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Silo, la guerra del futuro contro il presente
Lo storico Mike Davis, studioso di città e popolazioni e ambienti collassati, in un famoso articolo si chiede who will build the Ark; come, con quali forze e intelligenze, su quali precedenti e contro quali sistemi costruire le istituzioni, la volontà politica, un paradigma urbano “to raise our imaginations to the challenge of the Anthropocene”. “Chi” dovrebbe costruire questa arca per Davis siamo noi, il collettivo umano, in una “regressione verso l’utopia”, circondati da catastrofi e calamità, effetti del cambiamento climatico e della disperazione di imperi e sistemi ecocidi. L’alternativa al “noi”, dall’altra parte dello spettro, è qualcosa che la fantascienza ha spesso immaginato ed esplorato. Conosciamo le conseguenze quando sono “loro” –  keiretsu o megacorps, i padroni segreti del mondo di Jon Ronson o i miliardari di Douglas Rushkoff in Survival of the Richest (Norton, 2022), la federazione scandinava di Arpaia o la Vault-tec di Fallout – a costruirla un’arca. Come bunker o stazione orbitale o sistema tecnocratico, versioni di ecofortezze a diversi livelli di tecnologia e di novum,  non importa: l’alternativa al “noi” è distopica. Ed è proprio quello che succede in Silo. Serie di romanzi brevi e racconti, scritti da Hugh Howey, pubblicati tra il 2011 e il 2013 (in Italia Fanucci, dal 2023), la saga è stata adattata in una serie Tv, attualmente alla terza stagione, con Rebecca Ferguson come protagonista. Nel cast anche Rashida Jones, David Oyelowo, Common, Tim Robbins, Harriet Walter, Avi Nash, Rick Gomez e Chinaza Uche. In breve. Qualche centinaio di anni nel futuro, poco meno di diecimila persone vivono in un Silo, una struttura verticale sotterranea composta da 144 piani. Il bunker è autosufficiente, senza un ascensore. L’elettronica è limitata, risorse e riproduzione e istruzione sono strettamente controllate, i ricordi delle persone non vanno oltre una, due generazioni. Nessuno ricorda chi ha costruito il bunker o chi ha scritto le norme di sopravvivenza e coesistenza civile chiamate il Patto. Reati comuni vengono puniti duramente e la pena capitale consiste nell’uscire dal bunker, dotati di una tuta e una scorta di ossigeno, per “andare a pulire” l’unica telecamera puntata all’esterno in superficie su un mondo devastato, in cui l’aria è tossica. La popolazione è convinta di rappresentare gli unici sopravvissuti della razza umana e che un giorno, dopo altre generazioni di sacrifici, potranno uscire dal silo, raggiungere la superficie e ricominciare. La struttura fisica e il tessuto narrativo che tiene insieme la popolazione è un complesso sistema di contenimento fatto di disinformazione, manipolazione, controllo biopolitico. Questa popolazione è un’umanità a cui è stata negata la luce del sole e l’aria. La protagonista, Juliette Nichols, comincia una scalata, reale e figurata, verso la verità e la superficie, oltre l’apparenza del mito e delle cose. Shift, secondo libro della saga e fonte principale degli eventi della terza stagione della serie televisiva, si svolge nell’ambito temporale tipico della speculative fiction ovvero pochi secondi nel futuro. Il protagonista è un membro del Congresso, Donald Keene. Il 2050 descritto da Howey è un mondo riconoscibile, senza grandi crisi o catastrofi di altri romanzi o degli scenari da climate change della nostra tempolinea. Ci sono tensioni in Medio Oriente proprio tra Iran e Israele, gli Stati uniti sono ancora una potenza egemone, l’introduzione di smart nanobot sta permettendo di risolvere “hard problem” della medicina. Questa pace da eterno presente è apparente. Un complesso di decine di Silo viene costruito in Georgia, nella contea di Fulton, e sono studiati ed equipaggiati per la sopravvivenza umana per cinque secoli. Nel romanzo, in occasione del congresso nazionale del Partito Democratico, un attacco nucleare spinge delegati e membri eletti a rifugiarsi nei silo. Sono salvi, controllati, nell’illusione del controllo. Sarà così per generazioni. “Forse crediamo tutti di poter essere la prima generazione che non morirà» proseguì, «che vivrà in eterno.» Inarcò le sopracciglia. «Ormai ci aspettiamo di arrivare a centotrent’anni, magari di più, come se fosse un nostro diritto. Quindi eccoti la mia teoria…» Si protese verso di lui. Donald era già a disagio per la piega che aveva preso quella conversazione. «Un tempo i figli erano il nostro lascito, giusto? La nostra occasione per imbrogliare la morte, per tramandare piccoli frammenti di noi. Ma adesso speriamo di poter semplicemente tramandare noi stessi.”[1] Rimanendo ancora vaghi e oscuri sul dettaglio di trama e svolgimento per evitare spoiler, nell’ultimo capitolo della saga, Dust, si svolge lo showdown tra i protagonisti dei primi due capitoli e l’avversario. Il centro dell’azione è il futuro, quale futuro deve svolgersi per gli abitanti dei Silo. Una volta svelato l’ultimo mistero e l’ultima verità sullo stato del pianeta, i protagonisti riuniti e l’ultimo antagonista si adoperano: dalle loro azioni, tutta la trama e la vicenda, si deciderà il futuro dell’umanità tra i futuri possibili. Un reboot della civiltà, un antropocene controllato, una qualche forma di plenitude che riesca a contenere il pensiero dell’estinzione e i mezzi per compierla, il fallimento del progetto e conseguente estinzione. È immediato il rimando nella genealogia di temi e trope alla Penultima verità di Philip Dick. Il velo della realtà che Nicholas St. James e i protagonisti di Howey devono strappare è simile. Nella saga dei Silo le domande sulla natura della realtà e l’idea creativa della saga stessa sono arricchite e strutturate sul rischio esistenziale e le sue accidentali concezioni del tempo. I protagonisti si avventurano nelle strutture manifeste e segrete, fisiche e narrative, e la bravura dello scrittore, riconosciuta dal successo avuto, è questo svolgersi di azione e svelamento, sfida tecnica e fisica e approssimarsi alla verità nascosta. Nella saga Juliette Nichols, l’elemento divergente nella popolazione generale, si muove in una civiltà di sopravvissuti senza cultura perché senza passato, dove oggetti del passato dimenticato sono fuorilegge perché contengono “idee”. È un’idea creativa rilevante della saga. I fondatori, i costruttori del Silo, questi salvatori dell’umanità dall’estinzione, devono anche loro controllare il passato per dominare il futuro. La trama del presente dell’azione è il campo di battaglia. Come romanzo dell’Antropocene, Silo svolge la guerra del futuro contro il passato. L’umanità nel mondo creato da Huwey, una così simile alla nostra, coglie dall’albero delle tecnologie, altra immagine rilevante tra gli studiosi del rischio esistenziale, una cosiddetta “biglia nera”, una tecnologia che quando utilizzata renderà il rischio di estinzione insostenibile. Gli esseri umani quando inventano qualcosa estraggono da un vaso una tecnologia rappresentata da una biglia. Le biglie sono di solito bianche, ovvero con applicazioni positive come gli antibiotici o grigie come ad esempio l’energia atomica e il suo potenziale “dual use”. Autori come Bostrom ipotizzano l’esistenza di biglie nere, tecnologie capaci di aumentare il rischio esistenziale dell’umanità. Una biglia apparentemente grigia viene estratta in Shift ma presto, molto presto la verità del colore della biglia diventa manifesta. Questo rischio in Silo è considerato dai Fondatori talmente grave, talmente imminente, da cominciare a preparare un’arca e interrompere un futuro per loro inaccettabile. Insieme all’immortalità, il feticcio delle elite è il controllo del futuro. Entrambi sono sottotraccia e centrali nell’opera di Huwey. Pur non essendo caratterizzati come contemporanei e più potenti Bond Villain, i fondatori, oltre le intenzioni, creano nei Silo una cosiddetta Desired Dystopia, uno degli scenari di grave danno al futuro dell’Umanità. Lettori e lettrici come i protagonisti scopriranno quale è stato il calcolo dei fondatori, in un esempio mirabile della capacità della fantascienza di mettere in scena paradigmi e immaginari: un’apocalisse per evitare un’apocalisse. Prodotto narrativo probabilmente figlio di piani e scenari della guerra fredda, piani che prevedevano, per fermare l’avanzata sovietica ad esempio, di usare armi nucleari tattiche con il risultato di “distruggere la Germania o l’Europa occidentale per salvare la Germania o l’Europa occidentale” per non rischiare prima una sconfitta convenzionale e creare deterrenza contro uno scontro nucleare globale. In Silo la guerra nucleare fa parte dell’inganno. L’ingegnerizzazione della sopravvivenza è ancella di una Controlled/designed apocalypse. Howey mette in scena un trope e qualcosa che diventa sempre più evidente in questa tempolinea: chi organizza per salvare dall’apocalisse è colui che l’ha causata, in modo diretto e palese, non metaforico. “Alcune persone sembravano non aver perso la testa. Una di queste era Anna. Donald scorse il senatore vicino a una tenda più piccola che coordinava il flusso del traffico. Dove stavano andando? Si sentiva come svuotato, mentre veniva scortato insieme agli altri. Il cervello impiegò molto a elaborare quello che aveva visto. Esplosioni nucleari. La vista dal vivo di ciò che era sempre stato confinato a sgranati filmati di guerra. Bombe vere, che detonavano per davvero. Vicino. Le aveva viste. Perché non era completamente cieco? Non era così che succedeva?“[2] Le differenze tra la serie Tv e il materiale originale sono principalmente nello svolgimento, nell’esistenza o cancellazione di personaggi. Il nucleo essenziale della trama, dei temi, delle funzioni narratologiche vengono mantenute e sviluppate. I romanzi prendono più tempo, i turning point arrivano dopo pagine di evoluzioni e di dialoghi, rendono meno frenetico il tempo in una ambiente controllato come un bunker generazionale, la potenza e bellezza del medium libro. Misteri, il porsi le domande giuste sullo stato del mondo arriva con lo sviluppo dei personaggi. Ci sono dettagli nelle storie di questi personaggi: i loro archi sono sovrapposti alle direttrici dei misteri sulla natura e storia del loro mondo. C’è una grande ironia accidentale forse, quei dettagli che solo la scrittura come lavoro dell’inconscio riesce a creare. In Shift i primi abitanti dei Silo sono membri del Partito democratico e i silo sono costruiti in prossimità del centro congressi che li ospita in una contea, Fulton Country, centrale nelle polemiche in occasione delle ultime elezioni presidenziali. Nella serie Tv i primi abitanti sono selezionati, a caso, troppo a caso, comprendendo almeno due individui provenienti da ogni paese del mondo, un’arca con una selezione da arca. L’intelligenza artificiale che calcola le possibilità di sopravvivenza del Silo mostrata nella serie Tv non esiste nei romanzi ma il nucleo rimane: fa parte di un sistema di controllo, è un altro strumento del grande inganno. L’altro protagonista, il deputato Keen, nei libri è uno dei fondatori e costruttori dei Silo, la serie tv lo svolge tra gli innocenti, negandogli colpa e nucleo tragico. Il controllo ideologico, delle capacità tecniche, del pensiero è affidato al Judicial. Nella serie è rappresentata come una forza di polizia per l’ordine pubblico e una polizia politica. Nei romanzi è una forza più occulta, insidiosa, che non si espone e si muove nell’ombra, più simile alla psicopolizia orwelliana. È un altro risultato accidentale. Il piano dei fondatori, la cui sopravvivenza dell’umanità è solo apparentemente l’obiettivo principale, è quello di contenere il potenziale umano. I sistemi antiumani, nella storia come nella fiction, subiscono una reazione. Di questo i Fondatori della serie come i miliardari che costruiscono bunker sono coscienti. Il protocollo Safeguard e come impedire la sua attivazione è un altro motore dell’azione. Juliette e come lei i precedenti sindaci e capi rivolta, viene messa nella posizione di dover svolgere un sacrificio, corpi e vite per il futuro, un altro futuro possibile quindi incerto, sicuramente omicidiario. Costretta a un nuovo realismo, in cerca di immaginari e ideali che sono appena fantasmi, devastati, condizionati, dai reset di memoria. Rimane la teoria dei giochi nella tattica insurrezionale e una leva per binari incerti. Meme che resistono, segni che non tutto dell’umano può essere manipolato. È una grande storia sui limiti del controllo, dei limiti dell’ingegnerizzazione umana, di quei misteriosi fortunati blocchi che definiscono il libero arbitrio, il gene della rivolta e della sopravvivenza. Tutto il comportamento di Juliette e dei suoi compagni manifesta questa resistenza ancestrale, forse l’unica cosa che impedisce la vera apocalisse: un’altra profonda fine dell’umanità, gli umani che smettono di essere umani. Questo è il motivo profondo che partecipa del tempo profondo che attraversa la saga. Quella che appare come una cattedrale dell’antropocene diventa una fortezza appena ecologica. La sopravvivenza umana sembra quasi accessoria, quello che i Fondatori fanno è preservare quanto più possibile della megastruttura accidentale del pianeta di cui scrive in The stack di Bratton. Nei Silo portano il mindset delle elite da Fine impero, da tardo capitalismo L’avventura per i personaggi, su e giù per il Silo, dentro e fuori il contenimento, avanti e indietro nel tempo del futuro interrotto, è aumentare la componente umana della megastruttura dei Silo. L’utopia della città sopravvivente perfetta ipotizzata su carta è un panopticon distopico eterno fino a quando le scorte di lampade per l’agricoltura o l’Antropocene passi e venga davvero resettato. È un mondo che non è fatto per gli umani e gli umani non possono non ribellarsi. “Poi fissò Donald. «Lo sai perché andammo in Iran la prima volta? Il nucleare non c’entrava niente, te lo assicuro. Ho strisciato in ogni buca che sia mai stata scavata tra le loro dune, e quei ratti stavano dando la caccia a un tesoro assai più prezioso del nucleare. Avevano scoperto come attaccarci senza essere visti, senza doversi far saltare in aria, e senza alcuna ripercussione.» Donald non era certo di essere autorizzato a sapere quelle cose. «Gli iraniani non l’avevano scoperto da soli, erano riusciti a mettere le mani su un progetto israeliano.» Il senatore sorrise. «E noi dovemmo metterci subito al passo».“[3] La serie è un grande romanzo dell’Endgame: la tecnologia permetterà di vivere più a lungo, non ci sarà più bisogno di bambini, gli umani sono sempre meno necessari e l’umanità è “bella” ma è anche troppa. La politica non risolve, non media, non riesce a creare cooperazione ed è sempre più apocalittica in parole e azioni. Il tempo è fuor di sesto e passa incontrollato e una vera biglia nera viene estratta. La soluzione è il Silo, dicono i fondatori, in un distacco quasi transumano dal resto del collettivo, animati da buoni sentimenti eppure pronti a creare un inferno sulla terra e un inferno sotto la terra, una versione del lifeboat scenario. Dove il cielo stellato è diventato un mito, Dio è una parola dimenticata, gli oggetti dell’infanzia sono archeotech e si stanno esaurendo, il contenimento dell’umano deve essere continuo pena una nuova, piccola, ennesima apocalisse. La plenitude contro l’estinzione dell’élite è una follia che porta, rivolta dopo rivolta, silo dopo silo, sempre più vicini all’estinzione. La fantascienza distopica come genere nell’Antropocene svolge lo stesso compito della fiaba per noi, gli abitanti dell’adolescenza tecnologica. Evoca immagini ed esempi di quello che si sta svolgendo proprio di fronte agli occhi dei viventi. La saga di Hugh Howey ne è un grande esempio. 1. Hugh Howey, Shift, trad. Giulio Lupieri, Fanucci, 2023 ↑ 2. Ibid. ↑ 3. Indeed. ↑   L'articolo Silo, la guerra del futuro contro il presente proviene da Pulp Magazine.
September 5, 2026
Pulp Magazine
Cos’è la nonviolenza e perché deve essere attiva
LIBERTÀ, INTENZIONALITÀ E IL FUTURO DELL’ESSERE UMANO Pressenza si è sempre definita attraverso un impegno volto alla pace, alla nonviolenza, all’umanesimo e alla non discriminazione. Quest’agosto, con l’imminente inizio di un nuovo corso di tre mesi sul Giornalismo nonviolento, tale impegno richiama una domanda che sembra quasi troppo banale da porre: cos’è la nonviolenza?1 La risposta più semplice è nella forma negativa. Nonviolenza significa non picchiare, uccidere, bombardare, torturare o minacciare un’altra persona. Il che è importante, ovvio. Ma questa definizione non spinge l’idea tanto più in là. Le persone possono essere dominate anche senza essere mai colpite. Sfruttamento economico, discriminazione, repressione politica e coercizione psicologica possono mettere in catene una vita umana senza lasciare per forza una ferita fisica. Riesaminare queste idee suggerisce che la definizione di nonviolenza possa arrivare a volte dalla parte sbagliata. Invece di chiedersi innanzitutto come appare la violenza, potrebbe essere più utile chiedersi cos’è che la violenza porta via. GLI ESSERI UMANI POSSONO FARE LE COSE DOPO Una delle capacità umane più ordinarie è anche una delle più degne di nota: gli esseri umani possono fare le cose dopo. Le persone non reagiscono solo agli ostacoli sul momento. Posticipano, ricordano, fanno paragoni, si esercitano, risparmiano, si organizzano e iniziano ad agire oggi a causa di qualcosa che ancora non esiste. Il filosofo argentino Silo ha descritto questo come un’espansione dell’orizzonte temporale umano: la possibilità di differire una reazione e di direzionare un’attività verso “un futuro che è pianificato (o immaginato)”2. Una studentessa studia perché immagina qualcosa che potrà fare anni dopo. Una famiglia risparmia per una casa che ancora non possiede. I lavoratori si organizzano perché riescono a immaginare condizioni di lavoro differenti. Un movimento sociale sfida un’ingiustizia all’apparenza permanente perché le persone possono concepire una società che ancora non c’è. Il futuro, sebbene non avvenuto, agisce già nel presente. La capacità di fare proiezioni su futuri possibili è indispensabile per la libertà. Certo, libertà non significa affatto facoltà di fare qualunque cosa. Gli esseri umani sono nati in condizioni che non hanno scelto, e le circostanze materiali, sociali e storiche pongono loro dei limiti reali. Entro quei limiti, però, esistono possibilità che si aprono. O che vengono bloccate. COS’È CHE LA VIOLENZA PORTA VIA Nella Quarta lettera ai miei amici, Silo descrive il potere concentrato come il permettere ad alcune persone di “negare la libertà e l’intenzionalità di altri, riducendo questi altri a protesi, a strumenti dell’intenzionalità dei pochi”3. Un essere umano non è un semplice oggetto nel mondo. Ogni persona è anche un centro di intenzione: qualcuno che ricorda, immagina, sceglie, rifiuta, costruisce relazioni, intraprende progetti e cerca di trasformare le condizioni della vita. La violenza trasforma quella persona in uno strumento del progetto di qualcun altro. La schiavitù ne è l’esempio più chiaro: il corpo, il lavoro e il futuro di un’altra persona diventano una proprietà. Ma la stessa direzione si può riconoscere all’interno di meccanismi molto differenti. La repressione politica può sottrarre alle persone la capacità di partecipare a decisioni che si ripercuotono su di loro. La discriminazione può bloccare possibilità formative, professionali o sociali. Le decisioni economiche possono lasciare alle persone poche alternative praticabili, al punto che molto del loro tempo e lavoro viene assoggettato a scopi sui quali hanno poca influenza. Queste forme di violenza non sono equivalenti, e la loro gravità non deve essere confusa. Ciò che conta qui è la direzione che possono condividere: la sfera della possibilità umana di valore diventa più ristretta. L’espressione appropriazione di intenzionalità viene qui proposta per dare un nome a questo intrinseco movimento di violenza. Descrive cosa accade quando la capacità di un’altra persona o di un altro gruppo di orientare e costruire un futuro viene subordinata a fini che loro non possono controllare in modo significativo. La violenza, vista in questa luce, fa più che ferire le persone nel presente. Si impadronisce di parte del loro futuro. In India, il recente movimento giovanile degli Scarafaggi rende questo meno astratto. Il movimento si è sviluppato attorno alla rabbia per la divulgazione delle prove d’esame, i ritardi nelle assunzioni, la disoccupazione e l’inaffidabilità dei sistemi dai quali i giovani dipendono per istruzione e occupazione. Nella sua carta di riforma degli esami, il movimento ha descritto gli esami pubblici giusti come una base per le pari opportunità, e ha richiesto trasparenza, diritti per i candidati e supervisione parlamentare4. Per qualcuno che ha trascorso anni a prepararsi per un esame, un sistema corrotto o disfunzionale non è un mero inconveniente amministrativo. Può spegnere un futuro verso il quale sono già stati direzionati anni di azione presente. La reazione è stata collettiva. Quello che è iniziato in parte come satira online si è evoluto in organizzazione, protesta continua a Jantar Mantar e una marcia esplicitamente pacifica verso il parlamento il 20 luglio. Le proteste non sono rimaste totalmente pacifiche nella pratica, con la polizia che ha usato lacrimogeni e manganelli quando i manifestanti hanno cercato di avanzare oltre le barricate, ma il movimento stesso ha richiesto pubblicamente un assembramento pacifico e legittimo. La sua pressione ha contribuito a portare la riforma degli esami e la disoccupazione giovanile all’interno di un dibattito pubblico nazionale. Il Ministro dell’Istruzione Dharmendra Pradhan ha rassegnato le dimissioni e in seguito il governo ha aperto ulteriori discussioni sulle richieste del movimento56. Il risultato a lungo termine è ancora indefinito. Ma qualcosa è già cambiato. Dei giovani che avevano vissuto le istituzioni primariamente come forze che determinavano le loro possibilità hanno scoperto di poter agire assieme e alterare quelle condizioni. Il loro futuro non era semplicemente una cosa decisa altrove. FARE L’OPPOSTO Se la violenza oggettifica le persone e riduce la loro facoltà di dirigere la propria vita, allora la nonviolenza deve andare nella direzione opposta. Deve ricercare condizioni nelle quali l’intenzionalità umana può guarire, svilupparsi ed esprimersi. Silo afferma quasi lo stesso quando scrive che umanizzare è superare l’oggettificazione e “affermare l’intenzionalità di ogni essere umano e la preminenza del futuro rispetto alla situazione presente”7. Questo suggerisce un altro modo di pensare alla nonviolenza. La libertà umana può aumentare in modo autentico solo se la sua espansione non dipende dal sottrarre libertà a qualcun altro. Questo non vuol dire massimizzare il numero di scelte disponibili per ogni individuo. Cinquanta marchi sullo scaffale di un supermercato non creano una società libera. Tantomeno significa che ogni limite posto a un individuo sia un atto di violenza. La libertà è necessariamente esercitata tra altre persone, e i limiti talvolta possono servire proprio per evitare che il potere di una persona riduca la libertà di altre. Tassare la ricchezza concentrata, imporre regole a un datore di lavoro o prevenire la discriminazione possono limitare la libertà di agire di una persona ma, allo stesso tempo, ampliano le possibilità a disposizione di molti altri. Un miliardario può avere meno possibilità di disporre di parte del suo patrimonio dopo la tassazione, ma al contempo milioni di persone guadagnano possibilità attraverso istruzione, sanità, alloggi e altri servizi pubblici. La domanda rilevante, dunque, non è se ogni scelta individuale viene preservata, ma se nel complesso la sfera della libertà umana di valore si espande o si contrae. Le possibilità che contano sono quelle fondamentali. Le persone possono parlare ed essere ascoltate? Possono associarsi e organizzarsi? Possono ottenere le condizioni di base necessarie per vivere? Possono partecipare a decisioni che si ripercuotono su di loro? Possono sviluppare i propri progetti? Le comunità possono immaginare futuri diversi e agire assieme per renderli realtà? La libertà concepita in questo modo è relativa. Se l’aumento della libertà di una persona dipende dal ridurre gli altri a strumenti delle proprie intenzioni, la libertà umana non è aumentata. Il potere è solo diventato più concentrato. La nonviolenza, quindi, non ricerca la libertà senza restrizioni per ogni individuo. Mira ad ampliare la sfera condivisa della libertà umana: la vera capacità di più persone di avere un ruolo nella direzione delle proprie vite e del loro futuro comune. Questo spiega anche perché la nonviolenza deve essere attiva. I sistemi attuali distribuiscono già la libertà in forma iniqua. Non intaccarli significa solo lasciare ad alcune persone il potere di determinare il futuro di altre. La nonviolenza attiva, dunque, fa più che astenersi dal ferire: sfida le condizioni che si appropriano dell’intenzionalità e lavora per creare relazioni e istituzioni nelle quali la capacità umana di agire può espandersi. Ristabilire la libertà può richiedere organizzazione, proteste, scioperi, boicottaggi, non cooperazione, disobbedienza civile, comunicazione indipendente e la creazione di alternative. La nonviolenza non abolisce il conflitto. A volte significa entrare direttamente in conflitto con la concentrazione del potere. La prova non è se il conflitto sparisce. È cosa lascia dietro di sé un certo modo di agire. Le persone ne emergono con più possibilità di parlare, organizzarsi e partecipare a ciò che segue, o gli sforzi hanno solo portato a cambiare chi dà gli ordini? La nonviolenza non è solo il rifiuto della violenza. È una direzione: verso relazioni e istituzioni nelle quali meno persone sono trattate come strumenti e più persone possono avere un ruolo nel modellare il futuro. Segue una semplice domanda: una certa azione lascia più persone in grado di partecipare alla costruzione delle proprie vite e del loro futuro comune, oppure no? Nel giornalismo, la stessa domanda diventa pratica molto in fretta. I giornalisti decidono chi appare come un agente, le cui intenzioni sono prese sul serio, quali possibilità sono visibili e quale tipo di futuro una storia lascia nell’immaginazione del lettore. Queste sono tra le domande esaminate nel nuovo corso di Pressenza sul Giornalismo Nonviolento. Le domande di iscrizione sono aperte adesso1. Note: 1. Pressenza, “Making the world better through communication: Free course on Nonviolent Journalism,” 23 luglio 2026. Il corso inizia il 27 agosto 2026. Iscrizioni: https://www.pressenza.com/nonviolent-journalism/nonviolent-journalism-training/ 2. Silo, “Regarding What Is Human,” in Silo Speaks (San Diego: Latitude Press, 2000). Il passo tratta la reazione differita, l’espansone dell’orizzonte temporale e l’attività direzionata verso un futuro pianificato o immaginato. 3. Silo, Fourth Letter to My Friends, in Letters to My Friends: On Social and Personal Crisis in Today’s World (San Diego: Latitude Press, 1996), section 9, “The Human Process”; lettera datata al 19 dicembre 1991. 4. Cockroach Janta Party, “Examination Reform Charter: 5 Demands,” pubblicata il 15 luglio 2026. 5. Cockroach Janta Party, “Peaceful March to Parliament,” 20 July 2026; Sheikh Saaliq and Piyush Nagpal, Associated Press, “India police use tear gas to stop march on Parliament by Cockroach movement supporters,” 20 luglio 2026. 6. Chietigj Bajpaee, “Has the ‘Cockroach’ movement changed Indian politics?”, Chatham House, 29 luglio 2026; Sheikh Saaliq, Associated Press, “How India’s Gen Z movement of ‘Cockroaches’ dented Modi’s political image,” 4 agosto 2026. 7. Silo, Fourth Letter to My Friends, section 9, “The Human Process.” -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dall’inglese di Rita Puligheddu Tony Robinson
August 19, 2026
Pressenza
Grazie, Chepy. La grandezza di ogni essere umano
Circa vent’anni fa mia madre adottò a distanza una bambina in Kenya di nome Chepy, aiutandola a compiere gli studi primari e secondari. Dopo la morte di nostra madre, io e mio fratello abbiamo continuato a sostenerla per proseguire gli studi. Purtroppo oggi è arrivata la notizia che la ragazza è morta; era affetta da anemia falciforme e, in seguito a un malore, è deceduta in ambulanza durante il trasporto verso l’ospedale. La notizia mi ha procurato una grande tristezza, un dispiacere immenso per una ragazza di 25 anni così bella, dolce e riservata, con davanti a sé un grande futuro. La prima reazione è stata quella di voler capire. Ho sentito il bisogno della ragione di cercare una spiegazione “oggettiva” e mi sono ricordato le parole di Eduardo De Filippo in una sua opera: alla fine si muore di morte, senza che le spiegazioni mediche riescano a esaurire il mistero dell’evento. Di fronte a questo evento che annichilisce tutto il senso della vita, si cerca di dare spiegazioni per non guardare il nulla che si apre davanti. Sono poi seguite la rabbia e l’impotenza. Ho cercato subito dei colpevoli: forse lei è andata troppo tardi alla clinica, i medici non hanno capito subito cosa avesse, o l’ambulanza non è arrivata abbastanza velocemente… E anche lì ho visto di nuovo come il cercare dei colpevoli sia un altro modo per sfuggire alla drammaticità dell’evento. Allora ho cominciato a cambiare i miei pensieri, chiedendomi proprio quale fosse il senso dell’esistenza. Che senso ha lottare, frustrarsi, rialzarsi da terra, sperare, amare, soffrire, se poi, all’improvviso, quando nemmeno te lo aspetti, te ne vai? E lì è nato in me un desiderio e una sorta di certezza: che la vita umana abbia invece un senso e che tutta questa nostra vita interiore di coscienza non possa dissolversi nell’assurdo quando il corpo viene meno, ma che prosegua in altre forme a me assolutamente sconosciute. Allora ho salutato Chepy augurandole un meraviglioso viaggio verso l’infinito. Ho sperimentato per un attimo qualcosa di profondo. Poi ho cominciato un’altra riflessione. Siamo circondati dalle guerre. Nelle guerre si spendono milioni, miliardi di euro. Un solo missile intercettore costa 1.500.000 dollari, e altri missili, non meno costosi, in un attimo inceneriscono scuole e uccidono bambini. Ho pensato a quanto viene destinato alle industrie degli armamenti, alla ricchezza accumulata nelle mani di pochi, di persone che possono comprarsi isole intere, come ora sta capitando, per esempio, in Albania. E contemporaneamente si muore per piccole cose. Si muore per piccole cose… Allora ho colto la mostruosità del sistema in cui viviamo. C’è una ricchezza e un potere utilizzati ai fini del dominio, della distruzione e della guerra, quando si potrebbe aiutare la gente a vivere meglio, a costruire ospedali, a creare figure professionali, a sviluppare medicine che aiutino la gente, a migliorare la qualità della vita. E invece tutto è diretto in un’altra direzione. Una mostruosità tanto grande che cogliamo raramente, proprio perché è presente in ogni istante, in ogni aspetto della nostra società, della politica e dell’economia. Tutto gira intorno ai soldi, al possesso, agli interessi personali, al successo, all’espansione del proprio potere, al nulla… Una mostruosità terribile. E allora ho compreso quanto sia importante e necessaria una vera rivoluzione umanista, una rivoluzione nonviolenta che ponga veramente l’essere umano, qualunque essere umano, al centro delle decisioni politiche e sociali. Una rivoluzione perché non è possibile riformare questo sistema, in quanto le sue radici affondano nel non-senso e nella non-umanità. Tutto il resto sono solo giustificazioni, chiacchiere, distrazioni per non vedere la mostruosità di questo sistema che, in ultima analisi, non crede nel grande valore della vita umana, nella grandezza di ogni vita umana. Dentro di me sono risuonate le parole di Silo: «…anche la persona più “insignificante” è per qualità umana superiore a qualsiasi individuo senz’anima posto al vertice della congiuntura epocale».  Ringrazio Chepy perché mi ha aiutato a vedere le cose più in profondità e mi sento vicino alla sua famiglia. La voglio ricordare col suo timido sorriso, con i suoi occhi un poco gialli che brillano guardando l’avvenire. Il suo sguardo è una promessa rivolta al futuro: un nuovo mondo in cui finalmente trionferà l’essere umano, e le innumerevoli Chepy che popoleranno il nostro pianeta blu, potranno, finalmente, sorridere in pace e guardare al futuro con fiducia e allegria. Gerardo Femina
June 23, 2026
Pressenza
Tra eredità e rinnovamento in un mondo segnato da violenza, frammentazione ed esaurimento spirituale
Pubblichiamo queste riflessioni di Tony Robinson, umanista e uno dei fondatori di Pressenza, coautore del libro Giornalismo Nonviolento e animatore per molti anni della redazione inglese di Pressenza. Il testo che propone è sicuramente destinato principalmente all’interno dello stesso Movimento Umanista ma sicuramente le sue riflessioni possono essere utili a tutta la società. Per facilitarne la lettura a tutti abbiamo aggiunto alcuni link di approfondimento su argomenti che cita e che non sono conosciuti da tutti.   A un certo punto, ogni movimento deve porsi una domanda difficile: esiste ancora come forza viva nella storia, oppure è diventato, poco a poco, la memoria della propria ispirazione? Per coloro che sono stati formati, direttamente o indirettamente, da Silo, questa domanda non può più essere rimandata. Il mondo non si è avvicinato al superamento della violenza. Al contrario, la violenza è diventata più normalizzata, più diffusa, più mediata tecnologicamente e più profondamente radicata nelle strutture economiche e politiche che organizzano la vita quotidiana. Continuiamo a generare ricchezza senza significato, informazione senza saggezza e potere senza direzione. Allo stesso tempo, la Terra stessa viene spinta verso l’esaurimento da una civiltà il cui principio organizzativo è l’accumulazione piuttosto che l’umanizzazione. E tuttavia il bisogno che ha dato origine al Movimento Umanista non è scomparso. Se mai, è diventato più urgente. -------------------------------------------------------------------------------- La doppia esigenza originaria L’impulso originario non è mai stato semplicemente politico, né semplicemente spirituale. Era un tentativo di unire trasformazione personale e trasformazione sociale in un unico progetto. Comprendeva che nessun cambiamento duraturo può derivare da una ristrutturazione esterna se l’essere umano rimane interiormente diviso, violento, impaurito e alienato. Ma comprendeva anche che un lavoro interiore separato dalla storia, separato dall’ingiustizia e dalla sofferenza degli altri, diventerebbe sterile, autoreferenziale e, in ultima analisi, complice del mondo così com’è. Questa doppia esigenza rimane decisiva. Potrebbe essere uno dei contributi più preziosi del movimento: l’insistenza sul fatto che l’essere umano deve essere trasformato sia interiormente sia esteriormente, e che nessuna delle due dimensioni può essere abbandonata senza falsificare l’insieme. Per questo motivo, sarebbe troppo semplice dire che il movimento ha fallito. Forse è più accurato dire che, al momento in cui si scrive, non è riuscito a diventare una risposta storica sufficientemente forte alla crisi della civiltà. Ma questo non significa che le sue verità fossero false, o che i semi che ha gettato nel mondo non abbiano germogliato. -------------------------------------------------------------------------------- Ciò che è già stato messo in moto Ciò che è già stato avviato può essere più significativo di quanto a volte si riconosca. Il lavoro ispirato da Silo ha portato alla formazione di circa 3.000 Maestri in quattro diverse discipline, tutte orientate ad aprire l’accesso a stati di coscienza profondi e ispirati e alla credenza nell’immortalità e nella certezza della trascendenza. Ha inoltre portato alla creazione di circa 50 Parchi di Studio e Riflessione in tutto il mondo, con Punta de Vacas in Argentina come casa spirituale. Questo non è un lascito trascurabile. Significa che il movimento non ha lasciato solo libri, ricordi o sentimenti. Ha lasciato pratiche, persone formate e luoghi. Ha lasciato un corpo, per quanto parziale, attraverso il quale potrebbe ancora nascere un nuovo momento storico. La domanda, dunque, non è se ci sia qualcosa da cui partire. La domanda è se ciò che già esiste possa tornare a essere storicamente fecondo. Questo dipende, prima di tutto, dal rifiuto di confondere eredità e rinnovamento. Preservare un insegnamento, un metodo, una disciplina o un luogo sacro è già qualcosa di importante. Ma la sola conservazione non genera un movimento. Il rinnovamento inizia quando ciò che è stato ricevuto diventa trasmissibile alle nuove generazioni in un linguaggio che possano comprendere, attraverso pratiche a cui possano accedere, e in relazione alle crisi concrete del loro tempo. -------------------------------------------------------------------------------- Il vero problema è la trasmissione Questo significa porsi alcune domande scomode ma necessarie. Un giovane senza alcun legame precedente con il movimento può incontrarlo e capire, rapidamente e chiaramente, a cosa serve? Le discipline possono essere presentate come metodi vivi piuttosto che come conquiste esoteriche? I Parchi possono diventare centri generativi di pratica, dialogo, servizio e riconciliazione invece che principalmente luoghi di pellegrinaggio per chi è già convinto? Il nucleo formato può agire non come custode di un passato concluso, ma come servitore di un futuro possibile? Queste domande sono decisive perché il problema centrale non è l’assenza di ispirazione. È il problema della trasmissione. Le società moderne sono profondamente diverse da quelle in cui molti movimenti del passato hanno preso forma. L’attenzione è frammentata. La fiducia nelle istituzioni è spezzata. La vita economica esaurisce le persone. Il sentimento politico è spesso ridotto a spettacolo. Molti sono affamati spiritualmente, ma diffidenti verso l’autorità; moralmente sensibili, ma incapaci di sostenere un’azione collettiva; connessi digitalmente, ma socialmente isolati. Un Movimento Umanista rinnovato non può semplicemente ripetere vecchie forme sperando che il presente le accolga. Deve imparare a diventare leggibile in un mondo segnato da distrazione, stanchezza, solitudine, ansia ecologica e normalizzazione della violenza. Questo non significa abbandonare la profondità. Al contrario, la profondità è proprio ciò che manca nel presente. Ma la profondità deve essere unita all’accessibilità, e l’ispirazione alla forma. -------------------------------------------------------------------------------- Forme piccole, densità reale Se deve arrivare un rinnovamento, probabilmente non inizierà con grandi dichiarazioni o mobilitazioni pubbliche di massa. Inizierà in forme più piccole e dense: cerchi di pratica, riflessione e sostegno reciproco; spazi in cui il lavoro interiore e l’impegno sociale siano consapevolmente collegati; comunità che formino le persone non solo a comprendere la nonviolenza sul piano intellettuale, ma a incarnarla nelle relazioni, nel lavoro, nei conflitti e nell’azione pubblica. Questo può sembrare modesto di fronte a una crisi planetaria. Ma quasi tutto ciò che è duraturo inizia in forme che appaiono troppo piccole per l’epoca. Un movimento rinnovato avrebbe anche bisogno di un centro morale esprimibile in modo semplice e senza gergo: che la vita umana è sacra; che la violenza deve essere superata in tutte le sue forme; che la Terra deve essere umanizzata e non sfruttata; e che la trasformazione personale e sociale sono inseparabili. Se queste verità non possono essere espresse chiaramente, non possono circolare. E se non possono circolare, non possono diventare forza storica. Ma la chiarezza di intenti non basta. Il movimento deve anche imparare dai fallimenti che accompagnano ogni sforzo spirituale, etico e politico nella storia. Una delle tragedie ricorrenti dell’esperienza umana è che le istituzioni nate attorno alla liberazione vengono ripetutamente catturate da prestigio, ego, gerarchie nascoste, interessi economici e desiderio di controllo. Nessun movimento è immune da questo pericolo. Un Movimento Umanista rinnovato dovrebbe quindi dotarsi di strutture progettate consapevolmente per resistervi: trasparenza economica, rotazione delle responsabilità, leadership distribuita, protezione dalla dipendenza da individui eccezionali, e un’insistenza culturale sul fatto che qualsiasi profondità di esperienza o realizzazione ha valore solo nella misura in cui è posta al servizio degli altri. -------------------------------------------------------------------------------- La questione dei Maestri Qui la questione dei Maestri diventa particolarmente importante. Se la maestria viene intesa come compimento, come una sorta di condizione raggiunta, il movimento tenderà alla chiusura. Diventerà un cerchio di coloro che sanno, ricordano o hanno raggiunto qualcosa. Ma se la maestria viene intesa come servizio, come responsabilità di accompagnare, risvegliare, formare e trasmettere, allora i Maestri rimasti potrebbero diventare il nucleo del rinnovamento. In questo caso, ciò che è stato accumulato non è capitale simbolico, ma una riserva di esperienza vissuta che può essere messa a disposizione di un nuovo momento storico. Lo stesso vale per i Parchi. In un mondo sradicato, i luoghi contano. Un Parco di Studio e Riflessione non è solo un sito bello o significativo. Può diventare un contro-luogo rispetto alla civiltà dominante: un luogo in cui si realizza un altro ritmo, un’altra scala, un’altra immagine dell’essere umano. Un luogo dove il silenzio non è vuoto, dove la riflessione non è fuga, dove la riconciliazione non è debolezza e dove lo studio non è accumulo di informazioni ma un metodo per approfondire la coscienza. Se utilizzati bene, i Parchi non sono ritiri dalla storia. Sono laboratori per un altro futuro possibile. Ma proprio per questo non possono restare solo mete di pellegrinaggio per chi è già convinto. Devono diventare luoghi da cui l’azione umanizzante ritorna nel mondo. -------------------------------------------------------------------------------- Le discipline e la crisi di senso Anche le quattro discipline potrebbero essere tra i più grandi doni del movimento. Se permettono davvero l’accesso a stati di coscienza profondi e ispirati, e se aprono davvero alla certezza della trascendenza, allora rispondono a una delle crisi più profonde dell’epoca presente: il nichilismo. Viviamo in un tempo in cui molte persone sono intellettualmente sovrastimolate e spiritualmente malnutrite. Hanno informazioni, ma nessun centro di gravità. Hanno stimoli, ma nessun significato. Hanno identità, ma nessun centro interiore. Un movimento capace di offrire non solo analisi ma esperienza, non solo critica ma accesso alla dimensione sacra dell’esistenza, può possedere qualcosa di enorme importanza storica. E tuttavia anche qui la sfida è decisiva. L’esperienza spirituale da sola non crea un movimento. Molte tradizioni possiedono metodi autentici di profondità e tuttavia restano marginali perché non riescono a collegare tali esperienze a un’etica, a una forma sociale e a una missione storica accessibili alle persone comuni. La questione non è solo se le discipline funzionano. È se i frutti di tali discipline possono diventare cultura: se possono plasmare modi di parlare, agire, organizzarsi, prendersi cura, educare e lottare; se possono nutrire le persone non solo in momenti eccezionali, ma nella vita quotidiana. Per questo la necessità di unire trasformazione interiore ed esteriore resta così centrale. Se il movimento si riducesse alla ricerca di stati ispirati, tradirebbe metà della sua verità originaria. Se si riducesse ad attivismo o dottrina senza un profondo radicamento interiore, tradirebbe l’altra metà. L’intera scommessa del Movimento Umanista era che queste due dimensioni potessero e dovessero convergere. Questa scommessa resta una delle cose più importanti che ha da offrire. -------------------------------------------------------------------------------- Dobbiamo aspettare un altro mistico? Dobbiamo allora aspettare un altro mistico ispirato che indichi la via? È possibile che figure singolari giochino sempre un ruolo nell’apertura di nuovi momenti storici. La storia umana è piena di tali figure, e non si dovrebbe sottovalutare il potere della coscienza ispirata quando si incarna in una persona. Ma un movimento maturo non può dipendere dall’attesa passiva di una salvezza sotto forma di un nuovo fondatore. Se ciò che è già stato ricevuto non può essere incarnato, trasmesso, approfondito e riattivato storicamente da esseri umani ordinari, allora il movimento non ha ancora risolto il problema della propria continuità. Ciò che serve ora potrebbe non essere un unico nuovo rivelatore, ma un risveglio distribuito: molte persone, in molti luoghi, che portano avanti un centro comune con coerenza, umiltà e perseveranza. Non la scomparsa dell’ispirazione, ma la sua diffusione. Non l’abolizione della leadership, ma la sua trasformazione in servizio. Non la ripetizione di un momento fondativo, ma la scoperta di come una verità fondativa possa generare nuove forme senza cessare di essere se stessa. Questo potrebbe essere il vero compito davanti a coloro che restano legati, in un modo o nell’altro, al silismo: non conservare le ceneri, ma proteggere e trasmettere il fuoco. Non chiedersi con nostalgia se il passato possa tornare, ma chiedersi se i semi già seminati possano trovare un nuovo terreno nella crisi attuale dell’umanità. -------------------------------------------------------------------------------- Un residuo o un inizio? Il mondo non soffre per mancanza di informazioni. Soffre per mancanza di direzione, di significato e di forme capaci di resistere alla violenza senza diventare violente a loro volta. In un mondo simile, anche un piccolo ma reale nucleo di pratica umanizzante può avere un’enorme importanza. Forse, dunque, la domanda che dovremmo porci ora non è se il Movimento Umanista abbia fallito, ma se i semi che ha piantato — le discipline, i Parchi, i Maestri, la memoria viva di una trasformazione simultaneamente personale e sociale — possano diventare il punto di partenza di un nuovo ciclo. Se possono, allora ciò che oggi appare a molti come un residuo potrebbe ancora rivelarsi un inizio. E se non possono, non sarà perché il bisogno è scomparso, né perché l’essere umano non desidera più riconciliazione, significato, trascendenza e un mondo veramente umano. Sarà perché coloro che hanno ereditato un fuoco non hanno trovato il modo di metterlo, ancora una volta, al servizio dell’essere umano. Tony Robinson
April 13, 2026
Pressenza
Tutti Volere Energia!!!
Sembra proprio che tutto si muova per avere più energia. Col denaro, con le guerre (che consumano tanta energia e tanta ne distruggono), con leggi e decreti, con il lavoro, proprio o degli altri (ancora meglio, così si risparmia energia, tempo e denaro e quindi energia). Sempre più energia, e più energia chiama più energia e l’energia del vicino è sempre più verde (o nel caso del petrolio, nera). Tutti e tutto chiede più energia, ora non solo il vivente ma anche “l’intelligenza artificiale” sembra aver bisogno di tanta, tanta energia. Il paradosso che ci vuole più energia per risparmiare energia e tempo… e si usa tanto tempo e tanta energia per avere più energia per risparmiare tempo ed energia… Tutto ciò mi fa venire in mente certe malattie, chiamate un tempo “brutti mali”, che non sono altro che delle aberrazioni cellulari all’interno del  vivente che lo debilitano e poi lo uccidono nel tentativo di chiedere sempre più energia allo stesso per potersi nutrire e riprodurre all’infinito., che paradosso.. finiscono uccise pure loro! E tu, come stai ad energia? Non parlo di soldi, del carburante o del riscaldamento di casa, non parlo dell’energia che cerchi di prendere dagli altri o dalle cose (che a volte sembrano la stessa cosa), ma della tua energia interna, quella che a volte non trovi o a volte cerchi di conservare e nascondere, che sembra che tutti te la vogliano dilapidare, succhiare come vampiri.. come sta la tua energia? “Quando ero realmente sveglio andavo ascendendo di comprensione in comprensione… Quando ero realmente sveglio e mi mancava il vigore per continuare l’ascesa, potevo ricavare la Forza da me stesso. Essa era in tutto il mio corpo. Tutta l’energia stava persino nelle più piccole cellule del mio corpo. Questa energia circolava ed era più veloce ed intensa del sangue...” E’ vero, abbiamo fatto molti passi in diversi campi.. abbiamo guadagnato in comprensione, in tempo ed energia, abbiamo sviluppato immensi conglomerati umani brulicanti di vita e abbiamo inventato, scoperto tante cose, abbiamo visitato, in qualche modo, diversi pianeti ma anche…  “abbiamo massacrato e schiavizzato popoli interi, abbiamo riempito le carceri di gente che chiedeva libertà, abbiamo mentito dall’alba al tramonto… abbiamo falsificato il nostro pensiero, il nostro sentimento, la nostra azione. Abbiamo attentato alla vita, ag ogni nostro passo perché abbiamo creato sofferenza…”  e continuiamo a farlo e anche con una certa rinnovata energia, a quanto pare… aumenta la sofferenza che è ciò che si sperimenta quando si inverte la corrente (energia) crescente della vita. Questa contraddizione è come il paradossso di quelle cellule che crescono e uccidono il vivente che le ospita e le nutre. Dunque la contraddizione è dentro e fuori di noi, e questa contraddizione, che genera sofferenza, “mangia energia” da dentro il sistema… Così concludo che è uno sperpero di energia, nonché pericoloso “distruggere il male”, “ucciderlo”, perché esso è anche dentro di noi. “Neppure quanto di peggio c’è nel criminale mi è estraneo. E se lo riconosco nel paesaggio, lo riconosco anche in me (…) ogni mondo che aspiri, ogni giustizia che invochi, ogni amore che cerchi, ogni essere umano che vorresti seguire o distruggere sta anche dentro di te. Se qualche cosa si modifica dentro di te, essa modificherà il tuo orientamento nel paesaggio in cui vivi. Allora, se hai bisogno di qualcosa di nuovo, per trovarla dovrari superare il vecchio che domina dentro di te” E’ ora di cambiare paradigma, la Vita ce lo chiede, ed essa ci darà l’Energia interiore per cambiare noi insieme agli altri, non contro… sprecheresti Energia! (i paragrafi virgolettati sono estratti da differenti capitoli di “Umanizzare la Terra” di Silo, recentemente riedito in una nuova  edizione da Multimage) Fulvio Faro
April 1, 2026
Pressenza