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Albania, la rivolta dei fenicotteri e la voce della diaspora: «Non vogliamo essere solo un bancomat»
DANIELE BENCIVENGA 1 Incontro Amarilda presso la Casa di Quartiere di Certosa, Genova. Il nostro primo incontro è stato qualche settimana fa quando in Piazza Matteotti ho intercettato e fotografato  la protesta della comunità albanese a Genova che a distanza ha deciso di appoggiare quella che in patria ha preso il nome di Rivoluzione dei fenicotteri (in albanese Revolucioni i Flamingove). Le proteste sono scoppiata il 26 maggio 2026 nel villaggio di Zvërnec e  sono state causate dall’avvio dei lavori preliminari per la costruzione di un resort di lusso sull’isola di Sazan, nella laguna di Narta, una zona protetta e parte del Parco nazionale marino Karaburun-Saseno. Da qui il nome di rivoluzione dei fenicotteri, proprio perché in questa zona vivono numerosi esemplari di fenicotteri rosa. Il progetto del resort chiama in causa interessi stranieri e ha suscitato scalpore la scoperta che dietro al fondo di investimento ci fosse proprio Jared Kushner, genero del Presidente statunitense Donald Trump. L’investimento raggiungerebbe un valore complessivo stimato di circa 4-5 miliardi di euro, è stato autorizzato dal governo albanese, guidato dal Primo ministro Edi Rama, che nel dicembre 2025 gli ha garantito lo status di “investimento strategico“. Il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione ufficiale in cui chiede esplicitamente al governo albanese di abrogare gli emendamenti del 2024 alla Legge sulle aree protette, ritenendo che indeboliscano i controlli ambientali e minaccino ecosistemi unici come la laguna di Vjosa-Narta. PH: Daniele Bencivenga La Commissione Europea, nei suoi rapporti sui progressi dell’Albania, ha ammonito Tirana evidenziando come la deregolamentazione ambientale violi i requisiti dello stato di diritto e gli standard dell’UE in materia di ambiente e cambiamento climatico, rischiando di rallentare o ostacolare l’ingresso del Paese nell’Unione. PH: Daniele Bencivenga CIAO AMARILDA, CREDO SIA IMPORTANTE UN PO’ DI INTRODUZIONE, CI RACCONTI LE TUE ORIGINI E COME SEI ARRIVATA IN ITALIA? Sono nata a Martanesh, un piccolo paese di montagna a circa un’ora da Tirana. Ho scoperto il mare solo a 10 anni, quando nel 2000 ci siamo trasferiti in Italia, poco dopo i drammatici fatti del 1997.  Mio padre era partito per primo: inizialmente ha trovato lavoro nelle serre a Caserta per poi spostarsi a Genova nel settore dell’edilizia. Appena è stato possibile, io e mia madre lo abbiamo raggiunto. È la storia classica della diaspora albanese di quella generazione: il padre apre la strada e, una volta stabilizzatosi, la famiglia si ricongiunge. PH: Daniele Bencivenga CHE RICORDI HAI DEGLI ANNI DELLA TRANSIZIONE POST-COMUNISTA IN ALBANIA? Ricordo tutto nitidamente. Venivamo da una dittatura comunista estremamente repressiva, quella di Enver Hoxha, un regime totalitario che ha portato il paese ad una condizione di estrema povertà e isolamento. Quando il regime è crollato, c’era l’illusione che la libertà avrebbe portato immediato benessere. Invece è arrivato il caos. Avevamo imparato a conoscere l’Italia e l’occidente come il paradiso cercando di intercettare Rai1, il festival di Sanremo. Aspettavamo il benessere ma la transizione non è andata come previsto. La popolazione, priva di qualsiasi nozione di educazione finanziaria e di libero mercato, fu travolta dall’illusione del guadagno rapido. Dal 1992-1993, nacquero diverse società d’investimento basate sul classico schema di Ponzi (o schema piramidale). Queste società promettevano tassi d’interesse folli e irrealistici, che arrivavano fino al 100% o addirittura al 300% al mese. I primi investitori venivano pagati con i soldi versati dai nuovi clienti che entravano nella rete e poi è esplosa la bolla. I soldi sono andati persi e nessuno ha potuto riaverli. La delusione era tanta. Ricordo che la gente, uomini dai 15 ai 50 anni, cominciarono a saccheggiare le depo, i magazzini militari di armi. Si formarono le bande e valeva la legge del più forte. La scuola venne chiusa e a casa dormivamo in corridoio, l’unico punto privo di finestre, per ripararsi dai colpi vaganti. Fu quella disperazione a spingere migliaia di persone verso le navi, come la celebre Vlora: si cercava solo una via di fuga verso l’Italia.  L’ESPERIENZA DELL’ASSOCIAZIONE JONUS OGGI SI PARLA DI SECONDA E TERZA GENERAZIONE. A CHE PUNTO È IL PERCORSO DELLA COMUNITÀ ALBANESE? Penso che la fase dell’integrazione sia stata superata con successo dai nostri genitori. Oggi ci troviamo a un bivio: rischiamo l’assimilazione totale o possiamo scegliere di diventare attivi sul territorio, mantenendo vive le nostre radici, le tradizioni e la lingua. L’albanese è una lingua antica, non indoeuropea, con un ramo a sé stante; perderla sarebbe un peccato, specialmente considerando che oggi ci sono più albanesi nella diaspora (circa 5 milioni) che nello Stato di origine (circa 2 milioni). PH: Daniele Bencivenga COME NASCE L’IDEA DI FONDARE UN’ASSOCIAZIONE A GENOVA E PERCHÉ L’AVETE CHIAMATA JONUS? L’idea è nata durante il mio Erasmus ad Alicante, vedendo come la città valorizzava i propri costumi e le proprie tradizioni nella festa di Las Hogueras. Mi sono detta: “Anche noi abbiamo un patrimonio straordinario, perché non raccontarlo?“. Poco dopo ho incontrato la rete degli Illyrian Brains, un network di giovani professionisti albanesi. Partecipando a queste attività tra Milano e Genova ho avuto modo di confrontarmi con altre ragazze albanesi e abbiamo capito che c’era la volontà di realizzare un progetto duraturo nel tempo. Così è nata Jonus. QUALI ATTIVITÀ PROPONE JONUS? QUALE È IL TARGET? Organizziamo corsi di lingua albanese per bambini dai 7 agli 11 anni e corsi di balli tradizionali, attività legate alla cultura albanese. L’obiettivo è offrire uno spazio dove i più piccoli non si vergognino di parlare la propria lingua madre, ma la vivano come una ricchezza culturale integrata con la loro italianità. In un solo anno abbiamo raggiunto oltre 80 soci. Abbiamo avuto la fortuna di ottenere gratuitamente lo spazio presso la Casa di Quartiere di Certosa, uno dei quartieri di Genova con la più alta densità di cittadini albanesi. Uno spazio che si sposa con i nostri ideali di integrazione, dove si alternano attività di moltissime associazione e realtà genovesi. L’obiettivo dell’associazione prossimamente sarà organizzare anche attività per adulti con lo stesso spirito. QUALE È L’ORIGINE DEL NOME JONUS? Volevamo creare un ponte tra l’Italia e l’Albania e abbiamo trovato un mare, lo Ionio, in albanese deti Jon cui abbiamo aggiunto il suffisso inglese Us per sottolineare questa unione.  PH: Daniele Bencivenga LE CONTRADDIZIONI DELL’ALBANIA CONTEMPORANEA L’ALBANIA OGGI VIENE RACCONTATA COME UNA META TURISTICA IN GRANDE ESPANSIONE. QUAL È LA REALTÀ DIETRO QUESTA FACCIATA? Il premier Edi Rama, al suo quarto mandato consecutivo, è stato abile sul piano delle relazioni internazionali, proiettando l’immagine di un paese moderno, dinamico e turistico. Ma c’è un’altra faccia della medaglia. La cementificazione aggressiva non coincide con una reale crescita degli stipendi o del benessere generale, lo stipendio base si aggira sui 400-500 euro al mese a fronte di un costo della vita paragonabile a quello italiano. Come funzionano i servizi pubblici come la sanità e l’istruzione? Gli ospedali e le università statali sono al collasso. Dagli anni 2000 ci sono stati enormi investimenti privati stranieri che hanno aperto cliniche e atenei privati. Questo ha drenato risorse, ricerca e i medici migliori verso il settore privato. Chi se lo può permettere vive benissimo, ma la maggioranza della popolazione – operai, muratori, camerieri, operatori di call center – resta esclusa da questo benessere. Inoltre, restano forti le logiche clientelari ereditate dal passato: senza “agganci“, per i giovani con competenze è difficilissimo fare strada. LA PIAZZA, LA DIASPORA E LA TUTELA DEL TERRITORIO PH: Daniele Bencivenga IN QUESTO CONTESTO SI INSERISCONO LE RECENTI PROTESTE A TIRANA E SULLA COSTA. COSA HA SCATENATO LA MOBILITAZIONE? La rabbia esplosa nelle piazze non riguarda solo i grandi progetti turistici nelle zone protette o gli investimenti speculativi come quello sul resort legato al genero di Trump. Quella è stata solo la goccia che ha fatto traboccare un vaso colmo di frustrazione per la corruzione. Le pensioni in Albania si aggirano intorno ai 100 euro e i servizi sono al minimo. Quando le comunità locali si sono viste recintare le spiagge o espropriare le terre senza trasparenza né consultazione pubblica – rompendo anche le tutele della legge sulle aree protette -, c’è stato un risveglio di piazza.  C’È UN EPISODIO SIMBOLICO CHE HA SEGNATO QUESTA PROTESTA? Sì, il momento in cui una ragazza, Brunela Mertiri, davanti alle recinzioni e ai mezzi di cantiere ha urlato tutta la sofferenza di un popolo dicendo: “Basta, vi stanno portando via anche la casa, cosa aspettate a svegliarvi?“. Quel video e le immagini di residenti trascinati via dalle forze dell’ordine hanno scatenato una reazione a catena. Le piazze si riempiono da oltre 50 sere consecutive. QUAL È IL RUOLO DELLA DIASPORA ALBANESE IN QUESTO MOMENTO STORICO? La diaspora sostiene economicamente l’Albania con le rimesse finanziarie; se interrompesse i flussi di denaro, l’economia nazionale rischierebbe il crollo. Ma non vogliamo essere considerati solo un bancomat o dei numeri. Vogliamo contare. Per questo la diaspora si è mobilitata in molte città italiane – Genova, Milano, Torino, Bologna, Firenze, Roma – e nel resto del mondo con lettere aperte e manifestazioni. Chiediamo trasparenza, rispetto delle regole democratiche e la tutela del nostro patrimonio naturale e culturale. PH: Daniele Bencivenga 1. Sono un educatore e fotografo genovese, specializzato in educazione all’immagine e al digitale. Amo il bianco e nero, la fotografia di strada, il reportage, in fondo amo raccontare storie per immagini. Partecipo alla vita associativa della mia città attraverso numerosi progetti in cui la pedagogia e la fotografia spesso si incrociano e si parlano. Conduco un progetto fotografico personale che prende il nome di Appropriazione Debita che mette al centro l’appropriazione del territorio da parte di bambini e ragazzi attraverso il gioco di strada ↩︎
Note su un passaggio di stato tra Ceuta e Fnideq
Fnideq, Marocco – Cominciamo dalla fine. Dalla risacca di un evento che si è già riassorbito, dall’arrivo sul campo a caos concluso, quando la cronaca ha già voltato pagina e restano solo le tracce termiche sul territorio. A Fnideq, il margine può essere uno scivolo di cemento che si perde nel buio del bagnasciuga. La spiaggia, priva di qualsiasi infrastruttura formale o servizio urbano, brulica di un’umanità che occupa lo spazio con la naturalezza dei mercati temporanei. Gruppi di donne velate sedute sulle aiuole della moschea, capannelli di ragazzini che corrono in ciabatte, famiglie intere in movimento costante fino a tarda notte. L’intera cittadina funziona come un formicaio impazzito: motorini, cibo di strada, sigarette di contrabbando, borse, un’infinità di magliette contraffatte del Marocco o con il nome di Lamine Yamal. Qui le maree umane si muovono sincronizzate con i ritmi della notte, montano e si riassorbono lungo la costa senza mai fermarsi davvero. Due uomini seduti su sedie di plastica offrono un servizio essenziale per la geografia informale della spiaggia: il noleggio della seduta per la serata. Rispondo in italiano con un «No, grazie» per non interrompere la dinamica, e continuo a camminare lungo la battigia per mimetizzarmi nella topografia del luogo. Al ritorno verso la strada principale, uno dei due mi aggancia in un italiano privo di inflessioni straniere. Si chiama I… . Ha circa cinquantacinque anni, un corpo segnato dal lavoro manuale e una storia che segue la parabola tipica della frammentazione identitaria. Dai sedici anni fino all’età matura ha vissuto a Ravenna: lavoro, due figli, una moglie italiana. Poi le prime deviazioni, il fallimento del nucleo familiare, la perdita dei contatti con i figli, il passaggio infruttuoso in Francia e infine il rientro forzato in Marocco. Nei codici sociali dell’emigrazione magrebina, il rientro senza la vettura con targa europea o la casa di proprietà costruita con le rimesse estere equivale a una condanna per fallimento. I… non torna da vincitore; rifiuta l’aiuto della famiglia e finisce a fare il pescatore nell’estremo sud del paese, per poi ripiegare su Fnideq e il noleggio delle sedie sul bagnasciuga. Un ulteriore, silenzioso passaggio di stato sociale verso l’invisibilità. Il confine, prima di essere una barriera fisica, è un’alterazione della percezione, uno stato mentale fatto di attesa e di occasioni percepite. Giovedì scorso, mentre era in spiaggia, l’attenzione di I… è stata attratta da un movimento collettivo. Centinaia di ragazzi hanno iniziato a radunarsi sulla collina che sovrasta la costa. La dinamica dell’evento è quella dei fenomeni di massa istantanei: alcune voci affermano che le stesse forze di sicurezza abbiano allentato il cordone, sollecitando o lasciando intendere la possibilità di buttarsi in mare per raggiungere la costa di Ceuta. Si è scatenato il caos. Centinaia di persone hanno abbandonato all’istante le proprie attività quotidiane, spogliandosi sulla spiaggia e lasciando pantaloni, borse e altro sulla sabbia. I… ha tentato di proteggere il proprio cellulare avvolgendolo in un sacchetto di plastica raccolto da terra e si è lanciato in acqua in maglietta e boxer. La traversata a nuoto verso l’enclave spagnola, sotto la spinta della corrente e con visibilità ridotta, è durata per diverse ore – i minori incontrati a Ceuta parlano di percorsi in acqua fino a otto ore. È lì che avviene il passaggio di stato più radicale: il corpo solido e terrestre si dissolve nell’elemento liquido, esposto a una fisica spietata. Nel racconto di I… compare la rimozione del rischio: la visione di corpi che perdevano galleggiabilità, la transizione irreversibile di chi scompare inghiottito dall’oscurità dello Stretto, scivolando sotto la superficie senza più riemergere, non ha interrotto la spinta della massa. È la forza cieca di queste maree politiche e disperate, dove l’illusione di una breccia nell’architettura del confine invalicabile azzera qualsiasi calcolo di sopravvivenza. L’impatto con la sponda spagnola riproduce la consueta sequenza della gestione di frontiera: l’arrivo sulla scogliera, il telefono inutilizzabile per via dell’acqua, i fermi e le percosse da parte dei reparti antisommossa, la fuga momentanea negli anfratti urbani di Ceuta e la successiva, sistematica riammissione nel territorio marocchino. Un dispositivo collaudato che azzera la spinta e ripristina lo status quo in poche ore. Superato il varco, la distinzione tra la Spagna e il Marocco non è solo una questione linguistica o valutaria, ma una frattura nell’ordine dello spazio. A Ceuta, i ragazzi marocchini che sono riusciti a rimanere temporaneamente vagano per la città spagnola con la curiosità dei turisti: si fotografano sorridenti davanti ai monumenti coloniali, pur avendo perso tutto in mare. Molti parlano un francese corretto, sono studenti o lavoratori precoci, ed esprimono la normale complessità emotiva di chi ha tentato un salto sistemico. In Europa, e in particolare nel dibattito pubblico italiano, questa materia umana viene regolarmente sterilizzata all’interno di una narrazione bidimensionale: da un lato la retorica dell’invasione, dall’altro un pietismo astratto. Entrambe le visioni ignorano la natura strutturale del fatto politico. La realtà di chi attraversa il confine rifiuta le categorie semplificate di “migrante“: si tratta di persone esposte alla violenza delle politiche di controllo, soggette a dinamiche di sfruttamento e spesso usate come merce di scambio geopolitico tra le due sponde del Mediterraneo. Seduto sulla sedia di plastica a Fnideq, I… conclude il suo monologo con una presa di coscienza priva di concessioni ideologiche: l’amarezza per un governo che utilizza la spinta e la disperazione dei propri cittadini meno abbienti come una leva di pressione diplomatica verso l’Unione Europea. Sullo sfondo, il rumore del mercato e del mare continua indifferente alla contabilità dei corpi rimasti in acqua 1, mentre la marea riassorbe i superstiti e li restituisce alla solita, immobile attesa. Galleria fotografica di Raffaello Rossini 1. Fonti indipendenti, come la Ong Caminando Fronteras, hanno accertato oltre 140 morti ↩︎
Fra gli illegali nei banga
LUCA QUEIROLO PALMAS 1 Dalla finestra della nostra casa, si vede un’enorme bidonville. Qui a Mayotte vengono chiamate Banga, e sono ovunque: nello spazio e nel dibattito pubblico. All’origine il termine indicava le abitazioni dove i giovani maoresi e comoriani andavano ad abitare raggiunta l’adolescenza, allontanandosi dalla casa materna. Ora è il segno di un distacco, di una messa ai margini, ma anche di una forma di vita precaria e in comune che difficilmente può essere rimossa. Così Karima, nella cui casa abitiamo, rievoca il ciclone Chido che ha colpito l’isola il 15 dicembre del ’24: «Il banga qui davanti è venuto giù. Io facevo la volontaria nei pompieri. Molti corpi si sono trovati, ma non sappiamo di chi fossero». Quando parla dello spazio abitato che abbiamo sotto gli occhi, si riferisce ai suoi abitanti come gli illegali, coloro ai quali nessun censimento ha dato un’identità. Chido è durato un’ora e mezza, ma dalle sue parole capisco che ha spazzato via soprattutto i poveri ammassati sulle colline. Penso all’alluvione di New Orleans con l’uragano Katrina del 2005, alle catastrofi naturali come operazioni di classe… prima e dopo; la natura maligna è sempre mediata e rifratta dalla struttura delle diseguaglianze sociali e dalle politiche. Karima continua: «Le autorità avevano detto di ripararsi nelle scuole, ma molti non hanno accettato, temevano di venire arrestati se uscivano allo scoperto e di perdere i loro averi». Quanti morti ha fatto Chido? Di quanti conosciamo i nomi? Ufficialmente sono 39 i morti accertati.  Chi sono gli illegali di cui parla Karima? Il giorno dopo Madi ci conduce a visitare il banga dove vive, nel quartiere di Kaweni, nel cuore della città principale di Mayotte: di origine comoriana, come tutti in quest’isola ad eccezione degli expat, ha lavorato da muratore negli ultimi 6 mesi prima di perdere i documenti. Ci accoglie all’entrata di questo quartiere autocostruito – con un misto di legno, lamiere e mattoni – che si inerpica su per la collina e dove ai tempi della colonia si produceva zucchero. Chido ha distrutto tutto, ma tutto è stato ri-eretto nel giro di poco tempo. Ogni tanto degli ammassi di rifiuti e lamiere creano delle aree aperte, delle piazze che divengono discariche.  Madi racconta che dall’alto della collina è possibile avvistare la polizia della frontiera (la PAF) e gli agenti antisommossa prima di un’irruzione; a quel punto i giovani scendono a tirare pietre per evitare arresti e deportazioni di quanti sono in una condizione di irregolarità. Pietre da un lato e lancio di lacrimogeni dall’altro fanno parte di un rituale ripetuto, un’autodifesa quotidiana. Un ragazzo ci dice: «Lo facciamo per le nostre mamme, perché non siano trasferite ad Anjouan». Madi fa parte dello spazio associativo del quartiere… una membrana fra lo Stato e il mondo dei giovani che tirano pietre o che vivono di piccoli crimini. «Cerchiamo di ridurre la violenza, di parlare con i piccoli delinquenti. Lo Stato, la polizia, ci chiede di fare il suo lavoro con il volontariato. Ma non siamo neanche pagati. Molti di noi se ne sono andati dalle associazioni; sono parassiti. Lo Stato viene qui in campagna elettorale e fa promesse. Poi scompare. Ce la dobbiamo cavare da soli. Per la luce, l’acqua, le strade….». E in effetti tutto è precario, insalubre e faticoso: dall’acqua e le bombole di gas che sono portate a braccia in cima alla collina, alle donne che lavano i panni in un rigagnolo d’acqua sporca dove le baracche circostanti scaricano i propri residui. Eppure migliaia di persone vivono qui. Madi descrive gli illegali: qui non abitano solo comoriani, ma anche cittadini francesi, mahoresi poveri, richiedenti asilo congolesi. L’illegalità si riferisce all’abitare informale, alla classe sociale, più che alla condizione giuridica. Nel banga vivono tutti, o quasi tutti. «E les africaines?» chiediamo. Madi ci fa capire che l’invidia e il risentimento sono i tratti dominanti delle relazioni sociali. Perché les africaines – lui stesso ride del termine – non sono deportabili, mentre i comoriani senza documenti o con documenti precari (come lui) sono quotidianamente deportati: «Anche se sei minore ti portano via ad Anjouan». Fuori dal banga, si vede di nuovo la presenza dello Stato. Grandi edifici scolastici, un parco e uno stadio in costruzione. «Vogliono sgomberare il banga. Ci propongono di cambiare quartiere… ma come facciamo per le scuole e per i nostri figli?».  Torniamo nei giorni successivi da Medi per partecipare a una squadra di pulizia solidale da lui organizzata. Mentre raccogliamo resti di ogni tipo accumulatisi nel tempo, vediamo dei bambini portare bambù e altri materiali di costruzione verso il banga. Ci spiega: «I genitori non escono da qui per paura degli arresti e delle deportazioni; vanno a lavorare fuori tutta la settimana in agricoltura o nei cantieri, ma quando tornano a casa, qui a Kaweni, evitano di esporsi alle incursioni della PAF. E mandano i bambini in città se c’è bisogno di qualcosa…». I molti strati dell’abitare informale riappaiono quando con Said entriamo nel banga dove abita sua madre e dove lui stesso è cresciuto: il quartiere deve essere sgomberato nei prossimi giorni e gli abitanti stanno già iniziando ad abbandonare l’area. «Molti votano, io stesso sono cittadino francese. Ci sono poliziotti e funzionari che vivono qui. I politici quando vengono a parlare nel banga utilizzavano un linguaggio inclusivo… del tipo ‘siamo tutti comoriani’, ma quando sono soli con noi che abbiamo la nazionalità, ritornano a distinguere fra francesi e non». Camminando fra le case in lamiera e gli alberi di banane e di mango, vediamo soprattutto bambini di tutte le età e donne che lavano i panni. Said con orgoglio sottolinea quanto il suo banga sia solidale: «Guarda la moschea! L’abbiamo costruita insieme autotassandoci. Guarda questo ponte in cemento! anche questo lo abbiamo fatto noi. Le istituzioni non hanno fatto nulla».  E poi arriva il giorno dello sgombero, che qui a Mayotte porta il nome di décasage: allontanamento forzato dalla propria casa. Il termine non esiste nel francese corrente, è endemico dell’isola. Sulla strada incontriamo le barricate rimosse dalla polizia che i giovani del banga hanno provato ad erigere per impedire l’operazione. Gli abitanti sono ora tutti fuori da quello che era il loro quartiere; dentro ruspe, operai e polizia. Qualcuno esce con i pochi averi che riesce a trasportare. Una donna grida: «Le uniche case non demolite sono quelle dei mahoresi francesi con i titoli di proprietà»; come se l’eterogeneità sociale che il banga tiene insieme in una sorta di solidarietà obbligata fra poveri si scomponesse durante le operazioni di sgombero, in cui ognuno ritorno alla sua individualità giuridica. Parliamo con un poliziotto che dirige l’operazione: «Siamo parte di una stessa brigata che è stata mandata in rinforzo sull’isola per sei settimane. Alle 4 del mattino, abbiamo tolto le barricate e ci hanno tirato le pietre». È gentile e ha voglia di parlare. Quando gli chiediamo dove vanno le persone le cui case sono state distrutte, ci dice che in pochissimi – 11 famiglie su circa 500 residenti – hanno ottenuto una ricollocazione provvisoria. E gli altri? «Lo so, non serve a nulla quello che facciamo, ma io obbedisco agli ordini. Parlate con gli assistenti sociali nel parcheggio qui fuori…». Qui incontriamo Marie, la direttrice di un’associazione che coordina la presa in carico delle persone durante questo tipo di operazioni: «Sono pochi quelli che accettano. E poi gli appartamenti sono scarsi e lontani dalle scuole dei figli degli abitanti. La maggior parte degli sgomberati se debrouille, si arrangia. Ci sentiamo impotenti, sappiamo benissimo che così si sposta solo il problema». Nel parcheggio ci sono circa una ventina di operatori sociali di diverse entità: sembrano comparse necessarie di una scena in cui non giocano nessun ruolo. Aspettiamo la conferenza stampa del nuovo prefetto, prevista per le 10.30: per quanto ricercatori di un progetto finanziato dall’Unione Europea – Solroutes – c’è un veto alla nostra partecipazione. Anche il giorno prima dentro il campo dei rifugiati, la polizia durante la visita del prefetto ci aveva fermato in malo modo e obbligato a rimuovere le immagini che avevamo filmato.  Sulla strada del ritorno, ancora resti di barricate: pietre, automobili, lavatrici e altre suppellettili domestiche. Negli articoli sulla stampa che escono poche ore dopo, il prefetto rivendica lo sgombero come parte dell’operazione Kingia: «Non ci lasceremo intimidire, chi vuole essere ricollocato può andare ai servizi sociali».  Il giorno dopo siamo di nuovo al banga con Said. La polizia non c’è più. Neanche le case. Solo un ammasso di lamiere con persone e bambini che si aggirano per ricuperare i materiali, per costruire di nuovo. L’insediamento, d’altronde, è sorto dalle macerie di un décasage precedente; non a caso il suo nome, Karjavenza, nel swahili locale significa letteralmente “non voglio stare qui”. La genealogia degli sgomberi trasforma ironicamente in “casa” un luogo in cui non si vuole stare. Ci sono montagne di macerie, e poi dei grandi crateri scavati in terra con fuochi ancora accesi che sprigionano fumi irrespirabili: «Hanno buttato dentro tutto ciò che può essere bruciato», dice un ex-abitante. C’è chi sta già erigendo una nuova baracca nelle vicinanze, chi ha dormito per strada, chi si è ritirato nella foresta, chi è stato accolto da amici o parenti in altri banga. Sfoglio a terra i resti bruciati di un quaderno di scuola elementare; anche la moschea è stata abbattuta. L’unica cosa che è rimasta uguale sono le donne: lavano i panni nel rigagnolo sotto il ponte. Incontriamo un lavoratore della nettezza urbana del Comune che viveva qui: «Non ce l’abbiamo con la polizia. Loro eseguono gli ordini. Ma non sono giusti. Ho quattro figli, mi avrebbero dato un alloggio per poco tempo ma solo con 2 figli e gli altri no. Come potevo accettare?». Altre persone ci raccontano la stessa storia di offerte inaccettabili. Non c’è rabbia, ma ostinazione e calma. La vita continua, nonostante tutto. «Molti andranno in altri banga» conferma Said. Continuiamo a camminare e appare un uomo alterato che grida contro di noi, alternando francese e swahili. «Voi bianchi! Guardate i bambini che avete lasciato senza scuola! Voi bianchi siete venuti per le ricchezze. In Europa non c’è niente, siete venuti qui, ma noi siamo vigilanti, abbiamo memoria, abbiamo memoria dello schiavismo! Voi bianchi! Questo di ora è schiavismo moderato…Ma cosa siete venuti a fare qui? Perché siete venuti a fare questo bordello? Andatevene». Continuiamo a camminare sino al quartier generale dello sgombero, quello da cui il prefetto ha diretto le operazioni – «usando persino i droni, ci dice il nostro accompagnatore» -, quello in cui si è tenuta la conferenza stampa da cui siamo stati estromessi. Sorridiamo, perché l’edificio in legno è interamente bruciato e lì vicino una ruspa è stata distrutta: sembra il cadavere di un dinosauro. «Li chiamano invisibili, sono i giovani delle barricate, si sono vendicati e gli hanno dato fuoco il giorno dopo che la polizia ha distrutto il nostro banga» conclude Said. Secondo l’ultimo censimento, Mayotte al primo gennaio del 2026 conta 323.153 abitanti. Non sono ancora disponibili i dati sulle bidonville. Inchieste ufficiali precedenti hanno stimato fra i 100.000 e i 150.000 la popolazione dei banga: fra il 31 e il 46% della popolazione complessiva dell’isola. Il grande investimento – materiale e simbolico – dello stato francese in questo dipartimento d’oltre mare si rivolge però alle forze di polizia e alle operazioni di “sicurezza urbana” contro gli illegali. Chi sono gli illegali? Chi crea gli illegali? Mayotte oggi ci appare come un grande laboratorio per l’addestramento sul terreno di quella che Pierre Bourdieu chiamava la mano destra dello Stato. Reportage e inchieste MAYOTTE, FRANCIA, OCEANO INDIANO, FORTEZZA EUROPA L'introduzione al reportage 7 Luglio 2026 Reportage e inchieste IL SISTEMA MAYOTTE E IL DIRITTO DELL’ECCEZIONE Il 1° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" Luna Selimovic' 14 Luglio 2026 Reportage e inchieste «PENSAVO QUESTA FOSSE LA FRANCIA». LE ROTTE DALL’AFRICA CONTINENTALE E IL CAMPO DI TSOUNDZOU Il 2° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" 21 Luglio 2026 1. Sociologo e professore all’Università di Genova, specializzato in migrazioni e sociologia visuale. Co-dirige la rivista Mondi Migranti ed è Principal Investigator del progetto ERC AdG SOLROUTES, dedicato alle solidarietà lungo le rotte migratorie in Europa. ↩︎
Oriri. Spiriti e Incubi
Una parola latina che significa sorgere, nascere, venire alla luce – la stessa radice da cui discende oriente, il punto cardinale del sole che si alza. In lingua Bini, nel sud della Nigeria, significa spiriti. Incubi. Oriri parla di Sicilia, di Mediterraneo, Benin, Niger, Nigeria, Ghana. Segue il filo invisibile che lega donne che arrivano in Europa a un rito celebrato migliaia di chilometri più a sud, prima della partenza. Un giuramento. Una promessa estorta. Una forma di controllo che attraversa il mare insieme a loro. Il guardiano del Tempio dei Pitoni, il più antico luogo sacro del Voodoo, prende in braccio uno dei serpenti custoditi nel Tempio. Ouidah, Repubblica del Benin, 2018. – Ph: Francesco Bellina Questa narrazione fotografica è la storia di quel filo. L’autore è Francesco Bellina. Oriri è una storia di migrazioni, spostamenti e scambi tra persone, luoghi e ritualità. Un percorso che si svela passo dopo passo, rivelando progressivamente la realtà di troppe donne nigeriane vittime di schiavitù sessuale. Per raccontarla in immagini, Bellina ha attraversato mari, deserti, città e campagne, ritracciando le tappe delle rotte della tratta e portando lo sguardo verso realtà sottili, spesso invisibili, che nel silenzio agiscono e trasformano la vita delle vittime in oriri, appunto. Incubi. Le testimonianze che ha raccolto hanno la forza di una denuncia: il fotografo rivela come la partecipazione ai riti iniziatici delle religioni locali – generalmente associate al voodoo – rinforzi il controllo degli sfruttatori sulle vittime. Attraverso un linguaggio insieme etico ed estetico, le sue opere mettono in luce la dipendenza reciproca tra reti criminali e culti religiosi nella loro duplice dimensione di vincolo e potenziale protezione, là dove politica, economia e spiritualità si fondono in una partecipazione rituale collettiva. Due maschere tradizionali del Festival del Voodoo durante la sfilata tra le strade di Ouidah. Ouidah, Repubblica del Benin, 2018 – Ph: Francesco Bellina Dettaglio del backstage a un concerto tenutosi in occasione del festival “Emérgence, Arts et Racines”, organizzato dalla compagnia teatrale “Arène”, in Niamey, Niger, 2018 – Ph: Francesco Bellina Istituto Italiano di Cultura di Marsiglia. È il 28 maggio, l’indomani del vernissage della mostra, che resterà qui fino al 7 luglio. Incontro Francesco in questa città che è stata, dopo Palermo, uno dei luoghi di arrivo di molte donne nigeriane, vittime di tratta degli esseri umani ai fini dello sfruttamento sessuale. Mi racconta il suo lavoro e le ragioni che lo hanno spinto a trattare in immagini questo tema. Mi parla di riti, di movimento di persone, di connection house, luoghi di snodo della tratta e il suo desiderio di capire il rito voodoo, il Juju. Ne è andato a cercare le origini fino allo stato del Benin: nella “tratta nigeriana” quel rito è stato svuotato del suo senso originario di protezione. Il giuramento imposto alle donne per sancirne la sottomissione, svuotato di ciò che di benevolo lo animava, genera incubi – oriri, appunto – e si riduce a due parole: I swear. Giuro. Fedeltà e sottomissione in cambio di una protezione falsa. Protezione falsa che impone un debito capace di raggiungere fino ai cinquantamila euro. Parliamo insieme della sua rappresentazione in immagine di Oriri.  Qui di seguito, la conversazione con Francesco, il cui lavoro fotografico di inchiesta è una rivendicazione politica.  Le interviste di Radio Melting Pot Oriri. Spiriti e Incubi. Intervista al fotografo Francesco Bellina Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:30:12 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:30:12 | Registrato il 5 Giugno 2026 D: CI RACCONTI LA STORIA CHE HA GENERATO QUESTA MOSTRA? R: Io mi sono trasferito a Palermo da Trapani. Vivevo in un quartiere popolare dove sono cresciuto. Proprio quello che ha visto per la prima volta sorgere un CPT, un Centro di Permanenza Temporanea, il Serraino Vulpitta, dove il 28 dicembre 1999 sono morti sei migranti, in seguito ad una protesta sfociata in dramma. E quella, per me, è stata una vicenda importante, anche se avevo solo dieci anni. Uomini migranti, detenuti in quel centro diedero fuoco ai materassi nelle celle in cui si trovavano. Sei di loro persero la vita. Anni dopo, mi sono trasferito a Palermo. Vivevo a Ballarò, quartiere multietnico dove si parlano più di 100 lingue, di cui una è comune: il siciliano. È un posto meraviglioso, una periferia nel centro storico. Quando dal 2016-2017 molte persone migranti non passavano per il circuito dell’accoglienza vera e propria ma cercavano situazioni di fortuna, molte persone si sono rifugiate a Ballarò. Chi occupava delle case… chi invece faceva parte di organizzazioni criminali… chi era membro della Black Axe nigeriana che gestiva delle connection houses… . In realtà mi sono ritrovato a entrare dentro una di queste e, restando fedele al mio ruolo e alla mia professione, ho iniziato a fotografare quel luogo. La prima volta che ho immortalato una vittima di tratta, ricordo uno di quei ragazzi che controllavano, là dietro, con il coltello puntato sulla mia schiena, che mi ha detto: “fai la foto, ma non parlare”. Questa cosa mi ha fatto sentire in un modo terribile. Mi sentivo in colpa con questa ragazza: l’ho vissuto come un abuso nei suoi confronti, anche se non ho avuto rapporti sessuali con lei. Quello è stato un momento cruciale, in cui ho deciso che volevo capire cosa fosse la tratta. Allora, ho chiesto aiuto a Don Enzo Volpe, a Valeria Gandini, che sono degli attivisti di Ballarò, e mi hanno subito fatto entrare in quel mondo. Contestualmente, mi sono avvicinato tantissimo alla comunità ghanese, alla comunità Ibo, che mi ha dato anche un altro punto di vista. Alla fine, mi sono ritrovato un po’ con “la mia Africa” a Ballarò. E ho deciso di andarci beneficiando dell’ospitalità dalle famiglie di questi miei amici che vivono lì. Per esempio, a Kumasi, in Ghana, sono andato a dormire dai parenti dei pastori della chiesa dove andavo la domenica a fare le fotografie a Palermo e poi fino a Benin City, in Nigeria. Una gran parte del lavoro, l’ho speso in Niger, un posto veramente interessante per tutti i tipi di traffici. E poi a Benin, mi sono reso conto di quello che volevo investigare e sono riuscito ad avere un quadro completo. Nel frattempo, anni dopo quegli scatti, voglio ricordare che le tratte e le rotte sono cambiate. Quello che ho cristallizzato io anni fa non è più così. Quello è stato un periodo storico che è stato terribile, che ha lasciato delle ferite che sanguinano ancora. E poi, purtroppo la tratta continua anche con altre nazionalità, con persone di altra provenienza. D: TU FAI RIFERIMENTO A TUTTA UNA SERIE DI TERMINI CHE SONO TIPICI DELLA TRATTA NIGERIANA. PARLI DI CULTS, DI RITI, PARLI DI CONNECTION HOUSE. PUOI SPIEGARE, PER CHI NON SA CHE COSA SIANO, RAPIDAMENTE? Capire cosa c’è a livello immaginario, spirituale, religioso dietro il traffico di esseri umani ed in particolare delle donne, per me è stato fondamentale. Volevo capire quale fosse la relazione tra i rituali e il traffico di donne. In realtà, ho compreso molto andando nella Repubblica del Benin, dove il voodoo è la religione ufficiale. Ho parlato con tanti pastori e sciamani, “veri”, ma ho incontrato anche dei criminali che si spacciavano per sciamani e si vantavano con me di aver mandato a Palermo molte ragazze. A Benin City, c’erano finti preti che facevano questa sorta di rituale: di mistico non c’era nulla. Si servivano di quella paura, di quella cultura tradizionalmente radicata, quanto meno in queste persone, per cercare di spaventarle. È semplice fare un parallelismo con il giuramento d’ingresso all’Ndrangheta o alla Sacra Corona Unita: qui si bruciano le immagini sacre di santi nelle proprie mani. In realtà, non c’è una relazione tra religione e criminalità, ma chi subisce questo rito d’iniziazione sente un trasporto emotivo che altri strumenti non darebbero. D: PARLI DI CAMBIAMENTI DELLE ROTTE MIGRATORIE. COSA È SUCCESSO? Mi sono accorto, stando soprattutto in Africa, che sono cambiate le vittime di tratta, sia per quanto riguarda la lingua che i paesi di origine: Costa d’Avorio, Camerun, Burkina Faso, Liberia, non solo Nigeria o Benin City. Questa è stata la prima cosa che ho visto. E sicuramente presumo che ad Agadez sia cambiata la situazione, perché ci sono andato per tre anni ed era diverso ogni volta che tornavo. Se i paesi di origine sono altri, ci saranno altri crocevia come Agadez che si sono creati nel frattempo. E poi, la situazione nel Sahel si è ribaltata: prima era il cortile di casa della Francia, ora il tentativo è quello di mantenere un’autonomia, e penso che questo abbia determinato e determini dei cambiamenti nelle rotte. D: LA TUA OPERA SI CHIAMA ORIRI. PERCHÉ HAI SCELTO QUESTA PAROLA PER LA MOSTRA E DI CHE COSA PARLA? Oriri vuol dire incubi, spiriti, nella lingua Bini, parlata a Benin City. Ricordo che mentre lavoravo a questo progetto, lì, un ragazzo mi ha fatto sentire una canzone che si trova anche su YouTube che diceva “Oriri la notte porta gli spiriti”. Oriri è questo. Sono questi fardelli che ti seguono: il debito che hai con la tua famiglia, o il rituale del rito voodoo, o anche una sorta di sofferenza patriarcale che si porta dietro, quella familiare, che conduce poi in un modo o nell’altro dentro questo giro di schiavitù sessuale. Gli Oriri non hanno bisogno di visti, non seguono il criterio di quote per l’immigrazione, non hanno bisogno di ONG, perché i trafficanti passano sempre e riescono sempre a essere ovunque. Invece chi subisce tutta una serie di strette legalitarie sono sempre le vittime. Gli Oriri, che rappresentano la parte del male, sono quasi legittimati dal potere, altrimenti non esisterebbero. D: QUESTI ORIRI NELLE TUE FOTO SI VEDONO? Nel 2019, a bordo della Mare Jonio di Mediterranea, un amico mi aveva detto di cercare gli Oriri nel mare. Non ho dimenticato quella cosa. Ho fotografato la schiuma sull’acqua – un’immagine molto siciliana – di notte, in bianco e nero. Gli Oriri per me sono un po’ quelli.  I resti di un gommone che aveva a bordo 98 persone migranti tra cui 22 bambini, soccorsi nell’agosto 2019. Mar Mediterraneo, 2019 – Ph: Francesco Bellina D: NELLE SONO FOTO CHE FANNO PARTE DI QUESTA MOSTRA E DEL TESTO, ALCUNE RAPPRESENTANO I RITI VOODOO. POI, CI SONO FOTO DEL MARE, DELLE PERSONE… PERCHÉ RACCONTI ORIRI IN QUESTO MODO E CHE CRITERIO HAI USATO? Allora, intanto è ovvio che ci sia una scelta estetica, che rende un lavoro potente, perché comunque le nostre percezioni si basano sulla visione. In realtà ho inserito tantissime immagini che non erano necessarie per qualcun altro. Per esempio, la foto del deserto d’oro. Io sono siciliano trapanese e da noi d’inverno la spiaggia è rossa come il corallo. Allora, c’era questa associazione per me tra la polvere d’oro e quella del corallo. E poi, una riflessione alla base: nonostante questa ricchezza, sappiamo quello che succede lì. Ecco, allora, quella foto parla di colonizzazione: vecchia e nuova, di estrazione delle risorse minerarie in Niger. Poi ce ne sono altre che parlano di eventi culturali fatti nel deserto da studenti senza una lira. Un modo, per me, di mostrare che l’Africa non è solo morte e sofferenza, perché non è così. C’è una grande umanità, gioia di vivere, speranza, solidarietà, ed è giusto mostrare anche questo. È come se avessi dosato, attraverso le mie idee e i miei valori, queste fotografie. C’è un omaggio a Fela Kuti, che per me è fondamentale. C’è una critica alle Mushroom Churches, cioè a quelle chiese create solo per fregare i soldi. E poi c’è un omaggio alle suore che aiutano ragazzi ogni giorno. D: QUESTO LAVORO CHE IMPATTO HA AVUTO NELLA TUA VITA? Probabilmente lo scoprirò tra un po’. Però posso dire che mi ha dato tantissime soddisfazioni, sono felice di quello che ho fatto, lo rifarei e penso soprattutto sia utile. Per me è stato un investimento di quattro anni in cui ho faticato. Quasi nessuno ha creduto in questo progetto, non è stato finanziato, dunque è stato molto oneroso. Dal punto di vista umano, se io già avevo una particolare attenzione alle questioni di genere, verso storie e vicende particolari, il progetto l’ha amplificata. La mia sensibilità e il mio modo parlare rispetto a questi temi si sono modificati. Questo lavoro ha inciso sulla mia vita privata e sulla mia visione politica. D: IL TUO LAVORO COSA DICE DELLE DONNE E COSA DICE DELLE DONNE VITTIME DI TRATTA? Innanzitutto, per me la donna è una figura semidivina. Questo è un retaggio della mia cultura e della mia educazione. Ho subito l’influenza della mia Sicilia, una terra più matriarcali di tante altre regioni o culture. E poi, io ho avuto l’esempio di donne nella mia vita: le mie nonne e mia mamma, che mi hanno cresciuto e mi hanno insegnato la dignità, a perseguire i propri obiettivi a costo della vita. Quindi questo ha condizionato il mio modo di vedere la donna. E penso che questo si percepisca anche nelle foto, in cui cerco di trasmettere il rispetto che sento.  Sulle vittime di tratta, la risposta è semplice: mi auguro di non vederne mai più in vita mia. Purtroppo non è così. Io vivo, oltre che a Palermo, vivo anche in Ghana. Basta uscire in strada per vedere il traffico di donne. Solo che prima erano di Benin City, ora sono tutte della Namra State. Prima erano trafficate, detenute in ostaggio, sequestrate dalla Black Axe; ora vengono rapinate dalla polizia. Cambia il carnefice, però alla fine l’oggetto da utilizzare, da sfruttare, è sempre quello. Voglio però aprire una riflessione: quando si parla di donne, bisogna discutere anche di uomini — non per parità, ma per una questione di domanda e offerta. Se ci sono uomini che pagano, e che lo fanno esercitando violenza — perché non si può chiamare sesso ciò che nasce da una violenza — allora l’uomo deve entrare in questo dibattito e guardare alle proprie responsabilità. D: C’È UNA STORIA DELLE PERSONE CHE HAI FOTOGRAFATO CHE TI HA COLPITO PIÙ DI ALTRE, O CHE HAI DECISO DI RACCONTARE IN IMMAGINI? C’è la storia di Jennifer, sicuramente, che io coinvolgo in tutto quello che faccio. Mi ha colpito perché è stata una cosa inaspettata. Ero andato a Kumasi, in un quartiere; mi ero infilato in una casa di schiavitù. Questa ragazza pensava che fossi lì per fare sesso a pagamento. Invece le ho raccontato che sono un artista e che volevo parlare. Lei mi ha chiesto di aiutarla a scappare e quella sera l’ho fatto. Lei adesso è in Nigeria, salva; è sposata, con un figlio. Con lei, parliamo di mille cose — di politica, di business, di tutto e di più — perché non è un rapporto che si è fermato a quell’episodio. Ci alimentiamo a vicenda. È un rapporto alla pari. Perché per me questo è fondamentale. Siccome questa storia con lei è importante nel lavoro e ne parlo spesso, un giorno le ho chiesto di raccontarla dal suo punto di vista. E così la sua versione della storia è scritta nel libro di Oriri ed è sempre installata accanto alla sua fotografia. Quando ho letto la sua versione sono rimasto deluso in fondo, ma questi sono affari miei. Lei, mi dipinge come l’uomo bianco arrivato a salvarla. L’opposto di quello che penso. Eppure, questa visione esiste ancora: il bianco viene e ti salva. Ma non è così, ed è quanto di più lontano dalla visione che ne ho io.  Jennifer, 25 anni, è stata portata via dalla sua abitazione a Lagos e venduta a Khumasi, in Ghana, come schiava sessuale. È stata aiutata a scappare, 3 anni dopo, durante la realizzazione del progetto Oriri – Ph: Francesco Bellina D: È POLITICA LA TUA OPERA? Ovviamente è politica, come tutto quello che faccio. Il mio modo di vivere è politico. Infilo la politica ovunque. Perché come mi hanno insegnato a scuola, l’arte è un’arma carica. D: COSA VUOI TRASMETTERE CON ORIRI A CHI OSSERVA LE FOTO, A CHI GUARDA IL LIBRO? Vorrei trasmettere intanto un po’ d’Africa, anche se detto così non dà veramente l’idea giusta. Africa vuol dire decine di paesi, non uno solo, terra di molteplici visioni e culture, di ricchezza, povertà, come in tutti i posti del mondo. Ma soprattutto io vorrei che la gente si facesse domande leggendo, guardando queste immagini, guardando il libro. Più domande riesco a far suscitare in una persona, più mi avvicino a quello che mi sono prefissato. D: UNA CONCLUSIONE? Penso che la cosa più importante sia che questo lavoro venga divulgato. Non perché sia il mio, ma perché per me è importante che circolino le storie di persone in carne e ossa di cui ho raccolto la storia in immagini e che possano essere utili per migliorare il futuro. Altrimenti non abbiamo concluso niente. Poi sicuramente l’Italia non è il luogo migliore dove far circolare certe idee, esperienze o progetti. E soprattutto se vieni dalla Sicilia, spesso è molto complicato. Quindi il fatto di essere riuscito a portare a termine questo progetto e che stia girando così tanto, che ancora le persone ritratte in quelle foto lo apprezzino e mi dicano grazie… ecco, per me è la cosa più bella di tutte.
Quando la Natura si ascolta: a Paspardo le “Cartoline Sonore” raccontano il lavoro silenzioso del CRAS dell’Adamello
Non tutti i paesaggi si guardano. Alcuni si ascoltano. È da questa intuizione, semplice solo in apparenza, che nasce “Il paesaggio sonoro della natura che cura: 5 frammenti di biodiversità”, l’iniziativa in programma domenica 7 giugno al Centro Faunistico del Parco dell’Adamello di Paspardo. Un appuntamento che va oltre la dimensione artistica e diventa occasione per accendere i riflettori su una delle realtà più preziose e meno conosciute della montagna bresciana: il Centro Recupero Animali Selvatici (CRAS), luogo in cui ogni anno decine di animali feriti, debilitati o in difficoltà trovano cure, assistenza e, quando possibile, una seconda possibilità di tornare liberi. Il progetto protagonista della giornata è quello delle “Cartoline Sonore”, realizzato dal duo Molom, formato dalla scultrice Milena Berta e dal sound artist Alessandro Pedretti, con le fotografie di Silvano Menolfi. Tra febbraio e marzo gli artisti hanno trascorso settimane all’interno del centro di Paspardo registrando suoni, respiri, movimenti e silenzi della fauna ospitata, utilizzando sofisticate tecnologie di rilevazione acustica. Ne è nata una collezione di cinque cartoline in edizione limitata che raccontano, attraverso l’ascolto, la straordinaria biodiversità custodita nel cuore dell’Adamello. Il volo delle poiane, il respiro delle cerve, le vocalizzazioni notturne del gufo, il risveglio del bosco all’alba e i suoni quasi impercettibili degli animali quando la presenza umana si ritrae diventano così strumenti di conoscenza e sensibilizzazione. Ma il valore dell’iniziativa risiede soprattutto nella sua capacità di restituire centralità a un patrimonio spesso invisibile. I CRAS rappresentano infatti un presidio fondamentale per la tutela della fauna selvatica. Non semplici strutture di ricovero, ma luoghi nei quali veterinari, tecnici, volontari ed educatori ambientali lavorano quotidianamente per garantire il recupero degli animali e, allo stesso tempo, promuovere una cultura del rispetto degli ecosistemi. In questo senso il Centro Faunistico del Parco dell’Adamello, gestito dall’associazione LOntànoVerde con il supporto del Parco dell’Adamello e del Comune di Paspardo, costituisce una delle esperienze più significative del territorio bresciano. Una realtà che coniuga assistenza, divulgazione scientifica ed educazione ambientale, permettendo ai visitatori di osservare da vicino esemplari non più reintroducibili in natura e di comprendere la complessità degli equilibri che regolano la vita alpina. Non è un caso che il progetto sia stato affidato ai Molom, Alessandro Pedretti e Milena Berta, duo già riconosciuto a livello nazionale per la capacità di intrecciare arte, paesaggio e ricerca. La loro presenza conferisce all’iniziativa una dimensione ulteriore: quella dell’ascolto come forma di consapevolezza. Perché proteggere la natura, suggeriscono queste cartoline, significa anzitutto imparare a percepirla. Non soltanto osservare un animale, ma coglierne la voce, i ritmi, le pause. Comprendere che ogni ecosistema possiede una propria colonna sonora e che la biodiversità non è fatta solo di immagini, ma anche di suoni. L’appuntamento è fissato per domenica pomeriggio nella località Fles di Paspardo, all’interno della rassegna “Estate nel Parco 2026”. Un’occasione per conoscere da vicino il lavoro del CRAS dell’Adamello e per ricordare che dietro ogni animale recuperato e curato esiste una rete di competenze, passione e volontariato che opera lontano dai riflettori, ma che rappresenta uno dei presìdi più importanti per la conservazione della fauna selvatica bresciana. Un lavoro silenzioso, appunto. Proprio come i suoni della natura che le Cartoline Sonore hanno deciso di raccontare. Per maggiori informazioni sulle attività del Cras e dell’associazione a questo link Simona Duci
June 4, 2026
Pressenza