Spin Time, 500mila euro per l’emergenza casa. Ma una comunità non si liquida con un assegno

Pressenza - Wednesday, August 12, 2026

Cinquecentomila euro sono molti o pochi? Dipende da cosa si vuole ottenere. Possono pagare per qualche tempo alberghi, residence e altre sistemazioni temporanee. Possono aiutare Roma Capitale a garantire un posto dignitoso a bambini, anziani e famiglie. Ma non bastano a restituire una casa alle centinaia di persone che vivevano a Spin Time.

La proprietà dello stabile di via di Santa Croce in Gerusalemme ha annunciato che metterà questa somma a disposizione dell’emergenza abitativa. Il Comune individuerà strutture e servizi, mentre i pagamenti saranno effettuati direttamente dalla proprietà, fino al raggiungimento dell’importo stanziato.

È giusto utilizzare fino all’ultimo euro per aiutare le famiglie. Sarebbe però sbagliato presentare il contributo come la soluzione del problema. È un intervento temporaneo, destinato a esaurirsi. Quando i soldi saranno finiti, le stesse persone avranno ancora bisogno di una casa.

Roma Capitale aveva proposto di sostenere gli interventi necessari per consentire il rientro temporaneo degli abitanti, assumendosi costi e responsabilità, mentre sarebbe proseguito il confronto sull’eventuale acquisizione dell’edificio.

La proprietà ha respinto questa ipotesi, sostenendo che non esistessero le condizioni di legalità e sicurezza necessarie per un utilizzo, anche provvisorio, dello stabile. Oggi, però, mette a disposizione 500mila euro per finanziare le sistemazioni esterne.

La contraddizione è evidente: si accetta di spendere una somma considerevole affinché le persone vivano altrove, ma non si apre la strada a una soluzione capace di mantenerle unite e vicine al territorio nel quale hanno costruito la propria vita.

Questo non rende inutile il contributo. Sarebbe assurdo rinunciare a risorse che possono offrire un sollievo immediato. Ma la responsabilità sociale non si misura soltanto contando quanto si è disposti a spendere per amministrare un’emergenza. Si misura anche dalla volontà di contribuire a una soluzione duratura.

La domanda, dunque, rimane: quei 500mila euro serviranno ad aiutare gli abitanti o a finanziare il loro progressivo allontanamento?

Secondo Roma Capitale, fino all’11 agosto era stata trovata una sistemazione alternativa per circa 160 persone. L’amministrazione ha assicurato che continuerà a cercare strutture, privilegiando per quanto possibile l’Esquilino e i quartieri vicini, con particolare attenzione alle famiglie con minori, alla continuità scolastica e al mantenimento dei legami con il territorio.

Diverse sistemazioni, però, sono state individuate molto lontano. Tra le prime sette strutture proposte, secondo quanto riferito dagli attivisti, tre si trovavano fuori dal Grande raccordo anulare. Alcune persone hanno rifiutato il trasferimento proprio per questa ragione.

È facile giudicare questi rifiuti da fuori. Più difficile è immaginare cosa significhi, per una famiglia con pochi soldi e senza automobile, essere mandata a decine di chilometri di distanza. Vuol dire trascorrere ore sui mezzi pubblici, rischiare di perdere il lavoro, non riuscire ad accompagnare i figli a scuola o ad accedere facilmente alle cure.

Per chi vive in condizioni di precarietà, la vicinanza non è una comodità. Spesso è ciò che permette di andare avanti.

Una casa non è semplicemente una stanza con un letto. È il luogo dal quale si raggiungono il lavoro, la scuola, il medico e le persone sulle quali si può contare. È la vicina che accompagna un bambino, l’amico che aiuta con un documento, il doposcuola frequentato dai figli. Sono rapporti che non compaiono nelle procedure amministrative, ma possono fare la differenza nella vita quotidiana.

Spostare una famiglia lontano da tutto questo può risolvere il problema di dove dormirà quella sera. Non quello di come riuscirà a vivere dal giorno successivo.

Considerare Spin Time come un insieme di persone da distribuire tra alberghi, residence e strutture di accoglienza significa ignorare ciò che è cresciuto dentro quell’edificio in tredici anni. Nello stabile vivevano circa 400 persone provenienti da 27 nazionalità, ma quelle mura non offrivano soltanto un tetto. Ospitavano una comunità capace di costruire servizi, cultura, assistenza e forme quotidiane di solidarietà aperte al quartiere.

Negli spazi dell’ex sede dell’Inpdap erano nati un doposcuola frequentato anche dai bambini delle scuole vicine, sportelli di tutela sociale, attività di medicina solidale, presidi sindacali, una biblioteca, un auditorium, uno studio di registrazione, una falegnameria, una camera oscura e un’osteria. C’erano inoltre luoghi dedicati allo studio, al lavoro, alla formazione e alla socialità.

Ventiquattro associazioni partecipavano alla vita dell’edificio, frequentato ogni anno da migliaia di persone. Spin Time aveva offerto una casa a chi era stato escluso da un mercato degli affitti ormai inaccessibile, ma aveva anche creato una rete di relazioni e servizi che non può essere misurata soltanto attraverso il prezzo al metro quadrato.

Quando una madre aveva bisogno di aiuto, sapeva a chi rivolgersi. Se un bambino incontrava difficoltà a scuola, trovava un doposcuola. Chi non riusciva a orientarsi tra documenti, cure e diritti poteva contare su uno sportello o su qualcuno disposto ad accompagnarlo. Se un anziano stava male, c’era una comunità capace di accorgersene.

Una ricerca realizzata nel 2022 da Open Impact, realtà che collabora con l’Università di Milano-Bicocca, aveva stimato in 71,5 milioni di euro il valore sociale generato dalle attività e dai servizi sviluppati nello stabile. La metodologia può essere discussa, ma il dato mostra una differenza fondamentale: il valore finanziario di un immobile non coincide con quello prodotto da chi lo abita, lo cura e lo rende accessibile alla città.

La proprietà considera il valore patrimoniale dell’edificio e gli interessi dei propri investitori. Le istituzioni non possono fermarsi a questo. Devono tenere conto anche di ciò che un bilancio immobiliare non registra: il sostegno ai minori, la prevenzione del disagio, l’integrazione, la cultura e la capacità di offrire risposte dove il sistema pubblico non riesce ad arrivare.

Disperdere gli abitanti non significa quindi soltanto trasferire delle persone. Significa rischiare di spezzare relazioni costruite in tredici anni e cancellare un patrimonio collettivo che nessun contributo economico potrà facilmente ricostruire.

Restano poi alcune domande decisive. Quanto dureranno le sistemazioni? Quante persone potranno beneficiarne? Che cosa accadrà una volta esauriti i fondi? Le famiglie saranno nuovamente trasferite o avranno accesso a percorsi abitativi stabili?

Senza risposte, lo stanziamento rischia di diventare una liquidazione sociale: una somma una tantum per ridurre l’emergenza più visibile, liberare progressivamente l’area e spostare altrove il problema.

Dividendo idealmente 500mila euro per circa 400 abitanti si ottengono 1.250 euro a persona. È un calcolo puramente indicativo, perché i costi riguarderanno nuclei familiari, servizi e strutture differenti. Rende però evidenti le proporzioni: quella cifra può comprare tempo, non centinaia di case. E quando il denaro sarà esaurito, il problema rischierà di ripresentarsi, aggravato dalla dispersione delle persone e dall’indebolimento della loro rete di solidarietà.

C’è chi sostiene che gli abitanti debbano semplicemente entrare nelle graduatorie per l’edilizia residenziale pubblica e aspettare il proprio turno. Le graduatorie devono essere rispettate: chi attende da anni non può essere arbitrariamente scavalcato. Ma inserire altre centinaia di persone in una lista non crea una sola casa in più. Gli alloggi pubblici disponibili sono troppo pochi e i tempi delle assegnazioni restano lunghissimi.

La vera ingiustizia non è il conflitto tra chi viveva a Spin Time e chi attende una casa popolare. Entrambi subiscono lo stesso fallimento: l’assenza di un patrimonio abitativo pubblico sufficiente.

Trasformare la vicenda in una guerra tra poveri serve soltanto a evitare la domanda principale: perché una città piena di edifici vuoti non riesce a garantire una casa a chi ne ha bisogno?

Roma dispone, direttamente o attraverso altri enti, di un enorme patrimonio immobiliare. Esistono edifici inutilizzati o sottoutilizzati appartenenti allo Stato, alla Regione, a Roma Capitale, alla Città metropolitana, agli enti pubblici e alle società partecipate.

Serve un censimento trasparente di questo patrimonio, seguito da un piano straordinario di recupero per trasformare gli edifici abbandonati in case popolari, abitazioni sociali e servizi di quartiere. Occorrono investimenti per ristrutturare gli immobili esistenti, acquistarne altri e aumentare davvero il numero degli alloggi disponibili.

Anche per Spin Time bisogna continuare a cercare una soluzione che non disperda ciò che è stato costruito. Va riaperto il confronto sull’acquisizione dello stabile o individuato un altro spazio adeguato, capace di garantire agli abitanti una prospettiva stabile e di preservare le attività sociali e culturali.

I 500mila euro saranno utili soltanto se inseriti in un percorso trasparente orientato verso una soluzione duratura. Se serviranno semplicemente a finanziare l’allontanamento degli abitanti, diventeranno una mancia costosa con cui si sarà tentato di chiudere una questione politica e sociale.

Le famiglie non sono un’emergenza da nascondere in qualche struttura lontana. Spin Time non è un fascicolo da archiviare e una comunità non può essere liquidata con un assegno.

La dignità non si compra un tanto al chilo. E una casa, prima ancora di essere un immobile, è il posto nel quale una persona può finalmente smettere di chiedersi dove dormirà domani.

 

Giovanni Barbera