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Ian Manook / Avventure e leggerezza
Mi viene da definire Il canto di Haïaganouch un romanzo di avventura. Mi ha ricordato Il conte di Montecristo, figuriamoci. Ed è strano, visto dove è ambientato e che cosa racconta: la storia di Agop, giovane armeno fuggito dal suo paese e rifugiato a Parigi durante la Seconda guerra mondiale. Nel 1947 Stalin fa un appello agli armeni perché ritornino nella loro patria, finalmente libera e diventata una Repubblica, parte dell’Unione Sovietica. Il Partito Comunista Francese e alcune associazioni armene promuovono quest’operazione. Agop è deluso dalle mancate promesse del governo di Vichy, che non ha mantenuto l’impegno di dare la cittadinanza agli armeni che hanno aiutato i francesi durante l’occupazione tedesca. È stanco di vedere le scritte fuori gli stranieri sui muri intorno a dove abita. Nonostante le proteste della moglie turca e dei figli nati in Francia, Agop si imbarca sul piroscafo Rossia, con la speranza non solo di trovare il mondo migliore promesso dal comunismo, ma anche di ritrovare la sorella cieca della moglie, di cui non si hanno più notizie da molto tempo. Le illusioni non durano molto. Sulla nave ci sono 3500 persone invece delle 350 che erano state previste (e che sarebbe la capienza della nave) e, non appena escono dalle acque territoriali francesi, viene comunicato ai passeggeri che da quel momento saranno in vigore anche a bordo le leggi sovietiche. Il cibo finisce in fretta, e lo sbarco finale a Batumi è traumatico, sia perché la città è distrutta, squallida, abbandonata, sia perché a tutti vengono confiscati i documenti, il denaro e tutti i beni che avevano portato immaginando una nuova vita. Caricati su dei carri bestiame e portati a Erevon, la verità comincia a emergere: gli armeni non sono stati riportati in patria, ma deportati in Unione Sovietica, per poi essere smistati nei campi di lavoro sparsi per il paese. Campi di lavoro forzato per costruire ferrovie, scavare miniere, edificare città e contribuire a creare la grande Unione delle Repubbliche Sovietiche. Alla fame, al freddo, alle condizioni di lavoro disumane si aggiungono le purghe staliniane, le delazioni, il terrore. Miracolosamente Agop sopravvive a tutto questo, e abbastanza a lungo perché Stalin muoia e cominci un nuovo periodo. Altrettanto miracolosamente, e fortunosamente, riesce a tornare in Francia, aiutato dalle spie con cui aveva collaborato a Berlino durante la guerra. Miracolosamente anche la cognata cieca, la poetessa e pianista Haïganouch, a cui avevano ucciso il marito e sottratto il figlio, è riuscita a ricostruirsi una vita proprio grazie alla sua abilità di musicista. E il figlio è sano e salvo, e tutti insieme si ritrovano in un lieto fine tanto bizzarro quanto consolante. Si rivela così, attraverso le vicende di una famiglia, la natura disordinata, perfida ma inefficiente, crudele ma disorganizzata, della repressione sovietica e più in generale di qualsiasi forma di dittatura. Che più cerca di instillare capillarmente terrore e malfidenza, più fa moltiplicare gli episodi di solidarietà, di generosità, di aiuto anche a rischio della propria vita. Mostrando come noi umani, capaci di orrori indicibili e di spietatezze impensabili, siamo anche capaci di grande resistenza, e di accoglienza, gentilezza, bontà disinteressata. Si rivela anche il carattere del popolo armeno, che è sopravvissuto a un tragico genocidio e che è pronto a celebrare la vita con cibo, alcol e canti, pronto anche a vivere le differenze e integrarsi nel paese che lo ospita. E pronto a una certa leggerezza, perché la vita è qui e ora, ed è bene non disperdersi in lamenti e rimpianti ma godere dell’oggi che ci è dato. Rimane così, alla fine del romanzo, insieme al senso tragico di un periodo storico tra i peggiori che l’umanità abbia attraversato (e sì che di periodi tragici non ne sono mancati), anche il senso dell’avventura, della sfida, della volontà di resistere alla sopraffazione non solo perché è giusto ma anche per un “glielo faremo vedere noi, se riescono ad abbatterci”: una rivincita, un orgoglio che dà forza e coraggio. Agop è una figura in bilico tra il grottesco e l’eroico, ma proprio per questo siamo dalla sua parte e tifiamo per lui dall’inzio alla fine. E ci lasciamo trascinare in un mondo in parte vero e in parte inventato, in cui succedono cose vere e cose inventate: che è il bello della letteratura, e della lettura. L'articolo Ian Manook / Avventure e leggerezza proviene da Pulp Magazine.
July 21, 2026
Pulp Magazine
Gioacchino Criaco / Fra thriller e tragedia greca
Servono i testi di saggistica per spiegare e raccontare fenomeni complessi e articolati come la ’Ndrangheta? Certamente sì. Nel tempo, opportunamente, ne sono stati pubblicati molti, grazie al lavoro di studiosi come Enzo Ciconte, Anna Sergi, Nicola Gratteri, Antonio Nicaso, Roberto Violi, Paolo Palma e altri, fino ad arrivare a Pasquino Crupi che si è soffermato sui riflessi che questa organizzazione con solide radici agropastorali ha avuto nella letteratura calabrese. Proprio questo aspetto, il “romanzo”, la “letteratura” riveste un ruolo del tutto peculiare e decisivo per la conoscenza del fenomeno. I numeri, i dati “freddi” con la letteratura si rianimano, prendono corpo e voce, si incarnano anche in storie minime per diventare teatro di vita quotidiana che ci fa “vedere”, come non fa mai nessun altro sguardo, lo spessore della realtà. In questo contesto, figura imprescindibile è senza dubbio Gioacchino Criaco, scrittore oggi sessantenne, nato ad Africo. Affermatosi con prepotenza sulla scena letteraria italiana con Anime nere, la sua opera prima pubblicata nel 2008 e da cui fu tratto un film che vinse ben nove David di Donatello, Criaco proviene da una famiglia di pastori, si è laureato in legge a Bologna e, anche se vive a Milano, ora passa lunghi soggiorni nella sua terra d’origine che conosce in maniera approfondita. Dopo un periodo di riflessione e preparazione, in questi giorni, esce un suo nuovo attesissimo romanzo, Dove canta il cuculo, ideale prosecuzione delle Anime nere. Lo stile narrativo è quello del noir, come per il precedente, ma la densità letteraria e filosofica del testo gli conferiscono un’originalità e un’importanza che lo fa assomigliare più a una narrazione epica. L’Aspromonte, dopo le fortune letterarie di Corrado Alvaro, in assenza per molti anni di letterati calabresi di rilievo, è stata da tutti liquidata come la montagna “aspra” per un malinteso linguistico, dall’asper latino, ma invece è da considerarsi bianca e lucente (dal greco aspròs) di una luminosità ineguagliabile. Da qui un tema linguistico, che è anche profondamente culturale, che ci riporta a riti e usanze ancestrali della cultura calabrese indietro fino a Omero, prima di Omero. In questo modo, il lettore di Criaco si trova a seguire i tragici eventi del noir “guidato” da figure arcaiche e simboliche: la montagna di Aspromonte e il paese di Africo vecchio. Al loro interno vivono famiglie di tradizione pastorale che, come piccoli clan, hanno però esteso le loro reti di influenza in tutto il mondo: a Toronto, in Canada, a Milano, in Gran Bretagna, in Germania e in Sud America. A guidare e a farci “leggere” i comportamenti e le vicende attraversano le vite dei protagonisti delle storie che si intrecciano nel libro c’è l’animale-simbolo che meglio rappresenta il potere e la violenza di questi contesti, l’apparentemente innocuo cuculo. “Un falco travestito da colomba” dicevano i pastori. “capace di intimorire gli altri volatili e costringerli ad allevare la propria prole”. Il cuculo, infatti, individua un nido e vi depone furtivamente il proprio uovo dopo averne rimosso o mangiato uno della covata originale. Forte di una scrittura sicura e vigorosa, Criaco racconta e descrive realtà minori al limite della civiltà sviluppata e democratica che vivono di leggi e tradizioni proprie. I protagonisti sono esseri umani intelligenti, spesso colti, i più giovani hanno studiato all’estero, ma sono completamente amorali. I loro unici punti di riferimento sono le famiglie. Si esce così dai facili e superficiali luoghi comuni che parlano di questo sud, segnatamente della Locride, come di una “terra di malcostume” e si affronta senza ipocrisie il tema delle faide, delle vendette, delle dinamiche del potere e del controllo sulle persone e sui territori. Non a caso la narrazione si inaugura con la descrizione riuscitissima di un agguato, di una battuta di caccia che il pastore tende a un toro selvatico tutto nero che da tempo insidia e ingravida le sue vacche pregiudicandone la prole. Da quel luogo, dai profumi, intensissimi, agrodolci di Aspromonte si salta, senza soluzione di continuità ad Acapulco. Le persone solo le stesse, in prevalenza maschi, spesso giovani, che abitano il mondo secondo un’unica legge e un unico punto di riferimento. Vivono mescolando comportamenti legali e illegali. Sono legati a filo stretto con imprenditori, politici e funzionari pubblici, si occupano di agricoltura biologica e di altre attività “virtuose”. Insomma, sono come dei cuculi. Il mondo è loro perché “loro” sono, in piccolo, il senso di un mondo di bulli e parassiti basato sull’identità, sulla forza, sulla gerarchia e sulla vendetta. Solo le donne riusciranno a giocarsi una possibilità di liberazione da questa gabbia e allora i profumi di Aspromonte potranno continuare a impregnare felicemente l’aria della montagna luminosa.       L'articolo Gioacchino Criaco / Fra thriller e tragedia greca proviene da Pulp Magazine.
July 20, 2026
Pulp Magazine
Fruttero & Lucentini / Libro di lettura
La vita intellettuale di Carlo Fruttero procede, per esempio, con la traduzione dei Nove racconti di Salinger pubblicata nei “Supercoralli” Einaudi nel 1962. Allo stesso modo segue dopo un mese la traduzione, da parte di Franco Lucentini, del Manuale di zoologia fantastica di Borges, questa volta nei “Coralli” sempre di Einaudi. I due avevano già portato in Italia Samuel Beckett e Alain Robbe-Grillet, ora si nota che il loro lavoro comune avanza sui generi letterari allestendo antologie di fantascienza e di fantasmi con grande successo di critica e pubblico. Ecco come la presenza di questo Meridiano permetta di comprendere in che modo F&L, “nuovo logo della ditta”, hanno comunicato il loro programma da lì in poi. Perché niente come le storie più note contengano sponde di mari diversi, disincanti e concretezze, educazione e progressi, e anche vantaggi venali. Giramondo entrambi nei primi anni ’50, dovevano per forza incontrarsi tanto da far slittare non poche cose della storia letteraria europea. Al netto, sia chiaro, del distinguersi per letture e manufatti culturali. Dalla singolarità alla comunanza. “Né provinciali né snob”, precisa Scarpa. Scorrendo l’indice dei Nottambuli, in questa occasione, ne fuoriescono aromi e sentimenti rivelatori. Precisazione dovuta: alcuni degli scritti raccolti nel Meridiano provengono da un trittico dedicato da F&L al “cretino” di cui spesso hanno divulgato le imprese in rassegna di esempi. E figurarsi se il duo non partisse dal Musil della conferenza (“Sulla stupidità”) di Vienna del 1937. Grande annata, quella – ne seguirono non poche nel corso del ’900 e nel nostro ultimo ventennio. In più, il duo ha sempre condotto lo sguardo sul Leopardi della Ginestra, dove in rapporto al suo tempo afferma: “secol superbo e sciocco”. F&L da parte loro antologizzano alcuni esempi di “resistenti” che si battono contro il “comune nemico”. Con altri spiriti fraterni, viene alla luce la loro attività artigianale nel nucleo del settore industriale. Questo Nottambuli ci consegna lo storico talento. Cosa vediamo? Classici d’estate in pieno Ferragosto, uscito sulla “Stampa” nel 1973, quando La donna della domenica (libro d’intrattenimento, così appare) aveva già venduto centomila copie. Lo sanno, lo dicono, parlano contro il loro interesse, ma guardano sempre più in là e l’invito è chiaro: bisogna fare altrettanto. Bisogna almeno affiancarci al vasto territorio della loro varietà di esperienze. Testimone a difesa sarà Giorgio Manganelli quando fra i generi di scrittura inserisce tutto ciò “che anima i Nottambuli”. L’antologia si presenta piacevolmente al centro dell’estate in veste di “libro di lettura”, ha la grazia non sentenziosa di tenere insieme Salinger, Beckett, King, e Landolfi. *** Fruttero & Lucentini / Poesia, tubature e farfalle In orbita geostazionaria su I nottambuli, troviamo L’idraulico non verrà, pubblicato da Einaudi dopo la prima edizione presso i tipi di Mario Spagnol nel 1971 e poi ristampato nelle edizioni del Melangolo, 1993. Una raccolta di poesia che ha tutto l’apetto del classico conservato in maniera garbata evitando la polverosità a cui spesso sono destinate opere modulate, se non fuori dai generi letterari, di certo trasversali all’accezione comune. Fruttero insegue gli inciampi dell’esistenza moderna con specifica furbizia, paradossi e giochi leggeri nelle consumistiche “Ferie al Circeo”. Lucentini tesse una rete metafisica con un poemetto che attraversa filosofia, cosmologia e sapienze estratte direttamente dai ruderi di Luni. Un “passo a due” in cui gli autori si alternano “per ragioni di amicizia” e varietà stilistica. Cosa scatena il gocciolio del rubinetto quando si sa benissimo, con rassegnata consapevolezza, che l’idraulico al colmo vacanziero non si farà vivo? Godot si presenterà mai? Sa bene Fruttero l’esito della storia, lui che ha tradotto la pièce di Beckett. La risposta, una delle tante che F&L immaginano, sta nella varietà poetica contenuta nel libretto, quella che Alessandro Fo descrive nella funambolica postfazione dove si fa in quattro per correre dietro a incisi, precisazioni, date di pubblicazione multiple, e curiose vicende fra normalità e paranormalità. Che dire, a proposito di fenomeni psicofisici, di una misteriosa “Farfalla di Dinard” montaliana apparsa alla coppia in un giardino nel giugno 1971? Mentre si chiedevano se il grande Eusebio avesse ricevuto l’Idraulico appena uscito, Lucentini scopre una poesia del Diario del ’71 dove gli ultimi due versi suonano: “Ma ora ai primi di luglio ogni secondo sgoccia / e l’idraulico è in ferie”. Poesia scritta nel giugno 1971. Medianicità, verità o sogno, queste convergenze alimentano il gusto per la lettura e lo moltiplicano: complice il caldo estivo l’avventura poetica e idraulica si allea all’esperienza del lettore, a chi sa di tubazioni e di metafisica e a chi sa un bel niente di entrambi. Ci si chiede quanto di snob ci sia nella raccolta, difficile rispondere scrive Fo, al netto di simpatie e facili equivoci, sembra peraltro chiaro come sia l’idraulico in persona a snobbare i clienti, lettori o meno che siano della ditta F&L. Gli esempi a cui riferirsi sono numerosi in letteratura, almeno quanti se ne attestino nella realtà. Godot, Odisseo e i famosi tartari di Buzzati bastano alla bisogna? Note e contronote volteggiano in un libretto che sembra contenere, dentro le sue geometrie non euclidee, molte più cose di quanto uno spazio finito possa includere. Ma in fondo si sa, abitiamo un universo finito ma senza confini.     L'articolo Fruttero & Lucentini / Libro di lettura proviene da Pulp Magazine.
July 19, 2026
Pulp Magazine
Gianni Milano: in un vinile le poesie visionarie del maestro libertario
“Poeta e pedagogista italiano”, viene etichettato su Wikipedia. E per una volta, si tratta di una definizione che, a leggerla bene, a dare il valore profondo che “poeta” e “pedagogista” hanno e meritano, non solo non è riduttiva, ma racconta perfettamente quello che Gianni Milano è stato. Nume tutelare dell’underground italiano quando “underground” erano in pochi a sapere cosa fosse, antimilitarista, nonviolento, vegetariano, libertario, maestro elementare ammirato, contestato,  molto intervistato e alla fine allontanato per i suoi metodi educativi: la goccia che fa traboccare il vaso del perbenismo è l’invito fatto ai suoi alunni a dargli del tu, “prodezza pericolosa” come scrivono alcuni giornali, che gli costa l’allontanamento dalla scuola (per fortuna non definitivo). Poco gli importa. Continuerà a insegnare agli sbandati che si ritrovano nei giardini a ridosso del palazzo dei Savoia, giovani che provengono da ogni parte d’Italia, senza fissa dimora, scansati da tutti come portassero la peste. Oltre che “il Poeta capellone”, Gianni si guadagnerà così anche l’appellativo di “Guru dei ragazzi dei giardinetti”, per i quali invece è “Ginsberg” (con la g dolce, ricorderà lui), ovvero un grande, un mito.  A portare ulteriori problemi è pure il secondo libro di poesia, Guru, denunciato perché “contrario alla pubblica decenza”. Amici come Giulio Carlo Argan e Fernanda Pivano testimoniano in suo favore.   Gianni non smetterà mai di scrivere. I suoi testi appaiono in antologie, riviste (come Hip, inserto di Ciao 2001), tanti libri. Non crede alla rivoluzione, «Ci vuole un risveglio delle coscienze» è il suo motto. I compagni di estrema sinistra non lo amano, gli anarchici lo adottano, e il tempo dimostrerà che aveva ragione. Quando muore, il 5 febbraio del 2025, non ha ancora compiuto 87 anni ma è ancora attivissimo: continua a scrivere poesie e insieme ai NoTav lotta contro il megaprogetto del treno ad alta velocità Torino-Lione, lassù in Val di Susa. Oggi la Psych-Out Records pubblica un vinile dedicato a Gianni Milano. È un lavoro complesso, nato dall’incontro di Alessandro Manca e Luigi Bairo, che avevano già collaborato a distanza per la gestazione del volume L’alfabeto e i giorni: Avventure tribali alle elementari (in cui Gianni Milano racconta la sua esperienza di insegnante nell’anno scolastico ’76-’77 alla V elementare di Cirié). L’occasione è la presentazione del libro, articolata in diversi microeventi: Bairo che illustra i “pittodrammi” realizzati dai bambini della scuola di Milano, e poi ricordi, testimonianze, mostra fotografica, esposizione di documenti, un concerto acustico della Banda Bondioli. In serata, i No Strange con la loro musica e una performance-provocazione di Roberto Turati che prende spunto da un’azione di Gianni, quindi la lettura delle sue poesie. A sorpresa, i No Strange e il sassofonista Enrico Laguzzi regalano alle voci di Bairo e Manca un tappeto musicale. E allora, l’idea: perché non farne un disco? La scelta (difficilissima, perché il corpus delle opere di Milano è enorme) cade su quelle poesie che si inseriscano in un flusso visivo e visionario, dunque Bairo e Manca optano per testi degli anni ’66 e ’67, e quanto alla musica, l’intenzione è che non resti soltanto un sottofondo, un accompagnamento, ma si compenetri col testo, interpretando il detto e suggerendo il non detto.   Con le musiche di Luigi Bairo, che suona anche la chitarra elettrica, il basso elettrico, il sintetizzatore e le percussioni, e la voce di Alessandro Manca, che recita le poesie di Gianni Milano, ecco dunque Dichiarazione, dieci pezzi con titoli che riescono ad essere sia misteriosi sia espliciti (un mago, Gianni Milano, in questo), come «A cosa serve Hemingway se esiste la sedia elettrica?», o «I fondelli di Caino» e «Acid-Prana».    La poesia che dà il titolo al disco è «Dichiarazione»:    Avendo avuto da se stessi il diritto di essere uomini, Essi furono Uomini Avendo fatto violenza alla Terra e strappati i suoi occhi, Essi furono dalla terra annichiliti Avendo rifiutato l’alleanza tra gli Uomini, Essi ebbero denti ed unghie per dilaniare *Avendo dimenticato il Sole e costruite lampade per il Vitello d’oro, Essi da Moloch furono fusi in soldi Avendo creato ad immagine e somiglianza dell’Incubo il Potere di dominare i fratelli, Essi furono dal Potere dominati Avendo creato catene per sbarrare il libero flusso della Gioia, Essi furono dalle catene trascinati alla Noia, all’Omicidio e al Grigio Avendo dimenticato le foglie e le erbe e le infinite creature che le popolano, Essi si condannarono a vivere nelle case di mattoni e di vetro Avendo assassinato nella sua indifesa terra la Libertà, Essi furono gonfiati dalla Paranoia Avendo scelto di vivere all’ombra dei grattacieli e degli uffici e delle caserme e delle scuole, Essi furono costretti a costruire ospedali manicomi prigioni Avendo dimenticato il fluire delle praterie e della Vita e della Morte, Essi divennero mummie di topi intrappolati nelle città Avendo deciso che il Fratello è oggetto,  Essi dagli oggetti furono invasi ed iniziò l’era delle pattumiere Avendo deciso che l’Amore è peccato Essi ebbero orgasmi acidi e multe e carcere per offese al pudore Avendo deciso che i piedi servono solo a schiacciare acceleratori e freni, Essi dalle nuove pulci meccaniche furono dissanguati Avendo visto Noia, Omicidio e Grigio nella loro Vita, Essi decisero di costruire l’Atomica per una Morte Cosmica più veloce Avendo fabbricato Decaloghi e Leggi e Guardiani, Essi divennero Spie di se stessi Avendo deciso che erano castrati, Essi si costruirono recinti con filo spinato, volts e cemento Avendo deciso che la Pace chiedeva Umanità, Essi dimenticando l’Umanità crearono la Proprietà mettendo brache a quadri al pianeta Avendo deciso che l’Asettico è ideale, Essi dichiararono che il Bianco è il termine di paragone ed al Bianco eressero forni crematori quali templi di adorazione Avendo fatto tutto questo, Essi attesero l’Apocalisse ma risvegliandosi in un mattino solare i Figli della Terra dissero:   AVENDO AVUTO DA SE STESSI IL DIRITTO AD ESSERE UOMINI, ESSI FURONO UOMINI.   (Gianni Milano, 1966)       Susanna Schimperna
July 18, 2026
Pressenza
H.D. / Una lingua in high definition
Come testimoniato da una miriade di pubblicazioni negli ultimi anni, il modernismo anglofono – da T. S. Eliot fino a James Joyce, passando per Ezra Pound, o anche William Carlos Williams (di quest’ultimo sono uscite negli ultimi anni due traduzioni probabilmente meno note delle altre ma altrettanto preziose, a cura di Tommaso Di Dio e Damiano Abeni) – si attesta ancora saldamente tra le basi della cultura letteraria contemporanea europea e italiana. Non è quindi casuale che a impegnarsi nella riscoperta di Hilda Doolittle – conosciuta come “H.D.” da quando fu ribattezzata così da Ezra Pound – sia una casa editrice come Safarà, molto attenta alle opere più recenti di sperimentazione e ricerca letteraria, ma anche alla riscoperta e traduzione di importanti opere del Novecento letterario transnazionale. HERmione è senz’altro una tappa importante, in questo tipo di lavoro, poiché riporta l’attenzione su un’autrice di poesia e di prosa le cui traduzioni precedenti in italiano risultano oggi disperse o poco accessibili (fatta eccezione, forse, per le Poesie imagiste tradotte da Giorgia Sensi per Interno Poesia nel 2021). Nella sua recensione di HERMione, Davide Brullo ricorda ad esempio titoli come I segni sul muro (Astrolabio 1978, traduzione di Massimo Ferretti) e il memoir e carteggio con Pound Fine del tormento (Archinto 1994, a cura di Massimo Bacigalupo); è tuttavia HERmione a porre di nuovo, e con forza, il “caso H.D.”, riportando all’attenzione del pubblico italiano un’autrice di primissima importanza entro uno scenario modernista anglofono finora dominato – con la sola eccezione di Virginia Woolf, probabilmente – dagli autori già citati. D’altronde, è stato proprio uno di questi autori, Ezra Pound, a procurare non pochi tormenti a H.D., come da lei stesso narrato: i rapporti personali, intrecciati ai rapporti letterari, tra H.D. e Pound sono stati assai complessi, ma senza per questo scatenare alcun effetto Pigmalione, sospetto dal quale l’opera di H.D. si sottrae agilmente. La componente ossessiva torna anche in HERmione, dove Pound fa capolino nelle fattezze di George Lowndes; tuttavia, anche se la protagonista – variamente chiamata “Hermione”, “Miss Gart”, “Her Gart”, o anche solo “Her” – vede Lowndes come l’oggetto delle sue brame (per fare un solo esempio: «Voleva George come una bambina vuole una bambola, quando le altre bambole sono rotte»), il vero fulcro della narrazione resta inequivocabilmente lei. Her è infatti identificata come Hermione – con evidente riferimento al Racconto d’inverno di Shakespeare, ma anche alla classicità greca, trattandosi del nome della figlia di Elena di Troia (anche la madre di H.D. si chiamava Helen, aggiungendo un altro probabile riferimento autobiografico) – ma anche come her: aggettivo possessivo, con marca di genere femminile, e pronome oggetto (alla base, come si può immaginare, di problemi di traduzione cospicui, ma risolti brillantemente da Paola Bono e Marina Vitale). Stretta sin dal nome in una storia che può essere di redenzione e dunque di costituzione piena come soggetto, come nel Racconto d’inverno, o di fallimento e di appiattimento su una dimensione socialmente oggettivata, Hermione Gart è una donna che entra in una crisi di formazione sia sociale che artistica, procedendo «a tentoni» verso una propria ridefinizione identitaria. A tal proposito, occorre forse puntualizzare come Pound non sia il solo motore di questa crisi, perché Her è preda di un’attrazione fatale anche per Fayne Rabb, riconducibile a Frances Gregg, compagna di Pound che ebbe una relazione anche con H.D. (l’edizione italiana riporta un bel testo introduttivo di Perdita Schaeffer, figlia di H.D. cresciuta a New York da un’altra amante bisessuale di H.D., Annie Winifred Ellerman, detta “Bryher”). Tuttavia, HERmione non è soltanto una versione “autobiografica” né tantomeno “al femminile” del Ritratto dell’artista da giovane di Joyce, pur cogliendo quella medesima tensione modernista verso il Bildungsroman in chiave artistica che riguarderà significativamente anche Virginia Woolf e altre autrici e autori del periodo. In assenza di una trama che proceda linearmente, com’è caratteristica precipua del modernismo, HERmione è soprattutto un’avventura della lingua, dove la sintassi risulta frammentata e talvolta ripetitiva, con parallelismi e variazioni, riproducendo così la condensazione dell’immagine già poundiana (ma in versi), all’interno di brevi capitoli che sono nuclei di scrittura autonomi più che tasselli di una narrazione romanzesca tradizionale. Se la scrittura che procede per lampi e illuminazioni è pienamente modernista, ha però anche una coloritura “beat” ante litteram, come ricordato sempre da Brullo – tonalità che si risolve, tra i tanti possibili esempi, nel risveglio di una sessualità femminile che si pone anche Eros come della scrittura – ma è soprattutto una scrittura che continua ad avere una carica parzialmente inattuale e sicuramente dirompente, agevolata dal prestigio culturale e letterario del modernismo anglofono ricordato in apertura, nella contemporaneità. Se la citazione più famosa da HERmione è che «le persone fanno le cose, le cose fanno le persone», come non ricordarsi, ancora e ancora, che a fare entrambe, in letteratura, è la lingua?   L'articolo H.D. / Una lingua in high definition proviene da Pulp Magazine.
July 18, 2026
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Susan Choi / Famiglie e diaspora coreana
Flashlight, l’ultimo romanzo di Susan Choi, si apre con un evento drammatico e misterioso, la scomparsa di un uomo, un professore. Una sera, durante una passeggiata con Louisa – la figlia di dieci anni –, l’uomo svanisce nel nulla. La bambina viene ritrovata sulla spiaggia, in stato di ipotermia, ma non ricorda con precisione ciò che è accaduto. Da questo episodio prende forma un ampio affresco familiare e storico che attraversa generazioni e continenti, intrecciando identità e memoria, il cui aspetto più interessante è dato dal racconto dei numerosi rapimenti (e il relativo impatto sulle vite delle persone coinvolte) di cittadini sudcoreani da parte della Corea del Nord, una pagina poco conosciuta della storia dell’Asia orientale. Attraverso questa vicenda, la scrittrice – nata negli Stati Uniti da padre coreano e madre ebrea americana – esplora anche i complessi rapporti tra Corea del Sud, Giappone e Corea del Nord. Alla nascita, l’uomo scomparso si chiama Seok Kang, figlio di immigrati coreani in Giappone, ma nel corso della sua vita assumerà diverse identità: Hiroshi in Giappone, per sottrarsi alle discriminazioni riservate ai coreani, e in seguito Serk negli Stati Uniti, dove incontrerà Anne, la donna che diventerà sua moglie e madre di Louisa, ma già madre di Tobias, nato da una precedente relazione e dato in adozione al padre biologico e alla sua compagna. La variegata narrazione alterna i diversi punti di vista dei vari protagonisti della vicenda, procedendo con continui sfasamenti temporali. Conosciamo quindi Anne, segnata da una giovinezza inquieta e dalla sclerosi multipla inizialmente scambiata per una depressione, causata dal rifiuto al trasferimento dall’America al Giappone; Tobias, sopravvissuto a un tumore cerebrale e divenuto una specie di vagabondo contraddistinto da uno spiccato altruismo e una profonda spiritualità; Louisa, il cui rapporto conflittuale con la madre e il fratellastro costituisce uno dei nuclei emotivi del romanzo; infine Serk, segnato dalle tensioni storiche e politiche tra i Paesi in cui si trova a vivere. Attorno a loro ruota una serie di personaggi secondari – descritti con una buona profondità psicologica e credibilità – che amplia la prospettiva storica e sociale, con particolare attenzione al destino dei familiari di Serk trasferitisi volontariamente nella Corea del Nord nella speranza di sfuggire alle discriminazioni subite in Giappone. Centrale è il tema del lutto e della perdita; la scomparsa di Serk permea l’intero romanzo, evidenziando come un evento poco affrontato e poco condiviso continui a influenzare una famiglia per tutta la vita. Si ragiona anche sulla memoria e i suoi limiti. Uno dei temi più importanti è l’inaffidabilità del ricordo; Louisa cerca più volte di ricostruire la notte in cui sparì suo padre, ma la memoria è frammentaria, selettiva e influenzata dalle emozioni. Il passato, pare dire Susan Choi, non è mai completamente recuperabile. Altro aspetto che la scrittrice analizza in più parti del romanzo è l’identità e il senso di appartenenza. La vicenda di Serk, coreano cresciuto in Giappone e poi emigrato negli Stati Uniti, pone interrogativi su cosa significhi essere parte di una comunità o di una famiglia, quando la propria identità è costantemente ridefinita dagli eventi storici e dalle migrazioni. Infine, il romanzo esplora anche la complessità delle relazioni familiari e l’effetto del silenzio e dei segreti, delle omissioni, per cui quello che non viene detto può avere un peso pari, se non maggiore, a ciò che viene raccontato. Flashlight – Finalista al Booker Prize 2025 e candidato al National Book Award, è un romanzo impegnativo, un’opera intensa e stratificata, capace di raccontare come le grandi vicende storiche si riflettono nelle esistenze individuali e nei legami familiari e invita il lettore a riflettere sul modo in cui il passato continua a modellare il presente. L'articolo Susan Choi / Famiglie e diaspora coreana proviene da Pulp Magazine.
July 17, 2026
Pulp Magazine
Gabriel Zuchtriegel / In cosa credevamo?
La tesi di partenza di Quando gli dèi lasciarono il mondo. L’ultima estate di Pompei, a partire dalla quale viene raccontata la città antica con una attenzione particolare agli aspetti della religiosità, del sacro, e quindi anche, per contrappunto, dell’estremamente profano e dell’osceno, è che in quella seconda metà del I secolo d.C., negli ultimi anni prima dell’eruzione del Vesuvio, a Pompei ci fossero già tutti gli indizi della fine del mondo antico; che quella del 79 d.C. sia stata l’ultima estate non soltanto di una città ma, idealmente, della cultura classica e pagana, per quanto come istituzione l’impero romano avrebbe vissuto ancora molti decenni. Secondo Gabriel Zuchtriegel quegli anni, che pure siamo abituati a considerare tranquilli anzi l’età d’oro dell’Impero romano, albergavano una profonda crisi spirituale e gli dèi pagani avevano già iniziato ad abbandonare il mondo. A esergo del testo è riportata la stessa citazione – da una lettera di Gustave Flaubert – che Marguerite Yourcenaur pone all’inizio dei suoi “Taccuini di appunti”, pubblicati in coda a Memorie di Adriano: «Quando gli dèi non c’erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio. C’è stato un momento unico in cui è esistito l’uomo, solo». Yourcenar scrive di aver trascorso una gran parte della sua vita a cercare di definire e descrivere quell’uomo solo, e legato a tutto, che per lei è stato l’imperatore Adriano. Zuchtriegel forse ha inteso in altro modo quella frase, soffermandosi soprattutto sulla solitudine, sull’isolamento dell’uomo antico, nel tramonto della classicità. Solitudine che non ha tardato ad essere colmata e ridefinita. Dal 2021 direttore del Parco Archeologico di Pompei, Zuchtriegel in questo nuovo libro (nel 2023, sempre per Feltrinelli, era uscito Pompei. La città incantata) mescola reportage giornalistico, storia delle religioni e diario di scavo (il racconto delle principali scoperte archeologiche avvenute nel 2024 e 2025) con alcuni accenni, poco scontati, alla sfera personale e familiare. Il volume è diviso in capitoli che esplorano vari aspetti di Pompei a partire da un luogo, da un tempio, da una divinità: il culto di Iside, di Diana, di Dioniso (una megalografia dipinta con il corteo di Dioniso è emersa negli scavi del 2025 nella Casa del Tiaso), Venere e la prostituzione (Pompei era chiamata “città di Venere”, Colonia Veneria Pompeianorum). Le pitture e la cultura materiale mostrano a ripetizione le divinità pagane ma secondo l’autore queste permeano soltanto la superficie del quotidiano, usate ma non più comprese fino in fondo. Si vagheggia e si mostra quello che non si esperisce, gli dèi (come Diana in un’epoca in cui la caccia non era più fondamentale per la sopravvivenza) al pari dei paesaggi bucolici; nella religione pre-classica le divinità vivevano negli elementi naturali finché, di fronte alla crescente antropizzazione del paesaggio, sono state “traslocate” nei templi in muratura costruiti a partire dal 600 a.C., in Grecia. Si è tuttavia continuato a temere, per lungo tempo, che gli dèi non gradissero affatto la crescente frattura tra l’uomo e la natura, e che potessero scatenare la loro ira. Lo dimostra, ad esempio, la pratica dei sacrifici animali, in seguito strumentalizzata dagli autori cristiani al fine di ridicolizzare i culti politeisti. Scrive l’autore: «in origine l’offerta sacrificale non significa affatto che si uccide in modo arbitrario un animale per un dio, per mangiarne poi anche una parte della carne. L’animale, piuttosto, viene ucciso per nutrirsi, ma l’uccisione, benché necessaria alla propria sopravvivenza, rappresenta una violazione rispetto alla vita e dev’essere riparata con la restituzione di una parte della preda». Per questo nell’età classica non c’è traccia dell’esistenza dei macellai, non ci si poteva dedicare a questa attività come professione: in tutte le culture arcaiche del Mediterraneo l’uccisione di animali era legata a pratiche rituali, perché altrimenti si sarebbe incappati nella collera di Diana-Artemide. Ma così non era già più nella Pompei del I secolo, quando la professione del macellaio e la vendita nelle taverne di carne si svolgevano liberamente. Le divinità erano ormai diventate nani da giardino. È una visione, questa, che rischia di considerare con nostalgia un tempo, se esso è effettivamente esistito, in cui nani non lo erano affatto. Come evidenzia Zuchtriegel, nel mantenimento del sacro conta soprattutto quello che si fa nel quotidiano, gli “esercizi di fiducia” di fronte alla divinità; ma che nella religiosità pagana il rispetto per i riti abbia una grande importanza – atteggiamento che spiega la durezza delle istituzioni romane verso i primi cristiani che hanno rifiutato quei riti – non è un elemento di debolezza della fede, piuttosto l’ammissione che di fronte a tutto quello che non siamo in grado di comprendere e controllare si può soltanto partecipare, svolgere una pratica. Una religione di questo tipo si mantiene viva non perché le persone hanno fede, ma perché condividono la quotidianità del rito (come accade in certe religioni contemporanee come l’induismo). È il malcontento sociale, più che l’aspirazione a una spiritualità profonda, che può indebolire o rompere quel meccanismo comunitario di religiosità. Interrogandosi sul perché il cristianesimo abbia fatto breccia e sia riuscito, nel lungo periodo, a sostituirsi al paganesimo, l’autore ritiene che potesse trarre vantaggi dal messaggio cristiano chi non aveva niente da perdere. Il messaggio proponeva il Regno di Dio come una liberazione interiore, ma ad aderire al Cristianesimo degli inizi sono stati soprattutto coloro che aspiravano a ribaltare realmente la propria condizione di subordinazione, in una società come quella romana dove il trenta per cento della popolazione era schiava. Lo scavo archeologico del quartiere servile di una grande villa romana a Civita Giuliana, a pochi chilometri da Pompei, mostra la materializzazione della gerarchia, persino all’interno della condizione servile (i diversi gradi di schiavitù). Nel primo cristianesimo la famiglia biologica (se pure “allargata” al modo romano, ovvero la gens, ben più ampia della famiglia mononucleare composta da due genitori) era subordinata a quella spirituale: chi seguiva davvero Gesù avrebbe dovuto abbandonare la propria casa e la famiglia, una condizione che nei secoli a venire verrà molto edulcorata. L’autore presagisce possibili critiche, e le anticipa nell’introduzione: «so bene che questo libro contiene tesi piuttosto controverse e che potrebbero suscitare ancora una volta l’interrogativo se l’autore sia credente e, in caso affermativo, quale sia la sua confessione. Per principio non rispondo […] Tuttavia, due parole in merito mi sento di dirle: scrivere di storia delle religioni senza essere, in qualche modo, religiosi è come redigere la guida turistica di un paese dove non si è mai stati». Sulle prime, stupisce che Zuchtriegel si ponga questa domanda. Perché qualcuno dovrebbe accusare l’autore di non essere credente? Per discettare di storia delle religioni bisogna conoscerle a fondo, non avere fede in esse, viene da pensare; a ben vedere, però, portare la questione su questo piano – a che cosa crediamo – non è affatto banale. Sigmund Freud, come ricorda l’autore, ha interpretato Pompei come materializzazione gigantesca dell’inconscio collettivo, un residuo psichico rimosso che può tornare alla luce con il lavoro della vanga. Inconscio materiale: un ossimoro calpestato ogni anno da migliaia e migliaia di turisti e studenti in gita. Una città in rovina che desta preoccupazioni e polemiche per ogni porzione di muro che crolla, e che teniamo stretta a noi come scenografia necessaria per i viaggi e per la rappresentazione contemporanea della profondità (e dell’ordinarietà) del tempo. Ma il libro di Zuchtriegel, pur non esente da osservazioni che taluni vorranno criticare, mostra bene come quella solida materialità si disfi rapidamente in memoria fluida e pastosa che riempie e satura i “programmi di verità” (l’espressione è di Paul Veyne, in I Greci hanno creduto ai loro miti?) che ogni volta costruiamo diversi, per il presente e per l’antico: la forma che diamo alla verità delle cose. Le verità, ha scritto Veyne, sono esse stesse delle immaginazioni. Nel leggere delle visioni e delle liturgie infrante della civiltà pagana, in quell’ultima estate di Pompei, ci possiamo domandare cosa si sia rotto oggi nella nostra civiltà laica e illuminista, che di nuovo, forse, ci rende deboli di fronte a chi potrebbe domandarci in cosa crediamo, qual è la forma della nostra verità. Verranno a chiederci del nostro amore, cantava De Andrè. Verranno a chiederci anche in che cosa credevamo, a quale categoria del divino aderivamo, in un mondo innervato sulle ingiustizie sociali e politiche. Non è una domanda scorretta; non nella misura in cui pensiamo ancora che il sacro, in qualsivoglia forma, e a livello non puramente individuale, intrida l’esistenza.     L'articolo Gabriel Zuchtriegel / In cosa credevamo? proviene da Pulp Magazine.
July 16, 2026
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Giosuè Calaciura / La conquista delle Indie, la violenza dell’oggi
L’Ammiraglio, con la consonante iniziale maiuscola, è Cristoforo Colombo, l’uomo che effettuò la più straordinaria esplorazione di tutti i tempi e forse, più o meno consapevolmente, l’iniziatore del colonialismo e dei suoi crimini. Personaggio sottoposto a continue e laboriose revisioni, a difese ottuse quanto ad attacchi sacrosanti, che lo vogliono processare simbolicamente oggi per assalire gli eredi immeritevoli di quel potere che dalla Spagna si espanse in quasi un intero continente, snaturandolo e sbarcando avidità e violenza. Il punto di vista offerto al lettore è quello di chi si è ritrovato vicino a lui, sulle navi e poi in terra americana, e ha convissuto con quell’avventura dal lato opposto dell’Ammiraglio, senza viverne un desiderio che non fosse quello di tornare indietro. Colombo, invece, descritto come visionario, bugiardo e feroce nel suo esercizio di potere, non è né personaggio storico (seppure il romanzo si appoggi lungo tutta la sua lunghezza sui diari dell’Ammiraglio) né romanzesco, e sembra elevarsi sulla narrazione, quasi che le paure, le traversie, le angosce e le emozioni della ciurma non lo riguardino. «Spacciava la verità per l’inconsistenza delle sue estasi» è scritto nel romanzo. Se è ogni tipo di materialità a segnare la vita dell’umanità europea che sbarca in quell’equivoco geografico (dal cibo al sesso, alla violenza fino alle malattie), in Colombo sembra muoversi solo il mito delle città sconosciute e delle terre ricche traboccanti d’oro, come Cipango descritta ne Il milione di Marco Polo. Cipango era il Giappone, evocata per tutto il romanzo come fosse una delle “città invisibili” di Italo Calvino. Territori abitati e civili, ma intesi come a disposizione dell’occidentale, in cui è lecito imporre le proprie leggi e stabilire diritti di possesso, di vita e di morte, perché vuoti o abitati da esseri che si collocano poco più in alto degli animali selvaggi, forse solo animali più facilmente addomesticabili. È inutile sfuggire alla sensazione di disagio che si prova durante la lettura quando descrive l’interazione tra occidentali e nativi, è la stessa che il mondo vive oggi con Donald Trump e Benjamin Netanyahu, una spacciata imposizione di sottomissione che solo una incommensurabile capacità di fare violenza può giustificare. Ed è proprio questo uno dei fattori che rende questo romanzo inquietante, la descrizione della violenza quando questa è esercitata in una sproporzione di mezzi. La narrazione è dedicata più all’esperienza dell’inizio della dominazione coloniale che al viaggio in mare e ai suoi squarci di erranza senza meta che ricordano l’Odissea, perché visti con gli occhi degli spaesati marinai, inconsapevoli della teoria geografica della rotondità della Terra. Colombo, almeno da quanto riporta Alexander von Humboldt, aveva usato calcoli e mappe di Paolo dal Pozzo Toscanelli, geografo, astronomo e matematico, con cui aveva avuto una corrispondenza, che però contenevano alcuni errori tanto da ritenere la traversata molto più breve che in realtà. Dunque, la messa a fuoco non è sul viaggio verso l’ignoto Ponente, ma su un’umanità ignota che però non è vissuta come mistero e come stupore. La curiosità è scarsa e la conoscenza ridotta a quei fattori minimi riconducibili alla cultura occidentale di allora. Sembra di rileggere in forma narrativa alcune pagine de La conquista dell’America. Il problema dell’altro di Tzvetan Todorov (Einaudi, 1984), quando si osserva che o i nativi americani sono identificati come diversi, ma inferiori e quindi destinati a essere sottomessi e sfruttati, oppure sono catalogati come uguali, e in tal caso devono essere assimilati alla cultura spagnola. Tertium non datur. E questo ci riporta ancora ai nostri tragici giorni di dissoluzione, non solo del pensiero critico, così chiaramente espresso da Edward Said in Orientalismo (Bollati Boringhieri, 1991), ma anche di quello illuminista. Dunque, è la realtà della sottomissione che mi ha maggiormente colpito leggendo il romanzo. Prima quella dei marinai, assoldati con la minaccia e il ricatto, poi quella dei nativi, incapaci di opporsi a una tecnica del potere così raffinata come quella sviluppata nei secoli della perenne guerra europea. La nuova terra, osserva il marinaio narratore, cessa di essere quell’oriente che sempre era esistito, con i suoi popoli e le sue merci, che venivano scambiate dai secoli nei porti genovesi e veneziani del Mediterraneo asiatico, per diventare un nuovo occidente, europeo e cristiano, in cui ogni identità è negata. La forza è quella di una civiltà basata sulla potenza degli eserciti e sul profitto, ma soprattutto su un’etica cristiana che nei secoli ha giustificato qualunque aberrazione. I nativi “non mettevano insieme la causa con l’effetto” e con questa conclusione li si può escludere dal mondo della cultura ecclesiale e laica europea. In questo senso, il marinaio narratore, riflettendo sulla linea d’ombra che separa scoperti e scopritori, scrive che «in realtà erano stati loro a scoprirci, nella miseria delle nostre certezze, nell’ipocrisia delle croci piantate di spiaggia in spiaggia, nella vergogna delle armi e dei desideri, nella violenza delle nostre vite». E così si cambiano i nomi di quei luoghi e di quei popoli, anzi li si battezza, con quell’analogia a un’identità che si assume ben dopo essere nati e avere intrapreso l’esistenza; così è per i nativi accolti al livello più basso della piramide del potere europeo. L’intero romanzo di Giosuè Calaciura è una denuncia, e il diario di Colombo, quello scritto dal navigatore per documentare la sua impresa, richiama, ma per negarlo, un altro viaggio straordinario in nave lungo il continente americano: quello di Charles Darwin. Ma se per l’evoluzionista inglese la natura americana gli si pone davanti come enigma, grazie alla sua cultura di naturalista eversivo ottocentesco, per Colombo l’America è una banalità, una terra da occupare e i suoi nativi solo forza lavoro da rendere schiava e vendere in Spagna. E ancora, l’attualità dei nostri giorni ci consente di leggere e rileggere il passato e trovarne spunti. L’Ammiraglio «li provocava affinché reagissero con la violenza dei disperati per muovere una giusta guerra e poterli sepellire in cataste ordinate di merce nella stiva delle caravelle». Un’ultima riflessione sulla lingua, davvero eccezionale all’interno di una letteratura italiana fatta di principali terminate da un punto e vocabolari scarni e deprimenti, di ripetizioni desolanti. In questo senso L’Ammiraglio è un romanzo che cerca altre strade, che non intende soggiacere a standard di leggibilità umilianti e che dona, e questo è quasi un miracolo, una visione profonda degli eventi e della natura che li abbraccia, ma dagli occhi e dalla mente di un marinaio cialtrone e analfabeta. L'articolo Giosuè Calaciura / La conquista delle Indie, la violenza dell’oggi proviene da Pulp Magazine.
July 15, 2026
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Morgan Dick / Eredità e altri disguidi familiari
Uno dei punti di forza di La figlia preferita – romanzo d’esordio della scrittrice canadese Morgan Dick, pubblicato da Fazi Editore con la traduzione di Silvia Castoldi – è senza alcun dubbio la scrittura: fluida, sicura, mai stucchevole né pomposa, ma che nella sua semplicità sa unirsi all’intrinseca danza tra dramma e commedia che pervade la storia. Michelle, soprannominata Mickey, ha visto il padre andarsene di casa una sera di molti anni prima, ad un’età abbastanza sviluppata da ricordare cosa significa avere una figura paterna che fa sbocciare sorrisi e risate. Assieme ai ricordi belli, però, si solidificano anche momenti più dolorosi: quelli in cui il padre insultava la moglie, oppure quelli in cui veniva scortato a casa da una pattuglia di polizia perché troppo ubriaco per tornare con le proprie gambe. In un dualismo di emozioni, tra l’amore infantile e il dolore anestetizzato per il padre, Mickey cresce lottando per meritarsi una vita adulta più stabile, ma finendo per percorrere una strada solitaria fin troppo familiare. Il romanzo si apre con Mickey al lavoro: è un tardo pomeriggio, il sole tra tramontando e rimane ancora un bambino alla scuola dell’infanzia dove lavora come maestra d’asilo, Ian, da mandare a casa. Mickey ha appena letto sul giornale che suo padre è morto e l’impulso pomeridiano di bere alcol è martellante. Quello stesso giorno, qualche ora più tardi, Mickey scopre di aver ereditato l’intero patrimonio del padre, ma ad una condizione: prima deve sottoporsi ad un ciclo di sette sedute di psicoterapia. Così Mickey, senza poterlo sapere, conosce la sorellastra. Charlotte, soprannominata Arlo, è la psicoterapeuta che accoglie Mickey nella sua stanza dove tiene tutte le sue sedute, in un importante studio. Arlo e Mickey sembrano essere agli antipodi: al contrario di Mickey, Arlo ricorda di essere cresciuta avvolta dall’amore e dalla protezione paterna, che poi ha restituito nella fase finale della vita del padre, accudendo un uomo in fin di vita al pieno delle sue capacità. Arlo è consapevole di avere una sorellastra, ma non ha idea di che aspetto abbia: non sorprende che quando si incontrano, nel modo orchestrato dal padre, le due sorellastre non si riconoscano. Mentre Mickey deve affrontare le estenuanti sedute con Arlo, fingendo che il puzzle della sua vita sia in perfetto ordine senza tasselli paterni mancanti, la sua vita pian piano implode, come tante piccole esplosioni sotto un’acqua torbida di alcol. Arlo, all’apparenza in perfetto equilibrio, svela un’esistenza altrettanto solitaria. Sotto il costante occhio critico del padre, Arlo si è isolata da tutto ciò che l’uomo non reputava alla sua altezza, finendo per inserire il padre nel podio delle sue priorità scavalcando tutto il resto, compreso un ex-marito, e venendo meno al dovere professionale di cura e attenzione per i suoi pazienti. Morgan Dick disegna due esistenze con un solo apparente punto di contatto, come fossero rette perpendicolari, le quali nel corso del romanzo finiscono per essere uno specchio l’una per l’altra, rivelandosi rette parallele. L’esperienza di un padre alcolizzato, di un’esistenza che implode sotto il peso delle incertezze, la solitudine e il bisogno primario di essere compresi, di aprirsi al calore degli altri: Arlo e Mickey lo vedono nell’altra, lo riconoscono, lo comprendono. La figlia preferita è un romanzo tragicomico, intriso di umorismo e introspezione, tenuti in perfetto equilibrio tra loro da una scrittura che sprigiona leggerezza e freschezza, donando alla storia un alto potenziale per entrare anche nelle vostre letture preferite dell’estate. L'articolo Morgan Dick / Eredità e altri disguidi familiari proviene da Pulp Magazine.
July 14, 2026
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Alessandro Maurizi / La Verona degli invisibili
Il diavolo nel palazzo è un romanzo storico-gotico che vira verso il noir. Impianto narrativo solido, l’elemento più riuscito è l’ambientazione: una Verona di fine Ottocento cupa, stratificata, quasi marcia sotto la superficie elegante, dove i palazzi nobiliari convivono con bordelli, miseria e violenza. Non è solo uno sfondo, ma un organismo vivo che condiziona personaggi, tono e conflitti. Uno dei punti di forza del romanzo è la costruzione dell’intreccio. L’omicidio della giovane donna non resta un semplice fatto di cronaca nera, ma diventa il centro di una rete più ampia di segreti, potere e ipocrisie sociali. La scelta di far convergere mondi diversi – l’aristocrazia, la prostituzione, la giustizia, i quartieri popolari, i ribelli – dà profondità alla storia e suggerisce una visione ampia dell’Italia post-unitaria, attraversata da disuguaglianze e tensioni irrisolte. Il mistero non punta solo sulla scoperta del colpevole, ma su ciò che il delitto rivela dell’intera società. Molto interessante è anche il sistema dei personaggi. Il vicecommissario Venier, il procuratore Federico Giorio, la giovane Bacchetto, Emilio e il gruppo degli Invisibili di San Zeno compongono una galleria varia e dinamica. Ognuno porta uno sguardo diverso sulla città: quello istituzionale, quello marginale, quello femminile, quello ribelle. Nel romanzo queste voci sono sviluppate con equilibrio e il risultato risulta particolarmente coinvolgente, perché la verità non passa da un solo eroe ma da una pluralità di esperienze. Il tema più forte, però, sembra essere la denuncia sociale. La violenza sulle donne, la corruzione dei ceti alti, la falsificazione della verità da parte del potere, la sopravvivenza dei più deboli: tutto lascia pensare a un libro che usa il giallo per parlare di strutture sociali profonde. In questo senso, il titolo stesso, Il diavolo nel palazzo: il male non è esterno o mostruoso, ma abita i luoghi del prestigio, dell’autorità, della rispettabilità. I molti fili narrativi, una forte carica simbolica e storica pretendono una lettura attenta, le chiavi di lettura sono diverse e non escludono il mero intrattenimento. Alessandro Maurizi punta senz’altro a tenere insieme intrattenimento e riflessione, suspense e critica sociale, e ci riesce con mestiere, con uno stile pulito e scorrevole. Il diavolo nel palazzo appare come un romanzo avvincente, oscuro e impegnato, capace di usare le forme del giallo storico per raccontare non solo un delitto, ma un intero sistema di potere. Storia d’indagine a trecentosessanta gradi che approfondisce questioni ancora attuali.       L'articolo Alessandro Maurizi / La Verona degli invisibili proviene da Pulp Magazine.
July 13, 2026
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