Cos’è la nonviolenza e perché deve essere attiva
LIBERTÀ, INTENZIONALITÀ E IL FUTURO DELL’ESSERE UMANO
Pressenza si è sempre definita attraverso un impegno volto alla pace, alla
nonviolenza, all’umanesimo e alla non discriminazione. Quest’agosto, con
l’imminente inizio di un nuovo corso di tre mesi sul Giornalismo nonviolento,
tale impegno richiama una domanda che sembra quasi troppo banale da porre: cos’è
la nonviolenza?1
La risposta più semplice è nella forma negativa. Nonviolenza significa non
picchiare, uccidere, bombardare, torturare o minacciare un’altra persona. Il che
è importante, ovvio. Ma questa definizione non spinge l’idea tanto più in là. Le
persone possono essere dominate anche senza essere mai colpite. Sfruttamento
economico, discriminazione, repressione politica e coercizione psicologica
possono mettere in catene una vita umana senza lasciare per forza una ferita
fisica.
Riesaminare queste idee suggerisce che la definizione di nonviolenza possa
arrivare a volte dalla parte sbagliata. Invece di chiedersi innanzitutto come
appare la violenza, potrebbe essere più utile chiedersi cos’è che la violenza
porta via.
GLI ESSERI UMANI POSSONO FARE LE COSE DOPO
Una delle capacità umane più ordinarie è anche una delle più degne di nota: gli
esseri umani possono fare le cose dopo. Le persone non reagiscono solo agli
ostacoli sul momento. Posticipano, ricordano, fanno paragoni, si esercitano,
risparmiano, si organizzano e iniziano ad agire oggi a causa di qualcosa che
ancora non esiste.
Il filosofo argentino Silo ha descritto questo come un’espansione dell’orizzonte
temporale umano: la possibilità di differire una reazione e di direzionare
un’attività verso “un futuro che è pianificato (o immaginato)”2.
Una studentessa studia perché immagina qualcosa che potrà fare anni dopo. Una
famiglia risparmia per una casa che ancora non possiede. I lavoratori si
organizzano perché riescono a immaginare condizioni di lavoro differenti. Un
movimento sociale sfida un’ingiustizia all’apparenza permanente perché le
persone possono concepire una società che ancora non c’è.
Il futuro, sebbene non avvenuto, agisce già nel presente. La capacità di fare
proiezioni su futuri possibili è indispensabile per la libertà. Certo, libertà
non significa affatto facoltà di fare qualunque cosa. Gli esseri umani sono nati
in condizioni che non hanno scelto, e le circostanze materiali, sociali e
storiche pongono loro dei limiti reali. Entro quei limiti, però, esistono
possibilità che si aprono. O che vengono bloccate.
COS’È CHE LA VIOLENZA PORTA VIA
Nella Quarta lettera ai miei amici, Silo descrive il potere concentrato come il
permettere ad alcune persone di “negare la libertà e l’intenzionalità di altri,
riducendo questi altri a protesi, a strumenti dell’intenzionalità dei pochi”3.
Un essere umano non è un semplice oggetto nel mondo. Ogni persona è anche un
centro di intenzione: qualcuno che ricorda, immagina, sceglie, rifiuta,
costruisce relazioni, intraprende progetti e cerca di trasformare le condizioni
della vita.
La violenza trasforma quella persona in uno strumento del progetto di qualcun
altro. La schiavitù ne è l’esempio più chiaro: il corpo, il lavoro e il futuro
di un’altra persona diventano una proprietà. Ma la stessa direzione si può
riconoscere all’interno di meccanismi molto differenti. La repressione politica
può sottrarre alle persone la capacità di partecipare a decisioni che si
ripercuotono su di loro. La discriminazione può bloccare possibilità formative,
professionali o sociali. Le decisioni economiche possono lasciare alle persone
poche alternative praticabili, al punto che molto del loro tempo e lavoro viene
assoggettato a scopi sui quali hanno poca influenza.
Queste forme di violenza non sono equivalenti, e la loro gravità non deve essere
confusa. Ciò che conta qui è la direzione che possono condividere: la sfera
della possibilità umana di valore diventa più ristretta.
L’espressione appropriazione di intenzionalità viene qui proposta per dare un
nome a questo intrinseco movimento di violenza. Descrive cosa accade quando la
capacità di un’altra persona o di un altro gruppo di orientare e costruire un
futuro viene subordinata a fini che loro non possono controllare in modo
significativo. La violenza, vista in questa luce, fa più che ferire le persone
nel presente. Si impadronisce di parte del loro futuro.
In India, il recente movimento giovanile degli Scarafaggi rende questo meno
astratto. Il movimento si è sviluppato attorno alla rabbia per la divulgazione
delle prove d’esame, i ritardi nelle assunzioni, la disoccupazione e
l’inaffidabilità dei sistemi dai quali i giovani dipendono per istruzione e
occupazione. Nella sua carta di riforma degli esami, il movimento ha descritto
gli esami pubblici giusti come una base per le pari opportunità, e ha richiesto
trasparenza, diritti per i candidati e supervisione parlamentare4.
Per qualcuno che ha trascorso anni a prepararsi per un esame, un sistema
corrotto o disfunzionale non è un mero inconveniente amministrativo. Può
spegnere un futuro verso il quale sono già stati direzionati anni di azione
presente.
La reazione è stata collettiva. Quello che è iniziato in parte come satira
online si è evoluto in organizzazione, protesta continua a Jantar Mantar e una
marcia esplicitamente pacifica verso il parlamento il 20 luglio. Le proteste non
sono rimaste totalmente pacifiche nella pratica, con la polizia che ha usato
lacrimogeni e manganelli quando i manifestanti hanno cercato di avanzare oltre
le barricate, ma il movimento stesso ha richiesto pubblicamente un assembramento
pacifico e legittimo. La sua pressione ha contribuito a portare la riforma degli
esami e la disoccupazione giovanile all’interno di un dibattito pubblico
nazionale. Il Ministro dell’Istruzione Dharmendra Pradhan ha rassegnato le
dimissioni e in seguito il governo ha aperto ulteriori discussioni sulle
richieste del movimento56.
Il risultato a lungo termine è ancora indefinito. Ma qualcosa è già cambiato.
Dei giovani che avevano vissuto le istituzioni primariamente come forze che
determinavano le loro possibilità hanno scoperto di poter agire assieme e
alterare quelle condizioni. Il loro futuro non era semplicemente una cosa decisa
altrove.
FARE L’OPPOSTO
Se la violenza oggettifica le persone e riduce la loro facoltà di dirigere la
propria vita, allora la nonviolenza deve andare nella direzione opposta. Deve
ricercare condizioni nelle quali l’intenzionalità umana può guarire, svilupparsi
ed esprimersi. Silo afferma quasi lo stesso quando scrive che umanizzare è
superare l’oggettificazione e “affermare l’intenzionalità di ogni essere umano e
la preminenza del futuro rispetto alla situazione presente”7.
Questo suggerisce un altro modo di pensare alla nonviolenza. La libertà umana
può aumentare in modo autentico solo se la sua espansione non dipende dal
sottrarre libertà a qualcun altro.
Questo non vuol dire massimizzare il numero di scelte disponibili per ogni
individuo. Cinquanta marchi sullo scaffale di un supermercato non creano una
società libera. Tantomeno significa che ogni limite posto a un individuo sia un
atto di violenza. La libertà è necessariamente esercitata tra altre persone, e i
limiti talvolta possono servire proprio per evitare che il potere di una persona
riduca la libertà di altre.
Tassare la ricchezza concentrata, imporre regole a un datore di lavoro o
prevenire la discriminazione possono limitare la libertà di agire di una persona
ma, allo stesso tempo, ampliano le possibilità a disposizione di molti altri. Un
miliardario può avere meno possibilità di disporre di parte del suo patrimonio
dopo la tassazione, ma al contempo milioni di persone guadagnano possibilità
attraverso istruzione, sanità, alloggi e altri servizi pubblici. La domanda
rilevante, dunque, non è se ogni scelta individuale viene preservata, ma se nel
complesso la sfera della libertà umana di valore si espande o si contrae.
Le possibilità che contano sono quelle fondamentali. Le persone possono parlare
ed essere ascoltate? Possono associarsi e organizzarsi? Possono ottenere le
condizioni di base necessarie per vivere? Possono partecipare a decisioni che si
ripercuotono su di loro? Possono sviluppare i propri progetti? Le comunità
possono immaginare futuri diversi e agire assieme per renderli realtà?
La libertà concepita in questo modo è relativa. Se l’aumento della libertà di
una persona dipende dal ridurre gli altri a strumenti delle proprie intenzioni,
la libertà umana non è aumentata. Il potere è solo diventato più concentrato.
La nonviolenza, quindi, non ricerca la libertà senza restrizioni per ogni
individuo. Mira ad ampliare la sfera condivisa della libertà umana: la vera
capacità di più persone di avere un ruolo nella direzione delle proprie vite e
del loro futuro comune.
Questo spiega anche perché la nonviolenza deve essere attiva. I sistemi attuali
distribuiscono già la libertà in forma iniqua. Non intaccarli significa solo
lasciare ad alcune persone il potere di determinare il futuro di altre. La
nonviolenza attiva, dunque, fa più che astenersi dal ferire: sfida le condizioni
che si appropriano dell’intenzionalità e lavora per creare relazioni e
istituzioni nelle quali la capacità umana di agire può espandersi.
Ristabilire la libertà può richiedere organizzazione, proteste, scioperi,
boicottaggi, non cooperazione, disobbedienza civile, comunicazione indipendente
e la creazione di alternative. La nonviolenza non abolisce il conflitto. A volte
significa entrare direttamente in conflitto con la concentrazione del potere.
La prova non è se il conflitto sparisce. È cosa lascia dietro di sé un certo
modo di agire. Le persone ne emergono con più possibilità di parlare,
organizzarsi e partecipare a ciò che segue, o gli sforzi hanno solo portato a
cambiare chi dà gli ordini?
La nonviolenza non è solo il rifiuto della violenza. È una direzione: verso
relazioni e istituzioni nelle quali meno persone sono trattate come strumenti e
più persone possono avere un ruolo nel modellare il futuro.
Segue una semplice domanda: una certa azione lascia più persone in grado di
partecipare alla costruzione delle proprie vite e del loro futuro comune, oppure
no?
Nel giornalismo, la stessa domanda diventa pratica molto in fretta. I
giornalisti decidono chi appare come un agente, le cui intenzioni sono prese sul
serio, quali possibilità sono visibili e quale tipo di futuro una storia lascia
nell’immaginazione del lettore. Queste sono tra le domande esaminate nel nuovo
corso di Pressenza sul Giornalismo Nonviolento. Le domande di iscrizione sono
aperte adesso1.
Note:
1. Pressenza, “Making the world better through communication: Free course on
Nonviolent Journalism,” 23 luglio 2026. Il corso inizia il 27 agosto 2026.
Iscrizioni: https://www.pressenza.com/nonviolent-journalism/nonviolent-journalism-training/
2. Silo, “Regarding What Is Human,” in Silo Speaks (San Diego: Latitude Press,
2000). Il passo tratta la reazione differita, l’espansone dell’orizzonte
temporale e l’attività direzionata verso un futuro pianificato o immaginato.
3. Silo, Fourth Letter to My Friends, in Letters to My Friends: On Social and
Personal Crisis in Today’s World (San Diego: Latitude Press, 1996), section
9, “The Human Process”; lettera datata al 19 dicembre 1991.
4. Cockroach Janta Party, “Examination Reform Charter: 5 Demands,” pubblicata
il 15 luglio 2026.
5. Cockroach Janta Party, “Peaceful March to Parliament,” 20 July 2026; Sheikh
Saaliq and Piyush Nagpal, Associated Press, “India police use tear gas to
stop march on Parliament by Cockroach movement supporters,” 20 luglio 2026.
6. Chietigj Bajpaee, “Has the ‘Cockroach’ movement changed Indian politics?”,
Chatham House, 29 luglio 2026; Sheikh Saaliq, Associated Press, “How India’s
Gen Z movement of ‘Cockroaches’ dented Modi’s political image,” 4 agosto
2026.
7. Silo, Fourth Letter to My Friends, section 9, “The Human Process.”
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Traduzione dall’inglese di Rita Puligheddu
Tony Robinson