Per non dimenticare. Tutte le vittime

Pressenza - Saturday, August 8, 2026

Spesso leggiamo articoli, post o partecipiamo a iniziative accompagnate dallo slogan “Per non dimenticare”. In questi giorni, come ogni anno, si ricordano le vittime di Hiroshima e Nagasaki, teatro del primo devastante attacco nucleare contro la popolazione civile, compiuto dagli Stati Uniti nel 1945.

Come sempre, sono stati i civili a pagare il prezzo più alto: uomini, donne e bambini che non avevano scelto la guerra e non avevano alcun potere di fermarla. Attraverso documentari, fotografie e testimonianze abbiamo conosciuto la distruzione di Hiroshima e Nagasaki e le terribili conseguenze di quelle bombe. Eppure, sembra che da quella tragedia, come da tante altre, non abbiamo imparato abbastanza.

I governi e i leader politici, in nome del potere e degli interessi geopolitici ed economici, hanno continuato e continuano ancora oggi a scegliere la guerra, senza fermarsi a riflettere sulle conseguenze e sul prezzo pagato dalle popolazioni civili. Quante altre città sono state bombardate? Quante persone hanno subito l’uso di armi chimiche, del fosforo bianco o di altri strumenti di distruzione? E quante di queste tragedie sono rimaste nell’ombra, senza ricevere l’attenzione che meritavano da parte della politica e dei media?

Eppure continuiamo a ripetere: “Per non dimenticare”. Ma proprio nel cuore di questa espressione si nasconde una contraddizione. Ricordiamo alcune tragedie e ne dimentichiamo molte altre. Perché si commemorano Hiroshima e Nagasaki, mentre altre vittime, in altre parti del mondo, restano quasi sconosciute? Anche qui sembra prevalere una logica ingiusta: se le vittime appartengono a un popolo senza voce o a una tragedia dimenticata, la loro sofferenza riceve meno attenzione e il loro dolore viene raccontato raramente.

La mia terra e il mio popolo sono uno di questi esempi.

Vorrei che, quando si ricordano Hiroshima, Nagasaki e gli effetti devastanti delle armi di distruzione di massa, si ricordasse anche Halabja. Vorrei che si parlasse anche del popolo curdo e di quella città dove, il 16 marzo 1988, il regime di Saddam Hussein utilizzò armi chimiche contro la popolazione civile. Quel bombardamento, ricordato ancora oggi come “il profumo delle mele”, uccise migliaia di persone e colpì un’intera città, lasciando ferite che continuano ancora oggi a segnare i sopravvissuti e le nuove generazioni.

Proprio per dare voce a questa memoria e affinché la tragedia di Halabja non venga dimenticata, ho lavorato affinché anche la città potesse entrare nella rete internazionale impegnata per la pace.

Il 2 settembre 2025, a Campi Bisenzio, durante il mio intervento alla mostra “La lunga ombra del sole di Hiroshima – Immagini per non dimenticare”, avevo espresso al sindaco di Hiroshima, Tadatoshi Akiba, allora presidente di Mayors for Peace, il desiderio che la città di Halabja aderisse all’organizzazione dei Sindaci per la Pace.

Dopo un lungo lavoro, questo obiettivo è diventato realtà. A novembre 2007 ho avuto l’onore di rappresentare il sindaco di Halabja e di consegnare personalmente la lettera di adesione al presidente Tadatoshi Akiba a Firenze, a Palazzo Vecchio, nella Sala del Cinquecento, durante la conferenza dei sindaci italiani per la pace.

Per me è stato un momento di grande emozione e di profondo significato: un passo importante affinché anche la voce di Halabja, città simbolo delle vittime delle armi chimiche, possa entrare a far parte della rete internazionale impegnata nella costruzione della pace e nella difesa della memoria.

Quando partecipo alle commemorazioni e ascolto gli interventi dei sindaci, delle associazioni e dei cittadini, vorrei sentire ricordare anche le vittime di Halabja, così come tutte le altre vittime dimenticate delle guerre.

Perché il dolore non ha nazionalità. La memoria non dovrebbe avere confini. E l’espressione “Per non dimenticare” acquista il suo vero significato solo quando abbraccia tutte le vittime, senza distinzioni, senza gerarchie e senza silenzi.

Gulala Salih, presidente Udik

Unione Donne Italiane e Kurde (UDIK)