
La formazione alla nonviolenza
Pressenza - Thursday, August 20, 2026Introduzione
Perché la nonviolenza è percepita come “utopica” e conosciuta da così poche persone? Il focus di questo articolo è l’educazione e la formazione: l’attenzione alla nonviolenza è cresciuta negli ultimi decenni, ma senza un parallelo aumento della sua attuazione pratica, restando percepita come obiettivo positivo ma di fatto irraggiungibile.
1. Cosa significa “educare alla pace”?
L’idea che la pace si raggiunga anche con strumenti educativi è implicita in ogni teoria sociale che consideri pace e guerra come esito di azioni umane. L’UNESCO afferma di fornire “indicazioni concrete e fondate sui diritti umani su come l’istruzione possa promuovere una pace duratura e affrontare le cause dei conflitti”1.
L’educazione alla pace è il processo con cui un gruppo diventa consapevole delle proprie capacità e impara a identificare i mezzi per risolvere i problemi; mira a rendere le persone capaci di riformare strutture sociali per ridurre la violenza. Relazioni pacifiche non significano assenza di conflitti, ma conflitti risolti senza violenza. Occorre coerenza tra contenuto e metodo, secondo il principio gandhiano che “i mezzi non si distinguono dai fini”2: non basta parlare di pace se le strutture in cui agiamo la contraddicono.
1.1 Risoluzione nonviolenta dei conflitti
L’educazione alla pace forma personalità critiche e creative, capaci di discussione anziché di accettazione passiva. Passare dalla risoluzione violenta a quella nonviolenta significa riequilibrare una relazione sbilanciata tra due posizioni di potere: in un conflitto tra punti di vista apparentemente inconciliabili, ciascuna parte tende ad attribuirsi ragione, proiettando sull’altra gli aspetti negativi, mentre ogni posizione ha in realtà aspetti sia positivi sia negativi. Questo squilibrio favorisce il ricorso alla violenza, poiché ciascuna parte cerca di neutralizzare l’avversario.
1.2 Un modello alternativo?
Come sostenuto da Pat Patfort, tutte le parti dovrebbero porsi sullo stesso livello3: equivalenza non significa uguaglianza, e le differenze vanno considerate una risorsa. Risolvere una controversia significa muovere verso una soluzione comune pienamente soddisfacente per entrambe, non un compromesso parziale, attraverso tecniche che modificano la situazione conflittuale4. Il ricorso alla violenza è segno di codardia; evitarla è segno di coraggio.
2. Cosa significa “formazione alla nonviolenza”?
Scriveva George Lakey: la formazione è “il processo attraverso il quale si acquisiscono nuove competenze […] la formazione descrive formati di apprendimento che portano a comportamenti cambiati in situazioni di azione”5. L’esperienza resta la forma di apprendimento più efficace.
La formazione nonviolenta mira alla crescita della nonviolenza nel rispetto dell’individualità e di valori universali (vita, dignità, diritti umani). Il metodo porta i partecipanti: dal tema al problema, dal razionale all’emotivo; dal verbale all’espressivo; dal prodotto individuale a quello di gruppo.
2.2 Metodologia passiva e attiva
Il processo formativo si articola in quattro fasi: identificazione dei bisogni, pianificazione, attuazione e valutazione6. Le metodologie didattiche si dividono in passiva e attiva7: nella prima la formazione trasmette conoscenze tramite la “lezione”, con ruolo passivo dei partecipanti; nella metodologia attiva, l’apprendimento coinvolge anche la sfera affettivo-emotiva e l’esperienza diretta, tramite laboratori, role-playing e simulazioni, ed è la più efficace per promuovere cambiamento.
Le tecniche seguono due strategie: l’ascolto passivo e la scoperta, che promuove il cambiamento dei modelli cognitivi attraverso l’analisi delle esperienze personali.
2.4 Alcuni elementi in un modello nonviolento
Il metodo più attento alla persona resta quello attivo, ma resterebbe una cornice vuota senza i contenuti della teoria e pratica nonviolenta, il cui obiettivo è ridurre al minimo la violenza. I teorici occidentali sottolineano il legame tra nonviolenza e potere8, contro l’idea diffusa che la nonviolenza equivalga a sottomissione: il “potere” dipende sempre dall’obbedienza attiva o passiva di una moltitudine9, e la nonviolenza serve a “scardinare” tale obbedienza, tramite non-obbedienza e non-collaborazione, declinate in disobbedienza civile, boicottaggi, sabotaggi e programmi costruttivi10, secondo regole precise11.
2.5 Metodi di decisione
Se la formazione mira a creare gruppi (15-20 persone) per il cambiamento sociale, occorre consapevolezza delle dinamiche di gruppo e delle leadership. Esistono diversi metodi decisionali, nessuno perfetto: inerzia, autorità, minoranza/manipolazione, maggioranza, consenso, unanimità12. Il consenso, preferito nei gruppi nonviolenti, non equivale all’unanimità: il gruppo non decide se qualcuno non acconsente, ma tutti devono potersi esprimere e sentirsi ascoltati. Centrale è l’obiezione, “bloccante” (blocca e apre la discussione) o “non bloccante”. Nei casi di estrema urgenza può intervenire, per fiducia interna al gruppo, il meccanismo dei “decisori rapidi”.
3. Implementare la formazione alla nonviolenza
Non è necessario inventare nulla di nuovo: esistono già numerosi contributi13 e manuali di ONG e organismi internazionali. La nonviolenza richiede cambiamenti profondi nelle relazioni di potere e nelle istituzioni economiche, religiose ed educative. È un percorso continuo, che richiede pazienza: le persone hanno bisogno di tempo per assimilare le lezioni. Non è un’attività individuale: condividere con altri arricchisce l’esperienza, e ogni azione diretta nonviolenta richiede la partecipazione di molte persone.
Conclusione: sfide “interne” ed “esterne”
Le sfide sono sia interne al processo sia esterne, legate al contesto generale. Le sfide interne sono undici14: speranza, formazione interdisciplinare, gruppo, differenza interculturale, tempo, cambiare se stessi per cambiare il sociale, percorso formativo, capacità organizzativa, ricerca-azione, consapevolezza del possibile fallimento, gestione dei propri istinti. Le sfide esterne sono cinque15: interessi del complesso militare-industriale; l’idea che la guerra sia continuazione della politica con altri mezzi; la convinzione che aggressione e violenza siano istinti umani; le armi come “merce”; la formazione-educazione alla guerra.
Per concludere con una metafora: la formazione alla nonviolenza non è un “fungo che spunta nel deserto”, ma ha bisogno di un bosco — humus, pioggia e sole — per crescere. Fuori di metafora, l’impegno nella formazione consiste nel diffondere questo “bosco” in ogni area possibile.
Raffaele Barbiero, Centro Pace di Forlì
1 UNESCO, Raccomandazione dell’Unesco sull’educazione alla pace, ai diritti umani e allo sviluppo sostenibile, Unesco Publishing, Parigi, 2024, p. 8.
2 Diana Francis, People, Peace and Power. Conflict Transformation in Action, Pluto Press, London, 2002, in part. p. 43.
3 Pat Patfort, Costruire la nonviolenza. Per una pedagogia dei conflitti, Edizioni La Meridiana, Molfetta (Bari), 1992.
4 Aldo Capitini, Le tecniche della nonviolenza, Edizioni dell’Asino, Roma, 2009.
5 George Lakey, Why Training for Nonviolent Action?, in “International Journal of Nonviolence”, II (1).
6 Raffaele Barbiero, The Training Process. Course for International Peace Mediators, module M06 ISS, Unpublished essay, Coventry University, Coventry, 2011.
7 Vedi tabelle: https://forlicentropace.com/la-formazione-alla-nonviolenza/
8 Gene Sharp, Waging Nonviolent Struggle: 20th Century Practice and 21th Century Potential, Porter Sargent Publishers, Boston, 2005, p. 37.
9 Étienne de La Boétie, Discorso della servitù volontaria, Feltrinelli, Milano, 2014.
10 Gene Sharp, Politica dell’azione nonviolenta, vol. II, Le tecniche, EGA-ed.Gruppo Abele, Torino, 1986.
11 Thomas Weber, Gandhian Philosophy, Conflict Resolution Theory and Practical Approaches to Negotiation, in “Journal of Peace Research”, vol. 38 (4), 2001, pp. 493-513.
12 https://forlicentropace.com/la-formazione-alla-nonviolenza/
13 Vedi bibliografia e contributi: https://forlicentropace.com/la-formazione-alla-nonviolenza/
14 https://forlicentropace.com/la-formazione-alla-nonviolenza/
15 Ibidem.