
Albania, la rivolta dei fenicotteri e la voce della diaspora: «Non vogliamo essere solo un bancomat»
Progetto Melting Pot Europa - Friday, August 14, 2026DANIELE BENCIVENGA 1
Incontro Amarilda presso la Casa di Quartiere di Certosa, Genova.
Il nostro primo incontro è stato qualche settimana fa quando in Piazza Matteotti ho intercettato e fotografato la protesta della comunità albanese a Genova che a distanza ha deciso di appoggiare quella che in patria ha preso il nome di Rivoluzione dei fenicotteri (in albanese Revolucioni i Flamingove).
Le proteste sono scoppiata il 26 maggio 2026 nel villaggio di Zvërnec e sono state causate dall’avvio dei lavori preliminari per la costruzione di un resort di lusso sull’isola di Sazan, nella laguna di Narta, una zona protetta e parte del Parco nazionale marino Karaburun-Saseno.
Da qui il nome di rivoluzione dei fenicotteri, proprio perché in questa zona vivono numerosi esemplari di fenicotteri rosa.
Il progetto del resort chiama in causa interessi stranieri e ha suscitato scalpore la scoperta che dietro al fondo di investimento ci fosse proprio Jared Kushner, genero del Presidente statunitense Donald Trump.
L’investimento raggiungerebbe un valore complessivo stimato di circa 4-5 miliardi di euro, è stato autorizzato dal governo albanese, guidato dal Primo ministro Edi Rama, che nel dicembre 2025 gli ha garantito lo status di “investimento strategico“.
Il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione ufficiale in cui chiede esplicitamente al governo albanese di abrogare gli emendamenti del 2024 alla Legge sulle aree protette, ritenendo che indeboliscano i controlli ambientali e minaccino ecosistemi unici come la laguna di Vjosa-Narta.
PH: Daniele BencivengaLa Commissione Europea, nei suoi rapporti sui progressi dell’Albania, ha ammonito Tirana evidenziando come la deregolamentazione ambientale violi i requisiti dello stato di diritto e gli standard dell’UE in materia di ambiente e cambiamento climatico, rischiando di rallentare o ostacolare l’ingresso del Paese nell’Unione.
PH: Daniele BencivengaCiao Amarilda, credo sia importante un po’ di introduzione, ci racconti le tue origini e come sei arrivata in Italia?
Sono nata a Martanesh, un piccolo paese di montagna a circa un’ora da Tirana. Ho scoperto il mare solo a 10 anni, quando nel 2000 ci siamo trasferiti in Italia, poco dopo i drammatici fatti del 1997.
Mio padre era partito per primo: inizialmente ha trovato lavoro nelle serre a Caserta per poi spostarsi a Genova nel settore dell’edilizia.
Appena è stato possibile, io e mia madre lo abbiamo raggiunto. È la storia classica della diaspora albanese di quella generazione: il padre apre la strada e, una volta stabilizzatosi, la famiglia si ricongiunge.
PH: Daniele BencivengaChe ricordi hai degli anni della transizione post-comunista in Albania?
Ricordo tutto nitidamente. Venivamo da una dittatura comunista estremamente repressiva, quella di Enver Hoxha, un regime totalitario che ha portato il paese ad una condizione di estrema povertà e isolamento.
Quando il regime è crollato, c’era l’illusione che la libertà avrebbe portato immediato benessere. Invece è arrivato il caos.
Avevamo imparato a conoscere l’Italia e l’occidente come il paradiso cercando di intercettare Rai1, il festival di Sanremo. Aspettavamo il benessere ma la transizione non è andata come previsto.
La popolazione, priva di qualsiasi nozione di educazione finanziaria e di libero mercato, fu travolta dall’illusione del guadagno rapido. Dal 1992-1993, nacquero diverse società d’investimento basate sul classico schema di Ponzi (o schema piramidale).
Queste società promettevano tassi d’interesse folli e irrealistici, che arrivavano fino al 100% o addirittura al 300% al mese. I primi investitori venivano pagati con i soldi versati dai nuovi clienti che entravano nella rete e poi è esplosa la bolla. I soldi sono andati persi e nessuno ha potuto riaverli. La delusione era tanta.
Ricordo che la gente, uomini dai 15 ai 50 anni, cominciarono a saccheggiare le depo, i magazzini militari di armi. Si formarono le bande e valeva la legge del più forte. La scuola venne chiusa e a casa dormivamo in corridoio, l’unico punto privo di finestre, per ripararsi dai colpi vaganti.
Fu quella disperazione a spingere migliaia di persone verso le navi, come la celebre Vlora: si cercava solo una via di fuga verso l’Italia.
L’esperienza dell’associazione JONUS
Oggi si parla di seconda e terza generazione. A che punto è il percorso della comunità albanese?
Penso che la fase dell’integrazione sia stata superata con successo dai nostri genitori. Oggi ci troviamo a un bivio: rischiamo l’assimilazione totale o possiamo scegliere di diventare attivi sul territorio, mantenendo vive le nostre radici, le tradizioni e la lingua.
L’albanese è una lingua antica, non indoeuropea, con un ramo a sé stante; perderla sarebbe un peccato, specialmente considerando che oggi ci sono più albanesi nella diaspora (circa 5 milioni) che nello Stato di origine (circa 2 milioni).
PH: Daniele BencivengaCome nasce l’idea di fondare un’associazione a Genova e perché l’avete chiamata JONUS?
L’idea è nata durante il mio Erasmus ad Alicante, vedendo come la città valorizzava i propri costumi e le proprie tradizioni nella festa di Las Hogueras. Mi sono detta: “Anche noi abbiamo un patrimonio straordinario, perché non raccontarlo?“.
Poco dopo ho incontrato la rete degli Illyrian Brains, un network di giovani professionisti albanesi. Partecipando a queste attività tra Milano e Genova ho avuto modo di confrontarmi con altre ragazze albanesi e abbiamo capito che c’era la volontà di realizzare un progetto duraturo nel tempo. Così è nata Jonus.
Quali attività propone Jonus? quale è il target?
Organizziamo corsi di lingua albanese per bambini dai 7 agli 11 anni e corsi di balli tradizionali, attività legate alla cultura albanese.
L’obiettivo è offrire uno spazio dove i più piccoli non si vergognino di parlare la propria lingua madre, ma la vivano come una ricchezza culturale integrata con la loro italianità. In un solo anno abbiamo raggiunto oltre 80 soci.
Abbiamo avuto la fortuna di ottenere gratuitamente lo spazio presso la Casa di Quartiere di Certosa, uno dei quartieri di Genova con la più alta densità di cittadini albanesi. Uno spazio che si sposa con i nostri ideali di integrazione, dove si alternano attività di moltissime associazione e realtà genovesi.
L’obiettivo dell’associazione prossimamente sarà organizzare anche attività per adulti con lo stesso spirito.
Quale è l’origine del nome JONUS?
Volevamo creare un ponte tra l’Italia e l’Albania e abbiamo trovato un mare, lo Ionio, in albanese deti Jon cui abbiamo aggiunto il suffisso inglese Us per sottolineare questa unione.
PH: Daniele BencivengaLe contraddizioni dell’Albania contemporanea
L’Albania oggi viene raccontata come una meta turistica in grande espansione. Qual è la realtà dietro questa facciata?
Il premier Edi Rama, al suo quarto mandato consecutivo, è stato abile sul piano delle relazioni internazionali, proiettando l’immagine di un paese moderno, dinamico e turistico. Ma c’è un’altra faccia della medaglia.
La cementificazione aggressiva non coincide con una reale crescita degli stipendi o del benessere generale, lo stipendio base si aggira sui 400-500 euro al mese a fronte di un costo della vita paragonabile a quello italiano.
Come funzionano i servizi pubblici come la sanità e l’istruzione?
Gli ospedali e le università statali sono al collasso. Dagli anni 2000 ci sono stati enormi investimenti privati stranieri che hanno aperto cliniche e atenei privati. Questo ha drenato risorse, ricerca e i medici migliori verso il settore privato. Chi se lo può permettere vive benissimo, ma la maggioranza della popolazione – operai, muratori, camerieri, operatori di call center – resta esclusa da questo benessere.
Inoltre, restano forti le logiche clientelari ereditate dal passato: senza “agganci“, per i giovani con competenze è difficilissimo fare strada.
La piazza, la diaspora e la tutela del territorio

In questo contesto si inseriscono le recenti proteste a Tirana e sulla costa. Cosa ha scatenato la mobilitazione?
La rabbia esplosa nelle piazze non riguarda solo i grandi progetti turistici nelle zone protette o gli investimenti speculativi come quello sul resort legato al genero di Trump. Quella è stata solo la goccia che ha fatto traboccare un vaso colmo di frustrazione per la corruzione.
Le pensioni in Albania si aggirano intorno ai 100 euro e i servizi sono al minimo.
Quando le comunità locali si sono viste recintare le spiagge o espropriare le terre senza trasparenza né consultazione pubblica – rompendo anche le tutele della legge sulle aree protette -, c’è stato un risveglio di piazza.
C’è un episodio simbolico che ha segnato questa protesta?
Sì, il momento in cui una ragazza, Brunela Mertiri, davanti alle recinzioni e ai mezzi di cantiere ha urlato tutta la sofferenza di un popolo dicendo: “Basta, vi stanno portando via anche la casa, cosa aspettate a svegliarvi?“. Quel video e le immagini di residenti trascinati via dalle forze dell’ordine hanno scatenato una reazione a catena. Le piazze si riempiono da oltre 50 sere consecutive.
Qual è il ruolo della diaspora albanese in questo momento storico?
La diaspora sostiene economicamente l’Albania con le rimesse finanziarie; se interrompesse i flussi di denaro, l’economia nazionale rischierebbe il crollo. Ma non vogliamo essere considerati solo un bancomat o dei numeri. Vogliamo contare.
Per questo la diaspora si è mobilitata in molte città italiane – Genova, Milano, Torino, Bologna, Firenze, Roma – e nel resto del mondo con lettere aperte e manifestazioni. Chiediamo trasparenza, rispetto delle regole democratiche e la tutela del nostro patrimonio naturale e culturale.
- Sono un educatore e fotografo genovese, specializzato in educazione all’immagine e al digitale.
Amo il bianco e nero, la fotografia di strada, il reportage, in fondo amo raccontare storie per immagini.
Partecipo alla vita associativa della mia città attraverso numerosi progetti in cui la pedagogia e la fotografia spesso si incrociano e si parlano.
Conduco un progetto fotografico personale che prende il nome di Appropriazione Debita che mette al centro l’appropriazione del territorio da parte di bambini e ragazzi attraverso il gioco di strada ↩︎