Per non dimenticare. Tutte le vittime
Spesso leggiamo articoli, post o partecipiamo a iniziative accompagnate dallo
slogan “Per non dimenticare”. In questi giorni, come ogni anno, si ricordano le
vittime di Hiroshima e Nagasaki, teatro del primo devastante attacco nucleare
contro la popolazione civile, compiuto dagli Stati Uniti nel 1945.
Come sempre, sono stati i civili a pagare il prezzo più alto: uomini, donne e
bambini che non avevano scelto la guerra e non avevano alcun potere di fermarla.
Attraverso documentari, fotografie e testimonianze abbiamo conosciuto la
distruzione di Hiroshima e Nagasaki e le terribili conseguenze di quelle bombe.
Eppure, sembra che da quella tragedia, come da tante altre, non abbiamo imparato
abbastanza.
I governi e i leader politici, in nome del potere e degli interessi geopolitici
ed economici, hanno continuato e continuano ancora oggi a scegliere la guerra,
senza fermarsi a riflettere sulle conseguenze e sul prezzo pagato dalle
popolazioni civili. Quante altre città sono state bombardate? Quante persone
hanno subito l’uso di armi chimiche, del fosforo bianco o di altri strumenti di
distruzione? E quante di queste tragedie sono rimaste nell’ombra, senza ricevere
l’attenzione che meritavano da parte della politica e dei media?
Eppure continuiamo a ripetere: “Per non dimenticare”. Ma proprio nel cuore di
questa espressione si nasconde una contraddizione. Ricordiamo alcune tragedie e
ne dimentichiamo molte altre. Perché si commemorano Hiroshima e Nagasaki, mentre
altre vittime, in altre parti del mondo, restano quasi sconosciute? Anche qui
sembra prevalere una logica ingiusta: se le vittime appartengono a un popolo
senza voce o a una tragedia dimenticata, la loro sofferenza riceve meno
attenzione e il loro dolore viene raccontato raramente.
La mia terra e il mio popolo sono uno di questi esempi.
Vorrei che, quando si ricordano Hiroshima, Nagasaki e gli effetti devastanti
delle armi di distruzione di massa, si ricordasse anche Halabja. Vorrei che si
parlasse anche del popolo curdo e di quella città dove, il 16 marzo 1988, il
regime di Saddam Hussein utilizzò armi chimiche contro la popolazione civile.
Quel bombardamento, ricordato ancora oggi come “il profumo delle mele”, uccise
migliaia di persone e colpì un’intera città, lasciando ferite che continuano
ancora oggi a segnare i sopravvissuti e le nuove generazioni.
Proprio per dare voce a questa memoria e affinché la tragedia di Halabja non
venga dimenticata, ho lavorato affinché anche la città potesse entrare nella
rete internazionale impegnata per la pace.
Il 2 settembre 2025, a Campi Bisenzio, durante il mio intervento alla mostra “La
lunga ombra del sole di Hiroshima – Immagini per non dimenticare”, avevo
espresso al sindaco di Hiroshima, Tadatoshi Akiba, allora presidente di Mayors
for Peace, il desiderio che la città di Halabja aderisse all’organizzazione dei
Sindaci per la Pace.
Dopo un lungo lavoro, questo obiettivo è diventato realtà. A novembre 2007 ho
avuto l’onore di rappresentare il sindaco di Halabja e di consegnare
personalmente la lettera di adesione al presidente Tadatoshi Akiba a Firenze, a
Palazzo Vecchio, nella Sala del Cinquecento, durante la conferenza dei sindaci
italiani per la pace.
Per me è stato un momento di grande emozione e di profondo significato: un passo
importante affinché anche la voce di Halabja, città simbolo delle vittime delle
armi chimiche, possa entrare a far parte della rete internazionale impegnata
nella costruzione della pace e nella difesa della memoria.
Quando partecipo alle commemorazioni e ascolto gli interventi dei sindaci, delle
associazioni e dei cittadini, vorrei sentire ricordare anche le vittime di
Halabja, così come tutte le altre vittime dimenticate delle guerre.
Perché il dolore non ha nazionalità. La memoria non dovrebbe avere confini. E
l’espressione “Per non dimenticare” acquista il suo vero significato solo quando
abbraccia tutte le vittime, senza distinzioni, senza gerarchie e senza silenzi.
Gulala Salih, presidente Udik
Unione Donne Italiane e Kurde (UDIK)