Spin Time, 500mila euro per l’emergenza casa. Ma una comunità non si liquida con un assegnoCinquecentomila euro sono molti o pochi? Dipende da cosa si vuole ottenere.
Possono pagare per qualche tempo alberghi, residence e altre sistemazioni
temporanee. Possono aiutare Roma Capitale a garantire un posto dignitoso a
bambini, anziani e famiglie. Ma non bastano a restituire una casa alle centinaia
di persone che vivevano a Spin Time.
La proprietà dello stabile di via di Santa Croce in Gerusalemme ha annunciato
che metterà questa somma a disposizione dell’emergenza abitativa. Il Comune
individuerà strutture e servizi, mentre i pagamenti saranno effettuati
direttamente dalla proprietà, fino al raggiungimento dell’importo stanziato.
È giusto utilizzare fino all’ultimo euro per aiutare le famiglie. Sarebbe però
sbagliato presentare il contributo come la soluzione del problema. È un
intervento temporaneo, destinato a esaurirsi. Quando i soldi saranno finiti, le
stesse persone avranno ancora bisogno di una casa.
Roma Capitale aveva proposto di sostenere gli interventi necessari per
consentire il rientro temporaneo degli abitanti, assumendosi costi e
responsabilità, mentre sarebbe proseguito il confronto sull’eventuale
acquisizione dell’edificio.
La proprietà ha respinto questa ipotesi, sostenendo che non esistessero le
condizioni di legalità e sicurezza necessarie per un utilizzo, anche
provvisorio, dello stabile. Oggi, però, mette a disposizione 500mila euro per
finanziare le sistemazioni esterne.
La contraddizione è evidente: si accetta di spendere una somma considerevole
affinché le persone vivano altrove, ma non si apre la strada a una soluzione
capace di mantenerle unite e vicine al territorio nel quale hanno costruito la
propria vita.
Questo non rende inutile il contributo. Sarebbe assurdo rinunciare a risorse che
possono offrire un sollievo immediato. Ma la responsabilità sociale non si
misura soltanto contando quanto si è disposti a spendere per amministrare
un’emergenza. Si misura anche dalla volontà di contribuire a una soluzione
duratura.
La domanda, dunque, rimane: quei 500mila euro serviranno ad aiutare gli abitanti
o a finanziare il loro progressivo allontanamento?
Secondo Roma Capitale, fino all’11 agosto era stata trovata una sistemazione
alternativa per circa 160 persone. L’amministrazione ha assicurato che
continuerà a cercare strutture, privilegiando per quanto possibile l’Esquilino e
i quartieri vicini, con particolare attenzione alle famiglie con minori, alla
continuità scolastica e al mantenimento dei legami con il territorio.
Diverse sistemazioni, però, sono state individuate molto lontano. Tra le prime
sette strutture proposte, secondo quanto riferito dagli attivisti, tre si
trovavano fuori dal Grande raccordo anulare. Alcune persone hanno rifiutato il
trasferimento proprio per questa ragione.
È facile giudicare questi rifiuti da fuori. Più difficile è immaginare cosa
significhi, per una famiglia con pochi soldi e senza automobile, essere mandata
a decine di chilometri di distanza. Vuol dire trascorrere ore sui mezzi
pubblici, rischiare di perdere il lavoro, non riuscire ad accompagnare i figli a
scuola o ad accedere facilmente alle cure.
Per chi vive in condizioni di precarietà, la vicinanza non è una comodità.
Spesso è ciò che permette di andare avanti.
Una casa non è semplicemente una stanza con un letto. È il luogo dal quale si
raggiungono il lavoro, la scuola, il medico e le persone sulle quali si può
contare. È la vicina che accompagna un bambino, l’amico che aiuta con un
documento, il doposcuola frequentato dai figli. Sono rapporti che non compaiono
nelle procedure amministrative, ma possono fare la differenza nella vita
quotidiana.
Spostare una famiglia lontano da tutto questo può risolvere il problema di dove
dormirà quella sera. Non quello di come riuscirà a vivere dal giorno successivo.
Considerare Spin Time come un insieme di persone da distribuire tra alberghi,
residence e strutture di accoglienza significa ignorare ciò che è cresciuto
dentro quell’edificio in tredici anni. Nello stabile vivevano circa 400 persone
provenienti da 27 nazionalità, ma quelle mura non offrivano soltanto un tetto.
Ospitavano una comunità capace di costruire servizi, cultura, assistenza e forme
quotidiane di solidarietà aperte al quartiere.
Negli spazi dell’ex sede dell’Inpdap erano nati un doposcuola frequentato anche
dai bambini delle scuole vicine, sportelli di tutela sociale, attività di
medicina solidale, presidi sindacali, una biblioteca, un auditorium, uno studio
di registrazione, una falegnameria, una camera oscura e un’osteria. C’erano
inoltre luoghi dedicati allo studio, al lavoro, alla formazione e alla
socialità.
Ventiquattro associazioni partecipavano alla vita dell’edificio, frequentato
ogni anno da migliaia di persone. Spin Time aveva offerto una casa a chi era
stato escluso da un mercato degli affitti ormai inaccessibile, ma aveva anche
creato una rete di relazioni e servizi che non può essere misurata soltanto
attraverso il prezzo al metro quadrato.
Quando una madre aveva bisogno di aiuto, sapeva a chi rivolgersi. Se un bambino
incontrava difficoltà a scuola, trovava un doposcuola. Chi non riusciva a
orientarsi tra documenti, cure e diritti poteva contare su uno sportello o su
qualcuno disposto ad accompagnarlo. Se un anziano stava male, c’era una comunità
capace di accorgersene.
Una ricerca realizzata nel 2022 da Open Impact, realtà che collabora con
l’Università di Milano-Bicocca, aveva stimato in 71,5 milioni di euro il valore
sociale generato dalle attività e dai servizi sviluppati nello stabile. La
metodologia può essere discussa, ma il dato mostra una differenza fondamentale:
il valore finanziario di un immobile non coincide con quello prodotto da chi lo
abita, lo cura e lo rende accessibile alla città.
La proprietà considera il valore patrimoniale dell’edificio e gli interessi dei
propri investitori. Le istituzioni non possono fermarsi a questo. Devono tenere
conto anche di ciò che un bilancio immobiliare non registra: il sostegno ai
minori, la prevenzione del disagio, l’integrazione, la cultura e la capacità di
offrire risposte dove il sistema pubblico non riesce ad arrivare.
Disperdere gli abitanti non significa quindi soltanto trasferire delle persone.
Significa rischiare di spezzare relazioni costruite in tredici anni e cancellare
un patrimonio collettivo che nessun contributo economico potrà facilmente
ricostruire.
Restano poi alcune domande decisive. Quanto dureranno le sistemazioni? Quante
persone potranno beneficiarne? Che cosa accadrà una volta esauriti i fondi? Le
famiglie saranno nuovamente trasferite o avranno accesso a percorsi abitativi
stabili?
Senza risposte, lo stanziamento rischia di diventare una liquidazione sociale:
una somma una tantum per ridurre l’emergenza più visibile, liberare
progressivamente l’area e spostare altrove il problema.
Dividendo idealmente 500mila euro per circa 400 abitanti si ottengono 1.250 euro
a persona. È un calcolo puramente indicativo, perché i costi riguarderanno
nuclei familiari, servizi e strutture differenti. Rende però evidenti le
proporzioni: quella cifra può comprare tempo, non centinaia di case. E quando il
denaro sarà esaurito, il problema rischierà di ripresentarsi, aggravato dalla
dispersione delle persone e dall’indebolimento della loro rete di solidarietà.
C’è chi sostiene che gli abitanti debbano semplicemente entrare nelle
graduatorie per l’edilizia residenziale pubblica e aspettare il proprio turno.
Le graduatorie devono essere rispettate: chi attende da anni non può essere
arbitrariamente scavalcato. Ma inserire altre centinaia di persone in una lista
non crea una sola casa in più. Gli alloggi pubblici disponibili sono troppo
pochi e i tempi delle assegnazioni restano lunghissimi.
La vera ingiustizia non è il conflitto tra chi viveva a Spin Time e chi attende
una casa popolare. Entrambi subiscono lo stesso fallimento: l’assenza di un
patrimonio abitativo pubblico sufficiente.
Trasformare la vicenda in una guerra tra poveri serve soltanto a evitare la
domanda principale: perché una città piena di edifici vuoti non riesce a
garantire una casa a chi ne ha bisogno?
Roma dispone, direttamente o attraverso altri enti, di un enorme patrimonio
immobiliare. Esistono edifici inutilizzati o sottoutilizzati appartenenti allo
Stato, alla Regione, a Roma Capitale, alla Città metropolitana, agli enti
pubblici e alle società partecipate.
Serve un censimento trasparente di questo patrimonio, seguito da un piano
straordinario di recupero per trasformare gli edifici abbandonati in case
popolari, abitazioni sociali e servizi di quartiere. Occorrono investimenti per
ristrutturare gli immobili esistenti, acquistarne altri e aumentare davvero il
numero degli alloggi disponibili.
Anche per Spin Time bisogna continuare a cercare una soluzione che non disperda
ciò che è stato costruito. Va riaperto il confronto sull’acquisizione dello
stabile o individuato un altro spazio adeguato, capace di garantire agli
abitanti una prospettiva stabile e di preservare le attività sociali e
culturali.
I 500mila euro saranno utili soltanto se inseriti in un percorso trasparente
orientato verso una soluzione duratura. Se serviranno semplicemente a finanziare
l’allontanamento degli abitanti, diventeranno una mancia costosa con cui si sarà
tentato di chiudere una questione politica e sociale.
Le famiglie non sono un’emergenza da nascondere in qualche struttura lontana.
Spin Time non è un fascicolo da archiviare e una comunità non può essere
liquidata con un assegno.
La dignità non si compra un tanto al chilo. E una casa, prima ancora di essere
un immobile, è il posto nel quale una persona può finalmente smettere di
chiedersi dove dormirà domani.
Giovanni Barbera