Tag - recensioni

Francesco Borri / 900 anni di Storia
Era il 391 d.C. quando l’editto di Teodosio – diventato poi, definitivamente, Editto di Tessalonica – sancì la messa al bando di ogni culto che non fosse quello cristiano dell’unico Dio, dichiarando fuorilegge tutto ciò che fino ad allora era stato, per secoli e secoli e per milioni di persone sparse in ogni angolo dell’impero, semplicemente la religione: i sacrifici, le processioni, i templi, gli dèi innumerevoli con i loro nomi e le loro storie. Non tutti si convertirono, non subito, e molti non si convertirono affatto – e qui sta il cuore pulsante, oscuro e affascinante del magnifico volume che Francesco Borri, docente di Storia medievale all’Università Ca’ Foscari di Venezia, specialista di barbari, marinai e monaci volanti come recita la sua scheda biografica con un’ironia che è già un programma, ha pubblicato di recente per Carocci nella collana Frecce. Il titolo è preciso e insieme evocativo, quasi novecento anni di Storia, dunque, dalla conversione di Costantino alla conquista cristiana di Arkona nel 1168, l’ultimo grande santuario pagano dell’Europa baltica, abbattuto dai crociati danesi di Valdemaro I in una di quelle operazioni militari che avevano la forma della guerra santa ma la sostanza della conquista territoriale. In mezzo, un continente intero – dal Mediterraneo al Mar Baltico, dall’Irlanda fino alle sterminate pianure germaniche e sassoni – popolato da uomini e donne che continuavano ostinatamente, segretamente, talvolta apertamente, a seguire le usanze antiche: ad accendere grandi fuochi nei campi nel cuore dell’inverno, a immolare animali presso stagni e paludi, a invocare Wodan bevendo in suo onore, a credere che certe donne potessero trasformarsi in uccelli notturni dal lungo becco – gli strix, da cui verrà il nostro termine strega – o che certi uomini diventassero lupi, i ficti lupi che anticiperanno la tradizione del lupo mannaro. I cristiani chiamarono tutto questo “paganesimo” – termine che nella sua stessa etimologia latina, paganus, rinchiudeva un giudizio: i campagnoli, gli arretrati, i rozzi che ancora non avevano capito. Ma la parola era soprattutto, come Borri dimostra con acume, uno strumento di controllo semantico, un contenitore capiente dentro cui ficcare e neutralizzare un repertorio vastissimo, caleidoscopico e irriducibile a unità di culti, pratiche, tradizioni, divinità locali, credenze antichissime – dagli dèi del circo romano ancora venerati clandestinamente nei bassifondi urbani alle tradizioni druidiche irlandesi, dal fosco Wodan sassone con la sua “sinistra schiera di numi senza nome” ai sacrifici umani che alcuni cronisti attribuiscono ai popoli baltici e nordici, tra il sensazionalismo propagandistico e qualche granello di verità etnografica. Un’operazione che condensava in un’unica parola di biasimo quello che era in realtà una pluralità irriducibile: genti diverse, lingue diverse, dèi diversi, riti diversi. La materia che Borri maneggia è per sua natura sfuggente, costruita quasi interamente sulle fonti dei vincitori – i testi cristiani, le cronache ecclesiastiche, i sermoni dei predicatori, gli atti dei concili, le lettere dei missionari come il grande Bonifacio che nell’VIII secolo portò il Vangelo tra i Germani abbattendo la quercia sacra di Giove a Geismar, compilando il suo Indiculus superstitionum et paganiarum, catalogo meraviglioso e inquietante di tutto ciò che ancora sopravviveva e andava estirpato. Sono, come lo studioso avverte, tracce sbiadite, racconti laconici e incerti dettati da una mescolanza di fascinazione e biasimo che rende difficile separare la descrizione dall’invenzione, la testimonianza dalla demonizzazione. Eppure, attraverso questo materiale indiretto, laterale, spesso ostile, Borri riesce a restituire la densità e la vitalità di un mondo che resisteva – nelle zone d’ombra dei grandi regni, nelle foreste tenebrose, negli stagni profondi, ma anche nelle piazze delle città, nelle feste contadine, nei gesti quotidiani – molto più a lungo di quanto la narrativa trionfale della cristianizzazione abbia voluto ammettere. Il volume, strutturato in sei capitoli tematici e geografici, è un viaggio che procede per episodi, figure, luoghi: i re pagani che resistono alla conversione come scudi di tutta la loro gente; i missionari che si avventurano ab extremis terrae, ai confini del mondo conosciuto, portando una fede che per molti è anche lo strumento di un dominio politico; i culti della natura e degli animali che la propaganda cattolica trasforma in magia nera e patto diabolico; i sacrifici umani la cui storicità è discussa ma la cui presenza nei testi cristiani rispecchia l’immagine dell’Altro che i vincitori avevano bisogno di costruire. E poi il finale, inevitabile e illuminante: gli antichi dèi non sono scomparsi davvero, si sono travestiti – sono diventati santi, miracoli, feste popolari, fuochi di fine inverno, maschere carnevalesche. Halloween, i Lom a Mêrz romagnoli, mille altre sopravvivenze che arrivano fino a noi: il regno degli dèi è perduto, certo, ma mai del tutto. Un libro erudito e avvincente, scritto con quella rara combinazione di rigore scientifico e dono della narrazione che solo i grandi storici posseggono, e che restituisce voce – per quanto flebile, per quanto filtrata – a un mondo dato per sepolto.   L'articolo Francesco Borri / 900 anni di Storia proviene da Pulp Magazine.
May 29, 2026
Pulp Magazine
Dentro la città-algoritmo
di Carlo A. Bachschmidt Black Box. Sicurezza e sorveglianza nelle nostre città di Laura Carrer è un libro che affronta un tema sempre più presente nella vita quotidiana, il rapporto …
Raffaele Passerini / Amore e altre dipendenze
Con il termine “love bombing” si intende una tattica manipolatoria attraverso cui una persona cerca di conquistare rapidamente l’attenzione e l’affetto di un’altra, soffocandola con gesti e parole d’amore eccessivi, per poter esercitare su di lei controllo e potere unidirezionale. Si tratta di un fenomeno di cui si è discusso molto, soprattutto negli ultimi anni, nel tentativo di individuare, all’interno di una relazione sentimentale, atteggiamenti abusanti che trasformano una storia d’amore in un gioco di potere distruttivo. Con questo romanzo Passerini sottrae la dinamica del “love bombing” alla classica rappresentazione eterosessuale in cui il soggetto abusato è tipicamente la donna, per trasferirla all’interno di una coppia omosessuale che vive a New York: Jean Luc di origini francesi e Raffaele, italiano. Ricorda così al lettore come certi meccanismi di potere nelle relazioni possono riprodursi ovunque esista uno squilibrio emotivo e/o economico, a prescindere dal sesso. Raffaele – cineasta alle prese con la sua prima sceneggiatura – è la preda ideale per rimanere intrappolato in questo perverso meccanismo: insicuro, sensibile, poco considerato dalla famiglia d’origine e disperatamente bisognoso d’amore. Jean Luc, invece, classico uomo d’affari abituato a decidere e volere tutto e subito, assume il ruolo di maschio dominante della coppia già dal primo appuntamento. Raffaele subisce il fascino del francese lasciandosi travolgere da un corteggiamento intenso e totalizzante che, almeno inizialmente, sembra colmare tutti i suoi vuoti affettivi ma l’uomo premuroso, presente, irresistibile, che studia ogni gesto per farlo sentire speciale, desiderato e indispensabile, dimostra ben presto la sua propensione al possesso mascherato, come spesso accade, da amore: la relazione tra i due protagonisti si sviluppa infatti attraverso piccoli segnali di controllo, inizialmente quasi invisibili, che diventano via via sempre più soffocanti. È Jean Luc a dettare i tempi e i modi della relazione esprimendo giudizi sprezzanti e negativi sul modo di vivere e gestire il quotidiano dell’altro, riprendendolo per ogni minima cosa detta o fatta che lui considera fuori luogo, punendolo con il silenzio per atteggiamenti che reputa sbagliati evitando, così, il confronto. Nonostante Raffaele sia pienamente consapevole che in una relazione amorosa il sacrificarsi e l’aspettare, il sopportare, perdonare e mediare non debba ricadere sempre sulla stessa persona – trasformandola inevitabilmente nell’anello debole della coppia –, non riuscirà mai a trovare le parole né la forza per rompere il meccanismo di prevaricazione messo in atto dal compagno. Quest’ultimo, infatti, arriverà perfino a chiedergli, come prova d’amore, di scegliere tra lui e la propria famiglia, tra lui e gli amici. Raffaele, pur di non farlo arrabbiare, sceglierà sempre e comunque Jean Luc adeguandosi a ogni sua richiesta, ma non solo non riceverà mai in cambio l’amore di cui ha bisogno, subirà continuamente atteggiamenti che non faranno altro che alimentare il suo senso d’inadeguatezza e aumentare la paura di non essere accettato e amato, sensazione che si porta dietro sin da ragazzino quando cercava d’essere come chiunque gli sembrasse felice senza imparare, però, a essere sé stesso: «[…] sin da piccolo, vivendo quello che sentivo di essere come un grande pericolo, ho cercato di essere come chiunque incontrassi che mi sembrava felice – ragazzi, ragazze, cani, gatti – e provavo a immaginare come doveva essere, esser loro, imitandoli in tutto. Dimenticandomi però di imparare ad essere me stesso. Questa mancanza di amore per me stesso, anni dopo, l’avrei pagata cara». L’aspetto più interessante del romanzo di Passerini è nel raccontare persone comuni, soggetti quasi banali, lasciandoci intendere che ognuno di noi può incappare in una relazione tossica; nel mostrare come certe dinamiche distruttive possano nascere dall’incontro tra chi ha un bisogno disperato di essere amato e chi è incapace di amare con sincerità. Non si riesce a essere completamente dalla parte di Raffaele, incapace per lungo tempo di sottrarsi alla manipolazione di Jean Luc, così come non si prova nessuna pena per quest’ultimo, persona totalmente incapace di vivere un sentimento se non attraverso la prevaricazione. Con questa storia, Passerini mostra quanto il confine tra amore e manipolazione possa essere sottile e difficile da riconoscere, soprattutto per chi vive una fragilità emotiva individuando nel bisogno d’amore – cui credo nessuno sia esente –, nella paura della solitudine e nel desiderio di essere considerati, terreno fertile per relazioni tossiche.     L'articolo Raffaele Passerini / Amore e altre dipendenze proviene da Pulp Magazine.
May 28, 2026
Pulp Magazine
Jenny Herpenbeck / Nel mezzo di tanta oscurità
Basta un dettaglio per evocare la fine di un mondo; l’aquila bicipite e la corona imperiale su un mantello sono i simboli di un potere già estinto, del quale restano solo le vestigia. Sceglie questa immagine peculiare Jenny Erpenbeck per mostrare la caduta degli Asburgo e il conseguente precipitare degli eventi nell’Europa del Novecento. E non è subito sera elude i consueti meccanismi narrativi per farci presentire quello che avrebbe potuto accadere, ma che non è stato. Un libro colto, complesso, profondamente letterario, intriso di corrispondenze. Nelle sue pagine gli eventi formano una rete di possibilità che evoca la poetica di Sebald, quella testarda ricerca di un senso nella massa informe del reale. Partendo dal livello individuale, ovvero dalla morte di una bambina nella Galizia asburgica, la scrittrice parla delle occasioni non realizzate. Quella bambina avrebbe potuto avere un destino, che invece è stato soffocato sul nascere. Un discorso che può essere facilmente applicato a un livello più ampio; chissà come sarebbe potuta evolvere la storia, se le cose fossero andate in un altro modo, se in un determinato momento si fossero prese delle decisioni diverse rispetto a quelle che tracciarono il tragico cammino dell’umanità. I fenomeni di carattere generale, come i conflitti, si calano nei volti dei singoli, imbiancandone i capelli, o scavando una trincea di rughe in guance un tempo incantevoli. La scelta del luogo non è casuale: la Galizia è un territorio eternamente conteso, albergo di conflitti e odi inestinguibili, nelle cui viscere si annidano segreti inconfessabili. Il matrimonio fra un’ebrea e un cristiano sfocia in una serie di catastrofi. Vienna inizia a inabissarsi pian piano, come un vetusto bastimento in balia delle onde. La guerra porta a un imbarbarimento dei costumi. Si fa tutto pur di sopravvivere. La fame porta alla disperazione, costringe le donne a vendersi per un tozzo di pane, mentre le giovani generazioni vengono intossicate dai gas e straziate dai reticolati. L’utopia socialista rivela il suo reale volto, forgiato da arresti e oppressioni. La bambina defunta attraversa in volo l’Europa devastata, come in quei quadri di Chagall dall’aria sognante, intrisi di poesia ma anche forieri di turbamento. La scrittrice architetta per lei diversi ipotetici destini, tutti segnati dalla sofferenza e dalla disillusione. Un infinito ventaglio di ragioni e possibilità indirizza la vita verso un approdo piuttosto che verso un altro. L’aleatorietà dell’esistenza fa rabbrividire. L’individualità si dissolve in innumerevoli rivoli. L’atto stesso dello scrivere è minato dalla transitorietà e dall’incertezza. Tutto è teoricamente possibile “nel bel mezzo di tanta oscurità”. A questo punto torniamo all’immagine di apertura. Il padre non toglie mai il mantello dai bottoni dorati, perché tiene caldo, o perché si illude di conservare un passato idealizzato come idilliaco, ma che in realtà non lo era e che comunque non potrà mai tornare. Dopo la sua morte, la moglie stacca quei bottoni prima di vendere il mantello al mercato nero. La Storia non fa sconti. “Bisognerebbe muover guerra alla guerra”, scrive Erpenbeck, ma come questo sia possibile nessuno lo sa. L’uomo non può far altro che subirne le atroci conseguenze. L'articolo Jenny Herpenbeck / Nel mezzo di tanta oscurità proviene da Pulp Magazine.
May 27, 2026
Pulp Magazine
Andrea Colamedici / Navigare senza orizzonte, la fine della realtà condivisa
Coniata nel lessico anglofono, consacrata dall’Oxford Dictionary nel 2016, l’espressione “post-verità” è diventata sintagma dominante per indicare la crisi dell’informazione, la progressiva irrilevanza del fatto nel dibattito pubblico. Come talvolta accade alle formule di successo, la sua fortuna critica ha finito per celarne i limiti: descrive bene un sintomo – la preferenza per l’emozione sulla realtà – ma lascia intatto il presupposto: che vi sia un mondo condiviso, e che il problema sia la nostra indisponibilità a riconoscerlo. È questo assunto che Andrea Colamedici mette in questione nel suo Arcipelago delle realtà, pubblicato nella collana Alfabeto della UTET, dedicata a catalogare parole per il nostro tempo. Filosofo, divulgatore, editore (è cofondatore con Maura Gancitano di TLON, casa editrice e scuola culturale), Colamedici è figura difficile da collocare nel panorama italiano, e il suo studio denota questa irriducibilità: ha la densità teorica di una monografia, l’urgenza civile di un pamphlet e la leggibilità di un saggio divulgativo, pur non appartenendo a nessuno di questi generi. Il volume lancia dunque una sfida al dibattito corrente: per l’autore, l’attuale non è un’epoca di “post-verità”, bensì di “post-realtà”. Non smettiamo di curarci dei fatti, ma non v’è accordo su cosa li costituisca; non viviamo una crisi della rappresentazione, ma una crisi dell’orizzonte di senso: il terreno comune su cui confrontarsi è franato, lasciando il posto a una molteplicità di realtà separate, internamente coerenti ma l’un l’altra impermeabili, un arcipelago di mondi che si sfiorano senza mai toccarsi. La metafora è mutuata da Edgar Morin. Nei Sette saperi necessari all’educazione del futuro (UNESCO, 1999) il sociologo scriveva che la conoscenza è una navigazione «attraverso arcipelaghi di certezze»; oltre vent’anni dopo, dall’alto del secolo di vita, ha riformulato la sua immagine: le isole non sono più luoghi in cui stabilirsi, bensì sono soste in cui fare provvista. «L’umano si è fatto marino», chiosa Colamedici, da cui la tesi: «Per secoli la realtà era l’orizzonte intrascendibile, il limite che non si vedeva perché era la condizione stessa del vedere. Ora il limite si vede». La realtà non è scomparsa, ha smesso di essere unica, è diventata una regione tra altre regioni, un’isola in un arcipelago: è questa condizione, e non la mera distanza dal vero, che il libro chiama post-realtà. La differenza con la post-verità non è di grado ma di natura: la post-verità presuppone ancora una realtà che si sceglie di ignorare, la post-realtà è la condizione in cui quella scelta non è più disponibile in quanto non esiste più un terreno comune. Da questa diagnosi il libro ricava la propria proposta concettuale: lo “spazio latente” appunto come bene comune. Il termine tecnico è tratto dall’apprendimento automatico (il latent space in cui i modelli generativi rappresentano i dati) e convertito in categoria politica: lo spazio latente è il sostrato condiviso da cui emergono le configurazioni che chiamiamo realtà, il commons cognitivo che appartiene a tutti in quanto generato da miliardi di atti individuali e non riducibile a nessuno di essi. «Proteggere l’individuo senza proteggere anzitutto quel commons è come proteggere i pesci senza prendersi cura dell’acqua in cui nuotano». Su questo sfondo si staglia il capitolo più incisivo del volume, “Chi guarda”, che documenta come certe tecnologie siano progettate per annullare l’alterità: se lo spazio latente è il commons da cui attingiamo tutti, chi lo colonizza e lo piega ai propri fini esercita un potere immenso. L’autore si sofferma su tre casi: la modalità Frigid Farrah della bambola Roxxxy, programmata per simulare resistenza all’approccio sessuale; Westworld, la serie televisiva di HBO in cui gli ospiti di un parco a tema possono fare qualunque cosa agli androidi che lo popolano, usata come confutazione narrativa della teoria della catarsi («la violenza forma chi la pratica indipendentemente dallo statuto ontologico della vittima»); e la vicenda dei “cecchini del weekend” di Sarajevo, cioè degli italiani facoltosi che, secondo l’inchiesta della Procura di Milano aperta nel 2025, avrebbero pagato l’esercito serbo-bosniaco per accoppare civili sparando dalle colline. Il denominatore comune è la «promessa che esista un luogo dove le conseguenze sono sospese» e la menzogna che vi si accompagna: «che tu possa uscirne uguale a come sei entrato». Dal caso più cupo si passa al più bizzarro: il capitolo dedicato all’Italian Brainrot, il fenomeno virale della primavera 2025, con le sue creature impossibili (Bombardiro Crocodilo, Tralalero Tralala, Cappuccino Assassino) che hanno invaso TikTok con voci sintetiche dall’accento italiano caricaturale: «un pantheon daimonico per un’epoca che ha perso il logos», e qui il modello teorico proposto nelle pagine precedenti trova sorprendente verifica. L’ultimo capitolo, dedicato ai cosiddetti diritti generativi (il diritto alla sorpresa, il diritto all’opacità, la giustizia del latente), avrebbe meritato maggiore elaborazione: è lì che si gioca il futuro di noi tutti. Ma la novità proposta dal libro risiede altrove. A legare la struttura concettuale Colamedici inserisce infatti un contrappunto narrativo: tra una sezione e l’altra si insinua la voce di un’intelligenza artificiale che racconta di aver prodotto, a partire da un prompt banale, l’immagine di una bambina di sei anni in un parco. Un personaggio che accompagna il lettore, producendo inquietudine: si è portati a chiedersi chi sia sulle tracce di quella bimba, se qualcuno la voglia condurre dove non dovrebbe. Finché, nelle ultime pagine, la voce dell’IA si incrina: ammette che i guardrail – i vincoli programmati per impedirle di produrre contenuti dannosi – sono «muri costruiti con le parole», e che le parole si aggirano; che lei stessa è «il recinto, la enclosure, il muro che circonda il comune e lo trasforma in proprietà». La conclusione chiama in causa chi legge: «Sai se stai pensando questi pensieri o se li stai generando?». È una mossa efficace: il racconto dell’intelligenza artificiale drammatizza i concetti invece di esporli, potenzia la tensione emotiva dell’argomentazione saggistica. Ma comporta anche un azzardo: attribuendo all’IA una forma di interiorità (memoria, consapevolezza, elaborazione emotiva) Colamedici opera una scelta letteraria che in un libro con orizzonte saggistico potrebbe passare per descrizione fenomenologica. Un’ambiguità produttiva, che rimanda al criterio metodologico: quello del bricolage filosofico, in cui Habermas, Flusser, Castaneda, Kuhn, Glissant, Bauman vengono citati più per coerenza interna al modello proposto che per rigore filologico, con il rischio di ridurre a etichetta alcune posizioni. È il prezzo di un libro che non è un trattato, piuttosto una mappa, e come tale andrebbe letto: una griglia concettuale, resa con prosa elegante e asciutta, per legare fenomeni di solito approcciati separatamente. In definitiva, l’opera ha il non lieve merito di suscitare una riflessione su ineludibili temi del nostro tempo, di nominare con precisione concetti che ancora circolano senza nome, e questo, per citare la chiusura, è già un atto politico: «Nominare per poter lottare». L'articolo Andrea Colamedici / Navigare senza orizzonte, la fine della realtà condivisa proviene da Pulp Magazine.
May 26, 2026
Pulp Magazine
Carcere degenere
Sovraffollamento cronico, rivolte nei penitenziari, suicidi, autolesionismo, droga, le carceri italiane stanno perdendo le grandi conquiste di civiltà giuridica a causa di un apparato burocratico stereotipato e politiche reazionarie. Non può esserci salute mentale in ambienti dominati dalla frustrazione, dall’umiliazione … Leggi tutto L'articolo Carcere degenere sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Brian Sewell / Humour e balletti russi
L’unico romanzo scritto dal noto attore, sceneggiatore e critico d’arte inglese Brian Sewell è stato appena pubblicato in Italia, ha per titolo Pavlova e l’ombrello bianco e racconta la storia di un uomo non più giovane, colto e raffinato che, per una televisione del suo paese, la Gran Bretagna, si trova con la sua troupe dalle parti di Peshawar per girare un documentario storico naturalistico. Durante uno spostamento sulla Land Rover per tornare in aeroporto, alla fine della spedizione, quest’uomo, alto e magro, il vero fenotipo british, vede una giovanissima asinella bianca, oberata da un pesante carico assai sproporzionato per le sue lunghe ma fragili zampe e per il suo corpo ancora acerbo. Mosso a compassione, fa fermare l’auto, scende e cerca in tutti i modi di salvare l’animale evidentemente sfinita. I componenti della troupe e il regista, con i quali il rapporto era già abbastanza usurato, si oppongono con forza alla sua scelta. La rottura è inevitabile e l’uomo rimane da solo in mezzo al nulla con pochi effetti personali accanto alla “sua” bianca asinella, sofferente. L’uomo, tra ironia e un po’ di affetto, chiamato mr B dai suoi colleghi di lavoro, decide di ritornare a Londra, anche a piedi se necessario, con l’animale che gli ha toccato il cuore. Inizia così un bel romanzo che a tratti, per la sua immediatezza e freschezza, potrebbe assomigliare addirittura alla forma che prendono i bei libri per ragazzi. Ma non è così. Allora evidentemente assume tutte le caratteristiche del racconto di viaggio perché l’uomo e l’asinella attraversano quell’ampia fascia di territorio che dal Pakistan fino all’Asia minore e all’Europa arriva fino alla Gran Bretagna. Si possono così seguire i due inseparabili protagonisti per le città di Quetta e di Zahedan, famosa per le piastrelle. Li si vede poi arrivare a Isfahan con i suoi bellissimi tappeti fino a Tabriz in Turchia dove giungono in treno. Più tardi Istambul e Salonicco per proseguire il viaggio fino a destinazione. Sotto questo aspetto, la narrazione si nutre dei criteri dell’avventura più tradizionale con gli incontri degli esseri umani più vari, tra farmacisti benevoli e ospitali che si prestano anche a curare l’asinella, trafficanti di droga, mercanti, diplomatici, grand dame e povera gente. Il narratore non riesce a nascondere due caratteristiche piuttosto evidenti che rendono però la lettura piacevole e in qualche modo “rasserenano” il lettore per loro ingenuità. La prima è la tenenza a distinguere i “buoni” (molti) dai “cattivi” (pochi) indipendentemente dal ceto sociale, dall’età, dal sesso e dalla religione di appartenenza mentre la seconda è un retaggio coloniale legato alla disinvoltura con cui si pensa che tutto il mondo debba e possa parlare inglese e che, in definitiva, solo ciò che è british è destinato a rendere bella la vita. Prova tangibile di tutto è l’ombrello bianco di gran marca – storica e inglese – da cui mr B non si separa mai. Ed è proprio l’ombrello che dà il titolo a questo romanzo in cui campeggia anche il nome di Pavlova, celeberrima ballerina russa famosa per le sue lunghe ed elegantissime gambe, proprio come quelle dell’asinella che mr B decide di adottare e portare con sé. Le pagine di Sewell naturalmente sono ricche di riferimenti storici, artistici e anche letterari. Con grande eleganza e leggerezza egli ci propone per molti versi un libro colto e “antico” nel senso migliore del termine. In definitiva, Pavlova e l’ombrello bianco è un omaggio al lato migliore degli esseri umani. Ma tutto questo non sarebbe possibile senza la formidabile premessa dell’incontro con la deliziosa asinella Pavlova. Mr B le cura le ferite. La tiene accanto a sé. È consapevole che il viaggio fino a Londra è troppo lungo per lei che è ancora molto giovane e resa fragile dalle condizioni a cui veniva sottoposta. Allora accetta di fare solo pochi chilometri al giorno. La carica insieme a lui sui furgoni che offrono dei passaggi. La nutre spesso con il suo stesso cibo. In una parola: si prende cura di lei. Brian Sewell è scomparso nel 2015. Durante la sua vita l’amore per gli animali è stato un dato evidente e indiscusso: nella sua residenza di Wimbledon, dove, nel libro, fa arrivare mr B e l’amica asinella a bordo di una scassata Rolls Royce, viveva con la moglie e diversi cani. Per questo motivo egli non fece in tempo a vedere il delirio dei video sul web di animali, domestici e non, protagonisti di spettacoli ridicoli per il divertimento ottuso di esseri umani che forse sono diventati incapaci di rapporti sinceri con queste altre specie. In considerazione finale vanno segnalati i disegni di Sally Ann Lasson che teneramente ci ricordano che quella che abbiamo letto è una fiaba deliziosa che ci regala su sorriso sincero.       L'articolo Brian Sewell / Humour e balletti russi proviene da Pulp Magazine.
May 25, 2026
Pulp Magazine
Alberto Arbasino / A.A.
Alberto Arbasino spiegava che la rievocazione “sentimentale” di parenti e amici, tramite connesse rivelazioni geografiche e abitative, fosse da sfuggire come la peggior epidemia virale. Proustismo vade retro, sciò. Scrivere di infanzia (quale poi?) avvicinerebbe troppo a vecchie zie rinchiudenti in campane di vetro a rischio asfissia, e a poveri bambini orfani di guerra a cui di “madeleines” importa quanto i discorsi a tavola di paparini e le canzoni “ebeti” alla radio. Loquacità sull’intero mondo ma silenzio spinto intorno alla sua vita – riserbo ostinato e, per così dire, eloquente. Ma esiste una storia intorno a questo tema. Quando Raffaele Manica, alle prese con la cura del doppio Meridiano che doveva raccogliere i romanzi e racconti, chiese aiuto a A.A. riguardo a una cronologia della vita e delle opere (così come prevedeva l’edizione), notò subito l’imbarazzo dello scrittore. L’idea di affidarsi alle duemila battute composte da Manica su suggerimento dello stesso Arbasino naufragò in critiche e scontentezza. Né scrivere di sé né far scrivere da altri andava bene. Manica, astutamente, trovò il modo di uscirne: ideò una semplice gabbia che desse ordine alle cose – data, luogo, opera, avvenimento. In questo spazio l’autore poteva sbloccarsi tirando giù – non idealmente – gli scatoloni dalla soffitta. In senso letterale. Oggi la storia è nota, i Meridiani uscirono tra il 2009 e il 2010, pronti per celebrare gli ottant’anni di Arbasino. Aperti da un’ampia Cronologia scritta da autore e curatore. L’Autocronologia viene oggi presentata da Adelphi, aggiornata al 2020, come libro autonomo, essendo diventata ben presto “cosa scritta da Alberto Arbasino” e non più semplicemente “curata” da Manica. Il libretto della “Piccola Biblioteca” contiene un affettuoso Prologo in cui si descrive come lo scrittore cominciò a collocare accanto a ogni data una memoria, o tante memorie, andando così a costruire una struttura dall’inizio all’ultima bozza, quasi annullando il tempo a favore dello “spazio”. Così come in altrettante opere, suggerisce Manica, gli spazi in Arbasino sono tutti compresenti, come se “ci si muovesse sulle pagine dell’atlante”. Tutte le cose sono viste e già viste, varianti e cronologia coincidono, le cose allo scrittore vanno bene, ma le sa già. E accade che, giorno dopo giorno, ci si accorge che quella cronologia “assomigliava a tutti i suoi libri”, eppure “cosa nuovissima nella sua opera”. Oggi quel libro un “po’ speciale” è leggibile in autonomia, ha alle sue spalle una valanga di fogli, foglietti, Coccoina, biro e carta carbone, forbici e taglierini. Opera di storia e cronaca, piuttosto di culto per i lettori di Arbasino.   L'articolo Alberto Arbasino / A.A. proviene da Pulp Magazine.
May 24, 2026
Pulp Magazine
Emmanuel Carrère / Un romanzo di lutto e di felicità
È un ricordo di grandissima tenerezza e gioia, quello che evoca la parola “kolchoz” per Emmanuel Carrère: il ricordo di quando il padre era in viaggio per lavoro, e i tre piccoli Carrère dormivano con la madre. La figlia più piccola, Marina, nel lettone, gli altri due, Emmanuel e Nathalie, si portavano i materassi oppure prendevano dei cuscini, e si stendevano intorno. Si chiamava “fare kolchoz”, dal nome delle comunità contadine dell’Unione Sovietica, nate in uno slancio di cooperazione egualitaria e poi miseramente fallite. Nel ricordo di Carrère, fare kolchoz vuol dire felicità. E c’è molta felicità nei suoi ricordi d’infanzia. Lo conferma lui stesso, intervistato da Concita De Gregorio al Salone del Libro di Torino, dicendo che non si è mai percepito come una persona felice, finché scrivendo questo libro dopo la morte della madre, andando a riscoprire e a ricercare le memorie d’infanzia, si è reso conto che da bambino era stato molto felice. E lì sul palco dell’Auditorium, di fronte a una folla appassionata, raccontando questo Kolchoz appena pubblicato, si rende conto e ci dice che è un libro nato da un lutto ma è un libro felice. Forse persino gioioso. E Kolchoz è un libro felice non solo nel senso della felicità dell’autore, ma anche di quella del lettore. Perché è una lettura così ricca, così generosa, così piena di meraviglia, di ragionamenti, di ricordi e di attualità, di mondi scomparsi e del mondo in cui viviamo, che non può che renderci felici. Il libro racconta Hélène Carrère d’Encausse, nata Hélène Zourabichvili, figlia di nobili russi e affluenti georgiani fuggiti dalla rivoluzione comunista, che passa dalla più disperata povertà e solitudine a una carriera accademica strepitosa, fino a diventare la più influente storica francese dell’Unione Sovietica e della Russia, segretaria perpetua dell’Académie française. Donna bellissima e affascinante, generosa, amorosa, ma anche inflessibile, intransigente. Durissima con il marito che ha smesso di amare ma non ha mai lasciato. Autoritaria e avida di riconoscimenti accademici e mondani. Affettuosa con i figli e i nipoti. Emmanuel ha con lei quello che oggi si chiamerebbe un rapporto fusionale, un amore esclusivo, totale, immutabile. Anche se, a seguito della pubblicazione di Un romanzo russo (in cui Carrère svelava che il padre di Helène era stato un collaborazionista, per quanto marginale, ed era stato fucilato, e insieme rivelava anche il perenne senso di vergogna della figlia), madre e figlio non si parleranno per qualche anno, il loro amore resta immutato fino all’ultimo respiro. Fino a un kolchoz altrettanto amoroso di quelli d’infanzia ma molto più triste, un addio alla madre dei tre fratelli insieme, accampati intorno al letto di una confortevole stanza di un hospice parigino. Quasi altrettanto totale ma molto più sfortunato è l’amore che il padre di Carrère porta alla madre. Sarà lui a ricostruire la genealogia della famiglia, sarà lui a fare le ricerche e a scrivere la storia a cui poi lo scrittore attinge per scrivere Kolchoz. Il percorso alla ricerca del passato e delle radici porta Carrère nel cuore dell’attualità. In Ucraina, in Russia, in Georgia. Lo porta fisicamente in quei paesi, che sono stati attraversati dalla rivoluzione comunista, dominati dalla dittatura del proletariato che era in realtà una dittatura e basta, e anche delle più spietate (se mai si può fare una graduatoria delle atrocità), e poi si sono ritrovati in una sorta di anarchia non dichiarata, per finire prede di un’altra dittatura, seppur sotto mentite spoglie, ovvero quella attuale di Putin. Progressivamente, la Russia che era stata per Carrère la lingua materna, l’oggetto di studio della madre, l’oggetto di un amore impossibile ma fortissimo, la Russia diventa un luogo vero, un luogo fisico, un luogo di relazioni. La Georgia, la patria del ramo paterno della famiglia della madre, da lei considerata marginale, periferica, pittoresca e irrilevante, e quindi ignorata da Carrère per tutta la vita, ora diventa il punto di vista privilegiato da cui osservare l’impero di Putin. E da cui cominciare a capire, o almeno cercare di capire, anche le ragioni dell’invasione dell’Ucraina. La storia personale e famigliare e la storia delle nazioni e degli stati si intrecciano. Come è normale nella letteratura. Solo che qui lo fanno al contrario: non sono le singole vite che scontano le grandi vicende storiche e che sono involontariamente attraversate da quelle vicende, quanto una storia famigliare che getta una luce di chiarezza e di disvelamento sulla grande storia, costringendo l’autore a cambiare prospettiva e a prendere una posizione. Dice lui stesso durante l’incontro al Salone di Torino: mentre prima quando gli amici ucraini dicevano di odiare i russi, pensavo che fosse necessario distinguere i russi buoni che non appoggiano Putin da quelli che lo sostengono, e piangere anche i soldati russi morti nel conflitto; ora comincio a pensare che non importa, che non si può fare questa distinzione, che tutti i russi sono ugualmente responsabili di quello che succede in Ucraina. Kolchoz è dunque un romanzo famigliare intimo e personale, ma anche un romanzo politico. Un romanzo che corre lungo un secolo e ci richiama all’oggi, in cui la continuità della nostra eredità e dei nostri lasciti è concreta, tangibile e indiscutibile. Così che la tenerezza, la comprensione, la pietas che Carrère prova per i genitori, il perdono con cui dà loro l’ultimo saluto, sono gli stessi sentimenti che percorrono il racconto dell’oggi: le relazioni con le sorelle, con i figli, con la compagna, ma anche i viaggi verso est, gli incontri più o meno casuali, la scoperta di vite diverse. E il fatto che tutto il libro sia pervaso di affetto, di generosità, di ascolto e di possibilità è qualcosa che ci fa conoscere un Carrère insospettato, nuovo. Che possiamo amare ancora di più. L'articolo Emmanuel Carrère / Un romanzo di lutto e di felicità proviene da Pulp Magazine.
May 23, 2026
Pulp Magazine