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Border Labs: un report sul ruolo delle università nella gestione dei confini europei
Nel giugno del 2025, in viaggio verso il centro di Palermo, Michele Lancione, docente al Politecnico di Torino, chiacchiera con il CEO di un fondo di Zurigo specializzato in start-up accademiche che gli racconta, con estrema franchezza, che oggi i capitali non cercano più solo innovazione: cercano menti brillanti disposte a progettare le “soluzioni” per la guerra del futuro, una guerra che non si vincerà con i carri armati, ma con le bioscienze, la cybersicurezza e i sistemi di armi autonome. Questa istantanea, che apre il rapporto Border Labs: how universities power Europe’s border regime, pubblicato dal Transnational Institute 1 e Stop Wapenhandel Amsterdam 2 , svela una mutazione fondamentale del sistema educativo europeo. Lungi dall’essere collaborazioni sporadiche, assistiamo all’emergere di un vero e proprio complesso di confine industriale-accademico. Come denuncia Michele Lancione nell’introduzione, la difesa sta ridefinendo il ruolo della conoscenza scientifica non come ricerca di verità, ma come strumento di costruzione dell’identità europea, la quale “non emerge come un’idea emancipatrice, ma come una che richiede la costituzione e il mantenimento delle alterità razzializzate per rimanere in piedi e riprodursi”. In questo scenario, le università diventano i laboratori dove l’identità europea viene ricostruita sulla necessità costante di sicurezza e sull’esclusione dell’altro. Il rapporto si concentra sui progetti e le infrastrutture politiche ed economiche che negli ultimi vent’anni hanno contribuito a creare questa complessa relazione tra conoscenza e sicurezza. I Framework Programmes (FP) dell’Unione Europea, da FP7 a Horizon Europe, operano come architetture politiche che orientano la ricerca verso la militarizzazione. La dipendenza degli atenei dai fondi esterni negli anni ha creato una forma di servitù accademica, dove la sicurezza nazionale e sovra-nazionale detta l’agenda dei laboratori. I dati sono inequivocabili: tra il 2002 e il 2025, oltre 100 milioni di euro sono stati incanalati verso più di 200 università e accademie attraverso 110 progetti legati al controllo delle frontiere. Inoltre, già nel 2003, la Commissione Europea istituiva il Group of Personalities (GoP) nel campo della ricerca sulla sicurezza, un organo consultivo dominato dai giganti delle armi che ha gettato le basi per l’attuale sistema. I tre maggiori beneficiari accademici sono la Laurea University of Applied Sciences della Finlandia, (5,1 milioni di euro); l’University of Reading in Regno Unito (4 milioni di euro) e la KU Leuven in Belgio (3,2 milioni di euro). Ma la rete vede protagonisti anche istituti di ricerca, come il tedesco Fraunhofer (presente in ben 17 consorzi). Questi atenei operano a stretto contatto con colossi come Thales, Airbus e, soprattutto, Leonardo. Quest’ultima utilizza le partnership universitarie per un’operazione di massiccio “techno-washing”: mentre promuove master in “cybersecurity” o “management”, l’80% del suo budget resta ancorato ad attività militari. Un esempio lampante è la Cittadella dell’Aerospazio a Torino: un hub finanziato dai fondi del Recovery Fund dove Leonardo, il Politecnico e la NATO convergono per trasformare le tasse dei cittadini in catene di profitto legate alla guerra.  Progetti come EU-HYBNET, coordinato da Laurea University, interpretano la migrazione come una “minaccia ibrida”. Questa narrativa trasforma i richiedenti asilo in “pedine” o “armi” di un gioco geopolitico, legittimando reazioni che dovremmo considerare aberranti. La sorveglianza si fa inoltre predittiva e invasiva. Il progetto ITFLOWS, nonostante le dichiarate finalità umanitarie, ha generato lo strumento EUMigraTool, un software di previsione dei flussi che gli stessi esperti temono possa essere convertito in mezzo di coercizione da parte delle autorità. Ancora più inquietante è l’uso di “dati alternativi” in progetti come QuantMig e HumMingBird: qui la ricerca accademica scivola nella sorveglianza digitale di massa, esplorando il monitoraggio dei social media e il tracciamento dei cellulari per mappare i movimenti in tempo reale. Il passaggio dalla teoria al mercato avviene tramite aziende spin-off che trasformano le scoperte dei laboratori in hardware di controllo. La ricerca accademica sta contribuendo nell’automatizzare il confine, eliminando il fattore umano e, con esso, la responsabilità etica. Più nello specifico, ciò riguarda i sistemi di rilevamento, con progetti come DOGGIES, SNIFFLES e SNOOPY che hanno visto università italiane e britanniche impegnate a sviluppare sensori capaci di scovare persone nascoste tramite tracce olfattive o battiti cardiaci e aziende come ClanTect, specializzata in rilevatori di battito cardiaco, sono il terminale commerciale di questa scienza basata sul sospetto; i dati biometrici: il progetto iMARS (biometria e riconoscimento facciale), che vede coinvolta la KU Leuven, opera in un’ambiguità legale cercata, dato che l‘AI Act europeo esclude specificamente il controllo delle frontiere dalla definizione di spazi pubblici accessibili, permettendo l’uso di tecnologie che altrove sarebbero proibite; la collaborazione con Frontex, un utente finale, ma anche un catalizzatore di profitti, spesso intesa come utilizzatrice diretta della ricerca guidata dalle università e come un ponte verso l’industria. Nel dicembre 2022, Frontex ha lanciato il proprio Programma di borse di ricerca sulla tecnologia per la sicurezza delle frontiere, finanziando progetti su piccola scala in gran parte guidati dalle università, attraverso iBorderCtrl, ad esempio, che commercializza fantomatici “lie detector” basati sull’intelligenza artificiale. Perché il mondo accademico non reagisce? Il rapporto parla di una “dissonanza positivista”. Come specifica Lancione, “positivista”, perché la conoscenza prodotta oggi nelle istituzioni europee, dopo molteplici ondate di sconvolgimenti femministi, culturali e ontologici, continua a poggiarsi su ricerche, guidate da principi coloniali, di fatti universali, leggi trasferibili ed esiti praticabili. “Dissonanza”, perché la posizione emotiva e professionale della ricerca convenzionale – certamente nei contesti italiani – presuppone distanza da ciò che esamina e, cosa più importante, dalle conseguenze che tale esame scatena sul mondo.  Abbiamo, quindi, una forma di schizofrenia professionale in cui il ricercatore si convince che il proprio lavoro sia “neutrale”, ignorando come esso venga armato una volta uscito dal laboratorio. Questa servitù accademica si manifesta nell’indebolimento dei comitati etici, spesso ridotti a passacarte burocratici. Il caso della collaborazione con la Naif Arab University for Security Sciences (NAUSS), legata alla famiglia reale saudita, dimostra come la ricerca della “sicurezza” non si fermi davanti ai regimi più repressivi del pianeta.  La clausola della “difesa dello Stato” funge poi da scusante etica: un concetto così elastico da includere la prevenzione della migrazione, l’azione militare preventiva e persino la schedatura dei minori. Sotto questa copertura, si giustificano pratiche come il fotosegnalamento di bambini di sei anni, trasformando l’eccellenza scientifica in uno scudo per violazioni sistematiche dei diritti umani. Il rischio finale di questa deriva è la “Netanyahuizzazione” delle università europee: “la repressione del dissenso e il rafforzamento del controllo governativo sulle università hanno le loro basi nella nuova economia politica della necessità di difesa. Gli effetti di questo processo, di mettere le università al servizio del nuovo dogma culturale ed economico, saranno devastanti. Come in Israele, perderemo l’Università come spazio istituzionale pubblico di critica”. Sul modello israeliano, gli atenei rischiano di diventare soggetti collettivi servili alle logiche militari, perdendo ogni capacità di dissenso e di immaginazione politica e smettendo di essere uno spazio pubblico di critica, per diventare un’officina di interessi statali e sovra-nazionali. L’appello finale del report Border Labs è dunque per uno smantellamento radicale di questi legami. Ciò che occorre, invece, è fare ricerca in modo critico ed emancipatorio, rifiutando la rassegnazione burocratica e la complicità silenziosa.  1. Il Transnational Institute (TNI) è un istituto internazionale di ricerca e advocacy impegnato nella costruzione di un pianeta giusto, democratico e sostenibile. Dal 1974, il TNI funge da punto di incontro unico tra movimenti sociali, studiosi impegnati e decisori politici ↩︎ 2. Stop Wapenhandel è un’organizzazione indipendente che si occupa di ricerca e campagne contro il commercio di armi e l’industria degli armamenti. Si batte contro l’esportazione di armi verso i paesi poveri, i regimi antidemocratici e i paesi situati in zone di conflitto. Si oppone inoltre al finanziamento del commercio di armi da parte di governi, banche e fondi pensione ↩︎
Tortura: ecco come l’Italia (non) rispetta gli obblighi della Convenzione ONU
La Rete Italiana per il Supporto alle Persone Sopravvissute a Tortura (ReSST 1), in collaborazione con Action Aid, ha pubblicato il 21 maggio 2026 il rapporto “L’Italia e la riabilitazione delle vittime di tortura” che mostra come l’Italia, al di là di annunci e raccomandazioni non vincolanti, sia ancora largamente inadempiente rispetto agli obblighi internazionali che impongono di rendere accessibili ai sopravvissuti a tortura i servizi specialistici necessari per una piena riabilitazione. Il rapporto, anticipato al Comitato ONU contro la tortura (CAT) in occasione della 7° revisione periodica sull’Italia, sarà discusso in un webinar “L’Italia e la riabilitazione delle vittime di tortura. Come (non) rispettiamo gli obblighi posti dalla Convenzione ONU contro la Tortura”, organizzato dalla ReSST il prossimo lunedì 25 maggio alle 17.30. Al webinar saranno presenti Pietro Buffa, curatore del rapporto, Chiara Montaldo, responsabile medica di Medici Senza Frontiere (MSF) e Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà (ICS). Iscrizione al webinar CURE SULLA CARTA Il rapporto evidenzia come le Linee Guida del ministero della salute del 2017 hanno un valore di indirizzo, ma non garantiscono il rispetto degli obblighi. Anche il Vademecum sulle vulnerabilità del ministero dell’interno del 2023 rimane un insieme di raccomandazioni non vincolanti e prive di qualsiasi attuazione concreta. Quello che emerge è un sistema in cui il diritto alla riabilitazione esiste formalmente ma non è garantito nella pratica, e dove l’accesso ai servizi dipende più dal territorio in cui ci si trova – o dalla fortuna di incontrare un operatore particolarmente formato – che da una garanzia uniforme dello Stato. Le organizzazioni del privato sociale tamponano dove il pubblico è assente, ma con finanziamenti a progetto, discontinui e non strutturali. «Attualmente l’Italia, la principale destinazione europea per migliaia di persone che hanno subito torture nei paesi di origine o durante il transito, in Libia e in Tunisia, non rispetta nessuno degli obblighi della Convenzione ONU contro la tortura», dichiara la dr.ssa Chiara Montaldo di MSF. «I servizi esistenti si basano quasi interamente su iniziative individuali all’interno del sistema sanitario pubblico e, soprattutto, sul terzo settore». Il risultato è un sistema che, pur esistendo sulla carta, spesso non riesce a garantire un percorso di riabilitazione reale alle persone sopravvissute a tortura. In molte parti dell’Italia mancano ancora servizi dedicati e personale formato per assistere chi ha vissuto torture e violenze estreme. A questo si aggiunge una scarsa collaborazione tra il sistema sanitario e quello dell’accoglienza, oltre all’assenza di strumenti che permettano di verificare se i programmi di riabilitazione funzionino davvero e arrivino alle persone che ne hanno bisogno. Per questo, molte persone sopravvissute a tortura non sono identificate precocemente e faticano ad accedere in tempi rapidi a cure e supporto specialistico continuativo. Secondo l’analisi di Action Aid contenuta nel rapporto, nel sistema di accoglienza non esistono oggi le condizioni minime per riconoscere tortura e traumi complessi, a causa dei servizi drasticamente ridotti, del poco tempo disponibile per ogni persona e dell’aumento delle richieste di protezione. «Così è pressoché impossibile che la vulnerabilità venga individuata e presa in carico per tempo e rischia di emergere solo quando diventa crisi, e la privazione della libertà rischia di tradursi in omissione di protezione», aggiunge Fabrizio Coresi, esperto di migrazioni di ActionAid Italia. Ancora più allarmante la situazione nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR): le visite mediche di ingresso sono descritte come sbrigative, condotte spesso in assenza di mediazione culturale e in presenza delle forze dell’ordine, basate su modelli prestampati che non cercano segni di tortura né valutano la salute mentale. Tra i trattenuti – il cui numero di richiedenti asilo è in forte crescita, con circa il 43% del totale nel 2025 – è realistico che vi siano vittime di tortura, per le quali la detenzione stessa può riattivare traumi e aggravare la sofferenza psichica. Mancano protocolli per la gestione delle vulnerabilità e per la prevenzione del rischio suicidario, come documentato in modo sistematico dal Garante Nazionale delle Persone Private della Libertà in rapporti che si ripetono, con le stesse criticità, dal 2019 al 2025. A complessive e identiche conclusioni è arrivato anche il CAT nel suo documento di Osservazioni Conclusive, approvato a seguito dell’ultima sessione di revisione periodica sull’Italia. Il CAT si è rammaricato sul fatto che l’Italia non abbia fornito alcuna informazione sull’esistenza di programmi di riabilitazione per le vittime di tortura come previsto dall’articolo 14 della Convenzione ONU. Il CAT ha chiesto all’Italia di garantire che tutte le vittime di tortura ottengano i mezzi per una riabilitazione il più completa possibile (conclusione n.38), e di adottare ulteriori misure per assicurare la tempestiva identificazione delle vittime di tortura (conclusione n.16), tramite di procedure di screening da applicarsi sia all’ingresso in Italia sia al momento dell’ammissione nei centri di trattenimento. LE RICHIESTE ALL’ITALIA La ReSST esorta l’Italia ad attuare le raccomandazioni del CAT in modo da sopperire a questa asimmetria persistente tra gli obblighi assunti e la loro concreta attuazione. «Ovunque si trovi in Italia, un sopravvissuto a tortura dovrebbe avere accesso alle cure», conclude Chiara Montaldo di MSF. «Servono meccanismi finanziari stabili e dedicati per passare da risposte basate sulle emergenze a misure a lungo termine, nonché un sistema di monitoraggio per valutare qualità, efficacia e trasparenza». Il rapporto, nelle raccomandazioni finali, chiede che si vada in una direzione opposta: una legge nazionale, il recepimento delle Linee Guida in tutte le Regioni, investimenti stabili, formazione obbligatoria e un sistema di monitoraggio indipendente che renda conto ogni anno di come vengono spesi i soldi pubblici e di quante vittime di tortura ricevono effettivamente la cura a cui hanno diritto. Scarica il rapporto completo 1. Nata nel 2024, la ReSST riunisce enti pubblici e privati e ONG che gestiscono in Italia programmi o servizi specializzati per la presa in carico di persone che hanno subito tortura: Caritas, Centro immigrazione asilo e cooperazione internazionale (Ciac), Kasbah, Medici Contro la Tortura (MCT), Medici Senza Frontiere (MSF), Medici per i Diritti Umani (MEDU), NAGA, SaMiFo ASLRoma 1 e USL Toscana Centro. La ReSST si pone come obiettivi informare e sensibilizzare sulla tortura e le sue conseguenze, migliorare la disponibilità e la qualità dei servizi per la riabilitazione delle persone sopravvissute a tortura, e promuovere attività di ricerca scientifica, formazione e aggiornamento professionale. Oltre agli enti associati, impegnati in servizi diretti per i sopravvissuti alla tortura, fanno parte della Rete, in qualità di osservatori, anche A Buon Diritto, Amnesty International Italia, Antigone e SIMM – Società Italiana di Medicina delle Migrazioni. ↩︎
“Vite che sconfinano”: donne transgender migranti tra tratta, diritti negati e protezione mancata
Le donne transgender migranti provenienti dal Sudamerica sono tra i gruppi sociali meno assistiti nei percorsi di riconoscimento dello status di rifugiate e di inserimento sociale. Sono inoltre tra le persone migranti maggiormente esposte alla tratta a fini di sfruttamento sessuale. Sono tra le cittadine con background migratorio che, pur potendo contare su una residenza prolungata in territorio italiano, permangono spesso in uno stato di precarietà e marginalità molto prolungato che le rende vittima di re-traficking. È il quadro generale che emerge dal rapporto Vite che sconfinano 1, documento riassuntivo dell’esperienza del progetto LightonRights 2. Tra il 2023 e 2025, il Progetto ha seguito 30 donne cisgender con background migratorio e 40 persone lgbtqia+ migranti, soprattutto donne transgender latinoamericane, escluse dall’accesso a diritti essenziali (soggiorno, salute, abitare) a causa dell’inefficienza del sistema istituzionale italiano, della (spesso) poca preparazione dei suoi operatori e della generale mancanza di risorse del sistema d’accoglienza (anche del Circuito a bassa soglia) nel territorio di Roma Capitale. Eppure, gli strumenti giuridici per ottenere la protezione internazionale, condizione fondamentale per una stabilità di vita e un migliore accesso ai diritti fondamentali, ci sono. Vite che sconfinano sottolinea infatti che (sebbene solo di recente) la giurisprudenza ha stabilito la possibilità concreta di riconoscere la protezione internazionale a persone che, nel proprio Paese d’origine, potrebbero subire o subiscono (nel passato, presente e futuro) discriminazioni in base a orientamento sessuale, identità di genere, espressione di genere o caratteristiche sessuali 3. Gli abusi subiti dalle donne transgender si possono poi ascrivere alla violenza di genere. L’Alto Commissariato delle Nazioni Uniti per i Rifugiati (UNHCR) definisce “violenza di genere” qualsiasi atto perpetrato contro la volontà di una persona su base di differenze socialmente costruite (come il genere). In altre parole, è violenza di genere qualsiasi danno o sofferenza mentale, sessuale e fisica, la minaccia di questi atti, la coercizione e altre privazioni della libertà che sono subite da una persona per il modo in cui esprime la sua identità, modo che è percepito sbagliato dalle norme sociali maggioritarie. Raccogliendo le testimonianze delle persone assistite e l’esperienza comune giurisprudenziale e non, il report di LightonRights individua tre attori principali che operano violenza di genere contro donne transgender. Lo Stato, con i suoi vari operatori, genera supporta e riproduce discriminazioni socio-culturali e penali che condannano le persone trangender a condizioni di marginalità, subordinazione e pericolo di vita. Per esempio, in diversi Paesi sono vietati i progetti a difesa e sostegno delle persone lgbtqia+ oppure la queerness nell’espressione di genere e sessuale è considerata un reato passibile di pena di morte. Ancora, le autorità statali non attuano le tutele previste dalle leggi esistenti a beneficio di persone lgbtqia+, ossia le leggi rimangono lettera morta. Famiglie e comunità sono le altre due sorgenti di violenza di genere. Le norme sociali che percorrono e costruiscono questi due nuclei puniscono spesso in modo molto duro chiunque deragli dalla loro via. Nel caso di donne trangender latinoamericane, è possibile supporre che il loro contesto socio-culturale sia segnato dalla cultura del machismo e come un individuo di sesso maschile che esprima la propria identità femminile sia stigmatizzato in modo violento e negativo. Non sono però solo il Paese e i nuclei sociali d’origine a produrre violenza di genere contro donne trangender. Anche il Paese e la società d’arrivo hanno responsabilità, perché anche in questi contesti esistono norme comuni e atteggiamenti istituzionali che designano le persone transgender/lgbtqia+ migranti come individui di serie B. in Italia, sembra che l’unica possibilità di inserimento sociale delle persone trangender provenienti dal Sudamerica (e in particolare delle donne) sia il lavoro sessuale, in strada o in case d’appuntamento. Questa visione restrittiva e predeterminata del loro progetto migratorio ed esistenziale, che dovrebbe invece essere autodeterminato, alimenta il meccanismo di loro traffico a fini di sfruttamento sessuale. Anche i media alimentano questo meccanismo, descrivendo le donne transgender come vite a perdere: donne destinate al lavoro sessuale “per abitudine”, destinate a rimanere sulla strada per una sorta di incapacità di riscatto e/o predisposizione derivata dalla loro identità di genere e sessuale. Persone che non vogliono o non possono riabilitarsi. Questo quadro costringe le donne trangender a condizioni di estrema precarietà esistenziale, che a sua volte le svolgere attività lavorative obbligate e/o di sussistenza come il sex work, spesso tra l’altro fonte di guadagno per la famiglia e la comunità che le ripudia. Esclusione sociale e marginalizzazione economica sono solo due delle forme che prendono gli abusi sulle donne transgender nelle comunità di partenza, passaggio e arrivo. Gli altri hanno carattere fisico (aggressioni), sessuale (stupro) ed emotivo (maltrattamenti verbali ed esclusione sociale). Ci sono anche l’esclusione dall’accesso ai diritti e alle risorse a essi collegati e la violenza assistita (ossia il fatto di essere persone testimoni dirette o indirette di violenze subite da altre persone transgender). Inoltre, il timore nei confronti delle Forze dell’ordine (causato e alimentato da esperienze negative vissute) e delle ritorsioni di trafficanti, sfruttatori e cittadini violenti ferma spesso la volontà di denuncia, primo passo verso l’uscita dalla condizione di sfruttamento e discriminazione. La specificità dell’identità di questi individui e il vissuto, la coscienza, la storia comune e condivisa ne fanno un “particolare gruppo sociale”. Pertanto, le persone transgender (e lgbtqia+) possono essere titolari di tutela da parte del diritto internazionale come rifugiate secondo le Convenzione di Ginevra del 1951, recepita a livello europeo dalla Direttiva qualifiche del 2004 (diffusa nel 2011). L’art. 2 di questa Direttiva mette in chiaro quali sono i principi secondo cui è riconoscibile lo status di rifugiat3, mentre l’art. 10 specifica cosa significhi appartenere a un particolare gruppo sociale3. L’art. 7 determina che le misure di protezione per queste persone poste in essere dallo Stato d’origine possono essere ritenute effettive solo se sono durature, effettive e accessibili. Ossia, come detto sopra, non basta una legge anti-discriminazione: è necessario che esistano strumenti pratici che assicurino alle persone queer una protezione costante e abilitante all’accesso ai diritti e al godimento di una vita dignitosa. L’art. 5 stabilisce che le persone transgender devono essere tutelate anche in riferimento a minacce e violenze subite durante o dopo la partenza dal Paese d’origine. In generale, poi, il pericolo sempre attivo che minaccia queste persone rende per loro valido il principio di non refoulement: non possono cioè essere espulse, perché l’espulsione comporterebbe per loro un rischio troppo grande di ricadere nella discriminazione e nei circuiti di sfruttamento di cui sono state vittime nel Paese d’origine e durante il percorso migratorio. L’applicazione della Convenzione di Ginevra sopracitata è facilitata anche dalle Linee guida UNHCR in materia di riconoscimento dello status delle persone rifugiate in base a orientamento sessuale e/o identità di genere. L’Alto Commissariato riconduce ancora questo riconoscimento al fatto che le persone trangender, così come lgbtqia+, sono ascritte in un particolare gruppo sociale. Le sue Linee guida determinano che, nel dare protezione internazionale, bisogna tenere in considerazione non solo gli episodi di sfruttamento già avvenuti ma anche i danni che la tratta 4 ha causato nel Paese d’origine, anche se le persone in questione non sono a rischio di re-trafficking. Insieme alle diverse fonti legislative che sostengono il riconoscimento dello status di persone rifugiate per le donne transgender, il rapporto Vite che sconfinano richiama anche il Protocollo Addizionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale, volto a prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in particolare donne e bambini. La sua esistenza costituisce di per sé un’ulteriore conferma della necessità di considerare le persone migranti LGBTQIA+ e transgender vittime di tratta come soggetti a rischio, da tutelare attraverso strumenti di protezione internazionale. Esistono quindi diverse fonti di diritto internazionale che spingono alla protezione delle persone trangender migranti. La Direttiva qualifiche europea è vincolante per gli Stati membri, quindi anche per l’Italia. Eppure, in Italia non esistono percorsi davvero efficaci per la tutela e l’inclusione di queste soggettività. Oltre alle cause fondamentali già elencate sopra, bisogna tenere in considerazione un altro fattore determinante in questa questione: l’intersezionalità rappresentata dalle persone lgbtqia+ migranti. Le donne trangender latinoamericane seguite dal progetto LightonRights non sono solo persone queer, ma sono anche migranti, sono latinoamericane, sono donne, sono spesso in condizioni di precarietà abitativa e hanno spesso un accesso claudicante alle cure mediche. Sono persone a cui la violenza subita ha lasciato in eredità malattie di carattere psichico e/o che l’instabilità esistenziale ha spinto verso dipendenze da sostanze. Appunto mettendo in pratica la complessità della vita trangender migrante in Italia, il rapporto Vite che sconfinano approfondisce anche la questione dell’accesso al diritto alla salute e all’abitare mettendola in relazione alla mancanza di un qualsiasi permesso di soggiorno nel territorio italiano. Quello che il progetto LightonRights ha fatto davvero emergere è quindi la necessità di affrontare un problema per il quale esistono tutte le premesse risolutive con uno sguardo multidisciplinare e intersezionale. Perché tutela e accesso ai diritti implicano un ripensamento della cittadinanza in senso più inclusivo e partecipato, che coinvolge non solo persone migranti lgbtqia+ e chi opera nel settore, ma anche la società nel suo complesso. 1. Leggi il report ↩︎ 2. LightonRights è un progetto di Diritti di Frontiera-Laboratorio di teoria e pratica dei diritti APS e di Libellula Italia APS che ha lo scopo di supportare (con un atteggiamento multidisciplinare e intersezionale) persone lgbtqia+ e queer nella rivendicazione dei loro diritti attraverso uno sportello socio-legale all’Università degli Studi di Roma Tre. LightonRights è finanziato da ActionAid International Italia E.T.S e Fondazione Realizza il Cambiamento nell’ambito del progetto “THE CARE – Civil Actors for Rights and Empowerment” cofinanziato dall’Unione Europea ↩︎ 3. L’Art. 10 specifica anche che un particolare gruppo sociale è costituito da quelle persone che hanno un’identità o una storia comune, che definisce la loro identità, basata su un tratto identitario irrinunciabile e al quale non dovrebbero rinunciare in ragione di discriminazioni da esso derivanti, soprattutto nel Paese d’origine. Specifica che l’individuazione di un particolare gruppo sociale avviene anche in base a considerazioni di genere e in base all’orientamento sessuale ↩︎ 4. La definizione di tratta adottata comunemente è contenuta nel “Protocollo Addizionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale per prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in particolare donne e bambini” ↩︎
Women State Trafficking: genere, razzializzazione e violenza di stato tra Tunisia e Libia
Frontiere, linee. Spezzate. Interrotte. Contigue. Luoghi come sequenza di passaggi: arresto, trasporto, attesa, compravendita, e poi di nuovo detenzione, minacce, riscatti, vendite, prostituzione. Percorsi che hanno tempi talvolta lunghissimi. Che segnano perdite. Delle persone care, di familiari, di figli, di se stessi. Fasi diverse della tratta di Stato, già documentate dal primo rapporto State Trafficking nel 2025 e ora riattualizzate dallo stesso collettivo di ricercatrici e ricercatori.  Il report Women State Trafficking mette insieme trentatré testimonianze ascoltate tra dicembre 2024 e febbraio 2026, raccoglie le voci delle persone vittime della tratta di stato. Women. Donne.  Basta osservare la copertina per capire di cosa si tratti. La m di women non è una lettera: è un passaggio. Sta lì, sulla linea gialla che rappresenta il confine, come un ponte sottile che tenta di unire. Si appoggia sopra come qualcosa che è stato spinto fin troppo lontano, fino al punto in cui non si può più tornare indietro. Ponte e cicatrice insieme. Tiene unita la parola e mostra esattamente il punto in cui si spezza. Perché di questo si tratta: di vite interrotte. Sulla superficie della lettera restano graffi. Solchi. Ogni segno è una memoria che non si lascia levigare, una traccia che resta anche quando la parola prova a stare composta. Sono incisioni sottili, ma insistenti, come le pratiche delle violenze ripetute che attraversano i corpi. Il colore di questa copertina, che attraversa tutto il rapporto, è un viola che non è un equilibrio: è una ferita, tra il rosso del sangue che non scompare e il blu che tenta di contenerlo. Il risultato è un viola che trattiene entrambi senza pacificarli. È un colore che anche nel suono ricorda la violenza, le viol in francese.  Ancora una volta: “tratta di Stato”. Le persone passano da un controllo all’altro, da un’autorità all’altra, tramite l’azione di agenti di Stato in Tunisia e milizie armate in Libia. La loro condizione giuridica di cittadini e quella umana di persone è annientata. DUE SONO LE DOMANDE SU CUI LA NUOVA RICERCA SI BASA La prima riguarda l’attualità del traffico di Stato documentata nel precedente report: le testimonianze sono coerenti, agghiaccianti, capaci di provare la violenza che parte spesso dal mare, ma può cominciare anche nelle città, negli zitounes, raggiunge la terra e le coste della Tunisia, Sfax, per poi proseguire via terra per luoghi difficili da identificare per le persone che hanno testimoniato.  Perché, quando vengono arrestate, sono ammanettate, perquisite, private di ogni oggetto in loro possesso e dei documenti, quindi derubate anche del loro status giuridico. Un sistema che produce invisibilità giuridica, spaziale, temporale.  Uomini, donne e bambini vengono caricati su autobus o camion, trasportati dalla Tunisia alla frontiera con la Libia. Durante il tragitto non ricevono informazioni. Non sanno dove andranno: sono picchiati, spesso bendati o incappucciati per evitare che guardino all’esterno e possano avere un qualunque riferimento geografico. E poi, il deserto cancella i riferimenti. Le distanze non sono misurabili. Le direzioni non sono riconoscibili. Ma le persone sanno che se saranno destinate alla Libia saranno vendute.  A un certo punto, il percorso si restringe. I luoghi diventano ricorrenti, uno in particolare ritorna con insistenza nei racconti: la base della Guardia Nazionale tunisina di El Meguissem, il nodo da cui si si passa, si attende, si viene smistati. Poi la compravendita delle persone arrestate in Tunisia: a questo punto, la merce umana diventa proprietà degli attori libici, di stato e non. La detenzione comincia nuovamente, la liberazione solo previo pagamento del riscatto. Un debito che viene saldato in modi diversi.  Ph: Women State Trafficking La seconda domanda del report interroga le violenze di genere: Quali sono le forme specifiche di violenza e di violenza di genere nei confronti di donne, famiglie e minori, accompagnati e non, nel corso delle operazioni di espulsione e vendita condotte al confine tra la Tunisia e la Libia? Qual è il ruolo degli apparati di Stato nella tratta finalizzata allo sfruttamento sessuale dalla Tunisia alla Libia? Women State trafficking, che parla della condizione delle donne in questa catena di mercificazione degli esseri umani,  identifica tre fasi. 1. Deumanizzare: la prima soglia La prima fase riguarda la trasformazione. In questa prima parte del rapporto si rende conto delle «pratiche di degradazione, i rituali di umiliazione e le mancanze di cure che contribuiscono all’assoggettamento fisico e psicologico delle persone migranti razzializzate». Le testimonianze descrivono pratiche ripetute: perquisizioni pubbliche, distruzione dei documenti, sottrazione di oggetti personali. Non sono episodi isolati. Servono a generare l’annullamento della volontà individuale e la perdita di identità giuridica. Le persone vengono cancellate dal punto di vista amministrativo. Poi ci si occupa dei corpi, trattati come cosa da neutralizzare. Durante i trasferimenti, sono immobilizzati, privati di acqua e cibo, costretti in spazi chiusi. Alcuni raccontano di trasporti in camion usati per il trasporto di animali, stipati, impediti nei movimenti. Coi corpi incastrati gli uni sugli altri. Non si tratta di episodi isolati, ma segmenti che, sommati, generano la reificazione e la mercificazione. 2. Violentare: la continuità del gesto La violenza fisica e sessuale attraversa tutte le fasi del percorso. Non aumenta o diminuisce: cambia forma. In Tunisia, durante gli arresti e nei centri di detenzione, si manifesta con percosse, umiliazioni, uso di taser, minacce. Le donne raccontano perquisizioni invasive, spesso condotte da uomini, in spazi aperti. I corpi sono denudati. Pasto nudo. Molte donne raccontano di essere state stuprate sia al momento della cattura a Sfax che negli uliveti. Il passaggio in Libia non interrompe questa sequenza. La rende più stabile. Nei centri di detenzione libici – ufficiali e non – la violenza diventa sistematica. Gli stupri sono descritti come frequenti. Non episodici. Non eccezionali.  «La violenza sessuale assume carattere generalizzato, manifestandosi sotto forma di ispezioni corporali invasive effettuate esclusivamente da uomini (in divisa), spesso in spazi esposti alla vista di tutti. Anche i minori subiscono tali abusi, finalizzati alla sottrazione di denaro e telefoni eventualmente occultati».  La violenza sessuale non è nascosta. Viene messa in scena. «Avviene in spazi aperti, davanti ad altri detenuti. Non è solo un atto, ma una disposizione: chi subisce e chi guarda. Mariti, padri, figli sono costretti ad assistere. Non possono intervenire, non possono sottrarsi. Lo sguardo diventa parte del dispositivo. Chi osserva è coinvolto. Non perché agisca, ma perché è lì, trattenuto nella scena. La violenza si estende così oltre il corpo colpito, si distribuisce tra i presenti, si moltiplica senza cambiare forma. L’età non introduce una soglia. I bambini restano dentro lo stesso campo visivo». Un dato è certo: tutti i testimoni, indipendentemente dal genere di appartenenza dichiarano che a nessuna donna è risparmiata la violenza, che arriva fino allo stupro nel caso di molte. Solo le puerpere e i neonati ne sono risparmiati. L’uscita dalle carceri libiche è possibile solo se un riscatto viene pagato. Poco importa da chi. Che si tratti della famiglia o della rete amicale o di chiunque desideri acquistare un essere umano per sfruttarlo. 3. Prostituire: l’uscita che non è un’uscita Per molte donne, l’uscita dalla detenzione non coincide con la libertà. Quando non è possibile pagare un riscatto, si apre un’altra possibilità: il lavoro forzato, spesso sessuale. Le testimonianze descrivono il trasferimento verso case o strutture in cui il debito deve essere estinto attraverso lo sfruttamento. Le donne parlano di bordelli. La parola è chiara. Solo le dimensioni variano. In alcuni casi molto grandi ed estremamente organizzati, altri prevedono la presenza di poche donne. Anche i tempi di permanenza mutano: tutto dipende dalla somma da restituire.  Merce. Le donne sono cose. Si usano, si appoggiano da qualche parte, si controllano, si scambiano, si rivendono. Come vestiti di lusso, che sono comprati e poi venduti: prima mano, seconda, terza, infinita. Merce pregiata che nel corso della compravendita a poco a poco perde valore e da seta si trasforma in stracci.  LA RESPONSABILITÀ EUROPEA Il sistema non si esaurisce nei confini della Tunisia o della Libia. Il rapporto sottolinea il ruolo dei finanziamenti europei nel rafforzamento delle operazioni di controllo e intercettazione. Non si tratta di un legame indiretto o astratto: alcune delle strutture coinvolte nelle espulsioni sono sostenute, almeno in parte, da fondi destinati alla gestione delle frontiere. Questo accade in un’epoca in cui la Tunisia continua a essere considerata un “paese di origine e transito sicuro” in diversi contesti istituzionali europei. Questa classificazione non entra nei dettagli. Non guarda ai percorsi. Non ascolta le testimonianze delle persone. Dopo il racconto Le parole che si leggono in questo report descrivono fedelmente il mondo delle donne migranti vittime della tratta di stato. Ne restituisce l’assoluta mancanza di senso. Descrive un mondo che sanguina, che vomita violenza. È sporco, indecente. Perché ognuna delle persone ascoltate dovrebbe trovarsi al sicuro, invece, molte di loro sono ancora in Libia. Una è ancora schiava. Alcune sono scomparse.  Altre hanno raggiunto l’Europa, nelle imbarcazioni finte che tre volte su quattro sono ingoiate dal mare.  E’ un rapporto che paralizza e spezza il fiato più volte: perché la violenza invade chi la racconta e  chi la ascolta, perché parla del mondo in cui viviamo ora, perché ricorda che questo accade con l’accordo e la volontà dell’Unione europea. Scarica il rapporto in italiano EN FR Il rapporto, realizzato dal collettivo RR[X] in partnership con ASGI, Border Forensics, The Routes Journal, On Borders e Melting Pot Europa, sarà presentato in un evento pubblico a Bruxelles al Parlamento europeo il 22 aprile dalle 18.00 alle 20.00 nella sala SPAAK 7C50. Incontri informativi e formativi WOMEN STATE TRAFFICKING: PRESENTAZIONE DEL RAPPORTO AL PARLAMENTO EUROPEO Mercoledì 22 aprile 2026 ore 18 a Bruxelles 16 Aprile 2026
L’irregolarità non è casuale
I.CLAIM è un progetto che studia le condizioni di vita e di lavoro delle persone migranti in condizioni di precarietà giuridica nel contesto dell’Unione Europea e in 6 dei suoi Stati-membri, ossia Finlandia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Polonia e Regno Unito. A febbraio 2026, ha pubblicato il report Racial Logics of Irregular Migration in Europe 1, in cui dimostra che le politiche migratorie europee e nazionali (in riferimento ai 6 contesti statuali considerati) sono dominate e perciò dettate da un razzismo strutturale che produce e riproduce marginalizzazione e precarietà tra le popolazioni migranti percepite come meno desiderate. La ricerca si basa su dati raccolti nel periodo compreso tra settembre 2023 e agosto 2025 e derivati da numerosi fonti diverse. L’esperienza delle persone migranti è stata raccolta attraverso l’osservazione (estate ‘24 – primavera ‘25) della loro vita e attraverso una ricerca etnografica condotta sulle interviste di 244 di loro, impiegati nei tre settori chiave del lavoro migrante (agricoltura, lavoro domestico, consegne a domicilio). A queste si affiancano interviste complementari di datori di lavoro, personale legale, staff di ONG e sindacalisti. L’analisi della narrazione sull’immigrazione (irregolare) si è fondata su un corpus di 40.683 testi (articoli giornalistici, dibattiti parlamentari, discorsi ministeriali, manifesti partitici e pubblicazioni del terzo settore) usciti tra 2019 e 2023. Le risposte del pubblico sono state raccolte attraverso un sondaggio somministrato da YouGov in febbraio 2025 a un campione di 6.322 persone rappresentati della popolazione adulta in ciascuno dei Paesi coinvolti. Infine, il quadro legale entro cui si muovono migranti e narrazioni è stato ricostruito attraverso 65 interviste con esperti e l’analisi dei cambiamenti legislativi e normativi degli ultimi 20 nei contesti considerati. Figure 1 Scenarios and their link to irregularity in the I-CLAIM countries. Source: I-CLAIM survey (2025) Da tutta questa massa di informazioni, emergono 3 punti fondamentali. Il primo (in realtà una conferma di quanto già conosciuto), razzismo e discriminazione sono parte integrante delle politiche migratorie europee. L’Unione Europa si dipinge, all’interno e all’esterno, come uno spazio regolato da principi di uguaglianza e parità, di non-discriminazione, di accoglienza e possibilità. Questo quadro è determinato e garantito da due direttive dell’UE: la 2000/43/EC, sull’uguaglianza razziale 2, e la 2000/78/EC 3, sulla parità di trattamento e in materia di occupazione e condizioni di lavoro. Tuttavia, entrambe escludono nazionalità e status migratorio dalla materia da loro trattata, tracciando un confine netto tra la tutela dell’uguaglianza e la gestione della mobilità nell’Unione Europea. Esistono quindi due Europe: quella che punta all’uguaglianza universale degli europei “bianchi” e quella che produce differenziazione razziale attraverso leggi, politiche e pratiche amministrative. L’irregolarità di alcune (molte) persone migranti è frutto della relazione di questi due sistemi socio-politici ed è manifestazione di come l’Europa bianca gestisce male la mobilità delle persone che provengono dal suo esterno. L’Unione Europea, così come i 6 contesti particolari monitorati dal report, sono spazi di razzismo sistemico. Questo non si esprime attraverso un discorso che esplicita odio, ostilità e discriminazione, ma piuttosto si fonda su razionali politici e pratiche amministrative che pongono la migrazione come un problema di sicurezza, controllo, gestione del rischio. Si rende manifesta per vie traverse, facendo leva sulle tendenze politiche più securitarie. Quindi, uno dei modi più evidenti in cui il razzismo sistematico europeo si manifesta è il controllo dello spazio: le persone che visibilmente possono essere inserite nella categoria “migrante” sono più spesso fermate e interrogate o private della possibilità di accedere a servizi. E a proposito di accesso ai servizi, un’altra forma del razzismo sistematico è la discrezionalità negli iter burocratici. I tempi per processare le “richieste migranti” sono volutamente più lunghi, le richieste di documenti e i rimpalli tra uffici molto più frequenti, allo scopo di ritardare o negare l’aiuto.  A livello nazionale, poi, la legislazione costruisce una piramide gerarchica degli aventi diritto alla possibilità di immigrare e di restare, documentati, sul territorio. Dall’alto al basso, si trovano i migranti europei, i residenti di lunga data, i migranti temporanei o senza documenti. Per funzionare, il razzismo sistemico ha bisogno di essere formalmente invisibile. Nel discorso politico, amministrativo, sociale, il riferimento all’etnia delle persone migranti irregolari è assente. La loro diversità viene piuttosto evocata attraverso criteri deputati, sostitutivi, come quello di “nazionalità”, “religione”, “genere”, “abitudini sociali” o “comportamenti”, che servono a sottolineare la distanza sociale e culturale tra un presunto noi (europeo) e un presunto loro. Spesso, questi fattori si agganciano a stereotipi che trovano la loro origine nell’età coloniale o nella storia più recente dei Paesi coinvolti. Basti pensare alla convinzione per cui tutti i cittadini est-europei sarebbero propensi al furto, dal momento che la loro condizione di partenza è la povertà e la cultura dell’illegalità diffuse nella parte d’Occidente meno sviluppato (Europa ex sovietica). L’utilizzo del genere come principio discriminatorio ha poi l’effetto di vittimizzare i soggetti a cui si riferisce, particolarmente e di solito le donne. Non le trasforma in personaggi negativi della narrazione pubblica sulla migrazione, ma piuttosto in vittime bisognose di un aiuto a cui non sempre avrebbero diritto. Le donne migranti diventano così coloro che subiscono la loro stessa storia, secondo un processo di deumanizzazione che si applica anche a “i migranti”, le masse di disperati e disperate che arrivano via mare e terra in Europa. Le une e gli altri subiscono quindi un processo di oggettificazione che cancella qualsiasi loro agentività, qualsiasi possibilità di prendere in mano la loro vita. I criteri deputati costruiscono anche una gerarchia del merito secondo cui i migranti più vicini per origine, cultura e abitudini sociali allo spazio ospitante sono più “degni” di accoglienza e più predisposti all’integrazione. Lo stesso vale per i gruppi considerati più innocui. Migranti est-europei (specialmente se donne e/o ucraini), donne e bambini sono i gruppi più desiderabili. Subsahariani, nordafricani, mediorientali e musulmani di diverse origini sono invece i meno accettazione. La gerarchia di meritocrazia migrante disegnata dal razzismo sistematico agisce sul mercato del lavoro e sull’accesso al welfare. Le persone migranti considerate più degne di affidabili (ossia quelle più vicine alla comunità ospitante) sono le preferite dai datori di lavoro, quelle scelte per un’assunzione non sempre regolare. Quest’ultima però è essenziale, in quanto avere un contratto di lavoro è presupposto per accedere a permessi di soggiorno e diritti derivati dalla residenza: solo chi regolarizza la propria situazione professionale ha diritto a regolarizzare il proprio status esistenziale. Significa che la precarietà della propria vita dipende in modo quasi esclusivo dalla fiducia di datori di lavoro che fondano le proprie decisioni su criteri di selezione non oggettivi, discriminatori, razzisti. La co-dipendenza tra accesso al lavoro e accesso alla regolarità trasforma il lavoro in uno strumento amministrativo informale di controllo e selezione dei migranti irregolari. Ne fa poi l’origine della possibilità che i migranti hanno di accedere al welfare, poiché residenza e permesso di soggiorno sono premesse necessarie per entrare nel circuiti degli aiuti e delle sovvenzioni statali, comunali, europei. L’impossibilità di poterne usufruire e la simultanea precarietà delle condizioni di vita trasforma le persone migranti irregolari in una massa di individui senza volto bisognosi senza averne diritto. Ciò significa che l’esclusione infondata dal mondo del lavoro, l’irregolarizzazione della posizione professionale ed esistenziale di una persona migrante supporta la narrazione tendenziosa per cui i migranti irregolari sarebbero una spesa e insieme una minaccia a coesione e ordini sociali. Il rapporto Racial Logics of Irregular Migration in Europe di I.CLAIM dimostra quindi che la legislazione crea un’Europa a due binari in cui disuguaglianza e discriminazione sistematiche definiscono l’irregolarizzazione dei migranti. Le pratiche burocratico-amministrative producono nello spazio e nel tempo la condizione di irregolarità di alcune persone che si trovano nel territorio europeo, finlandese, inglese, italiano, olandese, polacco e/o tedesco. Welfare e mercato del lavoro riproducono il sistema di disuguaglianza attraverso rapporti di dipendenza e condizionalità. Ciò che emerge, in ultima istanza, è che Unione Europea e almeno 6 dei suoi Stati membri sono spazi dove l’irregolarità è razzializzata in modo intenzionale dalle istituzioni e dalla società. 1. Piemontese, S., Sigona, N., Lessard-Phillips, L., & Emmanuel, A. (2026). Racial logics of irregular migration in Europe. I-CLAIM ↩︎ 2. Council Directive 2000/43/EC of 29 June 2000 implementing the principle of equal treatment between persons irrespective of racial or ethnic origin ↩︎ 3. Direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro ↩︎
Le imprese degli immigrati sfidano la crisi e riscrivono i luoghi comuni
Secondo il Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025 del Centro Studi e Ricerche IDOS in collaborazione con CNA, in meno di quindici anni le aziende condotte da persone straniere sono cresciute di quasi il 50%, diventando un pilastro strutturale dell’economia italiana. Crescono quando le altre calano, resistono alle crisi, si strutturano, si diversificano e cominciano a trainare filiere produttive. Le imprese guidate da immigrati in Italia non sono più un fenomeno marginale o di passaggio: sono, secondo i numeri, uno dei motori silenziosi dell’economia italiana. È quanto emerge dal Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025, presentato a Roma presso la sala “Esperienza Europa-David Sassoli” e realizzato dal Centro Studi e Ricerche IDOS in collaborazione con CNA – Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa. Una ricerca basata sui dati del Registro delle Imprese, condotta ininterrottamente dal 2014, che quest’anno porta con sé una lettura statistica della realtà: non solo i numeri crescono, ma lo fanno smentendo quasi tutti i pregiudizi consolidati sul fenomeno. QUASI 667MILA IMPRESE: UNA CRESCITA “ANTICICLICA” I dati parlano chiaro. Tra il 2011 e il 2024, mentre le imprese italiane “autoctone” perdevano il 7,9% delle unità, quelle condotte da persone straniere aumentavano del 46,9%, passando da 454.029 a 666.767. Una traiettoria ascendente che non si è interrotta neppure di fronte agli strascichi della crisi del 2008, alla pandemia o alle tensioni energetiche innescate dai conflitti internazionali. Il Rapporto definisce questo fenomeno con un’espressione precisa: “dinamismo anticiclico”. Alla fine del 2024, le imprese immigrate rappresentano l’11,3% di tutte le attività indipendenti del Paese, contro il 7,4% del 2011. E, secondo i ricercatori, il potenziale è ancora largamente inespresso. «L’imprenditoria immigrata non è solo parte integrante del tessuto produttivo italiano», scrivono IDOS e CNA, «ma un vettore che ne sostiene significativamente la crescita, anche grazie al sempre più spiccato protagonismo delle donne. Una realtà tutt’altro che marginale o congiunturale, capace di resistere ai mutamenti di contesto e di contribuire in modo strategico allo sviluppo economico del Sistema Paese». Uno degli stereotipi più duri a morire è quello dell’impresa immigrata come realtà fragile e provvisoria. I dati lo ridimensionano. È vero che le ditte individuali restano la forma prevalente (72,4%), ma la composizione interna sta cambiando velocemente. Le società di capitale, cresciute del 223,2% tra il 2011 e il 2024, coprono oggi il 21,1% del tessuto imprenditoriale immigrato, a fronte del 9,6% di tredici anni fa. Il Rapporto parla di una «incisiva transizione verso forme societarie più strutturate», accelerata soprattutto nel periodo post-pandemico. Anche la durata delle imprese racconta una storia diversa da quella del passato: più di un terzo di quelle esistenti (37%) ha alle spalle oltre dieci anni di attività, a testimonianza di «esperienze imprenditoriali consolidate e integrate nel mercato territoriale». Forse il dato più sorprendente riguarda il ruolo nelle filiere produttive locali. Tra il 2019 e il 2022, il 18% delle 136mila aziende manifatturiere italiane analizzate da un database di Intesa Sanpaolo ha acquistato beni e/o servizi da imprese immigrate, per un valore complessivo superiore a 3 miliardi di euro. Una quota che il Rapporto definisce «ancora relativamente contenuta, ma dalla valenza strutturale». Significativo anche il profilo dei fornitori: rispetto alle aziende autoctone, quelle immigrate offrono meno servizi di base e più servizi avanzati. Il 12% è addirittura identificato come «strategico» per le imprese che si riforniscono da loro. LE DONNE IMMIGRATE: LA VERA SORPRESA Nel Rapporto emerge una tendenza che spicca come interessante novità: quella delle donne. Tra il 2011 e il 2024 le imprese guidate da immigrate sono aumentate del 56,2%, un ritmo ben superiore a quello già notevole registrato dall’insieme dell’imprenditoria straniera. Sono oggi 164.509, un quarto (24,7%) di tutte le iniziative imprenditoriali degli immigrati in Italia, e rappresentano il 12,6% dell’intera imprenditoria femminile nazionale, un’incidenza quasi doppia rispetto al 7,3% del 2011. Un protagonismo che si fa ancora più significativo se si considera il contesto: le donne immigrate restano tra i segmenti più penalizzati del mercato del lavoro, largamente concentrate nel lavoro domestico e di cura, con scarse possibilità di mobilità professionale nonostante spesso dispongano di competenze elevate. L’imprenditoria rappresenta per molte di loro una via di emancipazione e autopromozione che il mercato del lavoro dipendente difficilmente offre. I settori di inserimento più frequenti restano il commercio e la ristorazione, ma negli ultimi cinque anni a crescere più rapidamente sono stati comparti fino a poco fa quasi inesplorati: le attività immobiliari (+33,3%), quelle finanziarie e assicurative (+24,7%), le professioni scientifiche e tecniche (+24,2%), i servizi alla persona (+27,2%). Nell’insieme, quasi 10.000 imprese femminili immigrate operano oggi in questi settori specialistici, a conferma di una capacità crescente di cogliere opportunità nuove e di costruire percorsi imprenditoriali sempre meno prevedibili. IL TRAMONTO DELLE “SPECIALIZZAZIONI ETNICHE” Per anni si è parlato di comunità di immigrati inchiodate a specifici settori: le persone di origine marocchina nel commercio, rumena nell’edilizia, cinese nella ristorazione e nel manifatturiero e così via. Il Rapporto registra una «lenta ma graduale attenuazione» di queste concentrazioni. Le specializzazioni non sono scomparse – albanesi e romeni restano fortemente presenti nell’edilizia, bengalesi e marocchini nel commercio – ma i margini si stanno erodendo, sotto la spinta del mercato e dell’emergere di nuovi profili imprenditoriali. Nel frattempo, dopo la pandemia, stanno crescendo in modo rilevante settori inaspettati: i servizi immobiliari (+32,6% dalla fine del 2020), quelli finanziari e assicurativi (+25,4%), le attività scientifiche e tecniche (+18,8%). E il commercio, un tempo dominante, registra una flessione del 6,6%. In controtendenza, il comparto alberghiero e della ristorazione segna un +93,6% dal 2011. Nonostante i risultati, il Rapporto segnala margini di crescita significativi. Il tasso di lavoratori indipendenti sul totale degli occupati delle persone straniere è ancora al 12,9%, contro il 20,9% dei nati in Italia. E solo il 27% degli autonomi immigrati impiega lavoratori dipendenti, un dato vicino alla media europea (28,6%) ma lontano dal 33,9% dei nativi. «È fondamentale valorizzare questo dinamismo attraverso politiche mirate», concludono IDOS e CNA, «che sostengano la crescita professionale, il consolidamento strutturale e l’accesso agli incentivi». Leggi la sintesi del Rapporto