“Vite che sconfinano”: donne transgender migranti tra tratta, diritti negati e protezione mancata

Progetto Melting Pot Europa - Thursday, May 7, 2026

Le donne transgender migranti provenienti dal Sudamerica sono tra i gruppi sociali meno assistiti nei percorsi di riconoscimento dello status di rifugiate e di inserimento sociale. Sono inoltre tra le persone migranti maggiormente esposte alla tratta a fini di sfruttamento sessuale.

Sono tra le cittadine con background migratorio che, pur potendo contare su una residenza prolungata in territorio italiano, permangono spesso in uno stato di precarietà e marginalità molto prolungato che le rende vittima di re-traficking.

È il quadro generale che emerge dal rapporto Vite che sconfinano 1, documento riassuntivo dell’esperienza del progetto LightonRights 2.

Tra 2023 e 2025, il Progetto ha seguito 30 donne cisgender con background migratorio e 40 persone lgbtqia+ migranti, soprattutto donne transgender latinoamericane, escluse dall’accesso a diritti essenziali (soggiorno, salute, abitare) a causa dell’inefficienza del sistema istituzionale italiano, della (spesso) poca preparazione dei suoi operatori e della generale mancanza di risorse del sistema d’accoglienza (anche del Circuito a bassa soglia) nel territorio di Roma Capitale.

Eppure, gli strumenti giuridici per ottenere la protezione internazionale, condizione fondamentale per una stabilità di vita e un migliore accesso ai diritti fondamentali, ci sono.

Vite che sconfinano sottolinea infatti che (sebbene solo di recente) la giurisprudenza ha stabilito la possibilità concreta di riconoscere la protezione internazionale a persone che, nel proprio Paese d’origine, potrebbero subire o subiscono (nel passato, presente e futuro) discriminazioni in base a orientamento sessuale, identità di genere, espressione di genere o caratteristiche sessuali 3.

Gli abusi subiti dalle donne transgender si possono poi ascrivere alla violenza di genere. L’Alto Commissariato delle Nazioni Uniti per i Rifugiati (UNHCR) definisce “violenza di genere” qualsiasi atto perpetrato contro la volontà di una persona su base di differenze socialmente costruite (come il genere).

In altre parole, è violenza di genere qualsiasi danno o sofferenza mentale, sessuale e fisica, la minaccia di questi atti, la coercizione e altre privazioni della libertà che sono subite da una persona per il modo in cui esprime la sua identità, modo che è percepito sbagliato dalle norme sociali maggioritarie.

Raccogliendo le testimonianze delle persone assistite e l’esperienza comune giurisprudenziale e non, il report di LightonRights individua tre attori principali che operano violenza di genere contro donne transgender.

Lo Stato, con i suoi vari operatori, genera supporta e riproduce discriminazioni socio-culturali e penali che condannano le persone trangender a condizioni di marginalità, subordinazione e pericolo di vita.

Per esempio, in diversi Paesi sono vietati i progetti a difesa e sostegno delle persone lgbtqia+ oppure la queerness nell’espressione di genere e sessuale è considerata un reato passibile di pena di morte. Ancora, le autorità statali non attuano le tutele previste dalle leggi esistenti a beneficio di persone lgbtqia+, ossia le leggi rimangono lettera morta.

Famiglie e comunità sono le altre due sorgenti di violenza di genere. Le norme sociali che percorrono e costruiscono questi due nuclei puniscono spesso in modo molto duro chiunque deragli dalla loro via.

Nel caso di donne trangender latinoamericane, è possibile supporre che il loro contesto socio-culturale sia segnato dalla cultura del machismo e come un individuo di sesso maschile che esprima la propria identità femminile sia stigmatizzato in modo violento e negativo.

Non sono però solo il Paese e i nuclei sociali d’origine a produrre violenza di genere contro donne trangender.

Anche il Paese e la società d’arrivo hanno responsabilità, perché anche in questi contesti esistono norme comuni e atteggiamenti istituzionali che designano le persone transgender/lgbtqia+ migranti come individui di serie B. in Italia, sembra che l’unica possibilità di inserimento sociale delle persone trangender provenienti dal Sudamerica (e in particolare delle donne) sia il lavoro sessuale, in strada o in case d’appuntamento.

Questa visione restrittiva e predeterminata del loro progetto migratorio ed esistenziale, che dovrebbe invece essere autodeterminato, alimenta il meccanismo di loro traffico a fini di sfruttamento sessuale.

Anche i media alimentano questo meccanismo, descrivendo le donne transgender come vite a perdere: donne destinate al lavoro sessuale “per abitudine”, destinate a rimanere sulla strada per una sorta di incapacità di riscatto e/o predisposizione derivata dalla loro identità di genere e sessuale. Persone che non vogliono o non possono riabilitarsi.

Questo quadro costringe le donne trangender a condizioni di estrema precarietà esistenziale, che a sua volte le svolgere attività lavorative obbligate e/o di sussistenza come il sex work, spesso tra l’altro fonte di guadagno per la famiglia e la comunità che le ripudia.

Esclusione sociale e marginalizzazione economica sono solo due delle forme che prendono gli abusi sulle donne transgender nelle comunità di partenza, passaggio e arrivo. Gli altri hanno carattere fisico (aggressioni), sessuale (stupro) ed emotivo (maltrattamenti verbali ed esclusione sociale).

Ci sono anche l’esclusione dall’accesso ai diritti e alle risorse a essi collegati e la violenza assistita (ossia il fatto di essere persone testimoni dirette o indirette di violenze subite da altre persone transgender).

Inoltre, il timore nei confronti delle Forze dell’ordine (causato e alimentato da esperienze negative vissute) e delle ritorsioni di trafficanti, sfruttatori e cittadini violenti ferma spesso la volontà di denuncia, primo passo verso l’uscita dalla condizione di sfruttamento e discriminazione.

La specificità dell’identità di questi individui e il vissuto, la coscienza, la storia comune e condivisa ne fanno un “particolare gruppo sociale”.

Pertanto, le persone transgender (e lgbtqia+) possono essere titolari di tutela da parte del diritto internazionale come rifugiate secondo le Convenzione di Ginevra del 1951, recepita a livello europeo dalla Direttiva qualifiche del 2004 (diffusa nel 2011).

L’art. 2 di questa Direttiva mette in chiaro quali sono i principi secondo cui è riconoscibile lo status di rifugiat3, mentre l’art. 10 specifica cosa significhi appartenere a un particolare gruppo sociale3.

L’art. 7 determina che le misure di protezione per queste persone poste in essere dallo Stato d’origine possono essere ritenute effettive solo se sono durature, effettive e accessibili.

Ossia, come detto sopra, non basta una legge anti-discriminazione: è necessario che esistano strumenti pratici che assicurino alle persone queer una protezione costante e abilitante all’accesso ai diritti e al godimento di una vita dignitosa.

L’art. 5 stabilisce che le persone transgender devono essere tutelate anche in riferimento a minacce e violenze subite durante o dopo la partenza dal Paese d’origine.

In generale, poi, il pericolo sempre attivo che minaccia queste persone rende per loro valido il principio di non refoulement: non possono cioè essere espulse, perché l’espulsione comporterebbe per loro un rischio troppo grande di ricadere nella discriminazione e nei circuiti di sfruttamento di cui sono state vittime nel Paese d’origine e durante il percorso migratorio.

L’applicazione della Convenzione di Ginevra sopracitata è facilitata anche dalle Linee guida UNHCR in materia di riconoscimento dello status delle persone rifugiate in base a orientamento sessuale e/o identità di genere. L’Alto Commissariato riconduce ancora questo riconoscimento al fatto che le persone trangender, così come lgbtqia+, sono ascritte in un particolare gruppo sociale.

Le sue Linee guida determinano che, nel dare protezione internazionale, bisogna tenere in considerazione non solo gli episodi di sfruttamento già avvenuti ma anche i danni che la tratta 4 ha causato nel Paese d’origine, anche se le persone in questione non sono a rischio di re-trafficking.

Insieme alle diverse fonti legislative che sostengono il riconoscimento dello status di persone rifugiate per le donne transgender, il rapporto Vite che sconfinano richiama anche il Protocollo Addizionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale, volto a prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in particolare donne e bambini. La sua esistenza costituisce di per sé un’ulteriore conferma della necessità di considerare le persone migranti LGBTQIA+ e transgender vittime di tratta come soggetti a rischio, da tutelare attraverso strumenti di protezione internazionale.

Esistono quindi diverse fonti di diritto internazionale che spingono alla protezione delle persone trangender migranti. La Direttiva qualifiche europea è vincolante per gli Stati membri, quindi anche per l’Italia.

Eppure, in Italia non esistono percorsi davvero efficaci per la tutela e l’inclusione di queste soggettività. Oltre alle cause fondamentali già elencate sopra, bisogna tenere in considerazione un altro fattore determinante in questa questione: l’intersezionalità rappresentata dalle persone lgbtqia+ migranti.

Le donne trangender latinoamericane seguite dal progetto LightonRights non sono solo persone queer, ma sono anche migranti, sono latinoamericane, sono donne, sono spesso in condizioni di precarietà abitativa e hanno spesso un accesso claudicante alle cure mediche.

Sono persone a cui la violenza subita ha lasciato in eredità malattie di carattere psichico e/o che l’instabilità esistenziale ha spinto verso dipendenze da sostanze.

Appunto mettendo in pratica la complessità della vita trangender migrante in Italia, il rapporto Vite che sconfinano approfondisce anche la questione dell’accesso al diritto alla salute e all’abitare mettendola in relazione alla mancanza di un qualsiasi permesso di soggiorno nel territorio italiano.

Quello che il progetto LightonRights ha fatto davvero emergere è quindi la necessità di affrontare un problema per il quale esistono tutte le premesse risolutive con uno sguardo multidisciplinare e intersezionale.

Perché tutela e accesso ai diritti implicano un ripensamento della cittadinanza in senso più inclusivo e partecipato, che coinvolge non solo persone migranti lgbtqia+ e chi opera nel settore, ma anche la società nel suo complesso.

  1. Leggi il report ↩︎
  2. LightonRights è un progetto di Diritti di Frontiera-Laboratorio di teoria e pratica dei diritti APS e di Libellula Italia APS che ha lo scopo di supportare (con un atteggiamento multidisciplinare e intersezionale) persone lgbtqia+ e queer nella rivendicazione dei loro diritti attraverso uno sportello socio-legale all’Università degli Studi di Roma Tre. LightonRights è finanziato da ActionAid International Italia E.T.S e Fondazione Realizza il Cambiamento nell’ambito del progetto “THE CARE – Civil Actors for Rights and Empowerment” cofinanziato dall’Unione Europea ↩︎
  3. L’Art. 10 specifica anche che un particolare gruppo sociale è costituito da quelle persone che hanno un’identità o una storia comune, che definisce la loro identità, basata su un tratto identitario irrinunciabile e al quale non dovrebbero rinunciare in ragione di discriminazioni da esso derivanti, soprattutto nel Paese d’origine. Specifica che l’individuazione di un particolare gruppo sociale avviene anche in base a considerazioni di genere e in base all’orientamento sessuale ↩︎
  4. La definizione di tratta adottata comunemente è contenuta nel “Protocollo Addizionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale per prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in particolare donne e bambini” ↩︎