Di chi è Mayotte? Mayotte è nostra!JOSÉ GONZÁLEZ MORANDI 1
«Mayotte è la nostra isola, la nostra isola! Fanculo, faremo saltare il banco!
Ve l’avevo detto che saremmo diventati cattivi».
Mayotte è nostra (Mahoré Yatru, in shimaoré) è il titolo della canzone composta
dalla band MaBrasilien del quartiere di Kaweni a Mayotte
Prima di iniziare il progetto solroutes non avevo la minima idea che esistesse
Mayotte (Mahoré in shimaoré, la lingua locale), un’isola francese nell’Oceano
Indiano, a 10.000 km da Parigi – che per un retaggio coloniale viene ancora
chiamata la «métropole».
L’arcipelago delle Comore mi diceva vagamente qualcosa, ma non sapevo
assolutamente nulla dell’indipendenza di questo arcipelago dalla Francia nel
1975, e ancor meno di un referendum in seguito al quale Mayotte non ha ottenuto
l’indipendenza ed è rimasta una colonia francese per divenire poi dal 2011 un
dipartimento francese e territorio a pieno titolo dell’Unione Europea.
Questa appartenenza alla Repubblica Francese, vista all’epoca come
un’opportunità dalle élite mahoriane e come una strategia di continuità
coloniale dal governo francese, ha messo Mayotte in una situazione di contrasto
con il proprio contesto geografico e culturale.
Questa situazione singolare è oggi fonte di tensioni con le altre isole
dell’arcipelago; come abbiamo visto negli articoli precedenti, dall’isola
comoriana di Anjouan arrivano ogni anno migliaia di persone 2.
Mayotte è il dipartimento d’oltremare meno sviluppato, con un PIL pro capite 3,4
volte inferiore a quello della Francia continentale, ma quasi 7 volte superiore
a quello della Repubblica delle Comore.
La crescita demografica (76.000 abitanti nel 1991, 300.000 nel 2023, 323.156
abitanti nel 2026 in base all’ultimo censimento) supera oggi di gran lunga la
capacità delle infrastrutture e dei servizi pubblici.
La situazione dei giovani, in particolare, è il simbolo di questo fallimento.
Circa il 55% della popolazione totale ha meno di 20 anni. Con aule
sovraffollate, carenza di personale docente e poche alternative per il tempo
libero, il sistema educativo non è in grado di soddisfare le esigenze di una
gioventù numerosa e vivace.
Se aggiungiamo al quadro le scarse prospettive di futuro, il risultato è fra i
giovani una diffusa percezione di abbandono e di disprezzo da parte della
Francia, la madrepatria. Ogni giorno la popolazione giovanile, e non solo, vede
come la promessa di uguaglianza repubblicana sia destinata a rimanere
un’illusione.
Mayotte, in generale, viene descritta dai media e dall’opinione pubblica
francese in modo assolutamente pessimistico: le condizioni di vita, le
disuguaglianze e le crisi strutturali la presentano in uno stato di emergenza
permanente.
Questo testo illustra una parte del lavoro sul campo svolto nel mese di maggio a
Mayotte, in particolare la nostra esperienza di incontro e realizzazione filmica
con due gruppi di giovani abitanti dell’isola: da un lato, gli studenti
universitari; dall’altro, membri di una “banda” di un banga dell’isola.
«Banga» è il nome con cui lì si chiamano quelle che in Spagna conosciamo come
«baraccopoli», in Brasile «favelas» o in Argentina «villas miseria». I banga
sono onnipresenti sull’isola; vi vivono anche studenti universitari, sia
regolari che irregolari, e come abbiamo già scritto un terzo della popolazione
vive in uno dei banga dell’isola.
Reportage e inchieste
FRA GLI ILLEGALI NEI BANGA
Il 3° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa"
28 Luglio 2026
Ci avevano messo in guardia su due cose riguardo a Mayotte: 1) che era molto
pericolosa a causa della violenza giovanile, al punto che molti muzungu, bianchi
in swahili, non escono di casa dopo il tramonto; 2) che era tabù parlare di ciò
di cui tratta il progetto Solroutes: migrazioni, frontiere, colonialismo…
ALL’UNIVERSITÀ
L’università si trova a Dembeni, a 30 minuti dalla capitale, in cima a una
collina con una vista mozzafiato sul mare. È una piccola università pubblica,
ben attrezzata e con standard apparentemente europei.
Abbiamo tenuto innanzitutto una conferenza aperta in cui abbiamo presentato
Solroutes: «filmare le frontiere, etnografia, solidarietà, necropolitica» e nei
giorni successivi abbiamo condotto per 25 ore un workshop di sociologia visiva
dal titolo «Filmare la quotidianità a Mayotte».
Alla conferenza hanno partecipato principalmente docenti e tre studenti che in
seguito prenderanno parte al workshop: un ragazzo di origini miste
malgasce-mahoré che porta in bella vista una biografia di Elon Musk, una ragazza
del posto estroversa che lavora anche per l’università come «tuttofare» e una
giovane timida con il velo all’apparenza tradizionalista.
Concludiamo la conferenza con un frammento di uno dei film realizzati
nell’ambito del progetto Solroutes, “L’Avventura”, in cui Babacar, un attivista
senegalese per il diritto alla libera circolazione, conclude: “La cosa migliore
sarebbe cercare di vivere tutti insieme, altrimenti moriremo tutti insieme”.
Le parole di Babacar vengono accolte con entusiasmo dagli studenti, mentre
diversi docenti si congratulano con noi per aver portato questo dibattito
all’università.
A KAWENI, IL PIÙ GRANDE BANGA DI MAYOTTE
Il pomeriggio in cui ci siamo recati all’appuntamento con i giovani di Kaweni,
che si fanno chiamare Ma Bresilien, entriamo per la terza volta nel più grande
banga di Mayotte. Fa parte del comune di Mamoudzou, la capitale dell’isola.
Si estende su due grandi versanti che sovrastano la zona industriale a nord
della capitale. Siamo accompagnati ancora una volta da Madi, il nostro referente
sul posto. Durante il nostro primo incontro ci ha portato in giro per il
quartiere e successivamente, abbiamo partecipato a una giornata di pulizia
comunitaria da lui coordinata e promossa da un ente pubblico con cui
collabora.
Madi ha circa 30 anni e ha studiato all’università; è nato alle Comore e non ha
documenti (sua madre, sua moglie e sua figlia invece sì, cosa molto comune in
molte famiglie di Mayotte). Dopo essere cresciuto da solo ad Anjouan, si è
trasferito a Kaweni dalla madre per frequentare il liceo. Oggi lavora come
mediatore sociale comunitario su base volontaria ed è in attesa di un colloquio
con le autorità per regolarizzare la sua situazione.
Ad attenderci c’è un gruppo di circa 10 giovani che fumano hashish; sono seduti
su scalini improvvisati che si affacciano su un campo da calcio in terra battuta
dove giocano decine di bambini. Sono ragazzi che si mostrano al tempo stesso
come duri e ironici.
Mi chiedono se qualcuno di noi sappia girare un videoclip. Madi li aveva già
informati della nostra intenzione di filmare; per incontrarci gli hanno chiesto
50 € e una spesa al supermercato da destinare al capo del gruppo che non
abbiamo mai avuto il piacere di conoscere.
Per rompere il ghiaccio chiedo loro se qualcuno sappia cantare; mi rispondono di
sì e che sono pronti a realizzare il videoclip subito. Porto la mia attrezzatura
a tracolla, ma aspetto che siano loro a chiedermela. Mostro loro il lavoro
realizzato con due ragazzi delle baraccopoli del mio quartiere a Barcellona; gli
piace e mi chiedono se possiamo fare qualcosa.
Rispondo loro di scegliere una canzone e che la registreremo; hanno una lunga
lista sul telefono e ci mettono un po’ a sceglierla. Come per magia appare un
grande altoparlante e alla fine, in mezz’ora, registriamo il tutto: tre ragazzi
cantano, mentre bambini e altri ragazzi del quartiere fanno i cori. Si vede che
non è la prima volta che registrano; hanno capacità di inscenare una
performance.
I Ma Bresilien hanno dei rivali di un altro quartiere che si chiamano
Argentinos: il classico del calcio mondiale si disputa anche nelle baraccopoli
di Mayotte. Hanno la bandiera del Brasile come simbolo del gruppo e la mostrano
nel video insieme a una coppa, come se fossero campioni del mondo.
Nel video si vedono solo due coltelli, non molti; in altri loro videoclip che
scopro in seguito su YouTube ne tirano fuori a decine, ma anche machete,
pistole, asce e persino piccozze da alpinismo.
Sembrerebbe che abbiano fatto propria l’idea stigmatizzante di un film
commerciale francese, girato proprio a Kaweni, intitolato «Tropico della
violenza».
Tutta questa ostentazione di coltelli si inserisce in una retorica e spettacolo
della violenza o si tratta del riflesso di una violenza oggettiva?
La realtà è che l’incidenza dei feriti da arma da taglio non è riportata in
nessun rapporto statistico sulla salute dell’isola.
Ciò che invece emerge con forza dalle analisi demografiche e abitative
dettagliate pubblicate dall’Istituto Nazionale di Statistica e Studi Economici
della Francia (INSEE) è che circa il 40% degli abitanti di Mayotte vive in
alloggi precari (il 59% delle abitazioni dell’isola), principalmente in baracche
di lamiera prive di servizi di base (acqua corrente, doccia, servizi igienici,
elettricità); che il 57% delle famiglie vive in condizioni di sovraffollamento,
un tasso sei volte superiore a quello della Francia metropolitana, e che il 77%
della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà.
INIZIA IL WORKSHOP: FILMANDO LA VITA QUOTIDIANA
Il primo giorno al laboratorio ci accompagna anche Madi: deve andare a ritirare
il suo diploma (all’inizio in segreteria gli hanno detto di tornare la settimana
successiva; poco dopo è tornato accompagnato da una docente locale e,
miracolosamente, gli viene consegnato immediatamente).
La sua realtà di studente senza documenti sarà fonte di ispirazione per il
lavoro audiovisivo che i partecipanti al laboratorio iniziano a sviluppare.
L’università è un luogo socialmente eterogeneo: è frequentata dai ragazzi senza
documenti come lui che vivono nel «banga» ma anche dai giovani con passaporto
francese, auto propria e vacanze a Parigi, alle Seychelles o alla Riunione.
La differenza si manifesta alla fine degli studi: chi ha il passaporto francese
può continuare a lavorare e viaggiare, chi non ce l’ha può essere espulso ad
Anjouan in qualsiasi momento e potrà lavorare solo in nero.
Ai tre partecipanti al workshop del primo giorno si aggiungono: un giovane
sportivo e brillante, una matematica esperta di viaggi e risoluta, una
studentessa di lettere appassionata. Il gruppo si rivela fantastico: sono
riflessivi, impegnati, curiosi.
La ragazza con il velo non risulta affatto conservatrice, è una ragazza timida
che alla fine del workshop mi dirà di non essersi mai sentita così ascoltata;
l’atleta e la matematica hanno fatto l’Erasmus in Europa e viaggiano spesso per
le vacanze verso destinazioni costose.
La studentessa di lettere è cresciuta a Brest e ha un modo di fare tipico di una
giovane moderna e impegnata. A quanto pare abita a due isolati da dove abbiamo
affittato e un giorno ci porterà a visitare il «banga» che si trova dietro le
nostre case e dove lei ha molti parenti.
Il ragazzo che legge la biografia di Elon Musk non è affatto un fan del magnate
americano; è solo curioso.
Mentre la ragazza “tuttofare” con il suo lavoro mantiene da sola la sua
famiglia. Tutti partecipano alla discussione e subito vogliono parlare proprio
di quegli argomenti che dovevano essere, e restare, tabù.
Durante il laboratorio che io dirigo in qualità di regista e documentarista, si
crea un’atmosfera di complicità, voglia di lavorare e straordinaria creatività.
Ispirati dalla storia personale di Madi, i partecipanti scrivono due
sceneggiature di finzione che loro stessi interpreteranno nell’auditorium
dell’università alla fine della formazione.
Una racconta la storia di uno studente che non può proseguire gli studi perché
privo di documenti. L’altra quella di un mahorese con passaporto che va in
Francia a studiare ma finisce per scontrarsi con i mali dell’Europa, il
razzismo, l’indifferenza, e rimpiange tristemente la sua isola.
Organizziamo una sessione di interviste registrate che avevamo pensato come uno
spazio individuale; ma il set si trasforma nel palcoscenico di un ricco
dibattito in cui si dicono cose del genere:
«Viviamo su un’isola sprofondata nell’abbandono». “Mentre il governo francese
inietta milioni di euro che scompaiono nella corruzione senza lasciare traccia,
le famiglie subiscono le conseguenze dirette delle sue politiche: vediamo ogni
giorno come espellono i genitori verso le Comore, lasciando i loro figli – molti
dei quali con la cittadinanza francese – completamente soli e indifesi a casa”.
“Non abbiamo possibilità di svago né opportunità, e chi è senza documenti vive
nella paura costante di non poter continuare a studiare”.”Di fronte alla
criminalità, le autorità rispondono con la violenza. Ma noi sappiamo che
operazioni di polizia come Kingia o i «decasages» (la demolizione delle
abitazioni) non risolvono nulla; al contrario, distruggono solo la poca speranza
che ci resta. La vera via d’uscita non è la repressione, ma il lavoro e
l’inserimento lavorativo”.
“Ci rifiutiamo di vedere la nostra diversità come una minaccia. Essere un popolo
comoriano, malgascio e della Riunione ci arricchisce, ci apre la mente e ci fa
andare avanti”. “La nostra generazione sta studiando, sta prendendo coscienza ed
è pronta a far funzionare le cose. È da troppo tempo che aspettiamo che le
soluzioni arrivino da Parigi; abbiamo ormai capito che se non ci uniamo noi per
cambiare Mayotte, nessuno lo farà”.
CONTROLLO DI POLIZIA
Al ritorno dall’università viaggiamo su due auto. Madi viaggia con due colleghi
italiani, entrambi docenti con una lunga carriera accademica alle spalle. In uno
degli innumerevoli posti di blocco viene fermato quando constatano che i suoi
documenti non sono stati rinnovati.
Gli agenti ai posti di blocco sono per lo più giovani bianchi della gendarmeria,
un corpo semi militare: sono pesantemente armati, allo stile degli agenti
dell’ICE.
Le loro auto sembrano uscite dal film Mad Max, con grate saldate grossolanamente
alla carrozzeria e completamente ammaccate dagli impatti dei sassi che li
colpiscono quotidianamente; le ammaccature sembrano pitture di guerra che
sfoggiano con orgoglio e distinzione.
Quando le loro auto passano davanti ai banga vengono bersagliati di pietre e
rispondono sparando gas lacrimogeni, dando vita a una battaglia che sembra un
gioco per entrambi gli schieramenti.
Il costo economico per lo Stato della sicurezza a Mayotte non viene
contabilizzato in modo separato dal totale per l’intero paese; secondo diverse
fonti giornalistiche, Mayotte ha il doppio di poliziotti e gendarmi per abitante
rispetto alla media di qualsiasi dipartimento francese.
A Mayotte, ogni 100.000 abitanti ci sono 800 agenti (il doppio della media
nazionale) contro 89 medici (un quarto della media nazionale).
Lo Stato francese investe il doppio della media nazionale per controllare il
territorio e 33 volte meno della media nazionale per assistere la popolazione.
Secondo una dichiarazione dell’ex ministro dell’Interno Gérald Darmanin
riportata da un quotidiano svizzero, Mayotte conta più poliziotti e gendarmi
delle città di Marsiglia, Lione e Lille messe insieme.
Il Comando della Gendarmeria di Mayotte è rafforzato in modo permanente da
quattro squadroni di gendarmeria mobile; si tratta di una struttura da forza di
pronto intervento che normalmente viene dispiegata solo in situazioni di crisi.
La massiccia presenza di forze dell’ordine è evidente ad occhio nudo. Già
sull’aereo, sia all’andata che al ritorno, abbiamo contato circa 80 di quegli
inconfondibili giovani uomini bianchi con barba e/o baffi curati, nel più puro
stile dei concorrenti di qualche «Isola delle Tentazioni» o «Grande Fratello»;
immagino siano diretti a Mayotte per vivere un’avventura e guadagnare 1,5 volte
di più che in Francia.
Sulle spiagge, senza uniformi, è normale vederli sfoggiare i loro corpi scolpiti
in palestra e ricoperti di vistosi tatuaggi. Ho notato con interesse che tra
loro vanno per la maggiore i tatuaggi con motivi “nativi americani” e “tribali
polinesiani”; secondo una ricerca tutt’altro che rigorosa sull’IA di Google, si
tratta di simboli che rappresentano il coraggio, la gerarchia e la protezione.
Madi è stato finalmente rilasciato; è riuscito a dimostrare che sta espletando
le pratiche per ottenere il permesso di soggiorno, che svolge attività di
volontariato e che ha frequentato l’università per conseguire la laurea. Questa
volta i gendarmi si sono dimostrati benevoli, a differenza delle altre quattro
volte precedenti in cui era stato espulso…
Centinaia di comoriani vengono espulsi ogni giorno e rispediti ad Anjouan dopo
solo tre ore di traghetto. Molti, quando possono, tornano a Mayotte su
imbarcazioni illegali chiamate kwasa-kwasa: è un viaggio breve, veloce e
relativamente economico.
Una studentessa del laboratorio ci ha tradotto il testo della canzone; ci ha
sorpreso che i MaBrasilien parlassero di problemi sociali e politici, e non di
argomenti banali come fanno tanti rapper, proprio i temi di cui Solroutes voleva
parlare: migrazioni, razzismo, appartenenza, identità, colonialismo…
Il ritornello ripete: «Mayotte è nostra».
A chi appartiene Mayotte è una questione fondamentale nella realtà sociale,
politica e storica di questa piccola isola dell’Oceano Indiano. A chi appartiene
Mayotte? Alla Francia, alle Comore, all’Africa, all’Europa? È chiaro che Mayotte
appartiene anche a loro, ai giovani dell’università, ai giovani del banga.
Mayotte è loro.
Liberate tutti i miei compagni sulle rive dell’Oceano Indiano. Ci hanno portato
via tutte le nostre ricchezze. Sì, ci hanno fatto soffrire, ma non riusciranno a
distruggerci. Vogliono le nostre ricchezze secondo la legge francese. Vogliono
spogliarci delle nostre ricchezze. Vogliono affondarci perché siamo figli di
Anjouan, perché siamo comoriani su quest’isola africana.
Liberate tutti i miei amici, tutto questo mi spezza il cuore. Abbiamo vissuto
nella miseria, ma andiamo avanti. L’uomo bianco vuole a tutti i costi
ammanettarci davanti al tribunale della legge francese. Ci vedono solo come
figli di Anjouan perché siamo comoriani. Mayotte è la nostra isola, la nostra
isola! Fanculo, faremo saltare il banco! Ve l’avevo detto che saremmo diventati
cattivi. Non è una storia di oggi davanti al tribunale. Ci minacciano per
questioni di machete. Ma saremo forti, andremo avanti. È una merda, ci siamo
giocati la vita in mare. Ma l’uomo bianco vuole affondarci a quanto pare.
Bisogna essere francesi per forza, oppure ci incatenano! Una canzone gridata può
aiutare a liberarsi. Liberate tutti i miei amici!
1. José González Morandi è regista e documentarista, specializzato in
documentario etnografico e video sociale e partecipativo. Ha studiato cinema
a Buenos Aires e Barcellona e conseguito un Master in Documentario Creativo
alla Pompeu Fabra University. Ha realizzato numerosi documentari, tra cui
Can Tunis, Traces of Dixan, Buscando Respeto e Baluard, premiati in festival
nazionali e internazionali. Ha inoltre collaborato a progetti di ricerca e
formazione in ambito cinematografico e antropologico ↩︎
2. Leggi l’introduzione al reportage ↩︎