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Border Labs: un report sul ruolo delle università nella gestione dei confini europei
Nel giugno del 2025, in viaggio verso il centro di Palermo, Michele Lancione, docente al Politecnico di Torino, chiacchiera con il CEO di un fondo di Zurigo specializzato in start-up accademiche che gli racconta, con estrema franchezza, che oggi i capitali non cercano più solo innovazione: cercano menti brillanti disposte a progettare le “soluzioni” per la guerra del futuro, una guerra che non si vincerà con i carri armati, ma con le bioscienze, la cybersicurezza e i sistemi di armi autonome. Questa istantanea, che apre il rapporto Border Labs: how universities power Europe’s border regime, pubblicato dal Transnational Institute 1 e Stop Wapenhandel Amsterdam 2 , svela una mutazione fondamentale del sistema educativo europeo. Lungi dall’essere collaborazioni sporadiche, assistiamo all’emergere di un vero e proprio complesso di confine industriale-accademico. Come denuncia Michele Lancione nell’introduzione, la difesa sta ridefinendo il ruolo della conoscenza scientifica non come ricerca di verità, ma come strumento di costruzione dell’identità europea, la quale “non emerge come un’idea emancipatrice, ma come una che richiede la costituzione e il mantenimento delle alterità razzializzate per rimanere in piedi e riprodursi”. In questo scenario, le università diventano i laboratori dove l’identità europea viene ricostruita sulla necessità costante di sicurezza e sull’esclusione dell’altro. Il rapporto si concentra sui progetti e le infrastrutture politiche ed economiche che negli ultimi vent’anni hanno contribuito a creare questa complessa relazione tra conoscenza e sicurezza. I Framework Programmes (FP) dell’Unione Europea, da FP7 a Horizon Europe, operano come architetture politiche che orientano la ricerca verso la militarizzazione. La dipendenza degli atenei dai fondi esterni negli anni ha creato una forma di servitù accademica, dove la sicurezza nazionale e sovra-nazionale detta l’agenda dei laboratori. I dati sono inequivocabili: tra il 2002 e il 2025, oltre 100 milioni di euro sono stati incanalati verso più di 200 università e accademie attraverso 110 progetti legati al controllo delle frontiere. Inoltre, già nel 2003, la Commissione Europea istituiva il Group of Personalities (GoP) nel campo della ricerca sulla sicurezza, un organo consultivo dominato dai giganti delle armi che ha gettato le basi per l’attuale sistema. I tre maggiori beneficiari accademici sono la Laurea University of Applied Sciences della Finlandia, (5,1 milioni di euro); l’University of Reading in Regno Unito (4 milioni di euro) e la KU Leuven in Belgio (3,2 milioni di euro). Ma la rete vede protagonisti anche istituti di ricerca, come il tedesco Fraunhofer (presente in ben 17 consorzi). Questi atenei operano a stretto contatto con colossi come Thales, Airbus e, soprattutto, Leonardo. Quest’ultima utilizza le partnership universitarie per un’operazione di massiccio “techno-washing”: mentre promuove master in “cybersecurity” o “management”, l’80% del suo budget resta ancorato ad attività militari. Un esempio lampante è la Cittadella dell’Aerospazio a Torino: un hub finanziato dai fondi del Recovery Fund dove Leonardo, il Politecnico e la NATO convergono per trasformare le tasse dei cittadini in catene di profitto legate alla guerra.  Progetti come EU-HYBNET, coordinato da Laurea University, interpretano la migrazione come una “minaccia ibrida”. Questa narrativa trasforma i richiedenti asilo in “pedine” o “armi” di un gioco geopolitico, legittimando reazioni che dovremmo considerare aberranti. La sorveglianza si fa inoltre predittiva e invasiva. Il progetto ITFLOWS, nonostante le dichiarate finalità umanitarie, ha generato lo strumento EUMigraTool, un software di previsione dei flussi che gli stessi esperti temono possa essere convertito in mezzo di coercizione da parte delle autorità. Ancora più inquietante è l’uso di “dati alternativi” in progetti come QuantMig e HumMingBird: qui la ricerca accademica scivola nella sorveglianza digitale di massa, esplorando il monitoraggio dei social media e il tracciamento dei cellulari per mappare i movimenti in tempo reale. Il passaggio dalla teoria al mercato avviene tramite aziende spin-off che trasformano le scoperte dei laboratori in hardware di controllo. La ricerca accademica sta contribuendo nell’automatizzare il confine, eliminando il fattore umano e, con esso, la responsabilità etica. Più nello specifico, ciò riguarda i sistemi di rilevamento, con progetti come DOGGIES, SNIFFLES e SNOOPY che hanno visto università italiane e britanniche impegnate a sviluppare sensori capaci di scovare persone nascoste tramite tracce olfattive o battiti cardiaci e aziende come ClanTect, specializzata in rilevatori di battito cardiaco, sono il terminale commerciale di questa scienza basata sul sospetto; i dati biometrici: il progetto iMARS (biometria e riconoscimento facciale), che vede coinvolta la KU Leuven, opera in un’ambiguità legale cercata, dato che l‘AI Act europeo esclude specificamente il controllo delle frontiere dalla definizione di spazi pubblici accessibili, permettendo l’uso di tecnologie che altrove sarebbero proibite; la collaborazione con Frontex, un utente finale, ma anche un catalizzatore di profitti, spesso intesa come utilizzatrice diretta della ricerca guidata dalle università e come un ponte verso l’industria. Nel dicembre 2022, Frontex ha lanciato il proprio Programma di borse di ricerca sulla tecnologia per la sicurezza delle frontiere, finanziando progetti su piccola scala in gran parte guidati dalle università, attraverso iBorderCtrl, ad esempio, che commercializza fantomatici “lie detector” basati sull’intelligenza artificiale. Perché il mondo accademico non reagisce? Il rapporto parla di una “dissonanza positivista”. Come specifica Lancione, “positivista”, perché la conoscenza prodotta oggi nelle istituzioni europee, dopo molteplici ondate di sconvolgimenti femministi, culturali e ontologici, continua a poggiarsi su ricerche, guidate da principi coloniali, di fatti universali, leggi trasferibili ed esiti praticabili. “Dissonanza”, perché la posizione emotiva e professionale della ricerca convenzionale – certamente nei contesti italiani – presuppone distanza da ciò che esamina e, cosa più importante, dalle conseguenze che tale esame scatena sul mondo.  Abbiamo, quindi, una forma di schizofrenia professionale in cui il ricercatore si convince che il proprio lavoro sia “neutrale”, ignorando come esso venga armato una volta uscito dal laboratorio. Questa servitù accademica si manifesta nell’indebolimento dei comitati etici, spesso ridotti a passacarte burocratici. Il caso della collaborazione con la Naif Arab University for Security Sciences (NAUSS), legata alla famiglia reale saudita, dimostra come la ricerca della “sicurezza” non si fermi davanti ai regimi più repressivi del pianeta.  La clausola della “difesa dello Stato” funge poi da scusante etica: un concetto così elastico da includere la prevenzione della migrazione, l’azione militare preventiva e persino la schedatura dei minori. Sotto questa copertura, si giustificano pratiche come il fotosegnalamento di bambini di sei anni, trasformando l’eccellenza scientifica in uno scudo per violazioni sistematiche dei diritti umani. Il rischio finale di questa deriva è la “Netanyahuizzazione” delle università europee: “la repressione del dissenso e il rafforzamento del controllo governativo sulle università hanno le loro basi nella nuova economia politica della necessità di difesa. Gli effetti di questo processo, di mettere le università al servizio del nuovo dogma culturale ed economico, saranno devastanti. Come in Israele, perderemo l’Università come spazio istituzionale pubblico di critica”. Sul modello israeliano, gli atenei rischiano di diventare soggetti collettivi servili alle logiche militari, perdendo ogni capacità di dissenso e di immaginazione politica e smettendo di essere uno spazio pubblico di critica, per diventare un’officina di interessi statali e sovra-nazionali. L’appello finale del report Border Labs è dunque per uno smantellamento radicale di questi legami. Ciò che occorre, invece, è fare ricerca in modo critico ed emancipatorio, rifiutando la rassegnazione burocratica e la complicità silenziosa.  1. Il Transnational Institute (TNI) è un istituto internazionale di ricerca e advocacy impegnato nella costruzione di un pianeta giusto, democratico e sostenibile. Dal 1974, il TNI funge da punto di incontro unico tra movimenti sociali, studiosi impegnati e decisori politici ↩︎ 2. Stop Wapenhandel è un’organizzazione indipendente che si occupa di ricerca e campagne contro il commercio di armi e l’industria degli armamenti. Si batte contro l’esportazione di armi verso i paesi poveri, i regimi antidemocratici e i paesi situati in zone di conflitto. Si oppone inoltre al finanziamento del commercio di armi da parte di governi, banche e fondi pensione ↩︎
Voci dal Sudan
Il 15 aprile 2026 segna il terzo anniversario dello scoppio della guerra in Sudan e, lo stesso giorno, si è tenuta una conferenza internazionale e Berlino, organizzata da Germania, Francia, Regno Unito, Unione Europea, Unione Africana e Stati Uniti per assicurarsi che «le sofferenze della popolazione sudanese non vengano dimenticate e che gli sforzi di pace rimangano all’ordine del giorno della politica internazionale» 1. L’obiettivo della conferenza era offrire un’occasione di incontro ai rappresentanti civili di varie fedi politiche per discutere le vie di una transizione verso un ordine postbellico democraticamente fondato. Inoltre, al centro dell’incontro vi era la necessità di mobilitare ulteriori aiuti umanitari a favore della popolazione civile sudanese in difficoltà.  Nel corso di questi anni, infatti, la guerra tra le Forze Armate Sudanesi (SAF, sostenute da paesi come Egitto, Arabia Saudita, Turchia e Iran) e le Forze di Supporto Rapido (RSF, sostenute per esempio da Emirati Arabi Uniti, Russia, Ciad e Etiopia) ha provocato la peggiore crisi umanitaria e di sfollamento al mondo: circa 34 milioni di persone – due terzi della popolazione – necessitano di assistenza umanitaria e quasi 14 milioni di persone sono sfollate, mentre 19 milioni soffrono la fame e circa 10 milioni di bambini non frequentano la scuola 2. Tuttavia, le speranze di risultati concreti sono state nuovamente disattese. La fine della guerra nel terzo Paese africano per estensione geografica non è in programma, ha spiegato l’africanista Gerrit Kurtz in un’intervista a Euronews: «non sono nemmeno invitate le parti in conflitto, che pure criticano. L’attenzione è esplicitamente rivolta alle prospettive civili» 3.  Purtroppo, anche sul versante delle prospettive civili non si sono fatti passi in avanti, dato che degli attori della società civile o dell’opposizione invitati, nessuno ha preso parte alla strutturazione dell’incontro, caratterizzato da un’impostazione strettamente umanitaria e spoliticizzata 4, che riflette «un modello profondamente viziato e sempre più diffuso: un processo che esclude le vittime, elude le responsabilità e normalizza il ruolo di chi favorisce la violenza» 5. Inoltre, l’insistenza dell’Europa nell’utilizzare la piattaforma di Berlino – proprio come in precedenza aveva fatto con le altre due conferenze di Parigi e Londra – può essere interpretata non solo come un tentativo di mobilitare aiuti umanitari, ma anche come uno sforzo per affermare la propria presenza politica nella questione sudanese 6.  In una tale situazione, a rimanere nascoste sono proprio le esperienze delle vittime, che rischiano di essere ridotte a numeri o statistiche. L’inchiesta di Matteo Garavoglia e Paolo Riva per IRPImedia cerca di contrastare questa tendenza, raccontando la storia di Fatima, una donna scappata dal Darfur nel 2003 7. Fatima ha vissuto nel campo profughi di Zalingei, in Sudan, si è poi spostata in Egitto nel 2015 e oggi vive in Libia, dopo aver perso la gran parte dei suoi cari. «Ogni giorno – racconta Fatima – pensiamo come avere da mangiare e da bere. Per risparmiare, non compriamo più carne e frutta. Anche le mie figlie lavoravano, ma a causa delle molestie che hanno subito le ho fatte smettere. La paura in strada è aumentata: ogni giorno sentiamo spari, mattina e sera, a volte per il rumore non si riesce nemmeno a dormire. Viviamo davvero sotto una pressione psicologica, economica e fisica» 8. La storia di Fatima incarna innanzitutto anni di guerre interne. L’attuale conflitto è l’ultimo episodio di una serie di tensioni seguite alla destituzione, nel 2019, del presidente Omar al-Bashir, salito al potere con un colpo di Stato nel 1989, in seguito a numerose proteste di piazza che chiedevano la fine del suo governo durato quasi trent’anni 9. L’esercito organizzò un colpo di Stato per destituirlo, ma i civili continuarono a battersi per l’introduzione della democrazia. Venne quindi istituito un governo congiunto militare-civile, che però fu rovesciato da un altro colpo di Stato nell’ottobre 2021, orchestrato dai due uomini al centro dell’attuale conflitto: il generale Abdel Fattah al-Burhan, capo delle forze armate e di fatto presidente del Paese, e il suo vice, il generale Mohamed Hamdan Dagalo, leader delle RSF, meglio conosciuto come “Hemedti”.  In seguito, il generale Burhan e il generale Dagalo entrarono in disaccordo sulla direzione che il Paese stava prendendo e sulla proposta di transizione verso un governo civile. I principali punti di scontro riguardavano i piani per incorporare le RSF, forti di 100.000 uomini, nell’esercito, e chi avrebbe poi guidato la nuova forza. Si sospettava che entrambi i generali volessero mantenere le loro posizioni di potere, non volendo perdere ricchezza e influenza. Gli scontri a fuoco tra le due parti sono iniziati il 15 aprile 2023, dopo giorni di tensione, quando i membri della RSF sono stati ridispiegati in tutto il Paese in una mossa che l’esercito ha visto come una minaccia. In ogni caso, nessuna di queste fazioni rappresenta la volontà della maggioranza del popolo sudanese ed entrambe mirano al monopolio del controllo sul Sudan e sulle sue risorse, con l’appoggio di attori internazionali come gli Emirati Arabi Uniti interessati all’oro, all’accesso al Mar Rosso e all’importazione di beni alimentari, oltre che ad avere maggiore influenza in Africa 10. Nonostante l’embargo sulle armi imposto nel 2024 dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, infatti, le forniture militari verso il Sudan sono continuate quasi senza interruzioni, alimentando il conflitto con armi provenienti da Cina, Russia, Serbia, Turchia, Emirati Arabi Uniti e Yemen che sono state esportate nel Paese, spesso attraverso stati confinanti, in violazione delle normative internazionali 11. Ma la vicenda di Fatima è anche la concretizzazione delle politiche migratorie restrittive, in cui l’Unione Europea occupa un ruolo di primo piano. Fatima racconta, infatti, che la Libia, dove è arrivata dopo aver attraversato il deserto, «è il Paese più difficile» 12, nonostante abbia perso due figli in Egitto. In Libia, infatti, dall’inizio del conflitto, sono arrivate oltre 552mila persone, quarto Paese d’arrivo dopo Egitto (1,5 milioni), Sud Sudan (circa 1,2 milioni) e Ciad (circa 915mila). Le autorità di Tripoli riconoscono ai sudanesi lo status di rifugiati, ma come spiega un documento della missione europea Irini, visionato da IrpiMedia nell’ambito del progetto #MedSeaLeaks, questo status «ha natura dichiarativa, a causa del fatto che non esistono quadri giuridici per la loro protezione continua in Libia» 13. Nell’est e in ampie zone del sud il controllo politico e militare, inoltre, è nelle mani della famiglia Haftar, la cui autorità non è ufficialmente riconosciuta dalle Nazioni Unite, ma la cui collaborazione nella gestione delle rotte migratorie è fondamentale per l’Unione Europea.  Il dialogo con l’UE riguarda oggi soprattutto i “rimpatri volontari”, che tuttavia spesso di volontario hanno poco o nulla 14. Nonostante l’Organizzazione mondiale delle migrazioni, che dovrebbe fornire il supporto logistico ed economico, sia contraria a tali piani di rimpatrio, la Libia ha già allestito programmi per ritorni anche forzati verso Bangladesh, Nigeria e Niger. L’ambasciata sudanese a Tripoli, inoltre, ha annunciato l’avvio della prima fase di un programma di rimpatrio volontario per i cittadini sudanesi residenti in Libia, e ha affermato di aver avviato i preparativi per il primo convoglio di rimpatrio, in coordinamento con le autorità competenti 15.  A Fatima piacerebbe restare in Libia, a condizione di una maggiore sicurezza, oppure spostarsi in qualsiasi altro Stato confinante, con l’aiuto delle agenzie delle Nazioni Unite 16.  Sulla carta, i cosiddetti reinsediamenti (resettlement) gestiti dall’UNHCR dovrebbero offrire un trasferimento verso Paesi terzi sicuri a persone vulnerabili come Fatima ma in realtà i numeri sono molto bassi: lo scorso anno solo 687 persone sono state reinsediate dalla Libia, e il 72% delle richieste era arrivato da cittadini sudanesi.  La storia di Fatima è simile a quella di tante altre donne che vivono sul proprio corpo le conseguenze della guerra: come nota Amnesty International, le segnalazioni di stupri, schiavitù sessuale e altre forme di violenza sessuale sono emerse solo pochi giorni dopo l’inizio del conflitto. La violenza sessuale diffusa, ad opera delle SRF ma anche delle SAF, costituisce un crimine di guerra e forse un crimine contro l’umanità. «Voglio che il mondo intero conosca la sofferenza delle donne e delle ragazze sudanesi e che tutti gli uomini cattivi che ci hanno stuprato vengano puniti» 17, afferma una donna sopravvissuta a una violenza sessuale nella città di Omdurman.  Amnesty ha lanciato una petizione per chiedere l’embargo sull’invio di armi in Sudan. Non c’è alcun dubbio che, finché si continuerà a far arrivare armi in Sudan e a fare gli interessi delle milizie o degli Stati finanziatori, le donne come Fatima, insieme al resto della popolazione civile, non potranno essere al sicuro.  1. German Federal Foreign Office, 15 aprile 2026 ↩︎ 2. UN News, 15 aprile 2026 ↩︎ 3. Euronews, 15 aprile 2026 ↩︎ 4. Il Manifesto, 15 aprile 2026 ↩︎ 5. Darfur Union in UK, 16 aprile 2026 ↩︎ 6. Sudan Tribune, 16 aprile 2026 ↩︎ 7. Fatima, madre in fuga dal Sudan alla Libia: «Ho perso metà della famiglia», Irpi Media (8 aprile 2026) ↩︎ 8. Irpimedia, 8 aprile 2026 ↩︎ 9. BBC, 13 novembre 2025 ↩︎ 10. Let’s talk Palestine, 30 marzo 2026 ↩︎ 11. Amnesty International, “Sudan, la più grave crisi umanitaria del mondo” ↩︎ 12. Irpimedia, 9 gennaio 2026 ↩︎ 13. Irpimedia, 9 gennaio 2026 ↩︎ 14. Irpimedia, 5 dicembre 2025 ↩︎ 15. Libya Review, 3 aprile 2026 ↩︎ 16. Irpimedia, 9 gennaio 2026 ↩︎ 17. Amnesty International, “Destruction and violence in Sudan” ↩︎
Emigrare, immigrare: diverse facce
Tre articoli da Osservatorio sull’accoglienza diffusa di migranti e rifugiati, l’editoriale di Alberto Guariso sul quadrimestrale “Diritto, Immigrazione e Cittadinanza” ed Emanuele Bonini sui rimpatri Maria Giuliana Lo Piccolo – La costruzione politico-giuridica dello scafista Memoria Mediterranea – La strage di gennaio Mauro Armanino – Il treno Diritto, immigrazione e cittadinanza – editoriale di Alberto Guariso  Emanuele Bonini sul regolamento