La formazione alla nonviolenza
INTRODUZIONE
Perché la nonviolenza è percepita come “utopica” e conosciuta da così poche
persone? Il focus di questo articolo è l’educazione e la formazione:
l’attenzione alla nonviolenza è cresciuta negli ultimi decenni, ma senza un
parallelo aumento della sua attuazione pratica, restando percepita come
obiettivo positivo ma di fatto irraggiungibile.
1. COSA SIGNIFICA “EDUCARE ALLA PACE”?
L’idea che la pace si raggiunga anche con strumenti educativi è implicita in
ogni teoria sociale che consideri pace e guerra come esito di azioni umane.
L’UNESCO afferma di fornire “indicazioni concrete e fondate sui diritti umani su
come l’istruzione possa promuovere una pace duratura e affrontare le cause dei
conflitti”1.
L’educazione alla pace è il processo con cui un gruppo diventa consapevole delle
proprie capacità e impara a identificare i mezzi per risolvere i problemi; mira
a rendere le persone capaci di riformare strutture sociali per ridurre la
violenza. Relazioni pacifiche non significano assenza di conflitti, ma conflitti
risolti senza violenza. Occorre coerenza tra contenuto e metodo, secondo il
principio gandhiano che “i mezzi non si distinguono dai fini”2: non basta
parlare di pace se le strutture in cui agiamo la contraddicono.
1.1 Risoluzione nonviolenta dei conflitti
L’educazione alla pace forma personalità critiche e creative, capaci di
discussione anziché di accettazione passiva. Passare dalla risoluzione violenta
a quella nonviolenta significa riequilibrare una relazione sbilanciata tra due
posizioni di potere: in un conflitto tra punti di vista apparentemente
inconciliabili, ciascuna parte tende ad attribuirsi ragione, proiettando
sull’altra gli aspetti negativi, mentre ogni posizione ha in realtà aspetti sia
positivi sia negativi. Questo squilibrio favorisce il ricorso alla violenza,
poiché ciascuna parte cerca di neutralizzare l’avversario.
1.2 Un modello alternativo?
Come sostenuto da Pat Patfort, tutte le parti dovrebbero porsi sullo stesso
livello3: equivalenza non significa uguaglianza, e le differenze vanno
considerate una risorsa. Risolvere una controversia significa muovere verso una
soluzione comune pienamente soddisfacente per entrambe, non un compromesso
parziale, attraverso tecniche che modificano la situazione conflittuale4. Il
ricorso alla violenza è segno di codardia; evitarla è segno di coraggio.
2. COSA SIGNIFICA “FORMAZIONE ALLA NONVIOLENZA”?
Scriveva George Lakey: la formazione è “il processo attraverso il quale si
acquisiscono nuove competenze […] la formazione descrive formati di
apprendimento che portano a comportamenti cambiati in situazioni di azione”5.
L’esperienza resta la forma di apprendimento più efficace.
La formazione nonviolenta mira alla crescita della nonviolenza nel rispetto
dell’individualità e di valori universali (vita, dignità, diritti umani). Il
metodo porta i partecipanti: dal tema al problema, dal razionale all’emotivo;
dal verbale all’espressivo; dal prodotto individuale a quello di gruppo.
2.2 Metodologia passiva e attiva
Il processo formativo si articola in quattro fasi: identificazione dei bisogni,
pianificazione, attuazione e valutazione6. Le metodologie didattiche si dividono
in passiva e attiva7: nella prima la formazione trasmette conoscenze tramite la
“lezione”, con ruolo passivo dei partecipanti; nella metodologia attiva,
l’apprendimento coinvolge anche la sfera affettivo-emotiva e l’esperienza
diretta, tramite laboratori, role-playing e simulazioni, ed è la più efficace
per promuovere cambiamento.
Le tecniche seguono due strategie: l’ascolto passivo e la scoperta, che promuove
il cambiamento dei modelli cognitivi attraverso l’analisi delle esperienze
personali.
2.4 Alcuni elementi in un modello nonviolento
Il metodo più attento alla persona resta quello attivo, ma resterebbe una
cornice vuota senza i contenuti della teoria e pratica nonviolenta, il cui
obiettivo è ridurre al minimo la violenza. I teorici occidentali sottolineano il
legame tra nonviolenza e potere8, contro l’idea diffusa che la nonviolenza
equivalga a sottomissione: il “potere” dipende sempre dall’obbedienza attiva o
passiva di una moltitudine9, e la nonviolenza serve a “scardinare” tale
obbedienza, tramite non-obbedienza e non-collaborazione, declinate in
disobbedienza civile, boicottaggi, sabotaggi e programmi costruttivi10, secondo
regole precise11.
2.5 Metodi di decisione
Se la formazione mira a creare gruppi (15-20 persone) per il cambiamento
sociale, occorre consapevolezza delle dinamiche di gruppo e delle leadership.
Esistono diversi metodi decisionali, nessuno perfetto: inerzia, autorità,
minoranza/manipolazione, maggioranza, consenso, unanimità12. Il consenso,
preferito nei gruppi nonviolenti, non equivale all’unanimità: il gruppo non
decide se qualcuno non acconsente, ma tutti devono potersi esprimere e sentirsi
ascoltati. Centrale è l’obiezione, “bloccante” (blocca e apre la discussione) o
“non bloccante”. Nei casi di estrema urgenza può intervenire, per fiducia
interna al gruppo, il meccanismo dei “decisori rapidi”.
3. IMPLEMENTARE LA FORMAZIONE ALLA NONVIOLENZA
Non è necessario inventare nulla di nuovo: esistono già numerosi contributi13 e
manuali di ONG e organismi internazionali. La nonviolenza richiede cambiamenti
profondi nelle relazioni di potere e nelle istituzioni economiche, religiose ed
educative. È un percorso continuo, che richiede pazienza: le persone hanno
bisogno di tempo per assimilare le lezioni. Non è un’attività individuale:
condividere con altri arricchisce l’esperienza, e ogni azione diretta
nonviolenta richiede la partecipazione di molte persone.
CONCLUSIONE: SFIDE “INTERNE” ED “ESTERNE”
Le sfide sono sia interne al processo sia esterne, legate al contesto generale.
Le sfide interne sono undici14: speranza, formazione interdisciplinare, gruppo,
differenza interculturale, tempo, cambiare se stessi per cambiare il sociale,
percorso formativo, capacità organizzativa, ricerca-azione, consapevolezza del
possibile fallimento, gestione dei propri istinti. Le sfide esterne sono
cinque15: interessi del complesso militare-industriale; l’idea che la guerra sia
continuazione della politica con altri mezzi; la convinzione che aggressione e
violenza siano istinti umani; le armi come “merce”; la formazione-educazione
alla guerra.
Per concludere con una metafora: la formazione alla nonviolenza non è un “fungo
che spunta nel deserto”, ma ha bisogno di un bosco — humus, pioggia e sole — per
crescere. Fuori di metafora, l’impegno nella formazione consiste nel diffondere
questo “bosco” in ogni area possibile.
Raffaele Barbiero, Centro Pace di Forlì
1 UNESCO, Raccomandazione dell’Unesco sull’educazione alla pace, ai diritti
umani e allo sviluppo sostenibile, Unesco Publishing, Parigi, 2024, p. 8.
2 Diana Francis, People, Peace and Power. Conflict Transformation in Action,
Pluto Press, London, 2002, in part. p. 43.
3 Pat Patfort, Costruire la nonviolenza. Per una pedagogia dei conflitti,
Edizioni La Meridiana, Molfetta (Bari), 1992.
4 Aldo Capitini, Le tecniche della nonviolenza, Edizioni dell’Asino, Roma, 2009.
5 George Lakey, Why Training for Nonviolent Action?, in “International Journal
of Nonviolence”, II (1).
6 Raffaele Barbiero, The Training Process. Course for International Peace
Mediators, module M06 ISS, Unpublished essay, Coventry University, Coventry,
2011.
7 Vedi tabelle: https://forlicentropace.com/la-formazione-alla-nonviolenza/
8 Gene Sharp, Waging Nonviolent Struggle: 20th Century Practice and 21th Century
Potential, Porter Sargent Publishers, Boston, 2005, p. 37.
9 Étienne de La Boétie, Discorso della servitù volontaria, Feltrinelli, Milano,
2014.
10 Gene Sharp, Politica dell’azione nonviolenta, vol. II, Le tecniche,
EGA-ed.Gruppo Abele, Torino, 1986.
11 Thomas Weber, Gandhian Philosophy, Conflict Resolution Theory and Practical
Approaches to Negotiation, in “Journal of Peace Research”, vol. 38 (4), 2001,
pp. 493-513.
12 https://forlicentropace.com/la-formazione-alla-nonviolenza/
13 Vedi bibliografia e contributi:
https://forlicentropace.com/la-formazione-alla-nonviolenza/
14 https://forlicentropace.com/la-formazione-alla-nonviolenza/
15 Ibidem.
Redazione Romagna