
Cos’è la nonviolenza e perché deve essere attiva
Pressenza - Wednesday, August 19, 2026Libertà, intenzionalità e il futuro dell’essere umano
Pressenza si è sempre definita attraverso un impegno volto alla pace, alla nonviolenza, all’umanesimo e alla non discriminazione. Quest’agosto, con l’imminente inizio di un nuovo corso di tre mesi sul Giornalismo nonviolento, tale impegno richiama una domanda che sembra quasi troppo banale da porre: cos’è la nonviolenza?1
La risposta più semplice è nella forma negativa. Nonviolenza significa non picchiare, uccidere, bombardare, torturare o minacciare un’altra persona. Il che è importante, ovvio. Ma questa definizione non spinge l’idea tanto più in là. Le persone possono essere dominate anche senza essere mai colpite. Sfruttamento economico, discriminazione, repressione politica e coercizione psicologica possono mettere in catene una vita umana senza lasciare per forza una ferita fisica.
Riesaminare queste idee suggerisce che la definizione di nonviolenza possa arrivare a volte dalla parte sbagliata. Invece di chiedersi innanzitutto come appare la violenza, potrebbe essere più utile chiedersi cos’è che la violenza porta via.
Gli esseri umani possono fare le cose dopo
Una delle capacità umane più ordinarie è anche una delle più degne di nota: gli esseri umani possono fare le cose dopo. Le persone non reagiscono solo agli ostacoli sul momento. Posticipano, ricordano, fanno paragoni, si esercitano, risparmiano, si organizzano e iniziano ad agire oggi a causa di qualcosa che ancora non esiste.
Il filosofo argentino Silo ha descritto questo come un’espansione dell’orizzonte temporale umano: la possibilità di differire una reazione e di direzionare un’attività verso “un futuro che è pianificato (o immaginato)”2.
Una studentessa studia perché immagina qualcosa che potrà fare anni dopo. Una famiglia risparmia per una casa che ancora non possiede. I lavoratori si organizzano perché riescono a immaginare condizioni di lavoro differenti. Un movimento sociale sfida un’ingiustizia all’apparenza permanente perché le persone possono concepire una società che ancora non c’è.
Il futuro, sebbene non avvenuto, agisce già nel presente. La capacità di fare proiezioni su futuri possibili è indispensabile per la libertà. Certo, libertà non significa affatto facoltà di fare qualunque cosa. Gli esseri umani sono nati in condizioni che non hanno scelto, e le circostanze materiali, sociali e storiche pongono loro dei limiti reali. Entro quei limiti, però, esistono possibilità che si aprono. O che vengono bloccate.
Cos’è che la violenza porta via
Nella Quarta lettera ai miei amici, Silo descrive il potere concentrato come il permettere ad alcune persone di “negare la libertà e l’intenzionalità di altri, riducendo questi altri a protesi, a strumenti dell’intenzionalità dei pochi”3.
Un essere umano non è un semplice oggetto nel mondo. Ogni persona è anche un centro di intenzione: qualcuno che ricorda, immagina, sceglie, rifiuta, costruisce relazioni, intraprende progetti e cerca di trasformare le condizioni della vita.
La violenza trasforma quella persona in uno strumento del progetto di qualcun altro. La schiavitù ne è l’esempio più chiaro: il corpo, il lavoro e il futuro di un’altra persona diventano una proprietà. Ma la stessa direzione si può riconoscere all’interno di meccanismi molto differenti. La repressione politica può sottrarre alle persone la capacità di partecipare a decisioni che si ripercuotono su di loro. La discriminazione può bloccare possibilità formative, professionali o sociali. Le decisioni economiche possono lasciare alle persone poche alternative praticabili, al punto che molto del loro tempo e lavoro viene assoggettato a scopi sui quali hanno poca influenza.
Queste forme di violenza non sono equivalenti, e la loro gravità non deve essere confusa. Ciò che conta qui è la direzione che possono condividere: la sfera della possibilità umana di valore diventa più ristretta.
L’espressione appropriazione di intenzionalità viene qui proposta per dare un nome a questo intrinseco movimento di violenza. Descrive cosa accade quando la capacità di un’altra persona o di un altro gruppo di orientare e costruire un futuro viene subordinata a fini che loro non possono controllare in modo significativo. La violenza, vista in questa luce, fa più che ferire le persone nel presente. Si impadronisce di parte del loro futuro.
In India, il recente movimento giovanile degli Scarafaggi rende questo meno astratto. Il movimento si è sviluppato attorno alla rabbia per la divulgazione delle prove d’esame, i ritardi nelle assunzioni, la disoccupazione e l’inaffidabilità dei sistemi dai quali i giovani dipendono per istruzione e occupazione. Nella sua carta di riforma degli esami, il movimento ha descritto gli esami pubblici giusti come una base per le pari opportunità, e ha richiesto trasparenza, diritti per i candidati e supervisione parlamentare4.
Per qualcuno che ha trascorso anni a prepararsi per un esame, un sistema corrotto o disfunzionale non è un mero inconveniente amministrativo. Può spegnere un futuro verso il quale sono già stati direzionati anni di azione presente.
La reazione è stata collettiva. Quello che è iniziato in parte come satira online si è evoluto in organizzazione, protesta continua a Jantar Mantar e una marcia esplicitamente pacifica verso il parlamento il 20 luglio. Le proteste non sono rimaste totalmente pacifiche nella pratica, con la polizia che ha usato lacrimogeni e manganelli quando i manifestanti hanno cercato di avanzare oltre le barricate, ma il movimento stesso ha richiesto pubblicamente un assembramento pacifico e legittimo. La sua pressione ha contribuito a portare la riforma degli esami e la disoccupazione giovanile all’interno di un dibattito pubblico nazionale. Il Ministro dell’Istruzione Dharmendra Pradhan ha rassegnato le dimissioni e in seguito il governo ha aperto ulteriori discussioni sulle richieste del movimento56.
Il risultato a lungo termine è ancora indefinito. Ma qualcosa è già cambiato. Dei giovani che avevano vissuto le istituzioni primariamente come forze che determinavano le loro possibilità hanno scoperto di poter agire assieme e alterare quelle condizioni. Il loro futuro non era semplicemente una cosa decisa altrove.
Fare l’opposto
Se la violenza oggettifica le persone e riduce la loro facoltà di dirigere la propria vita, allora la nonviolenza deve andare nella direzione opposta. Deve ricercare condizioni nelle quali l’intenzionalità umana può guarire, svilupparsi ed esprimersi. Silo afferma quasi lo stesso quando scrive che umanizzare è superare l’oggettificazione e “affermare l’intenzionalità di ogni essere umano e la preminenza del futuro rispetto alla situazione presente”7.
Questo suggerisce un altro modo di pensare alla nonviolenza. La libertà umana può aumentare in modo autentico solo se la sua espansione non dipende dal sottrarre libertà a qualcun altro.
Questo non vuol dire massimizzare il numero di scelte disponibili per ogni individuo. Cinquanta marchi sullo scaffale di un supermercato non creano una società libera. Tantomeno significa che ogni limite posto a un individuo sia un atto di violenza. La libertà è necessariamente esercitata tra altre persone, e i limiti talvolta possono servire proprio per evitare che il potere di una persona riduca la libertà di altre.
Tassare la ricchezza concentrata, imporre regole a un datore di lavoro o prevenire la discriminazione possono limitare la libertà di agire di una persona ma, allo stesso tempo, ampliano le possibilità a disposizione di molti altri. Un miliardario può avere meno possibilità di disporre di parte del suo patrimonio dopo la tassazione, ma al contempo milioni di persone guadagnano possibilità attraverso istruzione, sanità, alloggi e altri servizi pubblici. La domanda rilevante, dunque, non è se ogni scelta individuale viene preservata, ma se nel complesso la sfera della libertà umana di valore si espande o si contrae.
Le possibilità che contano sono quelle fondamentali. Le persone possono parlare ed essere ascoltate? Possono associarsi e organizzarsi? Possono ottenere le condizioni di base necessarie per vivere? Possono partecipare a decisioni che si ripercuotono su di loro? Possono sviluppare i propri progetti? Le comunità possono immaginare futuri diversi e agire assieme per renderli realtà?
La libertà concepita in questo modo è relativa. Se l’aumento della libertà di una persona dipende dal ridurre gli altri a strumenti delle proprie intenzioni, la libertà umana non è aumentata. Il potere è solo diventato più concentrato.
La nonviolenza, quindi, non ricerca la libertà senza restrizioni per ogni individuo. Mira ad ampliare la sfera condivisa della libertà umana: la vera capacità di più persone di avere un ruolo nella direzione delle proprie vite e del loro futuro comune.
Questo spiega anche perché la nonviolenza deve essere attiva. I sistemi attuali distribuiscono già la libertà in forma iniqua. Non intaccarli significa solo lasciare ad alcune persone il potere di determinare il futuro di altre. La nonviolenza attiva, dunque, fa più che astenersi dal ferire: sfida le condizioni che si appropriano dell’intenzionalità e lavora per creare relazioni e istituzioni nelle quali la capacità umana di agire può espandersi.
Ristabilire la libertà può richiedere organizzazione, proteste, scioperi, boicottaggi, non cooperazione, disobbedienza civile, comunicazione indipendente e la creazione di alternative. La nonviolenza non abolisce il conflitto. A volte significa entrare direttamente in conflitto con la concentrazione del potere.
La prova non è se il conflitto sparisce. È cosa lascia dietro di sé un certo modo di agire. Le persone ne emergono con più possibilità di parlare, organizzarsi e partecipare a ciò che segue, o gli sforzi hanno solo portato a cambiare chi dà gli ordini?
La nonviolenza non è solo il rifiuto della violenza. È una direzione: verso relazioni e istituzioni nelle quali meno persone sono trattate come strumenti e più persone possono avere un ruolo nel modellare il futuro.
Segue una semplice domanda: una certa azione lascia più persone in grado di partecipare alla costruzione delle proprie vite e del loro futuro comune, oppure no?
Nel giornalismo, la stessa domanda diventa pratica molto in fretta. I giornalisti decidono chi appare come un agente, le cui intenzioni sono prese sul serio, quali possibilità sono visibili e quale tipo di futuro una storia lascia nell’immaginazione del lettore. Queste sono tra le domande esaminate nel nuovo corso di Pressenza sul Giornalismo Nonviolento. Le domande di iscrizione sono aperte adesso1.
Note:
- Pressenza, “Making the world better through communication: Free course on Nonviolent Journalism,” 23 luglio 2026. Il corso inizia il 27 agosto 2026. Iscrizioni: https://www.pressenza.com/nonviolent-journalism/nonviolent-journalism-training/
- Silo, “Regarding What Is Human,” in Silo Speaks (San Diego: Latitude Press, 2000). Il passo tratta la reazione differita, l’espansone dell’orizzonte temporale e l’attività direzionata verso un futuro pianificato o immaginato.
- Silo, Fourth Letter to My Friends, in Letters to My Friends: On Social and Personal Crisis in Today’s World (San Diego: Latitude Press, 1996), section 9, “The Human Process”; lettera datata al 19 dicembre 1991.
- Cockroach Janta Party, “Examination Reform Charter: 5 Demands,” pubblicata il 15 luglio 2026.
- Cockroach Janta Party, “Peaceful March to Parliament,” 20 July 2026; Sheikh Saaliq and Piyush Nagpal, Associated Press, “India police use tear gas to stop march on Parliament by Cockroach movement supporters,” 20 luglio 2026.
- Chietigj Bajpaee, “Has the ‘Cockroach’ movement changed Indian politics?”, Chatham House, 29 luglio 2026; Sheikh Saaliq, Associated Press, “How India’s Gen Z movement of ‘Cockroaches’ dented Modi’s political image,” 4 agosto 2026.
- Silo, Fourth Letter to My Friends, section 9, “The Human Process.”
Traduzione dall’inglese di Rita Puligheddu