
Fra gli illegali nei banga
Progetto Melting Pot Europa - Tuesday, July 28, 2026LUCA QUEIROLO PALMAS 1
Dalla finestra della nostra casa, si vede un’enorme bidonville. Qui a Mayotte vengono chiamate Banga, e sono ovunque: nello spazio e nel dibattito pubblico. All’origine il termine indicava le abitazioni dove i giovani maoresi e comoriani andavano ad abitare raggiunta l’adolescenza, allontanandosi dalla casa materna. Ora è il segno di un distacco, di una messa ai margini, ma anche di una forma di vita precaria e in comune che difficilmente può essere rimossa.
Così Karima, nella cui casa abitiamo, rievoca il ciclone Chido che ha colpito l’isola il 15 dicembre del ’24: «Il banga qui davanti è venuto giù. Io facevo la volontaria nei pompieri. Molti corpi si sono trovati, ma non sappiamo di chi fossero». Quando parla dello spazio abitato che abbiamo sotto gli occhi, si riferisce ai suoi abitanti come gli illegali, coloro ai quali nessun censimento ha dato un’identità. Chido è durato un’ora e mezza, ma dalle sue parole capisco che ha spazzato via soprattutto i poveri ammassati sulle colline. Penso all’alluvione di New Orleans con l’uragano Katrina del 2005, alle catastrofi naturali come operazioni di classe… prima e dopo; la natura maligna è sempre mediata e rifratta dalla struttura delle diseguaglianze sociali e dalle politiche. Karima continua: «Le autorità avevano detto di ripararsi nelle scuole, ma molti non hanno accettato, temevano di venire arrestati se uscivano allo scoperto e di perdere i loro averi». Quanti morti ha fatto Chido? Di quanti conosciamo i nomi? Ufficialmente sono 39 i morti accertati.

Chi sono gli illegali di cui parla Karima? Il giorno dopo Madi ci conduce a visitare il banga dove vive, nel quartiere di Kaweni, nel cuore della città principale di Mayotte: di origine comoriana, come tutti in quest’isola ad eccezione degli expat, ha lavorato da muratore negli ultimi 6 mesi prima di perdere i documenti. Ci accoglie all’entrata di questo quartiere autocostruito – con un misto di legno, lamiere e mattoni – che si inerpica su per la collina e dove ai tempi della colonia si produceva zucchero. Chido ha distrutto tutto, ma tutto è stato ri-eretto nel giro di poco tempo. Ogni tanto degli ammassi di rifiuti e lamiere creano delle aree aperte, delle piazze che divengono discariche.
Madi racconta che dall’alto della collina è possibile avvistare la polizia della frontiera (la PAF) e gli agenti antisommossa prima di un’irruzione; a quel punto i giovani scendono a tirare pietre per evitare arresti e deportazioni di quanti sono in una condizione di irregolarità. Pietre da un lato e lancio di lacrimogeni dall’altro fanno parte di un rituale ripetuto, un’autodifesa quotidiana. Un ragazzo ci dice: «Lo facciamo per le nostre mamme, perché non siano trasferite ad Anjouan». Madi fa parte dello spazio associativo del quartiere… una membrana fra lo Stato e il mondo dei giovani che tirano pietre o che vivono di piccoli crimini. «Cerchiamo di ridurre la violenza, di parlare con i piccoli delinquenti. Lo Stato, la polizia, ci chiede di fare il suo lavoro con il volontariato. Ma non siamo neanche pagati. Molti di noi se ne sono andati dalle associazioni; sono parassiti. Lo Stato viene qui in campagna elettorale e fa promesse. Poi scompare. Ce la dobbiamo cavare da soli. Per la luce, l’acqua, le strade….». E in effetti tutto è precario, insalubre e faticoso: dall’acqua e le bombole di gas che sono portate a braccia in cima alla collina, alle donne che lavano i panni in un rigagnolo d’acqua sporca dove le baracche circostanti scaricano i propri residui. Eppure migliaia di persone vivono qui.
Madi descrive gli illegali: qui non abitano solo comoriani, ma anche cittadini francesi, mahoresi poveri, richiedenti asilo congolesi. L’illegalità si riferisce all’abitare informale, alla classe sociale, più che alla condizione giuridica. Nel banga vivono tutti, o quasi tutti. «E les africaines?» chiediamo. Madi ci fa capire che l’invidia e il risentimento sono i tratti dominanti delle relazioni sociali. Perché les africaines – lui stesso ride del termine – non sono deportabili, mentre i comoriani senza documenti o con documenti precari (come lui) sono quotidianamente deportati: «Anche se sei minore ti portano via ad Anjouan». Fuori dal banga, si vede di nuovo la presenza dello Stato. Grandi edifici scolastici, un parco e uno stadio in costruzione. «Vogliono sgomberare il banga. Ci propongono di cambiare quartiere… ma come facciamo per le scuole e per i nostri figli?».


Torniamo nei giorni successivi da Medi per partecipare a una squadra di pulizia solidale da lui organizzata. Mentre raccogliamo resti di ogni tipo accumulatisi nel tempo, vediamo dei bambini portare bambù e altri materiali di costruzione verso il banga. Ci spiega: «I genitori non escono da qui per paura degli arresti e delle deportazioni; vanno a lavorare fuori tutta la settimana in agricoltura o nei cantieri, ma quando tornano a casa, qui a Kaweni, evitano di esporsi alle incursioni della PAF. E mandano i bambini in città se c’è bisogno di qualcosa…».
I molti strati dell’abitare informale riappaiono quando con Said entriamo nel banga dove abita sua madre e dove lui stesso è cresciuto: il quartiere deve essere sgomberato nei prossimi giorni e gli abitanti stanno già iniziando ad abbandonare l’area. «Molti votano, io stesso sono cittadino francese. Ci sono poliziotti e funzionari che vivono qui. I politici quando vengono a parlare nel banga utilizzavano un linguaggio inclusivo… del tipo ‘siamo tutti comoriani’, ma quando sono soli con noi che abbiamo la nazionalità, ritornano a distinguere fra francesi e non». Camminando fra le case in lamiera e gli alberi di banane e di mango, vediamo soprattutto bambini di tutte le età e donne che lavano i panni. Said con orgoglio sottolinea quanto il suo banga sia solidale: «Guarda la moschea! L’abbiamo costruita insieme autotassandoci. Guarda questo ponte in cemento! anche questo lo abbiamo fatto noi. Le istituzioni non hanno fatto nulla».

E poi arriva il giorno dello sgombero, che qui a Mayotte porta il nome di décasage: allontanamento forzato dalla propria casa. Il termine non esiste nel francese corrente, è endemico dell’isola. Sulla strada incontriamo le barricate rimosse dalla polizia che i giovani del banga hanno provato ad erigere per impedire l’operazione. Gli abitanti sono ora tutti fuori da quello che era il loro quartiere; dentro ruspe, operai e polizia. Qualcuno esce con i pochi averi che riesce a trasportare. Una donna grida: «Le uniche case non demolite sono quelle dei mahoresi francesi con i titoli di proprietà»; come se l’eterogeneità sociale che il banga tiene insieme in una sorta di solidarietà obbligata fra poveri si scomponesse durante le operazioni di sgombero, in cui ognuno ritorno alla sua individualità giuridica. Parliamo con un poliziotto che dirige l’operazione: «Siamo parte di una stessa brigata che è stata mandata in rinforzo sull’isola per sei settimane. Alle 4 del mattino, abbiamo tolto le barricate e ci hanno tirato le pietre». È gentile e ha voglia di parlare. Quando gli chiediamo dove vanno le persone le cui case sono state distrutte, ci dice che in pochissimi – 11 famiglie su circa 500 residenti – hanno ottenuto una ricollocazione provvisoria. E gli altri? «Lo so, non serve a nulla quello che facciamo, ma io obbedisco agli ordini. Parlate con gli assistenti sociali nel parcheggio qui fuori…».
Qui incontriamo Marie, la direttrice di un’associazione che coordina la presa in carico delle persone durante questo tipo di operazioni: «Sono pochi quelli che accettano. E poi gli appartamenti sono scarsi e lontani dalle scuole dei figli degli abitanti. La maggior parte degli sgomberati se debrouille, si arrangia. Ci sentiamo impotenti, sappiamo benissimo che così si sposta solo il problema». Nel parcheggio ci sono circa una ventina di operatori sociali di diverse entità: sembrano comparse necessarie di una scena in cui non giocano nessun ruolo. Aspettiamo la conferenza stampa del nuovo prefetto, prevista per le 10.30: per quanto ricercatori di un progetto finanziato dall’Unione Europea – Solroutes – c’è un veto alla nostra partecipazione. Anche il giorno prima dentro il campo dei rifugiati, la polizia durante la visita del prefetto ci aveva fermato in malo modo e obbligato a rimuovere le immagini che avevamo filmato.
Sulla strada del ritorno, ancora resti di barricate: pietre, automobili, lavatrici e altre suppellettili domestiche. Negli articoli sulla stampa che escono poche ore dopo, il prefetto rivendica lo sgombero come parte dell’operazione Kingia: «Non ci lasceremo intimidire, chi vuole essere ricollocato può andare ai servizi sociali».
Il giorno dopo siamo di nuovo al banga con Said. La polizia non c’è più. Neanche le case. Solo un ammasso di lamiere con persone e bambini che si aggirano per ricuperare i materiali, per costruire di nuovo. L’insediamento, d’altronde, è sorto dalle macerie di un décasage precedente; non a caso il suo nome, Karjavenza, nel swahili locale significa letteralmente “non voglio stare qui”. La genealogia degli sgomberi trasforma ironicamente in “casa” un luogo in cui non si vuole stare. Ci sono montagne di macerie, e poi dei grandi crateri scavati in terra con fuochi ancora accesi che sprigionano fumi irrespirabili: «Hanno buttato dentro tutto ciò che può essere bruciato», dice un ex-abitante.

C’è chi sta già erigendo una nuova baracca nelle vicinanze, chi ha dormito per strada, chi si è ritirato nella foresta, chi è stato accolto da amici o parenti in altri banga. Sfoglio a terra i resti bruciati di un quaderno di scuola elementare; anche la moschea è stata abbattuta. L’unica cosa che è rimasta uguale sono le donne: lavano i panni nel rigagnolo sotto il ponte. Incontriamo un lavoratore della nettezza urbana del Comune che viveva qui: «Non ce l’abbiamo con la polizia. Loro eseguono gli ordini. Ma non sono giusti. Ho quattro figli, mi avrebbero dato un alloggio per poco tempo ma solo con 2 figli e gli altri no. Come potevo accettare?». Altre persone ci raccontano la stessa storia di offerte inaccettabili. Non c’è rabbia, ma ostinazione e calma. La vita continua, nonostante tutto. «Molti andranno in altri banga» conferma Said.
Continuiamo a camminare e appare un uomo alterato che grida contro di noi, alternando francese e swahili. «Voi bianchi! Guardate i bambini che avete lasciato senza scuola! Voi bianchi siete venuti per le ricchezze. In Europa non c’è niente, siete venuti qui, ma noi siamo vigilanti, abbiamo memoria, abbiamo memoria dello schiavismo! Voi bianchi! Questo di ora è schiavismo moderato…Ma cosa siete venuti a fare qui? Perché siete venuti a fare questo bordello? Andatevene». Continuiamo a camminare sino al quartier generale dello sgombero, quello da cui il prefetto ha diretto le operazioni – «usando persino i droni, ci dice il nostro accompagnatore» -, quello in cui si è tenuta la conferenza stampa da cui siamo stati estromessi. Sorridiamo, perché l’edificio in legno è interamente bruciato e lì vicino una ruspa è stata distrutta: sembra il cadavere di un dinosauro. «Li chiamano invisibili, sono i giovani delle barricate, si sono vendicati e gli hanno dato fuoco il giorno dopo che la polizia ha distrutto il nostro banga» conclude Said.
Secondo l’ultimo censimento, Mayotte al primo gennaio del 2026 conta 323.153 abitanti. Non sono ancora disponibili i dati sulle bidonville. Inchieste ufficiali precedenti hanno stimato fra i 100.000 e i 150.000 la popolazione dei banga: fra il 31 e il 46% della popolazione complessiva dell’isola. Il grande investimento – materiale e simbolico – dello stato francese in questo dipartimento d’oltre mare si rivolge però alle forze di polizia e alle operazioni di “sicurezza urbana” contro gli illegali. Chi sono gli illegali? Chi crea gli illegali? Mayotte oggi ci appare come un grande laboratorio per l’addestramento sul terreno di quella che Pierre Bourdieu chiamava la mano destra dello Stato.
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21 Luglio 2026- Sociologo e professore all’Università di Genova, specializzato in migrazioni e sociologia visuale. Co-dirige la rivista Mondi Migranti ed è Principal Investigator del progetto ERC AdG SOLROUTES, dedicato alle solidarietà lungo le rotte migratorie in Europa. ↩︎