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Italia, Ruanda e la nuova esternalizzazione dei rimpatri
La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sembra non aver molto in comune con la Prima Ministra danese Mette Frederiksen, se non il fatto di essere le uniche due donne al governo in Europa. Tuttavia, a inizio agosto, in seguito ai fatti avvenuti a Ceuta e Melilla, entrambe hanno sottolineato in una dichiarazione congiunta che, nonostante le differenze, ciò che le accomuna è il desiderio di “difendere l’Europa” da coloro che “vogliono imporci stili di vita che non vogliamo”, desiderio che si traduce ovviamente nella implementazione di una politica migratoria rigorosa. Essa però, ai loro occhi, non basta più. Occorre “realizzare centri di rimpatrio in Paesi terzi, così come altre soluzioni innovative al di fuori dell’Europa”. “Ci stiamo lavorando con impegno”, scrivono.  Era già evidente come il modello Albania, promosso dall’Italia, fosse stato accolto e sostenuto non solo dalla Danimarca ma dall’Unione Europea stessa. Infatti, in seguito al nuovo regolamento per il rimpatrio dei migranti approvato dal Parlamento europeo a giugno 1, 19 Paesi hanno scritto una lettera ai leader europei, sottolineando la necessità di “dimostrare risultati concreti” e “portare avanti quanto prima soluzioni nei Paesi terzi”. La principale soluzione sono proprio i centri per il rimpatrio (return hub), strutture in cui trattenere coloro che non hanno un diritto legale a restare nel territorio europeo e che sono destinatarie di un provvedimento di rimpatrio. I centri potranno essere costruiti anche in un uno Stato non appartenente all’UE, basta che abbia un accordo con uno Stato membro, così come succede in Albania da ottobre 2024 2.  I centri sono luoghi di transito, dove le persone vengono collocate in attesa di essere rimpatriate nel Paese di origine, ma possono diventare vere e proprie strutture di detenzione. Nel caso albanese erano destinati a ospitare soltanto richiedenti asilo, esternalizzando la procedura, che veniva gestita dalle autorità italiane. Dopo una serie di ricorsi legali, nel marzo 2025 il governo Meloni ha trasformato il centro in una struttura per le espulsioni di migranti irregolari che avevano già ricevuto una decisione di rimpatrio. Questo cambiamento ha reso la struttura albanese un primo precursore dei centri per il rimpatrio, ma sono ancora le autorità italiane a gestirlo e a essere responsabili del rimpatrio finale dei migranti. Il modello europeo potrebbe, invece, esternalizzare interamente la gestione e la responsabilità delle procedure di asilo e di espulsione a un Paese non appartenente all’UE. Nello specifico, Germania, Austria, Danimarca, Grecia e Paesi Bassi hanno confermato di essere in trattativa per l’istituzione di tali strutture in Paesi come Uganda, Ruanda e Ghana. Il loro obiettivo è concludere la prima partnership entro la fine dell’anno, con la firma prevista all’inizio del 2027 3.  Al momento, comunque, solo il Ruanda ha confermato di essere in trattative con l’Italia, confermandosi un partner strategico. Illustrazione: Wikimedia commons La portavoce del governo ruandese Yolande Makolo ha ribadito che “i richiedenti asilo sono africani” e il Paese non vuole “che gli africani soffrano in paesi che non li accolgono. Non vogliamo che intraprendano pericolosi viaggi attraverso il deserto e muoiano nel (mare) Mediterraneo (…), né in altri paesi che non li vogliono”. “L’ideale sarebbe che rimanessero a casa, avessero opportunità e sicurezza nelle proprie case. E se non riescono a ottenerlo, forse possono trovarlo in altri paesi, specialmente in Africa. (…) Vogliamo che i giovani africani siano felici vivendo nel loro continente e che contribuiscano a costruirlo insieme”, ha affermato 4.  Il Paese, infatti, aveva già stretto un accordo con il Regno Unito di Boris Johnson nel 2022 che prevedeva di mandare in Ruanda i richiedenti asilo arrivati irregolarmente nel Regno Unito, in cambio di finanziamenti a Kigali.  In seguito, la Corte suprema aveva bocciato il piano nel novembre 2023, ritenendo che il Paese non fosse sufficientemente sicuro, dato il rischio di persecuzione o di maltrattamenti, ed esso fu annullato durante il governo di Keir Starmer nel 2024. Il governo ruandese ha poi fatto causa chiedendo altri 115 milioni di sterline come risarcimento per i pagamenti futuri non corrisposti e la fine anticipata dell’intesa 5, risarcimento che è stato recentemente considerato illegittimo.  In realtà, già nel 2014 un accordo permise a Israele di trasferire nel paese africano alcune migliaia di eritrei e sudanesi 6; dal 2019, inoltre, il dispositivo dell’Emergency Transit Mechanism (ETM) di Gashora, nel distretto meridionale di Bugesera, avviato da Ruanda, Unione Africana e Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha raccolto profughi evacuati dalla Libia e in attesa di reinsediamento o rimpatrio volontario 7. Kigali skyline (PH: Wikimedia commons) La situazione politica attuale in Ruanda è dominata dal controllo del Fronte Patriottico Ruandese (RPF) e dalla presidenza di Paul Kagame, riconfermato nel luglio 2024 per un ulteriore mandato con oltre il 99% dei voti. Kagame governa il paese dal 2000 e le riforme costituzionali gli consentono di mantenere il potere, limitando lo spazio per l’opposizione politica e la libertà di stampa. Nel frattempo, il Paese persegue una rapida modernizzazione e un forte sviluppo economico, presentandosi come un modello efficiente di stabilità e attrazione per gli investimenti esteri. Tra questi, anche quelli del Piano Mattei 8 che, con l’aggiunta del Ruanda a luglio 2026 per “sostenere la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico nella Nazione”, arriva a interessare 18 Paesi africani 9.  La stabilità interna, basata anche su una forte repressione del dissenso, contrasta con le forti tensioni nella regione dei Grandi Laghi. Il Ruanda è infatti accusato da organismi internazionali e dalla Repubblica Democratica del Congo di sostenere i ribelli del movimento M23 e, nonostante i tentativi di mediazione diplomatica e i fragili accordi di pace sottoscritti tra le parti, la situazione lungo i confini con la RDC e il Burundi resta instabile e caratterizzata da ricorrenti scontri armati.  Anche per quanto riguarda gli altri Paesi, comunque, la situazione è poco chiara. Il Ghana ha firmato un accordo con gli Stati Uniti per accettare nel proprio Paese migranti di altre nazionalità africane espulsi da Washington, fungendo da hub di transito, e diversi gruppi di difesa dei diritti hanno presentato ricorsi e cause legali contro lo Stato ghanese presso la Corte di Giustizia dell’ECOWAS e i tribunali locali, contestando la detenzione in strutture militari, la segretezza dell’accordo e il rischio di persecuzioni per i migranti rispediti nei paesi da cui erano fuggiti 10.  L’Uganda segue una strada simile a quella ruandese. Il Paese vive una forte tensione politica dopo la conferma del presidente Yoweri Museveni per il suo settimo mandato nelle elezioni di gennaio 2026: all’età di 81 anni e al potere dal 1986, Museveni ha vinto le elezioni con circa il 72% dei voti, tanto che il principale sfidante Bobi Wine ha denunciato brogli elettorali, violenze e arresti domiciliari per gli oppositori. Nel frattempo, cresce il peso politico del figlio del presidente, Muhoozi Kainerugaba, capo dell’esercito e considerato il possibile erede.  Come ha affermato Michael O’Flaherty, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, si “rischia di creare un buco nero per i diritti umani con i suoi return hubs per i migranti” 11. L’Europa non è estranea alle politiche di esternalizzazione e le violazioni di lunga data dei diritti dei rifugiati e dei migranti in Libia e Tunisia dimostrano che la cooperazione migratoria volta a prevenire l’arrivo nell’UE porterà a gravi e diffuse violazioni dei diritti umani. “Come può qualcuno ragionevolmente credere che questa volta sarà diversa?”, chiede il Commissario.  L’UE sta chiaramente cadendo vittima di “retorica populista” sui migranti, ha detto Jean-Nicolas Beuze, rappresentante dell’UNHCR a Bruxelles. I rifugiati corrono il rischio di essere inviati in un paese dove possono “subire danni irreparabili” 12. Anche Human Rights Watch 13 ha costantemente riscontrato che le deportazioni verso paesi terzi espongono le persone a detenzioni arbitrarie, maltrattamenti, indigenza e rimpatrio a catena, cioè il ritorno in luoghi di pericolo. Secondo l’organizzazione, i Paesi UE dovrebbero abbandonare del tutto i piani per i centri per il rimpatrio, dato che nessuno dei paesi presi in considerazione supererebbe una seria revisione sulla situazione del rispetto dei diritti umani. 1. Approvato il nuovo regolamento UE sui rimpatri – Parlamento UE (giugno 2026) ↩︎ 2. Come sottolinea Euronews, inoltre, l’Italia prevedeva inizialmente di ospitare circa tremila migranti al mese nei centri albanesi, contro un numero effettivo appena 500 persone in totale da quando il complesso è stato convertito in centro per le espulsioni. Il costo complessivo supera i 670 milioni di euro e, secondo un recente studio dell’università di Bari, trattenere i migranti in questi centri si è rivelato molto più costoso per l’Italia rispetto alla loro permanenza sul proprio territorio ↩︎ 3. EU countries eye setting up migrant ‘return hubs’ in Rwanda and Uzbekistan, Politico (giugno 2024) ↩︎ 4. Ruanda negozia con l’Italia di accogliere richiedenti asilo espulsi dal paese europeo, Democrata (agosto 2026) ↩︎ 5. Corte respinge richiesta del Ruanda: niente 115 milioni dal Regno Unito per piano migranti bocciato, EuroNews (giugno 2026) ↩︎ 6. Il Ruanda apre al modello Ruanda. Ma l’Italia è ferma al modello Libia – Il Manifesto (agosto 2026) ↩︎ 7. Il Ruanda apre alle espulsioni europee: «Stiamo trattando con l’Italia» – Africa Rivista (agosto 2026) ↩︎ 8. Piano Mattei per l’Africa, Presidenza Consiglio dei Ministri ↩︎ 9. Questo link un database strutturato dei dati degli investimenti del Piano in Africa con una tabella Excel scaricabile ↩︎ 10. Rights lawyers sue Ghana over third-country deportation deal with Trump administration, PB News (giugno 2026) ↩︎ 11. Europe is at risk of creating a human rights black hole with its ‘return hubs’ for migrants, The Guardian (luglio 2026) ↩︎ 12. EU countries eye setting up migrant ‘return hubs’ in Rwanda and Uzbekistan – Politico (giugno 2026) ↩︎ 13. Dangerous EU Momentum Towards Offshore Deportation Centers – HRW (giugno 2026) ↩︎
Governare la mobilità attraverso il razzismo
L’11 giugno 2024, all’aeroporto di Zagabria, Emmanuel Achiri, ricercatore e attivista, attende un volo per Bruxelles quando tre agenti lo isolano per un controllo dei documenti. Alla sua richiesta di chiarimenti, la giustificazione fornita è stata chiara: la Croazia è una “società omogeneamente bianca” e il colore della sua pelle lo rende automaticamente un soggetto potenzialmente pericoloso. Questa vicenda, documentata nel rapporto dell’European Network Against Racism (ENAR), “Raceless in Name Only: Whiteness and the Racial Governance of Mobility in the European Union” 1, è la manifestazione del funzionamento del principio della razza all’interno dell’Unione Europea. Scopo del report è proprio documentare come le politiche di esternalizzazione, il regime dei visti e il profilamento razziale non siano “errori di sistema”, bensì strumenti deliberati per preservare una presunta identità europea basata sull’esclusione di alcune categorie di persone. Il rapporto si basa su un’analisi comparativa, insieme teorica ed empirica, condotta tra giugno 2024 e dicembre 2025 in diverse zone di confine (Germania-Austria, Germania-Repubblica Ceca, Italia-Francia, Croazia-Slovenia e paesi Baschi) e in tre Paesi europei (Cipro, Grecia e Francia). Il risultato è che, indipendentemente dalle zone analizzate, la gestione dei confini e della migrazione europea risulta razzista e securitaria: essa espone alla violenza e alla precarietà migranti stranieri ed europei razzializzati mostrando il ruolo di una immaginaria whiteness, una costruzione identitaria, politica e storica, che inquadra l’Europa come omogeneamente bianca ed esclude coloro che non rientrano in questo immaginario 2.  I processi legislativi in corso oggi stanno consolidando questo sistema violento e razzializzato: a cominciare dal Pact on Migration and Asylum 3, che normalizza procedure di detenzione amministrativa accelerate; ma anche la Deportation Regulation 4, che rende punizione e rimpatrio le risposte di default al fenomeno migratorio, e l’Anti-Smuggling Package 5, che rischia di criminalizzare la solidarietà umana e coloro che difendono i diritti dei migranti. Tutto ciò nel quadro di politiche di securitizzazione della migrazione, cominciate a partire dagli anni ’90, per cui la migrazione viene sempre più costruita come una minaccia di sicurezza che richiede controllo e deterrenza, piuttosto che come una questione sociale e umanitaria.  Negli ultimi anni, questa lettura è stata ulteriormente resa popolare attraverso la retorica politica, ad esempio nell’accento posto dalla Commissione Europea sotto Ursula von der Leyen sulla “protezione dello stile di vita europeo” 6, che collega la governance migratoria a questioni di identità culturale, di sicurezza e di appartenenza. Basti pensare, inoltre, a tutta la propaganda sulla “sostituzione etnica” – o grand remplacement nelle parole di Renaud Camus, che ha reso popolare il concetto – e la conseguente “remigrazione”, tanto cara a Roberto Vannacci e ormai pienamente diffusa in diversi Paesi europei.  Queste pratiche, comunque, sono parte di un’architettura più ampia di gestione della migrazione razzializzata, la quale non è solo una conseguenza delle riforme più recenti. Al contrario, essa è il frutto di un approccio alla mobilità e alla gestione della popolazione che è storicamente radicato in gerarchie coloniali, razziali e di classe, le quali operano secondo un principio necropolitico. In base ad esso, si distingue tra coloro che hanno diritto alla mobilità e di conseguenza, sempre più spesso, alla vita, e coloro che invece possono essere considerati sacrificabili 7. La figura della persona migrante è quindi tutt’altro che neutrale: è una categoria prodotta attraverso dinamiche di potere storiche e politiche in cui le autorità costruiscono il migrante attraverso marcatori di differenza, spesso razzializzati, per limitare i diritti, preservare una forza lavoro precaria e mantenere il potere di espellere coloro che sono considerati indesiderabili. Tuttavia, in tali discorsi, l’uso esplicito del termine “razza” è stato sostituito da concetti come “cultura”, che diventano il terreno apparentemente neutrale per l’autoprotezione tramite l’esclusione, lasciando intatta la logica di fondo della differenza razziale ereditata e naturalizzata. Il filosofo Étienne Balibar parla a questo proposito di razzismo senza razze o razzismo culturale 8, che, invece di definire l’altro per caratteristiche innate o biologiche, afferma l’incompatibilità e la presunta superiorità di stili di vita, religioni o costumi, giustificando l’esclusione sociale di alcuni gruppi ritenuti una minaccia per la società. Nascosto dalla post-razzialità 9, il razzismo però sopravvive rendendo sempre più difficile evidenziarlo nelle società occidentali, tranne che come fenomeno storicamente superato o presente come eccezione, e impedendo l’elaborazione di un diverso tipo di identità europea veramente pluralistica, nella quale le persone razzializzate non siano costantemente alterizzate (otherised) e migrantizzate (migranticised).  Secondo il rapporto, inquadrare queste dinamiche come delle “eredità del periodo coloniale” implica una distanza storica che in realtà non è così distante. Logiche di governo coloniale – controllo della mobilità, sovranità asimmetrica, securitizzazione, sorveglianza quotidiana razzializzata, estrazione del lavoro, iper-precarietà, criminalizzazione, detenzione e confinamento carcerario, controllo epistemico, criminalizzazione della solidarietà, e coercizione e irregolarizzazione economica – continuano ad essere in atto, spesso negli stessi spazi e attraverso meccanismi simili 10. Avendo analizzato la whiteness come logica operativa della governance migratoria europea, il rapporto approfondisce le pratiche concrete osservate durante le ricerche e attraverso le quali questa logica è effettivamente resa operativa, ad esempio tramite il regime dei visti, un sistema gerarchico di controllo della mobilità che regola chi può essere autorizzato a entrare nel territorio, per quanto tempo e secondo quali regole. I visti, tuttavia, lungi dall’essere semplicemente strumenti tecnici o giuridici, sono centrali per comprendere come funzionano le logiche razzializzanti incorporate nei rapporti di potere all’interno del sistema internazionale e come tali logiche costituiscono, nella gestione delle migrazioni, una “prima linea di difesa” contro l’ingresso degli indesiderabili 11.  Un altro strumento è l’esternalizzazione del controllo delle frontiere, ovvero l’insieme di politiche e pratiche attraverso cui gli Stati cercano di prevenire, deviare e controllare la migrazione oltre i loro confini territoriali. In Tunisia, uno dei casi più esemplari, l’esternalizzazione razzializzata dell’UE rafforza il razzismo contro le persone nere provenienti da altri paesi dell’Africa all’interno del regime di confine dello Stato stesso 12. Ma anche la Mauritania è un esempio di uno Stato extra-UE che è cresciuto in importanza geostrategica per l’esternalizzazione dell’UE, e della Spagna in particolare 13. L’esternalizzazione funziona, quindi, delegando la deterrenza e la detenzione a territori periferici e autorità partner, permettendo all’UE, e in particolare ai suoi Paesi centrali, di proiettare il proprio border power a distanza, riducendo la responsabilità legale e politica diretta 14.  Il modo in cui sono strutturati il regime dei visti dell’Unione Europea e le frontiere esternalizzate porta, quindi, a serie limitazioni per chi vuole arrivare in Europa tramite canali regolamentati, facendo sì che l’irregolarità aumenti. Ma essa non è una caratteristica intrinseca e fissa: gli Stati e le istituzioni sono responsabili della produzione e della riproduzione dell’irregolarità tramite leggi, pratiche amministrative e controlli, che rendono le persone legalmente precarie, socialmente marginali e maggiormente esposte alla violenza 15. Inoltre, sono sempre più diffusi e normalizzati respingimenti, deportazioni e forme di detenzione. I primi, svolti nell’ambito di accordi bilaterali di ritorno, sono espulsioni di non cittadini, rifugiati e altri migranti, di solito verso un paese o una regione vicina. La deportazione, invece, è la rimozione formale di un non-cittadino dal territorio di uno Stato. Come sostiene De Genova, non è semplicemente una procedura amministrativa, è “una tecnica o tattica di dominio” su soggetti considerati deportabili e collocati fuori dalla sfera di protezione 16. Infine, la detenzione crea una condizione di non-persona legale e di deportabilità attraverso coercizione, incarcerazione e dinamiche di mobilità forzata o immobilità, spesso senza alcun supporto legale 17. Ad esempio, Farid, un richiedente asilo, ha cercato protezione in Austria ma, attraverso l’inganno della polizia, è stato trattenuto in un campo di pre-rimpatrio senza esserne informato. Ha descritto la situazione come una tortura insopportabile per chiunque: “tra la saggezza e la follia c’è solo una linea sottile”, ha affermato. Ha raccontato inoltre di un suo compagno somalo che, entrato nel centro in condizioni normali, ha completamente perso la ragione nel giro di tre soli giorni, iniziando a parlare da solo nell’indifferenza totale delle autorità 18. Le varie pratiche e tecnologie integrate nell’architettura dei confini europei descritte in questo rapporto hanno effetti notevoli sulla vulnerabilità e sofferenza individuale e collettiva, in particolare per gruppi socialmente rifiutati e razzializzati. Questa “condizione politicamente indotta” di esposizione differenziale alla violenza fisica e strutturale, derivante da “reti di supporto sociali ed economiche” negate o fragili, viene concettualizzata dalla filosofa Judith Butler come “precarietà” 19. L’incertezza insita nella posizione sociale della precarietà produce esperienze e sentimenti particolari come isolamento, ansia e vergogna, poiché le sue principali caratteristiche sono insicurezza, marginalità sociale e vulnerabilità nei regimi di sfruttamento. Per esempio, Ahmad un ragazzo di 25 anni, palestinese-marocchino, è finito nel limbo della burocrazia europea e, in attesa, vive a Parigi da irregolare, paralizzato dal terrore costante di essere arrestato: “da quando sono arrivato qui, non riesco a lavorare, non riesco a fare niente. Sono bloccato dalla paura e non sto facendo nulla della mia vita. È sempre nella mia testa. Mi sento un peso. Non riesco a pensare al futuro o a fare alcun piano.” 20 Questo rapporto conferma, ancora una volta, che la gestione della migrazione nell’Unione Europea è un sistema complesso di logiche coloniali incorporate in forme di dominio e disciplina su soggetti immaginati come “non abbastanza europei”. Ignorando come la governance delle migrazioni, la polizia e i quadri di sicurezza siano “siti centrali del razzismo strutturale”, si riproduce e si rafforza un regime di gestione delle migrazioni fondato su securitizzazione e razzializzazione, e si legittima l’esclusione basata su gerarchie razziali e immaginari coloniali della bianchezza, oltre che su divisioni di classe. Come sottolineano autrici e autori del rapporto, solo affrontando questi limiti strutturali all’interno del concetto stesso dello stato di diritto in Europa, il cambiamento politico può andare oltre gli impegni semplicemente performativi per smantellare le gerarchie che producono marginalizzazione e precarietà per le persone razzializzate e povere 21.  1. Consulta il rapporto ↩︎ 2. Per un approfondimento del concetto di “whiteness” e del ruolo che svolge non solo nelle questioni migratorie ma, più in generale, nell’articolazione del sapere e del potere globale, si vedano le riflessioni del filosofo Charles Mills. Cfr. ad esempio Mills, C.W. (2007) White Ignorance. In: Sullivan, S., and Tuan, N (eds.). Race and Epistemologies of Ignorance. Albany, NY: State University of New York Press, pp. 13-48 ↩︎ 3. European Commission, Pact on Migration and Asylum. A common EU system to manage migration (11 June 2026). Per un quadro della situazione, chiaro ma critico, segnaliamo il video di Flavia Carlini, con un intervento di SOS Mediterranee ↩︎ 4. European Commission, Proposal for a Regulation of the European Parliament and of the Council Establishing a Common System for the Return of Third-Country Nationals Staying Illegally in the Union, ↩︎ 5. European Commission, Proposal for a Directive of the European Parliament and of the Council Laying Down Minimum Rules to Prevent and Counter the Facilitation of Unauthorised Entry, Transit and Stay in the Union ↩︎ 6. Von der Leyen: “Lo stile di vita europeo è libertà, uguaglianza e democrazia” (EuNews, settembre 2019) ↩︎ 7. La necropolitica è una forma di sovranità che va oltre la gestione biopolitica della vita, causando una deliberata produzione di morte Cfr. Mbembe, A. (2016) Necropolitica, ombre corte, Bologna ↩︎ 8. Balibar, É. (2007) “Is There a ‘Neo-Racism’?” in Race and Racialization: Essential Readings, 2nd ed., ed. Tania Das Gupta et al. Canadian Scholars’ Press, Toronto, pp. 83–90. ↩︎ 9. Cfr. S. Sayyid, “Post-Racial Paradoxes: Rethinking European Racism and Anti-Racism,” Patterns of Prejudice 51, no. 1 (2017): 24, citato nel rapporto a p. 54. ↩︎ 10. Raceless in Name Only, p. 55. ↩︎ 11. Raceless in Name Only, p.56 ↩︎ 12. Raceless in Name Only, p. 63. Cfr.  Amnesty International, “Tunisia: President’s Racist Speech Incites a Wave of Violence against Black Africans,” March 10, 2023 ↩︎ 13. Raceless in Name Only, p. 63. Cfr. Human Rights Watch, “They Accused Me of Trying to Go to Europe”: Migration Control Abuses and EU Externalization in Mauritania (Human Rights Watch, August 27, 2025) ↩︎ 14. Raceless in Name Only, p.69. ↩︎ 15. Raceless in Name Only, p.70 ↩︎ 16. Raceless in Name Only, p.76. cfr. N. De Genova, “The Deportation Power,” Radical Philosophy 2.03 (December 2018), 23 ↩︎ 17. Raceless in Name Only, p. 84. Cfr. N. De Genova. “The Economy of Detainability: Theorizing Migrant Detention.” In Challenging Immigration Detention, edited by M. J. Flynn and M. B. Flynn, Cheltenham and Northampton: Edward Elgar Publishing, 2017 p. 163. ↩︎ 18. Raceless in Name Only, p. 87. ↩︎ 19. Raceless in Name Only, p. 104. Cfr. J. Butler, Regimi di guerra. O della vita che non merita lutto, Castelvecchi, Roma 2024. ↩︎ 20. Raceless in Name Only, p. 108. ↩︎ 21. Raceless in Name Only, p. 112 ↩︎
Border Labs: un report sul ruolo delle università nella gestione dei confini europei
Nel giugno del 2025, in viaggio verso il centro di Palermo, Michele Lancione, docente al Politecnico di Torino, chiacchiera con il CEO di un fondo di Zurigo specializzato in start-up accademiche che gli racconta, con estrema franchezza, che oggi i capitali non cercano più solo innovazione: cercano menti brillanti disposte a progettare le “soluzioni” per la guerra del futuro, una guerra che non si vincerà con i carri armati, ma con le bioscienze, la cybersicurezza e i sistemi di armi autonome. Questa istantanea, che apre il rapporto Border Labs: how universities power Europe’s border regime, pubblicato dal Transnational Institute 1 e Stop Wapenhandel Amsterdam 2 , svela una mutazione fondamentale del sistema educativo europeo. Lungi dall’essere collaborazioni sporadiche, assistiamo all’emergere di un vero e proprio complesso di confine industriale-accademico. Come denuncia Michele Lancione nell’introduzione, la difesa sta ridefinendo il ruolo della conoscenza scientifica non come ricerca di verità, ma come strumento di costruzione dell’identità europea, la quale “non emerge come un’idea emancipatrice, ma come una che richiede la costituzione e il mantenimento delle alterità razzializzate per rimanere in piedi e riprodursi”. In questo scenario, le università diventano i laboratori dove l’identità europea viene ricostruita sulla necessità costante di sicurezza e sull’esclusione dell’altro. Il rapporto si concentra sui progetti e le infrastrutture politiche ed economiche che negli ultimi vent’anni hanno contribuito a creare questa complessa relazione tra conoscenza e sicurezza. I Framework Programmes (FP) dell’Unione Europea, da FP7 a Horizon Europe, operano come architetture politiche che orientano la ricerca verso la militarizzazione. La dipendenza degli atenei dai fondi esterni negli anni ha creato una forma di servitù accademica, dove la sicurezza nazionale e sovra-nazionale detta l’agenda dei laboratori. I dati sono inequivocabili: tra il 2002 e il 2025, oltre 100 milioni di euro sono stati incanalati verso più di 200 università e accademie attraverso 110 progetti legati al controllo delle frontiere. Inoltre, già nel 2003, la Commissione Europea istituiva il Group of Personalities (GoP) nel campo della ricerca sulla sicurezza, un organo consultivo dominato dai giganti delle armi che ha gettato le basi per l’attuale sistema. I tre maggiori beneficiari accademici sono la Laurea University of Applied Sciences della Finlandia, (5,1 milioni di euro); l’University of Reading in Regno Unito (4 milioni di euro) e la KU Leuven in Belgio (3,2 milioni di euro). Ma la rete vede protagonisti anche istituti di ricerca, come il tedesco Fraunhofer (presente in ben 17 consorzi). Questi atenei operano a stretto contatto con colossi come Thales, Airbus e, soprattutto, Leonardo. Quest’ultima utilizza le partnership universitarie per un’operazione di massiccio “techno-washing”: mentre promuove master in “cybersecurity” o “management”, l’80% del suo budget resta ancorato ad attività militari. Un esempio lampante è la Cittadella dell’Aerospazio a Torino: un hub finanziato dai fondi del Recovery Fund dove Leonardo, il Politecnico e la NATO convergono per trasformare le tasse dei cittadini in catene di profitto legate alla guerra.  Progetti come EU-HYBNET, coordinato da Laurea University, interpretano la migrazione come una “minaccia ibrida”. Questa narrativa trasforma i richiedenti asilo in “pedine” o “armi” di un gioco geopolitico, legittimando reazioni che dovremmo considerare aberranti. La sorveglianza si fa inoltre predittiva e invasiva. Il progetto ITFLOWS, nonostante le dichiarate finalità umanitarie, ha generato lo strumento EUMigraTool, un software di previsione dei flussi che gli stessi esperti temono possa essere convertito in mezzo di coercizione da parte delle autorità. Ancora più inquietante è l’uso di “dati alternativi” in progetti come QuantMig e HumMingBird: qui la ricerca accademica scivola nella sorveglianza digitale di massa, esplorando il monitoraggio dei social media e il tracciamento dei cellulari per mappare i movimenti in tempo reale. Il passaggio dalla teoria al mercato avviene tramite aziende spin-off che trasformano le scoperte dei laboratori in hardware di controllo. La ricerca accademica sta contribuendo nell’automatizzare il confine, eliminando il fattore umano e, con esso, la responsabilità etica. Più nello specifico, ciò riguarda i sistemi di rilevamento, con progetti come DOGGIES, SNIFFLES e SNOOPY che hanno visto università italiane e britanniche impegnate a sviluppare sensori capaci di scovare persone nascoste tramite tracce olfattive o battiti cardiaci e aziende come ClanTect, specializzata in rilevatori di battito cardiaco, sono il terminale commerciale di questa scienza basata sul sospetto; i dati biometrici: il progetto iMARS (biometria e riconoscimento facciale), che vede coinvolta la KU Leuven, opera in un’ambiguità legale cercata, dato che l‘AI Act europeo esclude specificamente il controllo delle frontiere dalla definizione di spazi pubblici accessibili, permettendo l’uso di tecnologie che altrove sarebbero proibite; la collaborazione con Frontex, un utente finale, ma anche un catalizzatore di profitti, spesso intesa come utilizzatrice diretta della ricerca guidata dalle università e come un ponte verso l’industria. Nel dicembre 2022, Frontex ha lanciato il proprio Programma di borse di ricerca sulla tecnologia per la sicurezza delle frontiere, finanziando progetti su piccola scala in gran parte guidati dalle università, attraverso iBorderCtrl, ad esempio, che commercializza fantomatici “lie detector” basati sull’intelligenza artificiale. Perché il mondo accademico non reagisce? Il rapporto parla di una “dissonanza positivista”. Come specifica Lancione, “positivista”, perché la conoscenza prodotta oggi nelle istituzioni europee, dopo molteplici ondate di sconvolgimenti femministi, culturali e ontologici, continua a poggiarsi su ricerche, guidate da principi coloniali, di fatti universali, leggi trasferibili ed esiti praticabili. “Dissonanza”, perché la posizione emotiva e professionale della ricerca convenzionale – certamente nei contesti italiani – presuppone distanza da ciò che esamina e, cosa più importante, dalle conseguenze che tale esame scatena sul mondo.  Abbiamo, quindi, una forma di schizofrenia professionale in cui il ricercatore si convince che il proprio lavoro sia “neutrale”, ignorando come esso venga armato una volta uscito dal laboratorio. Questa servitù accademica si manifesta nell’indebolimento dei comitati etici, spesso ridotti a passacarte burocratici. Il caso della collaborazione con la Naif Arab University for Security Sciences (NAUSS), legata alla famiglia reale saudita, dimostra come la ricerca della “sicurezza” non si fermi davanti ai regimi più repressivi del pianeta.  La clausola della “difesa dello Stato” funge poi da scusante etica: un concetto così elastico da includere la prevenzione della migrazione, l’azione militare preventiva e persino la schedatura dei minori. Sotto questa copertura, si giustificano pratiche come il fotosegnalamento di bambini di sei anni, trasformando l’eccellenza scientifica in uno scudo per violazioni sistematiche dei diritti umani. Il rischio finale di questa deriva è la “Netanyahuizzazione” delle università europee: “la repressione del dissenso e il rafforzamento del controllo governativo sulle università hanno le loro basi nella nuova economia politica della necessità di difesa. Gli effetti di questo processo, di mettere le università al servizio del nuovo dogma culturale ed economico, saranno devastanti. Come in Israele, perderemo l’Università come spazio istituzionale pubblico di critica”. Sul modello israeliano, gli atenei rischiano di diventare soggetti collettivi servili alle logiche militari, perdendo ogni capacità di dissenso e di immaginazione politica e smettendo di essere uno spazio pubblico di critica, per diventare un’officina di interessi statali e sovra-nazionali. L’appello finale del report Border Labs è dunque per uno smantellamento radicale di questi legami. Ciò che occorre, invece, è fare ricerca in modo critico ed emancipatorio, rifiutando la rassegnazione burocratica e la complicità silenziosa.  1. Il Transnational Institute (TNI) è un istituto internazionale di ricerca e advocacy impegnato nella costruzione di un pianeta giusto, democratico e sostenibile. Dal 1974, il TNI funge da punto di incontro unico tra movimenti sociali, studiosi impegnati e decisori politici ↩︎ 2. Stop Wapenhandel è un’organizzazione indipendente che si occupa di ricerca e campagne contro il commercio di armi e l’industria degli armamenti. Si batte contro l’esportazione di armi verso i paesi poveri, i regimi antidemocratici e i paesi situati in zone di conflitto. Si oppone inoltre al finanziamento del commercio di armi da parte di governi, banche e fondi pensione ↩︎
Voci dal Sudan
Il 15 aprile 2026 segna il terzo anniversario dello scoppio della guerra in Sudan e, lo stesso giorno, si è tenuta una conferenza internazionale e Berlino, organizzata da Germania, Francia, Regno Unito, Unione Europea, Unione Africana e Stati Uniti per assicurarsi che «le sofferenze della popolazione sudanese non vengano dimenticate e che gli sforzi di pace rimangano all’ordine del giorno della politica internazionale» 1. L’obiettivo della conferenza era offrire un’occasione di incontro ai rappresentanti civili di varie fedi politiche per discutere le vie di una transizione verso un ordine postbellico democraticamente fondato. Inoltre, al centro dell’incontro vi era la necessità di mobilitare ulteriori aiuti umanitari a favore della popolazione civile sudanese in difficoltà.  Nel corso di questi anni, infatti, la guerra tra le Forze Armate Sudanesi (SAF, sostenute da paesi come Egitto, Arabia Saudita, Turchia e Iran) e le Forze di Supporto Rapido (RSF, sostenute per esempio da Emirati Arabi Uniti, Russia, Ciad e Etiopia) ha provocato la peggiore crisi umanitaria e di sfollamento al mondo: circa 34 milioni di persone – due terzi della popolazione – necessitano di assistenza umanitaria e quasi 14 milioni di persone sono sfollate, mentre 19 milioni soffrono la fame e circa 10 milioni di bambini non frequentano la scuola 2. Tuttavia, le speranze di risultati concreti sono state nuovamente disattese. La fine della guerra nel terzo Paese africano per estensione geografica non è in programma, ha spiegato l’africanista Gerrit Kurtz in un’intervista a Euronews: «non sono nemmeno invitate le parti in conflitto, che pure criticano. L’attenzione è esplicitamente rivolta alle prospettive civili» 3.  Purtroppo, anche sul versante delle prospettive civili non si sono fatti passi in avanti, dato che degli attori della società civile o dell’opposizione invitati, nessuno ha preso parte alla strutturazione dell’incontro, caratterizzato da un’impostazione strettamente umanitaria e spoliticizzata 4, che riflette «un modello profondamente viziato e sempre più diffuso: un processo che esclude le vittime, elude le responsabilità e normalizza il ruolo di chi favorisce la violenza» 5. Inoltre, l’insistenza dell’Europa nell’utilizzare la piattaforma di Berlino – proprio come in precedenza aveva fatto con le altre due conferenze di Parigi e Londra – può essere interpretata non solo come un tentativo di mobilitare aiuti umanitari, ma anche come uno sforzo per affermare la propria presenza politica nella questione sudanese 6.  In una tale situazione, a rimanere nascoste sono proprio le esperienze delle vittime, che rischiano di essere ridotte a numeri o statistiche. L’inchiesta di Matteo Garavoglia e Paolo Riva per IRPImedia cerca di contrastare questa tendenza, raccontando la storia di Fatima, una donna scappata dal Darfur nel 2003 7. Fatima ha vissuto nel campo profughi di Zalingei, in Sudan, si è poi spostata in Egitto nel 2015 e oggi vive in Libia, dopo aver perso la gran parte dei suoi cari. «Ogni giorno – racconta Fatima – pensiamo come avere da mangiare e da bere. Per risparmiare, non compriamo più carne e frutta. Anche le mie figlie lavoravano, ma a causa delle molestie che hanno subito le ho fatte smettere. La paura in strada è aumentata: ogni giorno sentiamo spari, mattina e sera, a volte per il rumore non si riesce nemmeno a dormire. Viviamo davvero sotto una pressione psicologica, economica e fisica» 8. La storia di Fatima incarna innanzitutto anni di guerre interne. L’attuale conflitto è l’ultimo episodio di una serie di tensioni seguite alla destituzione, nel 2019, del presidente Omar al-Bashir, salito al potere con un colpo di Stato nel 1989, in seguito a numerose proteste di piazza che chiedevano la fine del suo governo durato quasi trent’anni 9. L’esercito organizzò un colpo di Stato per destituirlo, ma i civili continuarono a battersi per l’introduzione della democrazia. Venne quindi istituito un governo congiunto militare-civile, che però fu rovesciato da un altro colpo di Stato nell’ottobre 2021, orchestrato dai due uomini al centro dell’attuale conflitto: il generale Abdel Fattah al-Burhan, capo delle forze armate e di fatto presidente del Paese, e il suo vice, il generale Mohamed Hamdan Dagalo, leader delle RSF, meglio conosciuto come “Hemedti”.  In seguito, il generale Burhan e il generale Dagalo entrarono in disaccordo sulla direzione che il Paese stava prendendo e sulla proposta di transizione verso un governo civile. I principali punti di scontro riguardavano i piani per incorporare le RSF, forti di 100.000 uomini, nell’esercito, e chi avrebbe poi guidato la nuova forza. Si sospettava che entrambi i generali volessero mantenere le loro posizioni di potere, non volendo perdere ricchezza e influenza. Gli scontri a fuoco tra le due parti sono iniziati il 15 aprile 2023, dopo giorni di tensione, quando i membri della RSF sono stati ridispiegati in tutto il Paese in una mossa che l’esercito ha visto come una minaccia. In ogni caso, nessuna di queste fazioni rappresenta la volontà della maggioranza del popolo sudanese ed entrambe mirano al monopolio del controllo sul Sudan e sulle sue risorse, con l’appoggio di attori internazionali come gli Emirati Arabi Uniti interessati all’oro, all’accesso al Mar Rosso e all’importazione di beni alimentari, oltre che ad avere maggiore influenza in Africa 10. Nonostante l’embargo sulle armi imposto nel 2024 dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, infatti, le forniture militari verso il Sudan sono continuate quasi senza interruzioni, alimentando il conflitto con armi provenienti da Cina, Russia, Serbia, Turchia, Emirati Arabi Uniti e Yemen che sono state esportate nel Paese, spesso attraverso stati confinanti, in violazione delle normative internazionali 11. Ma la vicenda di Fatima è anche la concretizzazione delle politiche migratorie restrittive, in cui l’Unione Europea occupa un ruolo di primo piano. Fatima racconta, infatti, che la Libia, dove è arrivata dopo aver attraversato il deserto, «è il Paese più difficile» 12, nonostante abbia perso due figli in Egitto. In Libia, infatti, dall’inizio del conflitto, sono arrivate oltre 552mila persone, quarto Paese d’arrivo dopo Egitto (1,5 milioni), Sud Sudan (circa 1,2 milioni) e Ciad (circa 915mila). Le autorità di Tripoli riconoscono ai sudanesi lo status di rifugiati, ma come spiega un documento della missione europea Irini, visionato da IrpiMedia nell’ambito del progetto #MedSeaLeaks, questo status «ha natura dichiarativa, a causa del fatto che non esistono quadri giuridici per la loro protezione continua in Libia» 13. Nell’est e in ampie zone del sud il controllo politico e militare, inoltre, è nelle mani della famiglia Haftar, la cui autorità non è ufficialmente riconosciuta dalle Nazioni Unite, ma la cui collaborazione nella gestione delle rotte migratorie è fondamentale per l’Unione Europea.  Il dialogo con l’UE riguarda oggi soprattutto i “rimpatri volontari”, che tuttavia spesso di volontario hanno poco o nulla 14. Nonostante l’Organizzazione mondiale delle migrazioni, che dovrebbe fornire il supporto logistico ed economico, sia contraria a tali piani di rimpatrio, la Libia ha già allestito programmi per ritorni anche forzati verso Bangladesh, Nigeria e Niger. L’ambasciata sudanese a Tripoli, inoltre, ha annunciato l’avvio della prima fase di un programma di rimpatrio volontario per i cittadini sudanesi residenti in Libia, e ha affermato di aver avviato i preparativi per il primo convoglio di rimpatrio, in coordinamento con le autorità competenti 15.  A Fatima piacerebbe restare in Libia, a condizione di una maggiore sicurezza, oppure spostarsi in qualsiasi altro Stato confinante, con l’aiuto delle agenzie delle Nazioni Unite 16.  Sulla carta, i cosiddetti reinsediamenti (resettlement) gestiti dall’UNHCR dovrebbero offrire un trasferimento verso Paesi terzi sicuri a persone vulnerabili come Fatima ma in realtà i numeri sono molto bassi: lo scorso anno solo 687 persone sono state reinsediate dalla Libia, e il 72% delle richieste era arrivato da cittadini sudanesi.  La storia di Fatima è simile a quella di tante altre donne che vivono sul proprio corpo le conseguenze della guerra: come nota Amnesty International, le segnalazioni di stupri, schiavitù sessuale e altre forme di violenza sessuale sono emerse solo pochi giorni dopo l’inizio del conflitto. La violenza sessuale diffusa, ad opera delle SRF ma anche delle SAF, costituisce un crimine di guerra e forse un crimine contro l’umanità. «Voglio che il mondo intero conosca la sofferenza delle donne e delle ragazze sudanesi e che tutti gli uomini cattivi che ci hanno stuprato vengano puniti» 17, afferma una donna sopravvissuta a una violenza sessuale nella città di Omdurman.  Amnesty ha lanciato una petizione per chiedere l’embargo sull’invio di armi in Sudan. Non c’è alcun dubbio che, finché si continuerà a far arrivare armi in Sudan e a fare gli interessi delle milizie o degli Stati finanziatori, le donne come Fatima, insieme al resto della popolazione civile, non potranno essere al sicuro.  1. German Federal Foreign Office, 15 aprile 2026 ↩︎ 2. UN News, 15 aprile 2026 ↩︎ 3. Euronews, 15 aprile 2026 ↩︎ 4. Il Manifesto, 15 aprile 2026 ↩︎ 5. Darfur Union in UK, 16 aprile 2026 ↩︎ 6. Sudan Tribune, 16 aprile 2026 ↩︎ 7. Fatima, madre in fuga dal Sudan alla Libia: «Ho perso metà della famiglia», Irpi Media (8 aprile 2026) ↩︎ 8. Irpimedia, 8 aprile 2026 ↩︎ 9. BBC, 13 novembre 2025 ↩︎ 10. Let’s talk Palestine, 30 marzo 2026 ↩︎ 11. Amnesty International, “Sudan, la più grave crisi umanitaria del mondo” ↩︎ 12. Irpimedia, 9 gennaio 2026 ↩︎ 13. Irpimedia, 9 gennaio 2026 ↩︎ 14. Irpimedia, 5 dicembre 2025 ↩︎ 15. Libya Review, 3 aprile 2026 ↩︎ 16. Irpimedia, 9 gennaio 2026 ↩︎ 17. Amnesty International, “Destruction and violence in Sudan” ↩︎
Emigrare, immigrare: diverse facce
Tre articoli da Osservatorio sull’accoglienza diffusa di migranti e rifugiati, l’editoriale di Alberto Guariso sul quadrimestrale “Diritto, Immigrazione e Cittadinanza” ed Emanuele Bonini sui rimpatri Maria Giuliana Lo Piccolo – La costruzione politico-giuridica dello scafista Memoria Mediterranea – La strage di gennaio Mauro Armanino – Il treno Diritto, immigrazione e cittadinanza – editoriale di Alberto Guariso  Emanuele Bonini sul regolamento