
Governare la mobilità attraverso il razzismo
Progetto Melting Pot Europa - Wednesday, July 29, 2026L’11 giugno 2024, all’aeroporto di Zagabria, Emmanuel Achiri, ricercatore e attivista, attende un volo per Bruxelles quando tre agenti lo isolano per un controllo dei documenti. Alla sua richiesta di chiarimenti, la giustificazione fornita è stata chiara: la Croazia è una “società omogeneamente bianca” e il colore della sua pelle lo rende automaticamente un soggetto potenzialmente pericoloso.
Questa vicenda, documentata nel rapporto dell’European Network Against Racism (ENAR), “Raceless in Name Only: Whiteness and the Racial Governance of Mobility in the European Union” 1, è la manifestazione del funzionamento del principio della razza all’interno dell’Unione Europea.
Scopo del report è proprio documentare come le politiche di esternalizzazione, il regime dei visti e il profilamento razziale non siano “errori di sistema”, bensì strumenti deliberati per preservare una presunta identità europea basata sull’esclusione di alcune categorie di persone.
Il rapporto si basa su un’analisi comparativa, insieme teorica ed empirica, condotta tra giugno 2024 e dicembre 2025 in diverse zone di confine (Germania-Austria, Germania-Repubblica Ceca, Italia-Francia, Croazia-Slovenia e paesi Baschi) e in tre Paesi europei (Cipro, Grecia e Francia).
Il risultato è che, indipendentemente dalle zone analizzate, la gestione dei confini e della migrazione europea risulta razzista e securitaria: essa espone alla violenza e alla precarietà migranti stranieri ed europei razzializzati mostrando il ruolo di una immaginaria whiteness, una costruzione identitaria, politica e storica, che inquadra l’Europa come omogeneamente bianca ed esclude coloro che non rientrano in questo immaginario 2.
I processi legislativi in corso oggi stanno consolidando questo sistema violento e razzializzato: a cominciare dal Pact on Migration and Asylum 3, che normalizza procedure di detenzione amministrativa accelerate; ma anche la Deportation Regulation 4, che rende punizione e rimpatrio le risposte di default al fenomeno migratorio, e l’Anti-Smuggling Package 5, che rischia di criminalizzare la solidarietà umana e coloro che difendono i diritti dei migranti.
Tutto ciò nel quadro di politiche di securitizzazione della migrazione, cominciate a partire dagli anni ’90, per cui la migrazione viene sempre più costruita come una minaccia di sicurezza che richiede controllo e deterrenza, piuttosto che come una questione sociale e umanitaria.
Negli ultimi anni, questa lettura è stata ulteriormente resa popolare attraverso la retorica politica, ad esempio nell’accento posto dalla Commissione Europea sotto Ursula von der Leyen sulla “protezione dello stile di vita europeo” 6, che collega la governance migratoria a questioni di identità culturale, di sicurezza e di appartenenza.
Basti pensare, inoltre, a tutta la propaganda sulla “sostituzione etnica” – o grand remplacement nelle parole di Renaud Camus, che ha reso popolare il concetto – e la conseguente “remigrazione”, tanto cara a Roberto Vannacci e ormai pienamente diffusa in diversi Paesi europei.
Queste pratiche, comunque, sono parte di un’architettura più ampia di gestione della migrazione razzializzata, la quale non è solo una conseguenza delle riforme più recenti. Al contrario, essa è il frutto di un approccio alla mobilità e alla gestione della popolazione che è storicamente radicato in gerarchie coloniali, razziali e di classe, le quali operano secondo un principio necropolitico.
In base ad esso, si distingue tra coloro che hanno diritto alla mobilità e di conseguenza, sempre più spesso, alla vita, e coloro che invece possono essere considerati sacrificabili 7.
La figura della persona migrante è quindi tutt’altro che neutrale: è una categoria prodotta attraverso dinamiche di potere storiche e politiche in cui le autorità costruiscono il migrante attraverso marcatori di differenza, spesso razzializzati, per limitare i diritti, preservare una forza lavoro precaria e mantenere il potere di espellere coloro che sono considerati indesiderabili.
Tuttavia, in tali discorsi, l’uso esplicito del termine “razza” è stato sostituito da concetti come “cultura”, che diventano il terreno apparentemente neutrale per l’autoprotezione tramite l’esclusione, lasciando intatta la logica di fondo della differenza razziale ereditata e naturalizzata.
Il filosofo Étienne Balibar parla a questo proposito di razzismo senza razze o razzismo culturale 8, che, invece di definire l’altro per caratteristiche innate o biologiche, afferma l’incompatibilità e la presunta superiorità di stili di vita, religioni o costumi, giustificando l’esclusione sociale di alcuni gruppi ritenuti una minaccia per la società.
Nascosto dalla post-razzialità 9, il razzismo però sopravvive rendendo sempre più difficile evidenziarlo nelle società occidentali, tranne che come fenomeno storicamente superato o presente come eccezione, e impedendo l’elaborazione di un diverso tipo di identità europea veramente pluralistica, nella quale le persone razzializzate non siano costantemente alterizzate (otherised) e migrantizzate (migranticised).
Secondo il rapporto, inquadrare queste dinamiche come delle “eredità del periodo coloniale” implica una distanza storica che in realtà non è così distante. Logiche di governo coloniale – controllo della mobilità, sovranità asimmetrica, securitizzazione, sorveglianza quotidiana razzializzata, estrazione del lavoro, iper-precarietà, criminalizzazione, detenzione e confinamento carcerario, controllo epistemico, criminalizzazione della solidarietà, e coercizione e irregolarizzazione economica – continuano ad essere in atto, spesso negli stessi spazi e attraverso meccanismi simili 10.
Avendo analizzato la whiteness come logica operativa della governance migratoria europea, il rapporto approfondisce le pratiche concrete osservate durante le ricerche e attraverso le quali questa logica è effettivamente resa operativa, ad esempio tramite il regime dei visti, un sistema gerarchico di controllo della mobilità che regola chi può essere autorizzato a entrare nel territorio, per quanto tempo e secondo quali regole.
I visti, tuttavia, lungi dall’essere semplicemente strumenti tecnici o giuridici, sono centrali per comprendere come funzionano le logiche razzializzanti incorporate nei rapporti di potere all’interno del sistema internazionale e come tali logiche costituiscono, nella gestione delle migrazioni, una “prima linea di difesa” contro l’ingresso degli indesiderabili 11.
Un altro strumento è l’esternalizzazione del controllo delle frontiere, ovvero l’insieme di politiche e pratiche attraverso cui gli Stati cercano di prevenire, deviare e controllare la migrazione oltre i loro confini territoriali.
In Tunisia, uno dei casi più esemplari, l’esternalizzazione razzializzata dell’UE rafforza il razzismo contro le persone nere provenienti da altri paesi dell’Africa all’interno del regime di confine dello Stato stesso 12.
Ma anche la Mauritania è un esempio di uno Stato extra-UE che è cresciuto in importanza geostrategica per l’esternalizzazione dell’UE, e della Spagna in particolare 13.
L’esternalizzazione funziona, quindi, delegando la deterrenza e la detenzione a territori periferici e autorità partner, permettendo all’UE, e in particolare ai suoi Paesi centrali, di proiettare il proprio border power a distanza, riducendo la responsabilità legale e politica diretta 14.
Il modo in cui sono strutturati il regime dei visti dell’Unione Europea e le frontiere esternalizzate porta, quindi, a serie limitazioni per chi vuole arrivare in Europa tramite canali regolamentati, facendo sì che l’irregolarità aumenti.
Ma essa non è una caratteristica intrinseca e fissa: gli Stati e le istituzioni sono responsabili della produzione e della riproduzione dell’irregolarità tramite leggi, pratiche amministrative e controlli, che rendono le persone legalmente precarie, socialmente marginali e maggiormente esposte alla violenza 15.
Inoltre, sono sempre più diffusi e normalizzati respingimenti, deportazioni e forme di detenzione. I primi, svolti nell’ambito di accordi bilaterali di ritorno, sono espulsioni di non cittadini, rifugiati e altri migranti, di solito verso un paese o una regione vicina.
La deportazione, invece, è la rimozione formale di un non-cittadino dal territorio di uno Stato. Come sostiene De Genova, non è semplicemente una procedura amministrativa, è “una tecnica o tattica di dominio” su soggetti considerati deportabili e collocati fuori dalla sfera di protezione 16. Infine, la detenzione crea una condizione di non-persona legale e di deportabilità attraverso coercizione, incarcerazione e dinamiche di mobilità forzata o immobilità, spesso senza alcun supporto legale 17.
Ad esempio, Farid, un richiedente asilo, ha cercato protezione in Austria ma, attraverso l’inganno della polizia, è stato trattenuto in un campo di pre-rimpatrio senza esserne informato. Ha descritto la situazione come una tortura insopportabile per chiunque: “tra la saggezza e la follia c’è solo una linea sottile”, ha affermato.
Ha raccontato inoltre di un suo compagno somalo che, entrato nel centro in condizioni normali, ha completamente perso la ragione nel giro di tre soli giorni, iniziando a parlare da solo nell’indifferenza totale delle autorità 18.
Le varie pratiche e tecnologie integrate nell’architettura dei confini europei descritte in questo rapporto hanno effetti notevoli sulla vulnerabilità e sofferenza individuale e collettiva, in particolare per gruppi socialmente rifiutati e razzializzati.
Questa “condizione politicamente indotta” di esposizione differenziale alla violenza fisica e strutturale, derivante da “reti di supporto sociali ed economiche” negate o fragili, viene concettualizzata dalla filosofa Judith Butler come “precarietà” 19.
L’incertezza insita nella posizione sociale della precarietà produce esperienze e sentimenti particolari come isolamento, ansia e vergogna, poiché le sue principali caratteristiche sono insicurezza, marginalità sociale e vulnerabilità nei regimi di sfruttamento.
Per esempio, Ahmad un ragazzo di 25 anni, palestinese-marocchino, è finito nel limbo della burocrazia europea e, in attesa, vive a Parigi da irregolare, paralizzato dal terrore costante di essere arrestato: “da quando sono arrivato qui, non riesco a lavorare, non riesco a fare niente. Sono bloccato dalla paura e non sto facendo nulla della mia vita. È sempre nella mia testa. Mi sento un peso. Non riesco a pensare al futuro o a fare alcun piano.” 20
Questo rapporto conferma, ancora una volta, che la gestione della migrazione nell’Unione Europea è un sistema complesso di logiche coloniali incorporate in forme di dominio e disciplina su soggetti immaginati come “non abbastanza europei”.
Ignorando come la governance delle migrazioni, la polizia e i quadri di sicurezza siano “siti centrali del razzismo strutturale”, si riproduce e si rafforza un regime di gestione delle migrazioni fondato su securitizzazione e razzializzazione, e si legittima l’esclusione basata su gerarchie razziali e immaginari coloniali della bianchezza, oltre che su divisioni di classe.
Come sottolineano autrici e autori del rapporto, solo affrontando questi limiti strutturali all’interno del concetto stesso dello stato di diritto in Europa, il cambiamento politico può andare oltre gli impegni semplicemente performativi per smantellare le gerarchie che producono marginalizzazione e precarietà per le persone razzializzate e povere 21.
- Consulta il rapporto ↩︎
- Per un approfondimento del concetto di “whiteness” e del ruolo che svolge non solo nelle questioni migratorie ma, più in generale, nell’articolazione del sapere e del potere globale, si vedano le riflessioni del filosofo Charles Mills. Cfr. ad esempio Mills, C.W. (2007) White Ignorance. In: Sullivan, S., and Tuan, N (eds.). Race and Epistemologies of Ignorance. Albany, NY: State University of New York Press, pp. 13-48 ↩︎
- European Commission, Pact on Migration and Asylum. A common EU system to manage migration (11 June 2026). Per un quadro della situazione, chiaro ma critico, segnaliamo il video di Flavia Carlini, con un intervento di SOS Mediterranee ↩︎
- European Commission, Proposal for a Regulation of the European Parliament and of the Council Establishing a Common System for the Return of Third-Country Nationals Staying Illegally in the Union, ↩︎
- European Commission, Proposal for a Directive of the European Parliament and of the Council Laying Down Minimum Rules to Prevent and Counter the Facilitation of Unauthorised Entry, Transit and Stay in the Union ↩︎
- Von der Leyen: “Lo stile di vita europeo è libertà, uguaglianza e democrazia” (EuNews, settembre 2019) ↩︎
- La necropolitica è una forma di sovranità che va oltre la gestione biopolitica della vita, causando una deliberata produzione di morte Cfr. Mbembe, A. (2016) Necropolitica, ombre corte, Bologna ↩︎
- Balibar, É. (2007) “Is There a ‘Neo-Racism’?” in Race and Racialization: Essential Readings, 2nd ed., ed. Tania Das Gupta et al. Canadian Scholars’ Press, Toronto, pp. 83–90. ↩︎
- Cfr. S. Sayyid, “Post-Racial Paradoxes: Rethinking European Racism and Anti-Racism,” Patterns of Prejudice 51, no. 1 (2017): 24, citato nel rapporto a p. 54. ↩︎
- Raceless in Name Only, p. 55. ↩︎
- Raceless in Name Only, p.56 ↩︎
- Raceless in Name Only, p. 63. Cfr. Amnesty International, “Tunisia: President’s Racist Speech Incites a Wave of Violence against Black Africans,” March 10, 2023 ↩︎
- Raceless in Name Only, p. 63. Cfr. Human Rights Watch, “They Accused Me of Trying to Go to Europe”: Migration Control Abuses and EU Externalization in Mauritania (Human Rights Watch, August 27, 2025) ↩︎
- Raceless in Name Only, p.69. ↩︎
- Raceless in Name Only, p.70 ↩︎
- Raceless in Name Only, p.76. cfr. N. De Genova, “The Deportation Power,” Radical Philosophy 2.03 (December 2018), 23 ↩︎
- Raceless in Name Only, p. 84. Cfr. N. De Genova. “The Economy of Detainability: Theorizing Migrant Detention.” In Challenging Immigration Detention, edited by M. J. Flynn and M. B. Flynn, Cheltenham and Northampton: Edward Elgar Publishing, 2017 p. 163. ↩︎
- Raceless in Name Only, p. 87. ↩︎
- Raceless in Name Only, p. 104. Cfr. J. Butler, Regimi di guerra. O della vita che non merita lutto, Castelvecchi, Roma 2024. ↩︎
- Raceless in Name Only, p. 108. ↩︎
- Raceless in Name Only, p. 112 ↩︎