L’età della vittima. Riflessione a partire dal libro di Daniele Giglioli
L’affermarsi di quello che Daniele Giglioli ha definito il “paradigma
vittimario” costituisce uno dei mutamenti più significativi della cultura
politica occidentale tra la fine del Novecento e l’inizio del XXI secolo. In
Critica della vittima (Nottetempo, 2024), Giglioli sostiene infatti che la
vittima è divenuta oggi la figura morale dominante “l’eroe del nostro tempo” (p.
9). La vittima non è più semplicemente un soggetto da tutelare o da risarcire,
ma il principale fondamento della legittimità pubblica. Essere vittima
conferisce autorevolezza, rende la propria parola difficilmente contestabile e
produce un riconoscimento simbolico che altre figure del passato – il militante,
il cittadino, il lavoratore, il rivoluzionario – sembrano aver progressivamente
perduto.
Questa trasformazione non riguarda però soltanto il linguaggio pubblico, ma
investe le forme stesse della soggettività politica. Se la modernità
novecentesca era stata infatti attraversata dall’idea che gli individui e i
gruppi sociali potessero modificare la realtà attraverso il conflitto,
l’organizzazione collettiva e l’azione politica, il paradigma vittimario tende
invece a spostare il baricentro sulla sofferenza subita. La centralità non
appartiene più all’ “agency”, alla capacità di agire incidendo sul corso della
storia, bensì al danno ricevuto. La legittimazione deriva quindi dall’essere
stati colpiti e non dall’essere capaci di trasformare il presente.
Ora, questo mutamento appare collocarsi in una precisa congiuntura storica,
ossia gli anni Ottanta. Questi com’è noto segnano contemporaneamente
l’affermazione del neoliberismo come paradigma economico dominante e la crisi
delle grandi culture politiche nate tra Ottocento e Novecento. Dopo Reagan,
Thatcher e con il dissolvimento dell’Unione Sovietica, l’idea che la società
potesse essere radicalmente trasformata attraverso l’azione collettiva perde
gran parte della propria credibilità. La celebre affermazione di Margaret
Thatcher “There is no alternative”, il motto con il quale la prima ministra
britannica smantellò pezzo per pezzo lo Stato sociale, non costituisce in questo
senso soltanto un programma economico, ma una vera e propria ideologia politica
secondo la quale il mondo non deve essere cambiato, ma soltanto amministrato.
In questo contesto, il paradigma vittimario può essere letto come il
corrispettivo antropologico (e ideologico) di tale mutamento. Se le strutture
economiche e sociali appaiono immutabili, anche la capacità collettiva di
modificarle tende a essere delegittimata, con il risultato che l’azione comune
perde progressivamente centralità, mentre il riconoscimento pubblico si
concentra sulla sofferenza individuale. L’individuo è così incoraggiato a
pensarsi come imprenditore di sé stesso quando ha successo, oppure come vittima
quando subisce un torto. In entrambi i casi, la dimensione collettiva del
conflitto sociale viene marginalizzata e l’orizzonte dell’emancipazione lascia
spazio a quello del riconoscimento. Ciò non significa, si badi, mettere in
discussione la necessità del riconoscimento delle vittime né la tutela dei loro
diritti. Il problema, come osserva Giglioli, nasce però quando la vittima
diventa il paradigma esclusivo della soggettività politica. In quel momento la
sofferenza rischia di trasformarsi in un capitale morale, mentre la possibilità
di agire collettivamente viene oscurata. L’ingiustizia continua a essere
denunciata, ma sempre meno viene pensata come il prodotto di rapporti di forza
modificabili attraverso l’azione politica.
Anche le politiche pubbliche della memoria riflettono questa trasformazione. A
partire dagli anni Novanta e soprattutto nel nuovo secolo si assiste infatti a
una straordinaria proliferazione di giornate commemorative dedicate alle
vittime: dalla Giornata della Memoria delle vittime della Shoah istituita in
Italia nel 2000 – cinque anni prima della risoluzione dell’ONU – fino alle
numerose ricorrenze dedicate alle vittime del terrorismo, delle foibe, delle
mafie e di molte altre tragedie collettive. Si tratta di processi storicamente
differenti e non assimilabili tra loro, che rispondono a contesti specifici.
Tuttavia, osservati nel loro insieme, essi sembrano indicare una progressiva
centralità della categoria della vittima quale principale dispositivo di
costruzione della memoria pubblica.
È importante ricordare che questa centralità non è stata sempre presente nemmeno
nel ricordo della Shoah. Nei primi decenni successivi alla Seconda guerra
mondiale, infatti, molti sopravvissuti allo sterminio nazista incontrarono
enormi difficoltà nel trovare ascolto. Non solo: le testimonianze di Primo Levi
e di Jean Améry, ad esempio, mostrano anche quanto gli stessi sopravvissuti
fossero restii a parlare della propria esperienza per una sensazione di vergogna
che appare lontana anni luci dall’orgoglio con cui a un convegno del 1967 Elie
Wiesel parlerà della Shoah (“Perché dovremmo pensare all’Olocausto con vergogna?
Perché non lo rivendichiamo come un capitolo glorioso della nostra storia
eterna?”, citato da Giglioli, Critica della vittima, p, 54). Se questo
cambiamento di prospettiva avviene alla fine degli anni Sessanta, sarà però
soprattutto negli anni Ottanta e Novanta che la Shoah diventerà progressivamente
il paradigma memoriale dell’Occidente contemporaneo, assumendo un ruolo centrale
nelle istituzioni, nella scuola e nella cultura pubblica.
Il passaggio al paradigma vittimario produce effetti importanti anche sul
terreno della memoria nazionale italiana. Se il paradigma antifascista aveva
costruito la Repubblica attorno alla legittimità della Resistenza come scelta
politica e morale, la nuova centralità della vittima tende progressivamente a
spostare l’attenzione dal conflitto alle sofferenze prodotte dal conflitto
stesso. In questa prospettiva, le differenze tra le cause politiche rischiano di
essere attenuate a favore di una comune condizione di dolore. Emblematico in
questa prospettiva il discorso pronunciato da Luciano Violante alla Camera il 14
maggio del 1996 che rappresenta uno dei primi tentativi di costruire una memoria
nazionale nella quale la comune sofferenza debba prevalere sulle differenze
politiche. L’invito a comprendere le motivazioni dei “ragazzi di Salò” fu
interpretato da molti come il segnale di un mutamento culturale più generale: il
progressivo passaggio da una memoria fondata sul giudizio storico a una memoria
fondata sulla comune condizione vittimaria.
Ed è proprio qui che il paradigma vittimario può diventare funzionale a forme di
revisionismo. Non necessariamente attraverso la negazione dei fatti o la
riabilitazione esplicita del fascismo, ma mediante un processo più sottile di
livellamento morale: se tutti sono innanzitutto vittime, allora le ragioni
storiche del conflitto tendono a perdere rilievo. La distinzione tra chi
combatteva per abbattere una dittatura e chi combatteva per difenderla rischia
di essere oscurata dalla comune sofferenza prodotta dalla guerra. Al contrario,
come si è detto, la memoria democratica nata dalla Resistenza non aveva al
proprio centro la vittima, bensì la scelta. Essa celebrava uomini e donne che
avevano deciso di assumersi la responsabilità della storia, combattendo e
sacrificando anche la propria vita per la costruzione di un mondo migliore, più
libero e più giusto. Il paradigma vittimario sposta invece il centro della
memoria sulla sofferenza, producendo una depoliticizzazione del passato, in
tanto in quanto le responsabilità storiche finiscono per dissolversi in una
rappresentazione universalistica del dolore.
È ovvio che riconoscere questo processo non significa mettere in discussione il
dovere della memoria o il riconoscimento delle vittime: significa piuttosto
interrogarsi su ciò che la memoria rischia di perdere quando la vittima diviene
il suo unico oggetto privilegiato. Questo perché una memoria interamente
costruita sul dolore difficilmente riesce a trasmettere la dimensione politica
del conflitto e dell’emancipazione. Ed è proprio questa la domanda che la
riflessione di Giglioli rivolge al nostro presente: come restituire spazio alla
capacità di agire senza rinunciare al riconoscimento delle vittime? Come
ricordare non soltanto ciò che gli esseri umani hanno subito, ma anche ciò che
sono stati capaci di fare? In altre parole, come tornare a pensare la storia non
solo come il luogo del trauma, ma come il luogo della possibilità?
Mariangela Priarolo
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