Albania, la rivolta dei fenicotteri e la voce della diaspora: «Non vogliamo essere solo un bancomat»
DANIELE BENCIVENGA 1
Incontro Amarilda presso la Casa di Quartiere di Certosa, Genova.
Il nostro primo incontro è stato qualche settimana fa quando in Piazza Matteotti
ho intercettato e fotografato la protesta della comunità albanese a Genova che
a distanza ha deciso di appoggiare quella che in patria ha preso il nome di
Rivoluzione dei fenicotteri (in albanese Revolucioni i Flamingove).
Le proteste sono scoppiata il 26 maggio 2026 nel villaggio di Zvërnec e sono
state causate dall’avvio dei lavori preliminari per la costruzione di un resort
di lusso sull’isola di Sazan, nella laguna di Narta, una zona protetta e parte
del Parco nazionale marino Karaburun-Saseno.
Da qui il nome di rivoluzione dei fenicotteri, proprio perché in questa zona
vivono numerosi esemplari di fenicotteri rosa.
Il progetto del resort chiama in causa interessi stranieri e ha suscitato
scalpore la scoperta che dietro al fondo di investimento ci fosse proprio Jared
Kushner, genero del Presidente statunitense Donald Trump.
L’investimento raggiungerebbe un valore complessivo stimato di circa 4-5
miliardi di euro, è stato autorizzato dal governo albanese, guidato dal Primo
ministro Edi Rama, che nel dicembre 2025 gli ha garantito lo status di
“investimento strategico“.
Il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione ufficiale in cui chiede
esplicitamente al governo albanese di abrogare gli emendamenti del 2024 alla
Legge sulle aree protette, ritenendo che indeboliscano i controlli ambientali e
minaccino ecosistemi unici come la laguna di Vjosa-Narta.
PH: Daniele Bencivenga
La Commissione Europea, nei suoi rapporti sui progressi dell’Albania, ha
ammonito Tirana evidenziando come la deregolamentazione ambientale violi i
requisiti dello stato di diritto e gli standard dell’UE in materia di ambiente e
cambiamento climatico, rischiando di rallentare o ostacolare l’ingresso del
Paese nell’Unione.
PH: Daniele Bencivenga
CIAO AMARILDA, CREDO SIA IMPORTANTE UN PO’ DI INTRODUZIONE, CI RACCONTI LE TUE
ORIGINI E COME SEI ARRIVATA IN ITALIA?
Sono nata a Martanesh, un piccolo paese di montagna a circa un’ora da Tirana. Ho
scoperto il mare solo a 10 anni, quando nel 2000 ci siamo trasferiti in Italia,
poco dopo i drammatici fatti del 1997.
Mio padre era partito per primo: inizialmente ha trovato lavoro nelle serre a
Caserta per poi spostarsi a Genova nel settore dell’edilizia.
Appena è stato possibile, io e mia madre lo abbiamo raggiunto. È la storia
classica della diaspora albanese di quella generazione: il padre apre la strada
e, una volta stabilizzatosi, la famiglia si ricongiunge.
PH: Daniele Bencivenga
CHE RICORDI HAI DEGLI ANNI DELLA TRANSIZIONE POST-COMUNISTA IN ALBANIA?
Ricordo tutto nitidamente. Venivamo da una dittatura comunista estremamente
repressiva, quella di Enver Hoxha, un regime totalitario che ha portato il paese
ad una condizione di estrema povertà e isolamento.
Quando il regime è crollato, c’era l’illusione che la libertà avrebbe portato
immediato benessere. Invece è arrivato il caos.
Avevamo imparato a conoscere l’Italia e l’occidente come il paradiso cercando di
intercettare Rai1, il festival di Sanremo. Aspettavamo il benessere ma la
transizione non è andata come previsto.
La popolazione, priva di qualsiasi nozione di educazione finanziaria e di libero
mercato, fu travolta dall’illusione del guadagno rapido. Dal 1992-1993, nacquero
diverse società d’investimento basate sul classico schema di Ponzi (o schema
piramidale).
Queste società promettevano tassi d’interesse folli e irrealistici, che
arrivavano fino al 100% o addirittura al 300% al mese. I primi investitori
venivano pagati con i soldi versati dai nuovi clienti che entravano nella rete e
poi è esplosa la bolla. I soldi sono andati persi e nessuno ha potuto riaverli.
La delusione era tanta.
Ricordo che la gente, uomini dai 15 ai 50 anni, cominciarono a saccheggiare le
depo, i magazzini militari di armi. Si formarono le bande e valeva la legge del
più forte. La scuola venne chiusa e a casa dormivamo in corridoio, l’unico punto
privo di finestre, per ripararsi dai colpi vaganti.
Fu quella disperazione a spingere migliaia di persone verso le navi, come la
celebre Vlora: si cercava solo una via di fuga verso l’Italia.
L’ESPERIENZA DELL’ASSOCIAZIONE JONUS
OGGI SI PARLA DI SECONDA E TERZA GENERAZIONE. A CHE PUNTO È IL PERCORSO DELLA
COMUNITÀ ALBANESE?
Penso che la fase dell’integrazione sia stata superata con successo dai nostri
genitori. Oggi ci troviamo a un bivio: rischiamo l’assimilazione totale o
possiamo scegliere di diventare attivi sul territorio, mantenendo vive le nostre
radici, le tradizioni e la lingua.
L’albanese è una lingua antica, non indoeuropea, con un ramo a sé stante;
perderla sarebbe un peccato, specialmente considerando che oggi ci sono più
albanesi nella diaspora (circa 5 milioni) che nello Stato di origine (circa 2
milioni).
PH: Daniele Bencivenga
COME NASCE L’IDEA DI FONDARE UN’ASSOCIAZIONE A GENOVA E PERCHÉ L’AVETE CHIAMATA
JONUS?
L’idea è nata durante il mio Erasmus ad Alicante, vedendo come la città
valorizzava i propri costumi e le proprie tradizioni nella festa di Las
Hogueras. Mi sono detta: “Anche noi abbiamo un patrimonio straordinario, perché
non raccontarlo?“.
Poco dopo ho incontrato la rete degli Illyrian Brains, un network di giovani
professionisti albanesi. Partecipando a queste attività tra Milano e Genova ho
avuto modo di confrontarmi con altre ragazze albanesi e abbiamo capito che c’era
la volontà di realizzare un progetto duraturo nel tempo. Così è nata Jonus.
QUALI ATTIVITÀ PROPONE JONUS? QUALE È IL TARGET?
Organizziamo corsi di lingua albanese per bambini dai 7 agli 11 anni e corsi di
balli tradizionali, attività legate alla cultura albanese.
L’obiettivo è offrire uno spazio dove i più piccoli non si vergognino di parlare
la propria lingua madre, ma la vivano come una ricchezza culturale integrata con
la loro italianità. In un solo anno abbiamo raggiunto oltre 80 soci.
Abbiamo avuto la fortuna di ottenere gratuitamente lo spazio presso la Casa di
Quartiere di Certosa, uno dei quartieri di Genova con la più alta densità di
cittadini albanesi. Uno spazio che si sposa con i nostri ideali di integrazione,
dove si alternano attività di moltissime associazione e realtà genovesi.
L’obiettivo dell’associazione prossimamente sarà organizzare anche attività per
adulti con lo stesso spirito.
QUALE È L’ORIGINE DEL NOME JONUS?
Volevamo creare un ponte tra l’Italia e l’Albania e abbiamo trovato un mare, lo
Ionio, in albanese deti Jon cui abbiamo aggiunto il suffisso inglese Us per
sottolineare questa unione.
PH: Daniele Bencivenga
LE CONTRADDIZIONI DELL’ALBANIA CONTEMPORANEA
L’ALBANIA OGGI VIENE RACCONTATA COME UNA META TURISTICA IN GRANDE ESPANSIONE.
QUAL È LA REALTÀ DIETRO QUESTA FACCIATA?
Il premier Edi Rama, al suo quarto mandato consecutivo, è stato abile sul piano
delle relazioni internazionali, proiettando l’immagine di un paese moderno,
dinamico e turistico. Ma c’è un’altra faccia della medaglia.
La cementificazione aggressiva non coincide con una reale crescita degli
stipendi o del benessere generale, lo stipendio base si aggira sui 400-500 euro
al mese a fronte di un costo della vita paragonabile a quello italiano.
Come funzionano i servizi pubblici come la sanità e l’istruzione?
Gli ospedali e le università statali sono al collasso. Dagli anni 2000 ci sono
stati enormi investimenti privati stranieri che hanno aperto cliniche e atenei
privati. Questo ha drenato risorse, ricerca e i medici migliori verso il settore
privato. Chi se lo può permettere vive benissimo, ma la maggioranza della
popolazione – operai, muratori, camerieri, operatori di call center – resta
esclusa da questo benessere.
Inoltre, restano forti le logiche clientelari ereditate dal passato: senza
“agganci“, per i giovani con competenze è difficilissimo fare strada.
LA PIAZZA, LA DIASPORA E LA TUTELA DEL TERRITORIO
PH: Daniele Bencivenga
IN QUESTO CONTESTO SI INSERISCONO LE RECENTI PROTESTE A TIRANA E SULLA COSTA.
COSA HA SCATENATO LA MOBILITAZIONE?
La rabbia esplosa nelle piazze non riguarda solo i grandi progetti turistici
nelle zone protette o gli investimenti speculativi come quello sul resort legato
al genero di Trump. Quella è stata solo la goccia che ha fatto traboccare un
vaso colmo di frustrazione per la corruzione.
Le pensioni in Albania si aggirano intorno ai 100 euro e i servizi sono al
minimo.
Quando le comunità locali si sono viste recintare le spiagge o espropriare le
terre senza trasparenza né consultazione pubblica – rompendo anche le tutele
della legge sulle aree protette -, c’è stato un risveglio di piazza.
C’È UN EPISODIO SIMBOLICO CHE HA SEGNATO QUESTA PROTESTA?
Sì, il momento in cui una ragazza, Brunela Mertiri, davanti alle recinzioni e ai
mezzi di cantiere ha urlato tutta la sofferenza di un popolo dicendo: “Basta, vi
stanno portando via anche la casa, cosa aspettate a svegliarvi?“. Quel video e
le immagini di residenti trascinati via dalle forze dell’ordine hanno scatenato
una reazione a catena. Le piazze si riempiono da oltre 50 sere consecutive.
QUAL È IL RUOLO DELLA DIASPORA ALBANESE IN QUESTO MOMENTO STORICO?
La diaspora sostiene economicamente l’Albania con le rimesse finanziarie; se
interrompesse i flussi di denaro, l’economia nazionale rischierebbe il crollo.
Ma non vogliamo essere considerati solo un bancomat o dei numeri. Vogliamo
contare.
Per questo la diaspora si è mobilitata in molte città italiane – Genova, Milano,
Torino, Bologna, Firenze, Roma – e nel resto del mondo con lettere aperte e
manifestazioni. Chiediamo trasparenza, rispetto delle regole democratiche e la
tutela del nostro patrimonio naturale e culturale.
PH: Daniele Bencivenga
1. Sono un educatore e fotografo genovese, specializzato in educazione
all’immagine e al digitale.
Amo il bianco e nero, la fotografia di strada, il reportage, in fondo amo
raccontare storie per immagini.
Partecipo alla vita associativa della mia città attraverso numerosi progetti
in cui la pedagogia e la fotografia spesso si incrociano e si parlano.
Conduco un progetto fotografico personale che prende il nome di
Appropriazione Debita che mette al centro l’appropriazione del territorio da
parte di bambini e ragazzi attraverso il gioco di strada ↩︎