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Spin Time non è solo un palazzo: in gioco c’è il modello di città
La vicenda di Spin Time entra in una fase nuova. Le tende sono scomparse da via Santa Croce in Gerusalemme, per gli abitanti sono state individuate sistemazioni temporanee e il presidio ha cambiato forma, ma il nodo vero resta aperto: quale futuro avranno il palazzo, le persone che lo abitavano e l’esperienza sociale costruita in tredici anni? Dal confronto con Roma Capitale è arrivato il via libera ai sette gazebo davanti all’ex Inpdap, che permetteranno di mantenere alcune delle attività sociali, culturali ed educative interrotte dopo l’incendio del 29 luglio. Il prossimo incontro con il Campidoglio è fissato per il 2 settembre. C’è poi la questione decisiva dell’immobile. Roma Capitale vuole accelerare la valutazione necessaria per un eventuale acquisto, cercando di ridurre sensibilmente i tempi della perizia. È un passo importante, ma per ora resta preliminare. La partita vera comincia adesso. Ed è qui che entra direttamente in campo la responsabilità politica di Roberto Gualtieri. Il sindaco ha sostenuto la possibilità di acquisire l’edificio, ha criticato l’atteggiamento della proprietà dopo il fallimento dell’accordo ponte e ha garantito una sistemazione agli abitanti. Sono scelte che vanno riconosciute, ma non basta intervenire quando l’emergenza è già esplosa. A quasi cinque anni dall’insediamento dell’attuale amministrazione, la crisi dell’abitare a Roma non può essere considerata una sorpresa. Era una delle grandi questioni della città già prima dell’incendio di Spin Time. Per questo il punto non è soltanto come si è gestita questa emergenza, ma perché si arrivi ancora troppo spesso a intervenire quando il problema è diventato ingestibile. Una politica dell’abitare deve costruire patrimonio, strumenti e capacità di intervento prima che l’emergenza arrivi. Oggi il Campidoglio riconosce anche la necessità di non disperdere ciò che si è costruito dentro Spin Time. I sette gazebo servono proprio a garantire continuità alle attività mentre l’edificio rimane inaccessibile. È un segnale positivo, ma pone una domanda politica: se quell’esperienza ha un valore sociale da preservare, perché questo riconoscimento arriva soltanto dopo l’incendio? È su questa contraddizione che Gualtieri deve dare una risposta. L’eventuale acquisto dell’ex Inpdap non può trasformarsi in una trattativa senza tempi, mentre le famiglie restano in sistemazioni provvisorie e la comunità rischia di disperdersi. Se il Campidoglio considera davvero l’acquisizione una strada percorribile, deve indicare tempi, condizioni e alternative. Ma sarebbe riduttivo fermarsi al destino di quell’edificio. Spin Time è una battaglia che va oltre Spin Time, perché mette in discussione il modo in cui Roma sta scegliendo di trasformarsi. La città pubblica si misura sulle decisioni urbanistiche, sulla destinazione del patrimonio, sul rapporto con gli interessi immobiliari, sulla qualità dei servizi e sulla possibilità per chi vive e lavora a Roma di continuare ad abitarla. Non basta dichiarare che la casa è una priorità se le trasformazioni urbane vengono giudicate soprattutto per la loro capacità di attrarre capitali, aumentare i valori immobiliari o generare occasioni di investimento. Il punto è capire quale interesse venga prima quando la valorizzazione economica entra in conflitto con i bisogni di chi la città la vive. Per questo la discussione non riguarda soltanto l’acquisto dell’ex Inpdap. Riguarda gli strumenti che l’amministrazione è disposta a mettere in campo per sottrarre parti della città alla sola logica della valorizzazione immobiliare e restituire centralità alla funzione sociale del territorio. È su questo terreno che la città pubblica smette di essere uno slogan. Significa scegliere quale spazio assegnare al patrimonio pubblico, all’edilizia sociale, ai servizi e ai luoghi collettivi. È da queste scelte concrete, non dalle dichiarazioni di principio, che si misura la credibilità di un progetto di città pubblica. Non si tratta di riprodurre esattamente ciò che esisteva prima del 29 luglio né di trasformare automaticamente un’occupazione in un modello. Si tratta di capire se sia possibile costruire una soluzione pubblica che tenga insieme il diritto all’abitare e la continuità di un’esperienza sociale e culturale che per tredici anni ha avuto un ruolo nel territorio. Anche i gazebo possono essere utili soltanto se rappresentano un passaggio. Se diventassero il punto di arrivo, avremmo semplicemente sostituito una forma di precarietà con un’altra. La mobilitazione intanto continua. Il 19 settembre è annunciata una manifestazione nazionale, mentre il 20 settembre è prevista un’assemblea nazionale. Due appuntamenti che possono allargare il confronto al tema più generale del diritto all’abitare, degli spazi sociali e delle trasformazioni urbane. Spin Time costringe Roma a scegliere quale modello urbano vuole perseguire: una città nella quale le trasformazioni vengono orientate principalmente dalla rendita e dal mercato, come è avvenuto troppo spesso finora, oppure una città pubblica costruita a partire dal diritto alla casa e dai bisogni di chi Roma la vive e la fa funzionare. È questa, molto più del destino di un solo palazzo, la battaglia politica che oggi si apre e sulla quale ci aspettiamo risposte chiare da parte dell’amministrazione capitolina. Giovanni Barbera
August 27, 2026
Pressenza
Spin Time, trovato alloggio d’emergenza per tutti i residenti. Il presidio continua, assemblea pubblica lunedì 24 agosto
Sono passate tre settimane dall’incendio e dal tentativo di sgombero del 29 luglio e due settimane dal rifiuto da parte di Investire SGR di far rientrare centinaia di persone nel palazzo di Spin Time. Sin da subito, gli uffici comunali e lo sportello di tutela sociale di Spin Time hanno lavorato affinché venisse trovata una soluzione temporanea per le 400 persone che dormivano in strada. La ricerca degli alloggi d’emergenza è stata molto complessa e non è stata priva di criticità in ogni sua fase. In pieno agosto, in una città che già vive una crisi abitativa perenne e strutturale, le strutture disponibili a ospitare 127 nuclei sono poche. Tra gli alloggi trovati ce ne sono alcuni che non sono in condizioni per ospitare decine di persone per molti mesi. In alcuni casi non è stato possibile pulire a fondo le case, in altri non è possibile cucinare né conservare il cibo. In alcuni casi, come quelli delle foresterie, manca qualsiasi parvenza di privacy, che in questa situazione di emergenza è purtroppo un ricordo da settimane per chi ha dormito in strada. E’ stato avviato un tavolo permanente di confronto al fine di migliorare queste e le future criticità, tra le quali la lontananza delle sistemazioni. Queste condizioni sono sparse su tutto il territorio del Comune più esteso d’Italia, spesso oltre il grande raccordo anulare. I 400 residenti di Spin Time hanno un diritto che è stato infranto: il diritto a vivere il loro quartiere. Una casa può dirsi tale quando consente alle persone di vivere la propria vita: curarsi, lavorare, crescere i figli e mantenere le proprie relazioni. Per questo il territorio conta. Nonostante le difficoltà, grazie al lavoro del Comune di Roma e alla comunità di Spin Time, tutti i residenti di Spin Time hanno trovato una sistemazione d’emergenza. Alcune famiglie devono ancora lasciare il presidio di via Santa Croce in Gerusalemme e lo faranno nei prossimi giorni; altre grazie alla rete sociale del Polo Civico Esquilino stanno trovando una sistemazione che consenta di non lasciare il quartiere per non interrompere percorsi di cura o per salvaguardare la continuità scolastica. Allo stato attuale, si tratta di soluzioni che dovrebbero durare tra i 60 giorni e i 4-6 mesi. L’orizzonte temporale è incerto. Ciò su cui abbiamo certezza, però, è che questa dev’essere una soluzione tutt’altro che stabile. Tutte le famiglie di Spin Time hanno diritto a una casa popolare e, come garantitoci dal Comune, dovranno avere alloggio ERP entro tempi ragionevoli. Fino a quel momento, considereremo l’emergenza Spin Time assolutamente aperta. E fino a quando l’emergenza non potrà dirsi chiusa, il nostro presidio rimarrà a via Santa Croce in Gerusalemme. Questa emergenza è stata creata prima con uno sgombero mascherato da intervento di sicurezza, come è stato dimostrato negli scorsi giorni e poi si è cementificata nel momento in cui Investire SGR ha rifiutato l’accordo ponte proposto dal Comune. La responsabilità di questa emergenza è sulle loro spalle, nonostante il tentativo di lavarsi la coscienza con 500mila euro messi a disposizione del Comune per una crisi che costa al Comune circa 3 milioni di euro. Un cerotto che non aiuta in alcun modo a rimarginare la ferita che si è aperta a fine luglio. Lunedì 24 agosto incontreremo di nuovo i rappresentanti del Comune e chiederemo loro di avanzare sulla trattativa con Investire SGR per l’acquisto del palazzo. Se la proprietà dovesse rifiutare, come abbiamo spiegato grazie all’intervento del nostro team legale, ci sarà la possibilità dell’esproprio d’urgenza. Lo stesso giorno, alle ore 18.00, ci sarà un’assemblea pubblica, in cui inviteremo la città a darci man forte con il presidio, che sarà il preludio alla due giorni del 19-20 settembre, con la manifestazione nazionale e l’assemblea pubblica. Oggi l’unico modo di tutelare questa comunità e riportare i 400 residenti di Spin Time nel loro quartiere è aprire le porte del palazzo. Perché il tempo di Spin Time è ora. Redazione Roma
August 22, 2026
Pressenza
Spin Time, 500mila euro per l’emergenza casa. Ma una comunità non si liquida con un assegno
Cinquecentomila euro sono molti o pochi? Dipende da cosa si vuole ottenere. Possono pagare per qualche tempo alberghi, residence e altre sistemazioni temporanee. Possono aiutare Roma Capitale a garantire un posto dignitoso a bambini, anziani e famiglie. Ma non bastano a restituire una casa alle centinaia di persone che vivevano a Spin Time. La proprietà dello stabile di via di Santa Croce in Gerusalemme ha annunciato che metterà questa somma a disposizione dell’emergenza abitativa. Il Comune individuerà strutture e servizi, mentre i pagamenti saranno effettuati direttamente dalla proprietà, fino al raggiungimento dell’importo stanziato. È giusto utilizzare fino all’ultimo euro per aiutare le famiglie. Sarebbe però sbagliato presentare il contributo come la soluzione del problema. È un intervento temporaneo, destinato a esaurirsi. Quando i soldi saranno finiti, le stesse persone avranno ancora bisogno di una casa. Roma Capitale aveva proposto di sostenere gli interventi necessari per consentire il rientro temporaneo degli abitanti, assumendosi costi e responsabilità, mentre sarebbe proseguito il confronto sull’eventuale acquisizione dell’edificio. La proprietà ha respinto questa ipotesi, sostenendo che non esistessero le condizioni di legalità e sicurezza necessarie per un utilizzo, anche provvisorio, dello stabile. Oggi, però, mette a disposizione 500mila euro per finanziare le sistemazioni esterne. La contraddizione è evidente: si accetta di spendere una somma considerevole affinché le persone vivano altrove, ma non si apre la strada a una soluzione capace di mantenerle unite e vicine al territorio nel quale hanno costruito la propria vita. Questo non rende inutile il contributo. Sarebbe assurdo rinunciare a risorse che possono offrire un sollievo immediato. Ma la responsabilità sociale non si misura soltanto contando quanto si è disposti a spendere per amministrare un’emergenza. Si misura anche dalla volontà di contribuire a una soluzione duratura. La domanda, dunque, rimane: quei 500mila euro serviranno ad aiutare gli abitanti o a finanziare il loro progressivo allontanamento? Secondo Roma Capitale, fino all’11 agosto era stata trovata una sistemazione alternativa per circa 160 persone. L’amministrazione ha assicurato che continuerà a cercare strutture, privilegiando per quanto possibile l’Esquilino e i quartieri vicini, con particolare attenzione alle famiglie con minori, alla continuità scolastica e al mantenimento dei legami con il territorio. Diverse sistemazioni, però, sono state individuate molto lontano. Tra le prime sette strutture proposte, secondo quanto riferito dagli attivisti, tre si trovavano fuori dal Grande raccordo anulare. Alcune persone hanno rifiutato il trasferimento proprio per questa ragione. È facile giudicare questi rifiuti da fuori. Più difficile è immaginare cosa significhi, per una famiglia con pochi soldi e senza automobile, essere mandata a decine di chilometri di distanza. Vuol dire trascorrere ore sui mezzi pubblici, rischiare di perdere il lavoro, non riuscire ad accompagnare i figli a scuola o ad accedere facilmente alle cure. Per chi vive in condizioni di precarietà, la vicinanza non è una comodità. Spesso è ciò che permette di andare avanti. Una casa non è semplicemente una stanza con un letto. È il luogo dal quale si raggiungono il lavoro, la scuola, il medico e le persone sulle quali si può contare. È la vicina che accompagna un bambino, l’amico che aiuta con un documento, il doposcuola frequentato dai figli. Sono rapporti che non compaiono nelle procedure amministrative, ma possono fare la differenza nella vita quotidiana. Spostare una famiglia lontano da tutto questo può risolvere il problema di dove dormirà quella sera. Non quello di come riuscirà a vivere dal giorno successivo. Considerare Spin Time come un insieme di persone da distribuire tra alberghi, residence e strutture di accoglienza significa ignorare ciò che è cresciuto dentro quell’edificio in tredici anni. Nello stabile vivevano circa 400 persone provenienti da 27 nazionalità, ma quelle mura non offrivano soltanto un tetto. Ospitavano una comunità capace di costruire servizi, cultura, assistenza e forme quotidiane di solidarietà aperte al quartiere. Negli spazi dell’ex sede dell’Inpdap erano nati un doposcuola frequentato anche dai bambini delle scuole vicine, sportelli di tutela sociale, attività di medicina solidale, presidi sindacali, una biblioteca, un auditorium, uno studio di registrazione, una falegnameria, una camera oscura e un’osteria. C’erano inoltre luoghi dedicati allo studio, al lavoro, alla formazione e alla socialità. Ventiquattro associazioni partecipavano alla vita dell’edificio, frequentato ogni anno da migliaia di persone. Spin Time aveva offerto una casa a chi era stato escluso da un mercato degli affitti ormai inaccessibile, ma aveva anche creato una rete di relazioni e servizi che non può essere misurata soltanto attraverso il prezzo al metro quadrato. Quando una madre aveva bisogno di aiuto, sapeva a chi rivolgersi. Se un bambino incontrava difficoltà a scuola, trovava un doposcuola. Chi non riusciva a orientarsi tra documenti, cure e diritti poteva contare su uno sportello o su qualcuno disposto ad accompagnarlo. Se un anziano stava male, c’era una comunità capace di accorgersene. Una ricerca realizzata nel 2022 da Open Impact, realtà che collabora con l’Università di Milano-Bicocca, aveva stimato in 71,5 milioni di euro il valore sociale generato dalle attività e dai servizi sviluppati nello stabile. La metodologia può essere discussa, ma il dato mostra una differenza fondamentale: il valore finanziario di un immobile non coincide con quello prodotto da chi lo abita, lo cura e lo rende accessibile alla città. La proprietà considera il valore patrimoniale dell’edificio e gli interessi dei propri investitori. Le istituzioni non possono fermarsi a questo. Devono tenere conto anche di ciò che un bilancio immobiliare non registra: il sostegno ai minori, la prevenzione del disagio, l’integrazione, la cultura e la capacità di offrire risposte dove il sistema pubblico non riesce ad arrivare. Disperdere gli abitanti non significa quindi soltanto trasferire delle persone. Significa rischiare di spezzare relazioni costruite in tredici anni e cancellare un patrimonio collettivo che nessun contributo economico potrà facilmente ricostruire. Restano poi alcune domande decisive. Quanto dureranno le sistemazioni? Quante persone potranno beneficiarne? Che cosa accadrà una volta esauriti i fondi? Le famiglie saranno nuovamente trasferite o avranno accesso a percorsi abitativi stabili? Senza risposte, lo stanziamento rischia di diventare una liquidazione sociale: una somma una tantum per ridurre l’emergenza più visibile, liberare progressivamente l’area e spostare altrove il problema. Dividendo idealmente 500mila euro per circa 400 abitanti si ottengono 1.250 euro a persona. È un calcolo puramente indicativo, perché i costi riguarderanno nuclei familiari, servizi e strutture differenti. Rende però evidenti le proporzioni: quella cifra può comprare tempo, non centinaia di case. E quando il denaro sarà esaurito, il problema rischierà di ripresentarsi, aggravato dalla dispersione delle persone e dall’indebolimento della loro rete di solidarietà. C’è chi sostiene che gli abitanti debbano semplicemente entrare nelle graduatorie per l’edilizia residenziale pubblica e aspettare il proprio turno. Le graduatorie devono essere rispettate: chi attende da anni non può essere arbitrariamente scavalcato. Ma inserire altre centinaia di persone in una lista non crea una sola casa in più. Gli alloggi pubblici disponibili sono troppo pochi e i tempi delle assegnazioni restano lunghissimi. La vera ingiustizia non è il conflitto tra chi viveva a Spin Time e chi attende una casa popolare. Entrambi subiscono lo stesso fallimento: l’assenza di un patrimonio abitativo pubblico sufficiente. Trasformare la vicenda in una guerra tra poveri serve soltanto a evitare la domanda principale: perché una città piena di edifici vuoti non riesce a garantire una casa a chi ne ha bisogno? Roma dispone, direttamente o attraverso altri enti, di un enorme patrimonio immobiliare. Esistono edifici inutilizzati o sottoutilizzati appartenenti allo Stato, alla Regione, a Roma Capitale, alla Città metropolitana, agli enti pubblici e alle società partecipate. Serve un censimento trasparente di questo patrimonio, seguito da un piano straordinario di recupero per trasformare gli edifici abbandonati in case popolari, abitazioni sociali e servizi di quartiere. Occorrono investimenti per ristrutturare gli immobili esistenti, acquistarne altri e aumentare davvero il numero degli alloggi disponibili. Anche per Spin Time bisogna continuare a cercare una soluzione che non disperda ciò che è stato costruito. Va riaperto il confronto sull’acquisizione dello stabile o individuato un altro spazio adeguato, capace di garantire agli abitanti una prospettiva stabile e di preservare le attività sociali e culturali. I 500mila euro saranno utili soltanto se inseriti in un percorso trasparente orientato verso una soluzione duratura. Se serviranno semplicemente a finanziare l’allontanamento degli abitanti, diventeranno una mancia costosa con cui si sarà tentato di chiudere una questione politica e sociale. Le famiglie non sono un’emergenza da nascondere in qualche struttura lontana. Spin Time non è un fascicolo da archiviare e una comunità non può essere liquidata con un assegno. La dignità non si compra un tanto al chilo. E una casa, prima ancora di essere un immobile, è il posto nel quale una persona può finalmente smettere di chiedersi dove dormirà domani.   Giovanni Barbera
August 12, 2026
Pressenza
Spin Time, il giallo sul Viminale: chi ha cercato di ostacolare la soluzione?
Il deputato di Fratelli d’Italia Perissa chiama in causa governo e Ministero dell’Interno, ma il Viminale nega intromissioni. Piantedosi chiarisca. Intanto centinaia di persone aspettano una soluzione abitativa. C’è un passaggio nella vicenda di Spin Time che rischia di finire in secondo piano e che invece merita qualche spiegazione in più. Riguarda il ruolo del Viminale e nasce, curiosamente, dalle parole di un esponente della stessa maggioranza di governo. Marco Perissa, deputato di Fratelli d’Italia e presidente romano del partito, parlando in un video della situazione dell’edificio di via di Santa Croce in Gerusalemme ha affermato che “il Viminale e il governo Meloni hanno fatto sapere che non c’erano i presupposti di legalità e sicurezza per rientrare nell’immobile”. Una frase piuttosto netta. Il problema è che, secondo quanto ricostruito da il manifesto, il Ministero dell’Interno avrebbe escluso qualsiasi propria intromissione nella vicenda e anche qualsiasi interlocuzione con il fondo proprietario dell’edificio. Qualcosa, evidentemente, non torna. Se il Viminale non è intervenuto, che cosa significa esattamente che Ministero e governo Meloni “hanno fatto sapere”? Chi ha comunicato quella posizione, a chi e attraverso quale canale? Se invece dal governo è arrivata qualche indicazione, anche informale, sarebbe utile sapere quale e soprattutto a chi sia stata rivolta. Non è una questione di lana caprina, né il tentativo di costruire un piccolo giallo estivo. Bisogna capire se il Viminale abbia avuto un ruolo esclusivamente nelle valutazioni sulla sicurezza e sulla possibilità di rientrare nell’edificio oppure se abbia messo, per così dire, una “manina” anche nel percorso con cui Roma Capitale stava cercando una soluzione più complessiva. Sono due questioni molto diverse. Dopo l’incendio e il sequestro era inevitabile verificare le condizioni dello stabile e su questo devono pronunciarsi gli organismi tecnici competenti. Altra cosa è la trattativa avviata dal Campidoglio e l’ipotesi di arrivare all’acquisizione dell’immobile. Le parole di Perissa assumono un peso ancora maggiore perché Fratelli d’Italia aveva già contestato apertamente l’ipotesi di acquisto avanzata dal sindaco Roberto Gualtieri. Matteo Piantedosi dovrebbe quindi chiarire che cosa è accaduto. Se non c’è stato alcun intervento politico, tanto meglio, ma allora bisogna spiegare da dove nascano le affermazioni di Perissa. Se invece qualcosa è stato “fatto sapere”, è legittimo conoscere contenuto e destinatari di quella comunicazione. Nel frattempo, mentre la politica discute su chi abbia fatto o non abbia fatto cosa, ci sono centinaia di persone che hanno perso il luogo nel quale vivevano. Ed è questo il punto che non dovrebbe mai scomparire. Dietro la parola “occupanti”, diventata ormai una specie di lasciapassare linguistico per evitare qualsiasi altra discussione, ci sono famiglie, bambini, anziani, lavoratori e persone fragili. Si può discutere dell’occupazione, della proprietà dell’immobile e naturalmente del rispetto delle regole, ma nessuna di queste discussioni fa sparire le persone. Se si dice no all’acquisizione di Spin Time e contemporaneamente si sostiene che non debba essere destinato agli abitanti neppure un altro immobile pubblico, resta una domanda molto concreta: dove dovrebbero andare? Lo ha ricordato, da un altro punto di vista, anche Koldo Casla, relatore speciale delle Nazioni Unite sul diritto a un alloggio adeguato, chiedendo alle autorità italiane una soluzione di lungo periodo e richiamando la necessità che le sistemazioni temporanee garantiscano dignità, sicurezza, privacy e unità delle famiglie. Non è un’ingerenza esotica dell’ONU nelle vicende romane. L’Italia ha ratificato il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, che comprende il diritto a un alloggio adeguato. La legalità, insomma, non è un concetto che funziona in una sola direzione. Esiste la legalità che impone il rispetto delle proprietà e delle decisioni dell’autorità giudiziaria ed esiste quella che obbliga le istituzioni a misurarsi con i diritti fondamentali e con una condizione sociale che a Roma è ormai impossibile ignorare. Spin Time è soltanto la manifestazione più visibile di un problema molto più grande: affitti sempre più difficili da sostenere, sfratti, graduatorie interminabili per le case popolari e famiglie costrette a spendere una quota enorme del proprio reddito per avere un tetto. E, contemporaneamente, immobili pubblici vuoti o sottoutilizzati. Continuare a intervenire soltanto quando esplode un’emergenza significa spendere risorse in alberghi e sistemazioni provvisorie per ritrovarsi, qualche mese dopo, davanti allo stesso problema. La sicurezza non è soltanto un cancello chiuso o un edificio sgomberato. Per una famiglia sicurezza significa sapere dove dormirà il mese successivo, poter mandare i figli nella stessa scuola, avere un reddito e non rischiare continuamente di perdere la casa. Nei giorni scorsi abbiamo proposto un censimento del patrimonio immobiliare pubblico inutilizzato e un piano per recuperarlo a fini abitativi. Quella resta, a nostro avviso, una delle strade da percorrere. Ma oggi c’è anche una questione molto più immediata alla quale dare risposta: che cosa è realmente accaduto nella vicenda Spin Time e che ruolo ha avuto il governo? Ed è qui che si torna alle parole di Perissa e alle domande sul Viminale. Piantedosi chiarisca se qualcuno dal Ministero o dal governo abbia “fatto sapere” qualcosa sulla vicenda Spin Time e, in caso affermativo, che cosa e a chi. Se invece non è accaduto, sarà Perissa a dover spiegare perché abbia attribuito pubblicamente quella posizione al Viminale e al governo Meloni. Non per alimentare un’altra polemica, ma perché quando una vicenda riguarda il destino di centinaia di persone, sapere chi decide, che cosa decide e perché dovrebbe essere il minimo che si possa pretendere dalle istituzioni.   Giovanni Barbera
August 10, 2026
Pressenza
Spin Time, Roma e l’emergenza casa: “Basta soluzioni tampone, serve la città pubblica”
Spin Time non è soltanto la storia di un palazzo occupato. È lo specchio di una città dove migliaia di famiglie hanno un problema con la casa, mentre una parte del patrimonio immobiliare pubblico resta vuota, inutilizzata o viene dismessa. Ed è anche il simbolo di una contraddizione sempre più evidente: mentre il diritto all’abitare arretra, case e immobili diventano terreno di rendita e speculazione. Il 7 agosto, davanti allo stabile di via di Santa Croce in Gerusalemme, si è svolta una partecipata assemblea pubblica alla quale ha preso parte anche il sindaco Roberto Gualtieri. Davanti al cancello ancora chiuso e presidiato dalle forze dell’ordine si sono ritrovati abitanti, cittadini e realtà sociali. Gualtieri ha spiegato che il tentativo del Comune di raggiungere un accordo con la proprietà era fallito. Roma Capitale aveva avanzato una proposta concreta: farsi carico dei lavori necessari per rendere nuovamente sicuro lo stabile, stimati intorno agli 800 mila euro e riconoscere alla proprietà un corrispettivo per l’utilizzo temporaneo dell’immobile per 60-90 giorni. Questo avrebbe consentito almeno alle persone più fragili, a partire dalle famiglie con bambini, di rientrare rapidamente. Nel frattempo il Comune avrebbe chiesto all’Agenzia delle Entrate di determinare il valore dell’immobile per avviare il percorso verso l’acquisizione pubblica. La proprietà, però, ha detto no. Non sono bastati il coinvolgimento della Prefettura e della Curia e la disponibilità del Campidoglio a sostenere direttamente i costi dell’operazione. Ed è difficile non vedere la contraddizione: da una parte centinaia di persone che chiedono una soluzione abitativa, dall’altra le logiche della proprietà e della valorizzazione economica dell’immobile. È qui che emerge un problema ben più grande di Spin Time. A Roma la crisi abitativa convive da anni con una fortissima pressione speculativa sul patrimonio immobiliare. Case e palazzi vengono considerati prima di tutto beni da valorizzare sul mercato, mentre la loro funzione sociale passa in secondo piano. Quando il valore di mercato prevale sul diritto all’abitare, a pagare il prezzo più alto sono inevitabilmente le fasce più deboli della popolazione. Nel frattempo la destra, dal Governo alla Regione Lazio fino al Campidoglio, ha trasformato Spin Time nell’ennesimo terreno di scontro politico. Si è parlato soprattutto di occupazione, illegalità e sgombero, molto meno di cosa fare concretamente per centinaia di persone rimaste fuori dallo stabile. Gli attacchi contro qualsiasi ipotesi di intervento pubblico hanno inoltre contribuito a rendere ancora più difficile una soluzione. Di fronte al rifiuto della proprietà, Gualtieri ha firmato un’ordinanza per garantire agli abitanti una sistemazione temporanea, fino a 60 giorni, nelle strutture disponibili, in attesa di una soluzione alternativa. Ma il punto politico è proprio questo: Roma può continuare ad aspettare che esploda un’emergenza prima di occuparsi seriamente della casa? La precarietà abitativa non è una fatalità caduta dal cielo, né un’anomalia soltanto romana. È anche il risultato di scelte precise e di decenni di politiche pubbliche insufficienti. Mentre cresceva il bisogno di case a prezzi accessibili, si dismetteva parte del patrimonio pubblico, si riducevano drasticamente gli investimenti nell’edilizia popolare e si lasciava che fosse sempre più il mercato a determinare chi potesse permettersi di vivere in città. Burocrazia, ritardi e mancanza di una strategia hanno fatto il resto. Spin Time dovrebbe diventare l’occasione per cambiare metodo. Partiamo da una domanda molto semplice: quanti immobili pubblici vuoti o sottoutilizzati ci sono oggi a Roma? Quanti appartengono allo Stato, a Roma Capitale, alla Regione, alla Città Metropolitana, agli enti pubblici o alle società partecipate? Quanti potrebbero essere recuperati e destinati all’edilizia pubblica e sociale invece di essere lasciati vuoti o al degrado? Serve un censimento pubblico, completo e trasparente di questo patrimonio. Ma il censimento da solo non basta. Deve essere il punto di partenza di un Piano straordinario per recuperare gli immobili pubblici inutilizzati e destinarli all’edilizia residenziale pubblica, all’emergenza abitativa e ai servizi per i quartieri. Per decenni il pubblico ha venduto e privatizzato parte del proprio patrimonio. Oggi, quando esplode l’emergenza abitativa, rischia di dover ricomprare dai privati, a prezzi di mercato, ciò che un tempo era pubblico. È anche attraverso queste dismissioni che si sono aperti nuovi spazi alla rendita e alla speculazione immobiliare. Si privatizzano beni collettivi, il mercato ne determina il valore e, quando nasce un bisogno sociale, alla collettività viene presentato il conto. È un modello che non funziona. Spin Time è il simbolo di una città nella quale la casa è diventata sempre più una merce e un investimento e sempre meno un diritto. Roma deve cambiare strada e tornare a costruire la “città pubblica”: recuperare gli immobili inutilizzati, aumentare l’offerta di case popolari, fermare la dismissione indiscriminata del patrimonio pubblico e sottrarre pezzi di città alle logiche speculative. La casa è un diritto. Roma deve governare il problema dell’abitare, non limitarsi a rincorrere la prossima emergenza.   Giovanni Barbera
August 8, 2026
Pressenza
Affaire Montedomini: nessuna autocritica da parte di Funaro
Secondo la sindaca Funaro, finalmente intervenuta il 4 settembre in Consiglio comunale, non c’è alcuna autocritica da fare da parte di un’amministrazione che, o non ha vigilato come avrebbe per norma dovuto, o ha accettato la gestione dell’asp Montedomini così … Leggi tutto L'articolo Affaire Montedomini: nessuna autocritica da parte di Funaro sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
I paradossi dell’abitare che il Piano Casa rischia di non risolvere
Sono esattamente 79.568.700 gli immobili censiti (con un aumento di circa 465 mila unità rispetto all’anno precedente)  e le unità residenziali rappresentano circa il 45%, per un totale di quasi 36 milioni di abitazioni. Oltre il 50% dello stock immobiliare italiano è ad uso abitativo e le prime tre Regioni per numero di immobili sono Lombardia, Lazio e Veneto. Il patrimonio residenziale nazionale conta 35,8 milioni di abitazioni, con una superficie media di 118 metri quadrati e da una consistenza media di 5,5 vani. Un dato che cela comunque una forte eterogeneità: le abitazioni ultrapopolari presentano una consistenza media di appena 2,3 vani e una superficie di circa 58 metri quadrati, mentre le abitazioni signorili raggiungono mediamente 11,4 vani e una superficie di circa 300 metri quadrati. Gli immobili produttivi valgono quasi un terzo della rendita catastale e oltre 3,8 milioni di immobili sono senza rendita catastale. Aumentano le abitazioni civili e i villini, mentre diminuiscono le categorie popolari. Diminuiscono anche gli uffici, ma aumentano gli immobili ad uso collettivo. Sono alcune delle evidenze che emergono dal Rapporto “Statistiche Catastali 2025- Catasto fabbricati”, a cura della Divisione Servizi Direzione Centrale Servizi Estimativi e Osservatorio Mercato Immobiliare diretta da Gianni Guerrieri. Lo stock immobiliare italiano nel 2025 è aumentato dello 0,6%, circa 465 mila unità in più del 2024 ed è per quasi il 90% di proprietà di persone fisiche, il 10,8% è detenuto da persone non fisiche e una quota residua, circa lo 0,2%, riguarda proprietà comuni. La rendita catastale complessiva attribuita allo stock immobiliare italiano ammonta, nel 2025, a oltre 39 miliardi di euro, di cui quasi il 61% relativo ad immobili di proprietà delle persone fisiche (circa 23,6 miliardi di euro) ed il restante 39,4% (oltre 15,3 miliardi di euro) è detenuto dalle PNF. Risulta pari a 31,3 milioni di euro (solo lo 0,1% del totale) la rendita catastale dei Beni Comuni Censibili. Rispetto al 2024, la rendita catastale è aumentata di quasi 263 milioni di euro, +0,7%. Lo stock abitativo è soprattutto di proprietà delle persone fisiche, oltre 33 milioni di unità, e rappresenta il 93,2% del totale. Alle PNF risultano intestate meno di 2,5 milioni di unità e sono circa 10,9 mila le abitazioni tra i beni comuni. Tra le categorie catastali delle abitazioni, quelle che presentano una maggior quota di unità delle PNF rispetto al dato complessivo, sono le abitazioni di maggior pregio. Le Statistiche Catastali 2025 evidenziano una crescita costante del nostro patrimonio immobiliare, con un peso sempre più forte del comparto residenziale e di quello degli immobili produttivi. Si tratta di evidenze che mal si conciliano con la crisi abitativa con la quale tante famiglie sono costrette a fare i conti. Le case ci sono, ma spesso sono vuote, restano sfitte o  inaccessibili a causa di prezzi proibitivi. Milioni di immobili risultano inutilizzati e tanti altri vengono convertiti in locazioni turistiche a breve termine, riducendo così drasticamente l’offerta di alloggi per residenti e lavoratori a lungo termine e facendo lievitare i canoni. Per non parlare del progressivo disimpegno pubblico nella realizzazione di alloggi popolari, con l’aumento progressivo di persone che non possono accedere al libero mercato, ma che non hanno però i requisiti per l’edilizia residenziale. E anche il Nuovo Piano Casa Italia del Governo, che punta a immettere più alloggi sul mercato attraverso il recupero del patrimonio pubblico inutilizzato e la promozione dell’housing sociale, a parere di molti non appare idoneo a superare la crisi abitativa in atto. Anche l’Istituto Nazionale di Urbanistica – INU, intervenendo in audizione presso la Commissione Ambiente della Camera dei deputati ha presentato critiche puntuali su vari aspetti del Piano. “Innanzitutto – si legge nella relazione – si riscontrano elementi problematici e contraddittori nella natura del Piano, che, nonostante il titolo, si configura piuttosto come un bando per l’erogazione di contributi pubblici (nonché generose semplificazioni procedurali) ai privati, al di fuori di qualsiasi programmazione sia nazionale che locale e a fronte di proposte casuali dei privati”. A parere dell’INU manca “un approccio concreto di pianificazione e programmazione di una strutturale politica abitativa e relativa alimentazione di adeguate risorse”. Poi, sostiene l’INU, le risorse sono insufficienti: “Si tratta infatti di fondi pubblici di entità molto contenuta” e per di più “la distribuzione di questi fondi avverrà in un arco temporale di 5 annualità (2026-2030), nonostante il progressivo intenso aumento degli sfratti (oltre 20.000/anno) e un bisogno inevaso (e stimato da molte fonti e studi) di almeno 650.000 alloggi”. Per l’INU è poi “inaccettabile il processo di alienazione di patrimonio pubblico, come finalità ed esito delle indicazioni del Piano. Ci riferiamo alla facoltà di trasferire quote di alloggi, ora inutilizzati, dall’edilizia sovvenzionata (cioè pubblica) a edilizia per altri regimi, nella forma convenzionata in primis, attraverso il ricorso a operazioni di partenariato pubblico – privato, sotto la guida di Invitalia spa. Si rischia in tal modo di perdere una parte dello stock di alloggi pubblici a favore di soggetti privati, i quali non si pongono credibilmente l’obiettivo prioritario (dichiarato invece nel Piano Casa) di migliorare il mix sociale e generazionale dei quartieri popolari, ma piuttosto di trarre profitto da operazioni in luoghi maggiormente attrattivi (molti quartieri popolari storici si trovano nelle aree più centrali e immobiliarmente appetibili).” (https://www.inu.it/wp-content/uploads/audizione-inu-per-pianocasa-maggio-2026.pdf). Ricordiamo che l’INU a luglio scorso ha presentato in Senato una sua proposta di legge di principi per il governo del territorio: https://www.inu.it/wp-content/uploads/appendice-ui-313-legge-principi-def.pdf. Qui le Statistiche Catastali 2025 – Catasto fabbricati dell’Agenzia delle Entrate – Osservatorio del Mercato Immobiliare: https://www.agenziaentrate.gov.it/portale/documents/d/guest/statistiche_catastali_2025.     Giovanni Caprio
July 19, 2026
Pressenza
Il diritto a dis-abitare
Quella che si propone di seguito è una fotografia in movimento. Un’istantanea, non definitiva ma comunque abbastanza realistica, di cosa sia diventato nel 2026 il diritto all’abitare in Italia. Nello specifico, quella che viene presentata è una storia/intervista realizzata in prima persona a qualcuno che questo cosiddetto diritto l’ha perso e quindi, risulta essere un vero e proprio “dis-abitante”. Ovvero una persona che non ha un posto dove stare e di conseguenza, vive in strada. Sembrerebbe in modo irreversibile, se certe cose non tenderanno a cambiare (e velocemente) nei prossimi tempi. In tal senso, la fotografia non è nemmeno così sconosciuta o singolare: secondo dati ISTAT dell’inizio 2026 infatti, le persone attualmente senza fissa dimora avrebbero raggiunto quota 96 mila persone, di cui circa il 70% di origine straniera. Mentre sempre a riguardo alle persone straniere presenti sul territorio italiano, sarebbero circa 1 milione e 700 mila quelle in condizioni di povertà assoluta con un’incidenza oltre quattro volte superiore ai cittadini italiani (dati ISTAT del 2022). Il protagonista assoluto di questa storia/intervista, è Amir che ha 34 anni e vive in Italia da 7. Anche se, a dirla tutta, è partito dal Pakistan che ne aveva 15 con il sogno, non del tutto dimenticato, di continuare a studiare. Magari anche laurearsi all’Università, «in Matematica». «Anche perché» – prosegue Amir – «in Pakistan ho sempre dovuto  lavorare fin da quando ero piccolo. Prima, in officina meccanica con mio padre. Poi, quando abbiamo perso tutto con la guerra, anche come muratore vicino la capitale Islamabad». Amir giura: «non mancando un singolo giorno di lavoro da quando ho iniziato». Esagerando, è chiaro. Amir è un ragazzo che ci tiene a risultare simpatico. «Dopo un viaggio lunghissimo, nel 2019 sono finalmente arrivato in Italia e mi è subito piaciuta tanto, davvero un bel posto. Tanto che quando ci sono arrivato, dopo essere stato qualche anno in Germania e anche in Belgio, ho davvero pensato di fermarmi a vivere qua, in Italia. Ma poi ho cambiato idea. Tu lo sai perché». > A questo punto, chiedo ad Amir perché abbia cambiato idea: «L’Italia è un > paese molto bello, ma pieno di problemi. Ti faccio un esempio: la prima volta > che sono arrivato in Italia ho abitato a Pioltello, poi a fine del 2021 mi > sono trasferito a Milano, quasi in centro, ma vivevamo in 10 nella stessa > casa. Tutti bravi ragazzi, gente straniera come me, che voleva solo lavorare e non fare problemi. Ma te lo immagini? Eh? Te lo immagini tu, 10 persone che vivono insieme in un appartamento da 4, massimo 5 persone?». Amir è un ragazzo serio, pacato e intelligente, lo si vede soprattutto da come pone le domande retoriche. Intelligente in verità, lo è sempre stato fin da bambino, a sentir lui. Precisamente da quando frequentava la scuola coranica di Chaman, sul confine con l’Afghanistan e il suo maestro, tale Imam Mohammad, lo considerava, «uno dei primi della classe. Te lo giuro» – afferma Amir – «potesse punirmi Allah se dico il falso. Anche se, a dire la verità, a scuola ci sono potuto andare pochissimo, 6 anni in totale. Il motivo è semplice: la mia famiglia viveva con niente, eravamo poverissimi e sono stato subito costretto a lavorare. Prima ho detto solo “in officina meccanica con mio padre”, ma la verità è che fin dall’infanzia, per sopravvivere, ho fatto qualsiasi cosa la mia famiglia mi chiedesse di fare. Una volta, ti racconto: con mio zio sono stato aldilà del confine con l’Afghanistan, figurati che paura che avevo. Dovevamo consegnare quattro camion di corns, come si dice in italiano: tipo pannocchie. Le dovevamo portare lontano, se non sbaglio in un campo dell’esercito americano o dell’ISAF (l’International Security Assistance Force, di cui faceva parte anche l’Esercito italiano) non ricordo bene, vicino Kandahar, in Afghanistan. Avevo 13 anni in quel momento. A un certo punto, quasi arrivati a destinazione, incontriamo un posto di blocco americano. I soldati dicono a mio zio Hussain, che in quel momento guidava il camion, di scendere e mostrare i documenti. Io quindi – prova ad immaginare, avevo 13 anni appena compiuti – in un attimo, siccome forse avremmo dovuto spostare i quattro camion, mi sono trovato alla guida di un mezzo che sarà pesato 2 tonnellate, forse di più. E pensa, l’avevo provato a guidare solo un paio di volte in tutta la mia vita! Non riuscivo più a muovermi. Ero completamente bloccato dalla paura». A questo punto, chiedo ad Amir di andare avanti. Anche perché dobbiamo tornare parlare di come vive in Italia. «Sì, adesso finisco. Passata circa un’ora, zio Hussain non è ancora tornato. Da quello che ci dicono, sembra che i talebani abbiano appena colpito una zona nella periferia est di Kandahar e per questo motivo, non può entrare e uscire finché quelli là non smettono di spararsi. Dopo 10 minuti infatti, anche noi sentiamo distintamente le prime esplosioni. Raffiche di mitragliatrice, colpi di mortaio, mentre ci sorvolano sulla testa gli elicotteri americani che vanno nella direzione delle montagne, quelle a punta aguzza dietro Kandahar. Non ricordo con precisione ma saranno state le 3-4 di notte». Nonostante si debba parlare d’altro, chiedo ad Amir cosa abbia fatto a quel punto. «Io, intanto, sono rimasto ancora sul camion. Anche perché i soldati ci tenevano sotto tiro coi mitra e dicevano che non era possibile scendere. Mi tremano le mani solo a ricordarmi la scena, pensa te. È chiaro no? Se i soldati del posto di blocco decidono che siamo talebani, sparano e ci uccidono tutti quanti». Detto questo, Amir appoggia entrambi i palmi delle mani sul tavolo dell’ufficio, quasi che per un attimo sembrerebbe concentrarsi solo qui, precisamente in questo punto della stanza e in nessun altro posto al mondo. «In breve, l’attacco talebano non è finito e abbiamo dovuto fare marcia indietro. Tornare a Chaman, in Pakistan. Ovviamente, senza lo zio Hussein che è stato arrestato e poi trattenuto in prigione per quasi quattro mesi. Anzi cinque, se non sbaglio. In pratica, gli americani l’avevano preso per un talebano, anche se ti giuro: non conosco nessuno meno talebano di mio zio Hussein. Per concludere questa piccola storia, ho fatto l’unica cosa che potevo fare: ho guidato indietro fino al confine col Pakistan, un camion da 2 tonnellate che faceva sbandate da tutte le parti. Un po’ per le buche, un po’ perché era proprio storto il camion… ovvio, anche perché era ancora piegato sotto il peso dei corns che portava. Puoi credermi». Arrivato alla fine del suo racconto, Amir riappare finalmente rilassato, distende i muscoli del collo che tornano in una postura quasi normale: «Se sono arrivato a casa quella volta, è perché l’ha voluto Allah. Hai presente chi? Dio, come lo chiami tu». Ad Amir era stata chiesta un’intervista sulla sua condizione abitativa ma ormai dovreste averlo capito: Amir è uno a cui piace prenderla un po’ alla larga. «Dicevo, ho sempre lavorato. Ed è vero. A Milano ho lavorato come lavapiatti per un paio d’anni. In nero, è chiaro. La paga era bassissima, 5 euro l’ora. Ma almeno mangiavamo gratis e la domenica era libera. Poi, alla fine del 2023, ci hanno licenziati dall’oggi al domani, tutti e due i lavapiatti. Io e un altro ragazzo che veniva dal Pakistan, Shah. Un ragazzo troppo buono, semi-analfabeta, che il padrone chiamava “Shandro”, prendendolo in giro e non solo: una volta, gli ha pure tirato una pentola molto pesante sulla schiena. Una scena orribile, che mi fa tanta rabbia ancora oggi se ci penso. > Adesso però, ti racconto della mia casa. All’epoca di queste brutte cose che > ti sto raccontando, vivevo in un appartamento in centro a Milano. Lo > condividevo con altri nove uomini. Dieci in totale. Tutti tra i 20 e i 30 > anni. Anche se il più vecchio in assoluto che è passato da quel posto, avrà avuto almeno 50 anni secondo me. Ricordo anche che non c’era la lavatrice e dovevo usare quella a gettoni. E avevamo un solo bagno per tutti quanti. Pagavo 350 euro al mese, più 50 di spese per le bollette. Sai fare i conti tu? In totale, fanno più di 3mila euro ogni mese per un singolo appartamento. Escluso luce, gas e tutto il resto. Non si può vivere così. Ma ti dico: non è il peggio che ho visto». Arrivato a questo punto dell’intervista, Amir sospira. È molto sconsolato, ma soprattutto stanco. «Adesso vivo in giro. Vivo fuori. Non ho una casa, te l’ho già detto tante volte. E mi servirebbe un aiuto per trovarla». A questo riguardo, Amir decide che mi deve parlare di lavoro. «A Brescia ero venuto per lavorare in fabbrica, fare l’operaio. Mi pagavano 8 euro l’ora e 10 euro per lo straordinario. Tanti soldi, credi a me. Ma poi, non mi hanno rinnovato il contratto perché l’azienda non fa i contratti indeterminati ai pakistani e quindi, non è andata bene. Tra l’altro, una settimana dopo mi hanno anche buttato fuori da dove ero ospitato e adesso vivo là, in una casa abbandonata in via… [per tutelare Amir, non si può dire dove vive effettivamente]. > Ma come sai bene, è un posto molto brutto. Non c’è niente, solo l’acqua. Ci > viviamo in tre. Io da febbraio, mentre gli altri due che vivono lì, sono > arrivati addirittura da prima dell’inverno che quest’anno è stato molto > freddo. Quando sono arrivato a Brescia mi ricordo che c’era -2, tanto ghiaccio > e nebbia che non si vedeva niente. Gli altri due erano già lì da qualche mese, > tipo ottobre, ed erano sopravvissuti non so come. Ma inshallah, sopravviveremo ancora tutti e tre. Anche se, a volte, è davvero difficile, te l’ho già detto. Adesso ho bisogno di una casa vera dove vivere». A questo punto dell’intervista, Amir alza il braccio destro. Come si può ben vedere, ha una grossa fasciatura che gli avvolge completamente il gomito. E aggiunge: «questo è successo perché ho trovato un ladro che stava rubando. Un giorno, torno da lavoro e trovo un ragazzo che sta portando via le nostre borse. Io subito grido forte e gli salto addosso da dietro cercando di fermarlo. In quel momento, mi è venuta tanta rabbia che volevo ucciderlo. L’avrei ucciso davvero, credimi, se solo avessi potuto. Invece, lui è riuscito a scappare e mi sono fatto male io. Quei due che vivono con me, dicono che il ladro cercava i soldi o la droga nelle borse. Dicono che era un drogato, uno che fuma e usa quella schifezza. Io non lo so chi fosse quel ladro, ma non ho mai toccato la droga in tutta la mia vita e mai lo farò. Comunque, è venuta a prendermi l’ambulanza per la botta che ho preso. E c’era anche la polizia, ma quella vestita di nero (ovviamente, Amir intende i carabinieri). Loro sanno benissimo che noi siamo qui, viviamo in questo posto abbandonato senza luce elettrica e non ci dicono niente. Altrimenti dovrebbero occuparsi di noi e invece, se fanno così possono andare via e lasciarci qui». Chiedo ad Amir se anche adesso lavora, e dove: «Certo che lavoro. Te l’ho già detto che lavoro da sempre. Nello specifico, adesso lavoro per un’azienda agricola vicino Brescia, in una ditta dove c’è tanto lavoro e mi hanno fatto il contratto determinato che scade tra un paio di settimane. Infatti, spero che mi facciano il rinnovo, altrimenti dovrò cercare un altro lavoro e non ho voglia. Mi piace quella ditta, mi pagano bene: 7 euro l’ora. E mi passano anche a prendere la mattina con il furgone. Alla fine, se ci pensi, è comodo. Poi però, senza casa è comunque difficile lo stesso. > Per cui devi cercare per forza di andare nel dormitorio, anche se i posti nei > dormitori sono pochi e non c’è nessuno che ti fa dormire a casa sua senza > pagare. E io i soldi ce li ho, io lo posso pagare un affitto! Tu lo sai che > posso pagare un affitto». Sì, lo so che Amir può permettersi di pagare un affitto. A dire il vero, è proprio questo uno dei motivi principali per cui gli ho chiesto l’intervista. «Molto bene, sono contento di aver raccontato un pezzo della mia storia perché la mia situazione è uguale a quella di tanti altri ragazzi. Pakistani e non, che sono venuti in Italia a lavorare ma purtroppo, per una sfortuna o per l’altra, adesso hanno perso la casa e vivono in strada. Anche se magari hanno uno stipendio da 1200 euro al mese e come me, sono costretti a vivere come animali, senza la possibilità di affittare un posto dove dormire». Grazie Amir, ci vediamo al prossimo appuntamento. Foto di copertina di Patrizia Montesanti Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Il diritto a dis-abitare proviene da DINAMOpress.
July 13, 2026
DINAMOpress
Sfratto di una centenaria alla Garbatella, simbolo della crisi abitativa e degli alloggi vuoti a Roma
C’è un contrasto stridente che racconta l’abbandono sociale di Roma: da un lato gli annunci patinati sui grandi progetti urbanistici della città, dall’altro la realtà spietata di migliaia di famiglie che ogni anno subiscono lo sfratto. Questa emergenza silenziosa, ignorata dai grandi media, sta stravolgendo il tessuto umano della Capitale, espellendo i suoi abitanti storici. Le denunce dei comitati degli inquilini e le inchieste pubblicate in questi giorni dai media locali fotografano una situazione impressionante: Roma continua a essere tra le città italiane con il maggior numero di sfratti eseguiti. Dietro quei numeri ci sono persone, famiglie, anziani, lavoratori e bambini costretti ad abbandonare le proprie case senza sapere dove andare. Non è un semplice effetto del mercato. È il risultato di un modello di sviluppo che considera la casa sempre più un investimento finanziario e sempre meno un diritto. La rendita immobiliare, la speculazione e la crescita incontrollata degli affitti turistici stanno espellendo dalla città migliaia di residenti, trasformando interi quartieri in luoghi destinati al turismo o agli investimenti immobiliari. La vicenda della signora Pina, la donna di cento anni residente nei complessi di via Giovanni Andrea Badoero alla Garbatella, rappresenta il simbolo più doloroso di questa deriva. La mobilitazione di numerosi cittadini e cittadine, insieme ai comitati, alle organizzazioni sindacali, ai movimenti, alle forze politiche e ai rappresentanti delle istituzioni, ha impedito finora che quella donna venisse sfrattata dopo aver vissuto per decenni nella stessa casa, ottenendo il rinvio dell’esecuzione. Quel rinvio non è stato un fatto casuale. È il primo risultato di una mobilitazione che ha saputo costruire una rete ampia e determinata. La mobilitazione popolare e il tempestivo interessamento delle istituzioni di prossimità hanno contribuito a evitare che lo sfratto venisse eseguito nell’indifferenza generale. È la dimostrazione che, quando una comunità si mobilita e le istituzioni più vicine ai cittadini scelgono di assumersi le proprie responsabilità, è possibile ottenere risultati concreti e aprire uno spazio per affrontare il problema. Ma il rinvio non cancella il problema. Anzi, lo rende ancora più evidente. La vicenda assume infatti contorni ancora più assurdi se si considera quanto denunciato dagli stessi inquilini e  dagli organi di informazione: nello stesso complesso immobiliare, gestito da una società, oltre cento appartamenti risultano vuoti e inutilizzati. Una situazione che, secondo le segnalazioni dei residenti, si ripete anche in altri complessi della città, da via Rava a viale Marconi fino a via Toscani. È difficile spiegare ai cittadini perché si proceda con gli sfratti mentre numerose abitazioni rimangono chiuse per anni. Case costruite con una funzione sociale vengono lasciate inutilizzate, contribuendo ad alimentare la scarsità di alloggi disponibili e la crescita dei prezzi. È una gestione che favorisce la rendita e penalizza chi cerca semplicemente un luogo dove vivere. Intanto l’emergenza abitativa cambia volto. Non riguarda più soltanto le persone in condizioni di estrema povertà. Sempre più spesso a perdere la casa sono lavoratori dipendenti, pensionati, famiglie monoreddito, giovani coppie e studenti. Persone con un reddito che fino a pochi anni fa consentiva di vivere dignitosamente, ma che oggi non riescono più a sostenere canoni diventati insostenibili. Roma rischia così di trasformarsi in una città dove possono vivere soltanto coloro che hanno redditi più elevati, mentre chi lavora, studia o è in pensione viene progressivamente spinto verso la periferia o addirittura fuori dal territorio comunale. È un modello urbanistico che rompe il tessuto sociale, svuota i quartieri della loro identità e trasforma il diritto all’abitare in un privilegio. Anche il Piano Casa del Governo Meloni, recentemente approvato dal Parlamento, risulta largamente insufficiente rispetto a questa emergenza. Le risorse destinate all’edilizia pubblica restano modeste e il ricorso all’housing sociale affidato ai privati non affronta il nodo principale: gli affitti continuano a essere determinati dai valori di mercato e rimangono inaccessibili proprio per chi rischia lo sfratto. Senza un massiccio investimento pubblico e senza il recupero del patrimonio immobiliare inutilizzato, difficilmente questa situazione potrà cambiare. Ma le responsabilità non riguardano soltanto il Governo. Anche il Comune di Roma e la Regione Lazio non possono limitarsi ad assistere passivamente a questa emergenza. Servono decisioni coraggiose. Occorre rafforzare il coordinamento tra Campidoglio e Prefettura affinché gli sfratti che coinvolgono persone in condizioni di particolare fragilità vengano graduati e accompagnati da soluzioni abitative alternative. Nessuno dovrebbe essere costretto a finire in strada senza un passaggio da casa a casa. Allo stesso tempo è necessario aprire un confronto con i grandi proprietari immobiliari e con gli enti previdenziali che detengono migliaia di appartamenti inutilizzati, accelerare l’assegnazione degli alloggi popolari vuoti, contrastare la speculazione e regolamentare con maggiore efficacia la proliferazione delle locazioni turistiche nelle zone ormai sature. La casa non può essere trattata come una qualsiasi merce finanziaria. È un diritto fondamentale per garantire dignità, sicurezza e coesione sociale. La vicenda della signora Pina dimostra che una parte della comunità cittadina non intende più assistere in silenzio a questa deriva. È da questa esperienza che bisogna ripartire. Le vertenze per il diritto alla casa non possono rimanere episodi isolati, ma devono parlarsi, sostenersi e costruire alleanze sempre più ampie. Difendere la signora Pina significa difendere il diritto di tutti a continuare a vivere nella propria città. Perché una Roma che espelle i suoi abitanti per lasciare spazio soltanto alla rendita e alla speculazione è una città che, poco alla volta, perde anche la propria anima. Al contrario, una comunità che si organizza, resiste e costruisce solidarietà dimostra che cambiare le cose è possibile.   Giovanni Barbera
July 11, 2026
Pressenza