCRIVE GIAN ANDREA FRANCHI: “OGGI FAR POLITICA VUOL DIRE COMINCIARE A ORGANIZZARCI DENTRO LE NOSTRE SOCIETÀ, IN BASSO…” Trieste, 21 agosto 2026: “Piazza del Mondo” si anima con una cena preparata da “Fornelli resistenti” di Rifredi (Fi), mentre passa il piccolo e odioso corteo autorizzato promosso da Forza Nuova -------------------------------------------------------------------------------- A “Piazza del Mondo” – così è chiamata Piazza delle Libertà di Trieste dalle persone che ogni pomeriggio incontrano i migranti in arrivo dalla Rotta Balcanica – stiamo vivendo un momento estremamente complesso fra dinamiche sociali minacciose in città e difficoltà interne nel gestire quotidianamente la piazza dalle sette di sera fin oltre mezzanotte. Il clima pre-elettorale si fa sentire, com’è ovvio. La questione “migranti” ne sarà al centro. Si accentueranno quindi diversi aspetti della vasta complessità sociale e politica di cui la piazza è il cuore pulsante, che riceve e che dà: cuore appunto di un corpo sociale che cerca di definirsi eticamente, politicamente ed intellettualmente a partire dalla “questione migranti”. Il 21 agosto la manifestazione del gruppo fascista Forza Nuova ha segnato l’avvio di quest’intensificazione del tempo politico. Il permesso istituzionale di far passare ai bordi della piazza un corteo, di fatto ridicolo, di una quindicina di individui urlanti, è stato un segnale negativo delle istituzioni. Vi ha corrisposto la presenza di un gruppo un po’ più numeroso di antifascisti che hanno assunto comportamenti di troppo facile contrapposizione: incatenare la bicicletta di un giornalista del Piccolo non è un gran gesto politico. Sui social di destra o analoghi compaiono da tempo sempre più numerosi messaggi che invitano all’azione. Pare che ci siano volantinaggi fascisti anche in piazza al mattino. Bisogna ricordare che, insieme alle elezioni nazionali, nella prossima primavera ci saranno anche quelle locali. Vien fatta circolare la calunnia che la piazza sia intransitabile perché insicura, quando potremmo tranquillamente affermare che è la più sicura della città, almeno durante la nostra presenza. In verità, qui c’è un significativo paradosso, almeno dal punto di vista linguistico: se l’etimo di sicurezza è “sine cura”, questa piazza, al contrario, è il luogo della cura. Quindi, in effetti: non è una piazza “sicura”, perché è una piazza di cura. Anzi: è la piazza della cura. Questo è il punto: un luogo di cura, nel senso etico-politico della parola per l’attuale sistema di potere euro-italico – razzista, parafascista, trumpiano – è letteralmente un luogo osceno, fuori-scena. È questo che scandalizza fascisti di varia esibizione e giunta comunale e anche una parte della società triestina. Tutto ciò rende più complesso il nostro impegno quotidiano di cui non bisogna mai perdere il senso: la direzione di questo cammino sociale e, quindi, politico, ormai da quasi sette anni, che consiste nell’incontrare un altro cammino di uomini e donne, giovani e giovanissimi, in fuga da violenze antiche e nuove per raccogliere il messaggio inciso nei loro corpi dalla violenza, dal razzismo degli Stati. Qual è questo messaggio? Eccolo scritto da un profugo, perché questo è il nome autentico per i protagonisti di questo cammino di fuga e ricerca. E da un profugo che definirei tale “per eccellenza”: un palestinese nato in un campo profughi in Siria. “Immagina di essere ancora in prigione… Immagina di avere ancora paura in tempo di guerra… Immagina di essere ancora vagabondo per le strade della Turchia o della Grecia, o di uno dei paesi che attraversano il Nord Europa… Immagina di essere ancora in uno di quei miserabili campi oscuri che praticano le peggiori forme di razzismo e odio contro di te… Il destino e le circostanze ti hanno costretto a vederti in un paese che non è il tuo paese, con un popolo che non è tuo, con lingue, usanze e culture, diverse per ritrovarti a trattare con persone che non conoscono che cosa significhi alienazione, bisogno d’asilo, guerra, che non conoscono il significato di essere soli in simili circostanze, con tutte le porte chiuse in faccia; non sanno che tutto ciò a cui pensi è un posto per dormire e un modo per poter mangiare… non vuoi attaccare nessuno o prendere il cibo, vuoi la pace… solamente pace… sei in fuga da situazioni indescrivibili… non potrai mai descriverle, qualunque cosa tu dica. Solo perché sei diverso, razzialmente e religiosamente, incontrerai la violenza più violenta e l’odio più atroce che una persona possa avere nei confronti di un altro, che può giungere sino a por fine a una vita… Siriano, palestinese, iracheno, yemenita, pakistano, afghano o chiunque abbia problemi nel suo paese e si ritrova con te… cosa dovrebbe fare? Cosa dovremmo fare? Ti scongiuro, dimmi cosa devo fare per vivere come chiunque nel tuo paese in sicurezza? Non basta affrontare ogni giorno povertà, paura, ingiustizia, uccisioni, senzatetto, freddo, umiliazione e insulti? Questo mondo è solo per alcune persone e non per tutti? È questo piccolo quaderno chiamato passaporto che definisce la personalità umana oggi? È ciò che determina se una persona merita di vivere in dignità o no?“. Sono le domande radicali – letteralmente – dell’oggi in cui si lancia questo movimento umano dall’Africa, da tutta la fascia sud dell’Oriente asiatico e, più lontano, dal Sud e Centroamerica. Sappiamo che questo movimento è destinato a crescere esponenzialmente entro il secolo, insieme alla crisi dell’equilibrio ambientale della terra, quando si prospetterà un movimento di miliardi di persone: due facce della stessa domanda, storica, ma anche imposta dalla vita sulla terra in quanto tale. Sono le domande fondamentali: domande politiche e vitali. Oggi la politica è questa: il problema della convivenza, non solo umana. Mentre i sistemi economico-politici di potere stanno distruggendo la terra. A queste domande dobbiamo cominciare a rispondere noi, cittadine e cittadini europei, occidentali, in cui governi e potentati economici, fin dal colonialismo fra XV°- XX° secolo e postcolonialismo attuale, hanno massacrato e stanno massacrando la terra trasformata in un pacco di merci, in denaro, in azioni. Ma noi cittadini siamo corresponsabili. Oggi far politica vuol dire cominciare a organizzarci dentro le nostre società, in basso, non in alto, di un’economia basata sullo sfruttamento cieco della vita e di una subalterna politica dei governi di violenza che ha superato ogni limite come si vede con Gaza. È necessario cominciare a rompere l’assurdo di una società di individui e cominciare a costruire nuove forme comunitarie. La rete “Piazza del Mondo” ne è un tentativo. Un altro esempio è l’azione degli operai dell’ex GKN di Campi Bisenzio (Firenze) che con anni di lotta costruttiva alle spalle, all’insegna del motto “from working to caring class” propongono un nuovo modo di produzione dei beni necessari e utili per vivere insieme1. Altri esempi sparsi agiscono qua e là in Italia, in Europa, altrove (leggi anche Prima le comunità). Bisogna cominciare a costruire una polis dal luogo in cui viviamo e prendere possesso di noi stessi, togliendo la delega ai poteri. Far politica e vivere oggi coincidono. -------------------------------------------------------------------------------- 1 V. info. collettivo di fabbrica ex GKN -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Far politica e vivere oggi coincidono proviene da Comune-info.
August 29, 2026
Comune-info
Il piede di cartone
LORENA FORNASIR, LINEA D’OMBRA Lorena Fornasir, di Linea d’Ombra, da anni si prende cura delle persone in movimento che arrivano stremate dalla rotta balcanica nella «Piazza del Mondo» di Trieste, come viene chiamata piazza della Libertà. Lo fa attraverso la cura dei corpi feriti, ma anche attraverso l’ascolto e la restituzione di dignità a chi attraversa il confine. Un lavoro che nelle ultime settimane è stato accompagnato da intimidazioni, minacce e aggressioni contro la rete solidale triestina 1. È dentro questo contesto che Lorena racconta la storia di un piede ferito, avvolto nel cartone, diventato suo malgrado il simbolo di un viaggio, della resistenza e dell’ostinato desiderio di restare in piedi. Quel piede di cartone giunto nella notte senza urla, senza clamore, sorretto da braccia benevoli per elevarlo da terra! Ha valicato i confini resistendo alle pietre taglienti, agli aghi di pino, agli scorpioni, al fango dei boschi, alle pozzanghere d’acqua sporca dove si abbeverano i maiali selvatici. Procede ora stremato lungo il selciato della piazza del mondo. È un piede testardo che non si arrende. L’infezione avanza, forse le dita sono già in cancrena ma lui non vuole fermarsi. È il suo patto con la vita. “O vivo o muoio”. Scegliendo la vita, non si sottrae al dolore di patirla. Ventisei ossa, trentatré articolazioni, più di cento tra muscoli, tendini e legamenti lo stanno sostenendo. La parte più bassa del corpo gli sorregge l’intera persona. Sta alla periferia del suo stesso corpo e, come un secondo cuore, spinge la linfa verso l’alto. Cocciuto, va contro la gravità che lo vorrebbe a terra, dolente, inerme, vinto. Nella sua epidermide è tracciata la mappa del cammino dall’Afganistan all’Iran, alla Turchia, alla terribile Bulgaria per finire nella fossa umana della Bosnia. Cade, si risolleva, viene battuto, umiliato, riportato nel buco nero del confine, là dove tutto ha inizio. La radice del suo piede, tuttavia, è forte di quel dolore simile alla granata esplosa nel tempo della propria vita anteriore. Si rialza, valica di nuovo i confini, il piede lo tradisce ancora, il fango e le piogge dei boschi lo infettano. Gli amici non l’abbandonano e nella notte calda di luglio approda nella piazza del mondo. Fiero nel pezzo di cartone che gli tiene insieme la carne come fosse una seconda pelle, appare nella sua forma inquietante altero e dignitoso. C’è un’atmosfera che lo circonda e che richiama il perturbante. L’immaginario scava subito dentro quell’involucro e ne rifugge inorridito. Il perturbante serve a questo: a reagire rimuovendo l’angoscia. Là dentro c’è la morte, la cancrena corrode, mangia, richiama la caduta. Tra la presunzione di una fine presunta prossima e la realtà di un individuo che non vuole arrendersi, scorre lo spazio abitato da qualcosa che si chiama resistenza, dignità, rispetto. Tuttavia, la parte prende il posto del tutto, il piede fa sparire la persona e lo spettatore catturato da quell’immagine che scorre nel web, interviene, consiglia, si prodiga, impone, giudica, affinché quel piede venga riparato. Il corpo, non la persona, è l’oggetto del coinvolgimento. L’individuo, è relegato nell’ombra, privato di volontà e deumanizzato come esattamente è accaduto lungo tutto il suo esilio: lui non conta, per i confini è solo un numero da statistica, per il voyerismo mediatico, è solo un piede da ospedalizzare. C’è una pulsione che invece sorregge quel corpo: si chiama desiderio. Un piede morente che vuole vivere è scandaloso. Reca in sé una verità sovversiva che riflette, come in uno specchio, l’immagine di un corpo sociale complice di una violenza inaccettabile. Ho visto bambini provenire dalla rotta balcanica con i piedi ghiacciati, le dita nere che abbiamo scongelato nel catino di acqua tiepida ma rimaste comunque un pezzo di legno. Li ho visti proseguire vero il nord Europa con il primo treno del mattino, incuranti del loro dolore e “curanti” invece del mandato familiare: “vai, vivi e salvaci”. > Un’idea non possiede odore, non è ascoltabile né tattile (Wilfred Bion) Quel piede di cartone emana l’odore del marcio e, in sé, parla la lingua della tragedia. L’odore della tragedia è succulento, permette di salvarci l’anima e di intervenire sulla tastiera appropriandosi di un piede di cartone come fosse solo un pezzo di carne. Nel web l’angoscia di quell’immagine viene sedata attraverso l’esplosione di commenti velenosi o distorti che giocano sulla rimozione del trauma senza accettare che il vero trauma non è quello del migrante bensì il nostro. L’angoscia, si palesa però anche attraverso la tentazione opposta fatta di sdegno che offre un riparo morale grazie a parole di commiserazione e pietà, di nuovo senza accettare che il migrante non è vittima ma protagonista di sé stesso. Pochi riconoscono che resistere richiede a quel piede la competenza tutta interiore a mantenere integro il proprio equilibrio, a non cedere alla caduta. A noi che restiamo nel reale della scena, dentro la piazza del mondo, fra quei corpi di dolore, richiede invece la volontà di ascoltare il silenzio abitato dal linguaggio del corpo. Riusciamo così a riconoscere lo stigma straordinario del Desiderio. Un desiderio di vita, di libertà, persino di gioia nell’essere salvo anche se cadùco, una pulsione che impedisce la Caduta. Cadere sarebbe una resa, una consegna, una profanazione del Desiderio. Ed è proprio la mancanza di una caduta che fa scandalo tanto quanto il desiderio che anima quel corpo. Cadere riconsegnerebbe il migrante al suo ruolo di inferiorità e di vittima. Se non è un terrorista, uno spacciatore, uno che porta via il lavoro, almeno che sia vittima. Che lui, colui che dovrebbe soccombere, “rimanga in piedi” è insopportabile. Rimanda ad un’alterità, ad un contrappasso del senso comune che supera la misura. Quel migrante diventa improvvisamente una figura dell’eccesso. È l’ospite indesiderato che viola l’ordine preordinato delle emozioni. Non lui è “illegale” ma la sua tenuta. In tal modo, parafrasando il titolo di un bellissimo libro di Shahram Khosravi “Io sono confine” 2, lui stesso mostra che è confine, territorio in cui si gioca la propria autodeterminazione e la propria autenticità di profugo. Il suo corpo ferito, il suo piede di cartone tracciano una calligrafia di orme sospese tra il paese d’origine, l’esilio e l’approdo. Tre categorie esistenziali che sono però vita ed esperienza vissuta sul proprio essere. Quel piede, quel corpo non chiedono nulla. Solo una pausa, una sosta, per poter continuare il viaggio. Tutt’attorno, la scena si riempie di voci con la vacua superficialità che tesse ciò che non si comprende: “un piede in cancrena?! Va subito portato in ospedale! Di cancrena si muore!” Qualcun altro, scatenato dalla vista insopportabile del cartone che avvolge il piede marcio, lancia strali e accuse surreali. Pochi conoscono il silenzio. Nell’ascolto del silenzio invece, le parole scorrono in un dialogo muto che fa da ponte con la realtà psichica. In questo regno intermedio tra la parola e l’essere, s’intuisce in quell’uomo afgano e in quel piede che lo vertebra, un “sole interno”, una luce che egli custodisce in sé e che non si può profanare. È li che nasce la sua verticalità, la sua capacità di “stare in piedi”, cioè eretto. Resnik parlerebbe dell’incorporazione di una funzione vertebrante che ordina l’essere nel mondo. Unita ad una funzione più avvolgente e contenitiva darebbe luogo all’esperienza combinata tra pensiero ed emozione. Nella piazza del mondo, palcoscenico reale ma anche metafora psichica, parafrasando Winnicott verrebbe da dire che “il nostro specchio è il volto del migrante”. In questo caso è il piede, non come volto, ma come misura di una verticalità che il nostro sguardo non sa interpretare poiché mancano le emozioni per capirlo. Quel piede ha vissuto l’esperienza della soglia tra la vita e la morte, è memoria che sente, è anche enclave di un territorio ermetico difficile da rappresentare. L’incontro con questa dinamica unito all’immagine traumatica del piede di cartone, crea un movimento a ritroso dentro la palude della psiche sociale accompagnata dal bisogno di rimuovere tutto ciò che è scomodo. Ritorniamo così ad essere abitati da quella terra oscura di cui non vogliamo sapere nulla e che risale a noi solo come sintomo di una società malata di indifferenza e individualismo. Quel piede di cartone, alle prime luci dell’alba, se n’è andato alla volta del nord europa e, ostinatamente, cocciutamente, è giunto dove voleva arrivare. Ora si che è salvo davvero. La sua immagine resterà indelebile nella mai mente. Continua ad interrogarmi, ad affascinarmi per la sua mancanza di una Caduta. Il trauma che ha suscitato in me, in noi, nel web, non può e non deve chiudersi. È un trauma di cui nulla vorremmo sapere ma di cui io non voglio liberarmi. Vorrei, invece, che continui ad essermi maestro nella mia pratica della Cura. 1. Il servizio su TG3 ↩︎ 2. La scheda del libro ↩︎
Una passeggiata fascista inquietante e pericolosa
Il 21 agosto FN ha annunciato una “passeggiata per la sicurezza”, minacciandone anche altre. Si tratta di iniziative inquietanti e pericolose non tanto per la consistenza (del tutto trascurabile) di questi gruppi, quanto piuttosto per l’area di consenso che ormai hanno ottenuto presso una fetta non esigua di cittadinanza “esasperata” perché ingannata da una propaganda martellante contro l’altro, lo straniero, il diverso, e contro le associazioni di strada. Ma è ancor più inquietante il “lasciar fare” delle autorità competenti: è invece intollerabile l’azione di un gruppo fascista che dice apertamente di volersi sostituire alle istituzioni, presentate come incapaci di garantire sicurezza…   Crediamo che a nulla serva una contrapposizione diretta e simmetrica (a nostro avviso da evitare), ma che invece sia utile un rafforzamento del lavoro culturale/politico da un lato (visto l’orribile clima nazionale e locale in cui siamo), e un’articolata presenza in strada, per segnalare prevaricazioni e atti di ostilità, non certo prendendo il posto delle forze dell’ordine ma creando un tessuto cittadino di difesa della vivibilità per tutte e tutti, residenti e transitanti. Chiediamo a tutte le forze politiche e sociali democratiche di prendere posizione e di unirci contro questa e ulteriori provocazioni fasciste.   RIFONDAZIONE COMUNISTA-KOMUNISTIČNA PRENOVA Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
August 22, 2026
Pressenza