L’età della vittima. Riflessione a partire dal libro di Daniele Giglioli

Osservatorio contro militarizzazione di scuole e università - Wednesday, August 26, 2026

L’affermarsi di quello che Daniele Giglioli ha definito il “paradigma vittimario” costituisce uno dei mutamenti più significativi della cultura politica occidentale tra la fine del Novecento e l’inizio del XXI secolo. In Critica della vittima (Nottetempo, 2024), Giglioli sostiene infatti che la vittima è divenuta oggi la figura morale dominante “l’eroe del nostro tempo” (p. 9). La vittima non è più semplicemente un soggetto da tutelare o da risarcire, ma il principale fondamento della legittimità pubblica. Essere vittima conferisce autorevolezza, rende la propria parola difficilmente contestabile e produce un riconoscimento simbolico che altre figure del passato – il militante, il cittadino, il lavoratore, il rivoluzionario – sembrano aver progressivamente perduto.

Questa trasformazione non riguarda però soltanto il linguaggio pubblico, ma investe le forme stesse della soggettività politica. Se la modernità novecentesca era stata infatti attraversata dall’idea che gli individui e i gruppi sociali potessero modificare la realtà attraverso il conflitto, l’organizzazione collettiva e l’azione politica, il paradigma vittimario tende invece a spostare il baricentro sulla sofferenza subita. La centralità non appartiene più all’ “agency”, alla capacità di agire incidendo sul corso della storia, bensì al danno ricevuto. La legittimazione deriva quindi dall’essere stati colpiti e non dall’essere capaci di trasformare il presente.

Ora, questo mutamento appare collocarsi in una precisa congiuntura storica, ossia gli anni Ottanta. Questi com’è noto segnano contemporaneamente l’affermazione del neoliberismo come paradigma economico dominante e la crisi delle grandi culture politiche nate tra Ottocento e Novecento. Dopo Reagan, Thatcher e con il dissolvimento dell’Unione Sovietica, l’idea che la società potesse essere radicalmente trasformata attraverso l’azione collettiva perde gran parte della propria credibilità. La celebre affermazione di Margaret Thatcher “There is no alternative”, il motto con il quale la prima ministra britannica smantellò pezzo per pezzo lo Stato sociale, non costituisce in questo senso soltanto un programma economico, ma una vera e propria ideologia politica secondo la quale il mondo non deve essere cambiato, ma soltanto amministrato.

In questo contesto, il paradigma vittimario può essere letto come il corrispettivo antropologico (e ideologico) di tale mutamento. Se le strutture economiche e sociali appaiono immutabili, anche la capacità collettiva di modificarle tende a essere delegittimata, con il risultato che l’azione comune perde progressivamente centralità, mentre il riconoscimento pubblico si concentra sulla sofferenza individuale. L’individuo è così incoraggiato a pensarsi come imprenditore di sé stesso quando ha successo, oppure come vittima quando subisce un torto. In entrambi i casi, la dimensione collettiva del conflitto sociale viene marginalizzata e l’orizzonte dell’emancipazione lascia spazio a quello del riconoscimento. Ciò non significa, si badi, mettere in discussione la necessità del riconoscimento delle vittime né la tutela dei loro diritti. Il problema, come osserva Giglioli, nasce però quando la vittima diventa il paradigma esclusivo della soggettività politica. In quel momento la sofferenza rischia di trasformarsi in un capitale morale, mentre la possibilità di agire collettivamente viene oscurata. L’ingiustizia continua a essere denunciata, ma sempre meno viene pensata come il prodotto di rapporti di forza modificabili attraverso l’azione politica.

Anche le politiche pubbliche della memoria riflettono questa trasformazione. A partire dagli anni Novanta e soprattutto nel nuovo secolo si assiste infatti a una straordinaria proliferazione di giornate commemorative dedicate alle vittime: dalla Giornata della Memoria delle vittime della Shoah istituita in Italia nel 2000 – cinque anni prima della risoluzione dell’ONU – fino alle numerose ricorrenze dedicate alle vittime del terrorismo, delle foibe, delle mafie e di molte altre tragedie collettive. Si tratta di processi storicamente differenti e non assimilabili tra loro, che rispondono a contesti specifici. Tuttavia, osservati nel loro insieme, essi sembrano indicare una progressiva centralità della categoria della vittima quale principale dispositivo di costruzione della memoria pubblica.

È importante ricordare che questa centralità non è stata sempre presente nemmeno nel ricordo della Shoah. Nei primi decenni successivi alla Seconda guerra mondiale, infatti, molti sopravvissuti allo sterminio nazista incontrarono enormi difficoltà nel trovare ascolto. Non solo: le testimonianze di Primo Levi e di Jean Améry, ad esempio, mostrano anche quanto gli stessi sopravvissuti fossero restii a parlare della propria esperienza per una sensazione di vergogna che appare lontana anni luci dall’orgoglio con cui a un convegno del 1967 Elie Wiesel parlerà della Shoah (“Perché dovremmo pensare all’Olocausto con vergogna? Perché non lo rivendichiamo come un capitolo glorioso della nostra storia eterna?”, citato da Giglioli, Critica della vittima, p, 54). Se questo cambiamento di prospettiva avviene alla fine degli anni Sessanta, sarà però soprattutto negli anni Ottanta e Novanta che la Shoah diventerà progressivamente il paradigma memoriale dell’Occidente contemporaneo, assumendo un ruolo centrale nelle istituzioni, nella scuola e nella cultura pubblica.

Il passaggio al paradigma vittimario produce effetti importanti anche sul terreno della memoria nazionale italiana. Se il paradigma antifascista aveva costruito la Repubblica attorno alla legittimità della Resistenza come scelta politica e morale, la nuova centralità della vittima tende progressivamente a spostare l’attenzione dal conflitto alle sofferenze prodotte dal conflitto stesso. In questa prospettiva, le differenze tra le cause politiche rischiano di essere attenuate a favore di una comune condizione di dolore. Emblematico in questa prospettiva il discorso pronunciato da Luciano Violante alla Camera il 14 maggio del 1996 che rappresenta uno dei primi tentativi di costruire una memoria nazionale nella quale la comune sofferenza debba prevalere sulle differenze politiche. L’invito a comprendere le motivazioni dei “ragazzi di Salò” fu interpretato da molti come il segnale di un mutamento culturale più generale: il progressivo passaggio da una memoria fondata sul giudizio storico a una memoria fondata sulla comune condizione vittimaria.

Ed è proprio qui che il paradigma vittimario può diventare funzionale a forme di revisionismo. Non necessariamente attraverso la negazione dei fatti o la riabilitazione esplicita del fascismo, ma mediante un processo più sottile di livellamento morale: se tutti sono innanzitutto vittime, allora le ragioni storiche del conflitto tendono a perdere rilievo. La distinzione tra chi combatteva per abbattere una dittatura e chi combatteva per difenderla rischia di essere oscurata dalla comune sofferenza prodotta dalla guerra. Al contrario, come si è detto, la memoria democratica nata dalla Resistenza non aveva al proprio centro la vittima, bensì la scelta. Essa celebrava uomini e donne che avevano deciso di assumersi la responsabilità della storia, combattendo e sacrificando anche la propria vita per la costruzione di un mondo migliore, più libero e più giusto. Il paradigma vittimario sposta invece il centro della memoria sulla sofferenza, producendo una depoliticizzazione del passato, in tanto in quanto le responsabilità storiche finiscono per dissolversi in una rappresentazione universalistica del dolore.

È ovvio che riconoscere questo processo non significa mettere in discussione il dovere della memoria o il riconoscimento delle vittime: significa piuttosto interrogarsi su ciò che la memoria rischia di perdere quando la vittima diviene il suo unico oggetto privilegiato. Questo perché una memoria interamente costruita sul dolore difficilmente riesce a trasmettere la dimensione politica del conflitto e dell’emancipazione. Ed è proprio questa la domanda che la riflessione di Giglioli rivolge al nostro presente: come restituire spazio alla capacità di agire senza rinunciare al riconoscimento delle vittime? Come ricordare non soltanto ciò che gli esseri umani hanno subito, ma anche ciò che sono stati capaci di fare? In altre parole, come tornare a pensare la storia non solo come il luogo del trauma, ma come il luogo della possibilità?

Mariangela Priarolo

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