Gabriel Zuchtriegel / In cosa credevamo?La tesi di partenza di Quando gli dèi lasciarono il mondo. L’ultima estate di
Pompei, a partire dalla quale viene raccontata la città antica con una
attenzione particolare agli aspetti della religiosità, del sacro, e quindi
anche, per contrappunto, dell’estremamente profano e dell’osceno, è che in
quella seconda metà del I secolo d.C., negli ultimi anni prima dell’eruzione del
Vesuvio, a Pompei ci fossero già tutti gli indizi della fine del mondo antico;
che quella del 79 d.C. sia stata l’ultima estate non soltanto di una città ma,
idealmente, della cultura classica e pagana, per quanto come istituzione
l’impero romano avrebbe vissuto ancora molti decenni.
Secondo Gabriel Zuchtriegel quegli anni, che pure siamo abituati a considerare
tranquilli anzi l’età d’oro dell’Impero romano, albergavano una profonda crisi
spirituale e gli dèi pagani avevano già iniziato ad abbandonare il mondo. A
esergo del testo è riportata la stessa citazione – da una lettera di Gustave
Flaubert – che Marguerite Yourcenaur pone all’inizio dei suoi “Taccuini di
appunti”, pubblicati in coda a Memorie di Adriano: «Quando gli dèi non c’erano
più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio. C’è stato un momento
unico in cui è esistito l’uomo, solo». Yourcenar scrive di aver trascorso una
gran parte della sua vita a cercare di definire e descrivere quell’uomo solo, e
legato a tutto, che per lei è stato l’imperatore Adriano. Zuchtriegel forse ha
inteso in altro modo quella frase, soffermandosi soprattutto sulla solitudine,
sull’isolamento dell’uomo antico, nel tramonto della classicità. Solitudine che
non ha tardato ad essere colmata e ridefinita.
Dal 2021 direttore del Parco Archeologico di Pompei, Zuchtriegel in questo nuovo
libro (nel 2023, sempre per Feltrinelli, era uscito Pompei. La città incantata)
mescola reportage giornalistico, storia delle religioni e diario di scavo (il
racconto delle principali scoperte archeologiche avvenute nel 2024 e 2025) con
alcuni accenni, poco scontati, alla sfera personale e familiare.
Il volume è diviso in capitoli che esplorano vari aspetti di Pompei a partire da
un luogo, da un tempio, da una divinità: il culto di Iside, di Diana, di Dioniso
(una megalografia dipinta con il corteo di Dioniso è emersa negli scavi del 2025
nella Casa del Tiaso), Venere e la prostituzione (Pompei era chiamata “città di
Venere”, Colonia Veneria Pompeianorum). Le pitture e la cultura materiale
mostrano a ripetizione le divinità pagane ma secondo l’autore queste permeano
soltanto la superficie del quotidiano, usate ma non più comprese fino in fondo.
Si vagheggia e si mostra quello che non si esperisce, gli dèi (come Diana in
un’epoca in cui la caccia non era più fondamentale per la sopravvivenza) al pari
dei paesaggi bucolici; nella religione pre-classica le divinità vivevano negli
elementi naturali finché, di fronte alla crescente antropizzazione del
paesaggio, sono state “traslocate” nei templi in muratura costruiti a partire
dal 600 a.C., in Grecia. Si è tuttavia continuato a temere, per lungo tempo, che
gli dèi non gradissero affatto la crescente frattura tra l’uomo e la natura, e
che potessero scatenare la loro ira. Lo dimostra, ad esempio, la pratica dei
sacrifici animali, in seguito strumentalizzata dagli autori cristiani al fine di
ridicolizzare i culti politeisti. Scrive l’autore: «in origine l’offerta
sacrificale non significa affatto che si uccide in modo arbitrario un animale
per un dio, per mangiarne poi anche una parte della carne. L’animale, piuttosto,
viene ucciso per nutrirsi, ma l’uccisione, benché necessaria alla propria
sopravvivenza, rappresenta una violazione rispetto alla vita e dev’essere
riparata con la restituzione di una parte della preda». Per questo nell’età
classica non c’è traccia dell’esistenza dei macellai, non ci si poteva dedicare
a questa attività come professione: in tutte le culture arcaiche del
Mediterraneo l’uccisione di animali era legata a pratiche rituali, perché
altrimenti si sarebbe incappati nella collera di Diana-Artemide. Ma così non era
già più nella Pompei del I secolo, quando la professione del macellaio e la
vendita nelle taverne di carne si svolgevano liberamente.
Le divinità erano ormai diventate nani da giardino. È una visione, questa, che
rischia di considerare con nostalgia un tempo, se esso è effettivamente
esistito, in cui nani non lo erano affatto. Come evidenzia Zuchtriegel, nel
mantenimento del sacro conta soprattutto quello che si fa nel quotidiano, gli
“esercizi di fiducia” di fronte alla divinità; ma che nella religiosità pagana
il rispetto per i riti abbia una grande importanza – atteggiamento che spiega la
durezza delle istituzioni romane verso i primi cristiani che hanno rifiutato
quei riti – non è un elemento di debolezza della fede, piuttosto l’ammissione
che di fronte a tutto quello che non siamo in grado di comprendere e controllare
si può soltanto partecipare, svolgere una pratica. Una religione di questo tipo
si mantiene viva non perché le persone hanno fede, ma perché condividono la
quotidianità del rito (come accade in certe religioni contemporanee come
l’induismo). È il malcontento sociale, più che l’aspirazione a una spiritualità
profonda, che può indebolire o rompere quel meccanismo comunitario di
religiosità.
Interrogandosi sul perché il cristianesimo abbia fatto breccia e sia riuscito,
nel lungo periodo, a sostituirsi al paganesimo, l’autore ritiene che potesse
trarre vantaggi dal messaggio cristiano chi non aveva niente da perdere. Il
messaggio proponeva il Regno di Dio come una liberazione interiore, ma ad
aderire al Cristianesimo degli inizi sono stati soprattutto coloro che
aspiravano a ribaltare realmente la propria condizione di subordinazione, in una
società come quella romana dove il trenta per cento della popolazione era
schiava. Lo scavo archeologico del quartiere servile di una grande villa romana
a Civita Giuliana, a pochi chilometri da Pompei, mostra la materializzazione
della gerarchia, persino all’interno della condizione servile (i diversi gradi
di schiavitù). Nel primo cristianesimo la famiglia biologica (se pure
“allargata” al modo romano, ovvero la gens, ben più ampia della famiglia
mononucleare composta da due genitori) era subordinata a quella spirituale: chi
seguiva davvero Gesù avrebbe dovuto abbandonare la propria casa e la famiglia,
una condizione che nei secoli a venire verrà molto edulcorata.
L’autore presagisce possibili critiche, e le anticipa nell’introduzione: «so
bene che questo libro contiene tesi piuttosto controverse e che potrebbero
suscitare ancora una volta l’interrogativo se l’autore sia credente e, in caso
affermativo, quale sia la sua confessione. Per principio non rispondo […]
Tuttavia, due parole in merito mi sento di dirle: scrivere di storia delle
religioni senza essere, in qualche modo, religiosi è come redigere la guida
turistica di un paese dove non si è mai stati». Sulle prime, stupisce che
Zuchtriegel si ponga questa domanda. Perché qualcuno dovrebbe accusare l’autore
di non essere credente? Per discettare di storia delle religioni bisogna
conoscerle a fondo, non avere fede in esse, viene da pensare; a ben vedere,
però, portare la questione su questo piano – a che cosa crediamo – non è affatto
banale.
Sigmund Freud, come ricorda l’autore, ha interpretato Pompei come
materializzazione gigantesca dell’inconscio collettivo, un residuo psichico
rimosso che può tornare alla luce con il lavoro della vanga. Inconscio
materiale: un ossimoro calpestato ogni anno da migliaia e migliaia di turisti e
studenti in gita. Una città in rovina che desta preoccupazioni e polemiche per
ogni porzione di muro che crolla, e che teniamo stretta a noi come scenografia
necessaria per i viaggi e per la rappresentazione contemporanea della profondità
(e dell’ordinarietà) del tempo. Ma il libro di Zuchtriegel, pur non esente da
osservazioni che taluni vorranno criticare, mostra bene come quella solida
materialità si disfi rapidamente in memoria fluida e pastosa che riempie e
satura i “programmi di verità” (l’espressione è di Paul Veyne, in I Greci hanno
creduto ai loro miti?) che ogni volta costruiamo diversi, per il presente e per
l’antico: la forma che diamo alla verità delle cose. Le verità, ha scritto
Veyne, sono esse stesse delle immaginazioni. Nel leggere delle visioni e delle
liturgie infrante della civiltà pagana, in quell’ultima estate di Pompei, ci
possiamo domandare cosa si sia rotto oggi nella nostra civiltà laica e
illuminista, che di nuovo, forse, ci rende deboli di fronte a chi potrebbe
domandarci in cosa crediamo, qual è la forma della nostra verità. Verranno a
chiederci del nostro amore, cantava De Andrè. Verranno a chiederci anche in che
cosa credevamo, a quale categoria del divino aderivamo, in un mondo innervato
sulle ingiustizie sociali e politiche. Non è una domanda scorretta; non nella
misura in cui pensiamo ancora che il sacro, in qualsivoglia forma, e a livello
non puramente individuale, intrida l’esistenza.
L'articolo Gabriel Zuchtriegel / In cosa credevamo? proviene da Pulp Magazine.