
Veglia di preghiera per la pace e la giustizia in Terra Santa
Pressenza - Friday, August 14, 2026Martedì 12 agosto, sulle pendici di Monte Sole, Marzabotto, si è tenuta una veglia di preghiera per la fine delle violenze in Palestina dal titolo “Per la pace e la giustizia in Terra Santa”.
L’evento ha avuto luogo nella cornice dei ruderi della chiesa di Casaglia, distrutta durante l’efferata strage nazifascista, ed è stata organizzata dalla comunità monastica dossettiana della Piccola Famiglia dell’Annunziata, con la guida del cardinale Zuppi, arcivescovo di Bologna. La comunità dossettiana è particolarmente sensibile alle vicende che si svolgono in quei luoghi, perché ha da molti anni un monastero nella località di Ain Arik, presso Ramallah, ed è testimone di ciò che accade.
L’incontro è iniziato con la recita di alcuni salmi e la lettura di un passo dal Vangelo. Sono seguite diverse testimonianze. La prima, registrata in video, è stata quella del parroco cattolico di Gaza, che ha ricordato la tragedia di quel territorio con oltre 72 mila vittime, tra cui si calcolano almeno 20 mila bambini, a cui si aggiungono i feriti; non c’è alcuna casa dove non si pianga un morto. Il parroco ha comunque detto di sperare ancora nella prevalenza delle tante persone che in Palestina e in Israele vogliono la pace, la giustizia e la riconciliazione.
A seguire vi è stata una lettura che riepilogava le traversie cui ogni giorno sono sottoposti i palestinesi in Cisgiordania: gli agricoltori ogni mattina escono di casa senza sapere se troveranno la loro terra intatta, se verranno attaccati dai coloni, se questi gli ruberanno il gregge, distruggeranno la loro casa e incendieranno il raccolto. Chi vive in Cisgiordania e lavora in Israele, non è mai sicuro di arrivare perché attraversare i check point può essere molto difficoltoso. Le mogli vivono nella paura che il marito sia arrestato e che la sua detenzione possa durare mesi o anni, senza un’accusa formale. Le donne incinte pregano che la strada verso l’ospedale rimanga aperta, che non venga allestito un check point improvvisato e che chi ha il potere di fermarle abbia misericordia e decida di farle passare. I profughi non sanno se i soldati entreranno nel loro campo, se faranno irruzione nella loro casa, se arresteranno qualcuno della loro famiglia, se una persona che amano verrà ferita o uccisa. Quando succede qualcosa per mano dei soldati o dei coloni, non c’è nessuno a cui rivolgersi, non c’è un’autorità capace di proteggere. In Cisgiordania è difficile pensare alla propria vita, ciò che altrove sembra normale, come andare a scuola, lavorare, progettare il futuro dei propri figli, vivere senza paura, è un privilegio. Nessuna pace può nascere se il dolore di un popolo viene dimenticato.
Abbiamo poi assistito all’intervento video registrato del parroco latino di Ain Arik, che ha illustrato quali sono, nonostante le difficoltà, le iniziative portate avanti dalla parrocchia, sia dal punto di vista pastorale, che sociale. Una delle conseguenze più immediate del conflitto è quella economica: molti palestinesi che prima lavoravano in Israele oggi non possono più farlo, perché non ricevono il necessario permesso dalle autorità ebraiche. Ma il problema economico riguarda un po’ tutti, perché se una parte della popolazione perde il proprio reddito diminuisce anche il denaro che circola nell’economia locale, creando una catena che coinvolge progressivamente tutta la società. A ciò si aggiunge la crisi del turismo, religioso e non, che costituiva una importante fonte di valuta. In conseguenza di ciò, anche i palestinesi che non hanno legami col conflitto o con la politica si trovano in difficoltà. In questo contesto la parrocchia cerca di intervenire, sostenendo, ad esempio, alcune famiglie nel pagamento dei costi d’istruzione dei figli, degli affitti, delle bollette e di altre necessità essenziali, come la salute.
La parrocchia cerca anche di creare qualche opportunità occupazionale, senza tuttavia riuscire a soddisfare l’enorme necessità. Cerca infine di mantenere una comunità solida, offrendo spazi in cui gli abitanti possano incontrarsi in sicurezza, non solo per le celebrazioni religiose o per la scuola, ma anche per le attività sociali nel villaggio. Tanti luoghi in cui un tempo le famiglie potevano incontrarsi liberamente oggi vengono invece evitati, per ragioni di sicurezza. La mobilità dei palestinesi è assai limitata, sia verso Israele, che all’interno della Cisgiordania, a causa dei check point e del pericolo di attacchi dei coloni. In conseguenza di ciò, tutti i villaggi palestinesi vivono un crescente isolamento.
Il video ha mostrato alcune delle consuete sequenze di attacchi da parte dei coloni o delle IDF, nei confronti dei palestinesi inermi, immagini che straziano e indignano e a cui non dobbiamo assuefarci. Gli attacchi dei coloni e l’espansione degli insediamenti incidono sulla percezione che le persone hanno del proprio futuro: si pensi ad esempio al venir meno dei progetti di investimento immobiliare o produttivo, che finiscono per favorire l’emigrazione. Molto pericoloso è infine l’aumento della polarizzazione religiosa e la crescita di settori di radicalismo e intolleranza.
A seguire abbiamo ascoltato la testimonianza di Milad Jubran Basir cittadino italo palestinese, che ha ricordato cosa accade a Taybeh, ultima cittadina interamente cristiana della Palestina. Anche in quella città vi sono state aggressioni dei coloni, che hanno bruciato chiese antiche, macchine e prodotti agricoli, per costringere i residenti all’esodo. Molto apprezzata è stata infine l’intensa testimonianza di Giorgio Canarutto, ebreo torinese membro di Mai Indifferenti e di Lea (Laboratorio Ebraico Antirazzista), associazioni di ebrei italiani fortemente critici con le politiche del governo Natanyahu. Giorgio ha visitato due volte uno dei villaggi del complesso di Massafer Yatta, nel 2024 e nello scorso mese di luglio. La situazione è molto peggiorata, le IDF e i coloni hanno ucciso due capi del villaggio e le aggressioni si sono assai intensificate. Nell’ultimo soggiorno Giorgio è stato testimone di alcune di queste aggressioni, con i coloni che cercavano di abbattere le recisioni palestinesi, al fine di occupare spazio, mentre le IDF dichiaravano le aree contese zona militare preclusa a tutti, quale prodromo alla successiva assegnazione ai coloni stessi. Durante l’ultima incursione Giorgio è stato fermato dalla polizia e accusato di aver aggredito un colono, cosa totalmente falsa. Come esito del fermo gli è stato sequestrato il cellulare, mai restituito, e gli è stato intimato di non tornare nell’area. (Di ciò ci siamo già occupati in un articolo precedente). Giorgio ha ricordato l’importanza della presenza di attivisti internazionali in Palestina, al fine non solo dell’interposizione davanti agli attacchi dei coloni, ma anche della testimonianza.
In conclusione della veglia il Cardinale Zuppi ha ricordato le ragioni della presenza a Monte Sole della Piccola Famiglia dell’Annunziata: favorire la concordia dei popoli, mettere da parte ciò che divide e cercare ciò che unisce. Questo l’obiettivo da perseguire, anche se è un cammino arduo, perché la polarizzazione enfatizza la diversità e l’odio, scavando fossati che paiono insuperabili. Citando Papa Leone, il cardinale ha sottolineato l’importanza di mettere al centro la persona, come avvio della pace, evitando la tentazione di guadagnare popolarità, soffiando sul fuoco delle contrapposizioni. Al Dio della pace si chiede di piegare l’orgoglio degli uomini, percorrendo la via del dialogo per risolvere i problemi. I figli di Abramo devono essere uniti nel condannare la violenza da qualunque parte provenga, liberandosi da ideologie o visioni che non hanno niente a che fare con la fede. Certo in Terra Santa c’è una storia di violenza, ma proprio per questo dobbiamo liberarcene. Non c’è pace senza giustizia, ma non c’è giustizia se l’altro non viene riconosciuto come persona.